Maria Gabriella

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Maria Gabriella

Veleggio come un’ombra
nel sonno del giorno
e senza sapere
mi riconosco come tanti
schierata su un altare
per essere mangiata da chissà chi.
Io penso che l’inferno
sia illuminato di queste stesse
strane lampadine.
Vogliono cibarsi della mia pena
perché la loro forse
non s’addormenta mai.
(Alda Merini)

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In memoria.
Maria Gabriella Raimondi dodici maggio
Sei sempre nel mio cuore.

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Jdaidet Fadel

...Jdaidet Fadel

Jdaidet Fadel, Damascus, Syria
21 Aprile 2013, ore 10.30

Quattrocentocinquantaquattro morti.
Compreso nove bambini e gli insegnanti, dopo un intenso, pesante e infinito bombardamento presso il quartiere di Jdaidet Fadel!
Giornata nerissima per l’Umanità.
Dio, anche oggi, è distratto!

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Cordialità

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My God!

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APTOPIX Boston Marathon Explosionstre morti, 144 feriti (di cui 23 gravissimi)

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Un bambino di otto anni, secondo la CNN, è una delle vittime delle due violente esplosioni simultanee che sono avvenute a Boston durante la maratona. La deflagrazione è avvenuta alle 14:50 ora locale, le 20:50 in Italia. L’incidente, ancora senza spiegazioni, su Boylston Street, nei pressi del traguardo di Copley Square, nel cuore della città, a più di un’ora dell’arrivo dei primi corridori. Il bilancio è ancora provvisorio ma secondo il Boston Globe ci sono almeno 100 feriti e almeno due morti. L’ultimo aggiornamento del governatore del Massachusetts Deval Patrick parla di 64 feriti. Di certo è che alcuni hanno riportato mutilazioni o ferite molto gravi. Anche se non è per il momento confermata l’ipotesi un attentato, le esplosioni sono state provocate da due bombe (altre cinque sono state rinvenute inesplose). Lo dicono tra gli altri Associated Press, Reuters, Wall Street Journal e Cnn citando fonti investigative e governative federali e locali. Secondo il Boston Globe ci sarebbero segnalazioni di altri ordigni inesplosi in altre parti della città. “Non abbiamo tutte le risposte – ha detto il presidente Barack Obama, commentando l’accaduto poco dopo la mezzanotte italiana dalla Casa Bianca – ma sappiamo che molte persone sono state ferite, alcune in maniera grave”. Le indagini sono ancora in corso: “Non sappiamo chi sia responsabile e perché. Lo scopriremo e chiunque, individuo o gruppo, risponderà alla giustizia”. Obama, duramente criticato per non avere bollato come terrorismo l’attentato contro il consolato americano in Libia lo scorso 11 settembre, non ha parlato di matrice terroristica, un’omissione che potrebbe essere molto significativa. Il presidente ha ricordato che in Massachusetts è il giorno dei ‘patrioti’, una festa per la città di Boston.
Secondo l’emittente Nbc, che cita fonti federali, le esplosioni sarebbero state provocate da piccoli ordigni fatti in casa. Un principio di incendio si è verificata alla biblioteca dedicata al John Fitzgerald Kennedy, sempre a Boston, ma la polizia di Boston non ha confermato finora se l’episodio sia collegato alle esplosioni. Secondo AP non lo è. Se a questo punto l’ipotesi di attentato è ovvia, resta da capire la matrice, interna o internazionale. Il New York Post ha parlato di un arresto di un giovane saudita citando fonti governative vicine alle indagini e la notizia è stata rilanciata anche da Nbc. La polizia di Boston non ha confermato la notizia di arresti fino a questo momento ma sono in corso interrogatori di alcune persone. La maratona è un evento tradizionale che si corre nella primavera nella città del Massachusetts, gli iscritti quest’anno erano 26.839 in rappresentanza di 96 Paesi e decine di migliaia le persone che hanno seguito l’evento nelle strade del centro. La sede del comitato organizzatore, uno dei più antichi al mondo, è chiusa e sono in corso indagini. La prima reazione è del vice presidente Joe Biden: “Le nostre preghiere vanno alle persone che sono rimaste ferite. Non sappiamo in questo momento quante siano”. Il presidente Barack Obama è stato informato, secondo una fonte della Casa Bianca e sta seguendo le indagini ed è in contatto con il sindaco di Boston Tom Menino e con il governatore Patrick.
A Boston tutti gli agenti fuori servizio sono stati richiamati dal dipartimento della polizia, le misure di sicurezza sono state rafforzate anche a Washington e New York. Nella capitale è stato chiuso un tratto di strada nei pressi di Pennsylvania Avenue nei pressi della Casa Bianca. A New York la polizia ha aumentato i controlli nei pressi dei principali luoghi di attrazione e degli alberghi della città. Sul piano sportivo, a vincere la corsa, alla sua 117ma edizione, è stato Lelisa Desisa Benti, etiope di 23 anni, in 2 ore, 10 minuti e 22 secondi. Tra le donne la prima arrivatà è Rita Jeptoo, 32 anni del Kenya, alla sua seconda vittoria a Boston. L’immagine in alto è stata scattara a pochi passi dal luogo dell’incidente dalla reporter Jackie Bruno. Twitter è ancora una volta arrivato prima di tutti ed è già stato diffuso anche un filmato che mostra il momento dell’esplosione. (Tratto da America 24)
“Un atto pianificato e coordinato”, recita un comunicato della polizia di Boston. E l’America trema. Si scopre nuovamente vulnerabile a più di dieci anni dall’incubo delle torri gemelle. Non si può abbassare la guardia. Altri ordigni disinnescati, bombe rudimentali. Significa che tutto studiato per fare molti più morti. Ordigni rudimentali, spiegano, ma il bilancio è egualmente pesantissimo, e il paese è sotto choc. Un incubo che le rassicurazioni delle autorità non bastano a rimuovere. La Casa Bianca si è liberata di Bin Laden, ma evidentemente l’Idra del terrorismo è più forte. Supera le misure di sicurezza, il cordone sanitario steso negli anni, le strategie ad altissima tecnolologia: il paese è sempre sotto attacco e non sa come difendersi. Cellule dormienti, frange impazzite, terroristi sciolti? Il fatto che l’attentato sia riuscito a metà (fortunatamente) può portare a considerare le ipotesi che si tratti di semiprofessionisti del terrorismo, di fanatici poco addestrati? Se così fosse si dovrebbe considerare che questa tipologia di esaltati è anche quella che più si confonde e che dà meno punti di riferimento ai servizi di intelligence. Ci sono troppo pochi elementi per valutare l’accaduto e formulare analisi. L’America non aveva proprio bisogno di questo ulteriore stress. C’è da vedere come reagirà, come gestirà la situazione il presidente Obama.
Si parla dei soliti! Ma come dicevano i nostri antichi padri: lavorando ci si sporca. I “soliti”,  (di qualsiasi soliti si parli) con questi gesti vigliacchi (verso qualsiasi nazione rivolta) ottengono l’effetto contrario. La strategia della tensione non paga. Nel “delirio” di onnipotenza -colpendo e uccidendo, rigorosamente, alle spalle degli innocenti – si consumano i più efferati delitti. Un po’ come lo stalking (pratica odiosa e ragionevolmente stupida!). L’imposizione armata; l’atto vigliacco di obiettivizzare, con qualsiasi forma distruttiva: bombe, virus, elementi d’intossicazione, la popolazione inerme, non serve a modificare una linea di pensiero, politica, atavica. Anche la “stupida” considerazione di “attenzionare” il mondo diviene, nella summa, un attenzionamento suicida.
Da qualsiasi parte possa arrivare un messaggio di terrore (terrore domestico oppure internazionale) non trova scuse, né scusanti di “prefate” oppressioni subite, ingiustizie sociali, ecc. L’attentato terroristico, oltre che essere un atto vigliacco – che, inequivocabilmente, definisce gli autori stessi proprio come vigliacchi – rappresenta una totale chiusura alla dialettica, al confronto e all’attenzionamento di problematiche sociali da evidenziare. Es.: se “A” odia “B” per le ingiustizie subite e provoca un attacco terroristico, proprio a “B”, il mondo intero corre verso “B” accecato dal sangue e dal dolore. “A”, in questo caso, avrebbe evidenziato di essere un emerito vigliacco e uno spregevole assassino. Tutto il mondo, di converso, perdonerebbero “B” per le ingiustizie inferte e sull’onda dell’emozione, infliggerebbe proprio ad “A” ingiustizie lente, invasive e maggiori.
Mister “A” ti rendi conto di quanto tu sia idiota e vigliacco? Non meriti alcuna considerazione. Se ci fosse stato un motivo per ascoltarti, le porte adesso sono sbarrate fin quando verrai coniugato al “passato remoto”.
Grazie per averci addolorato. Grazie per averci fatto imbufalire!
Punto!

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Il ricordo!

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Il ricordo.

“Voglio il mio tè” ordinò la nonna, con tono lamentoso “non sono già le quattro e mezza? Perché Nunzia non lo porta?”.“Ma come? Avete già appetito dopo quel pranzo enorme che abbiamo fatto a mezzogiorno?”, si stupì l’infermiera, alzandosi in piedi e sorridendo alla sua paziente. Mi sentivo esausto e mi chiesi – scioccato per questo mio pensiero così poco caritatevole – perché gli anziani dovessero essere, a volte, così pesanti. Erano molto peggio dei bambini e dei cuccioli, perché con loro eri costretto a essere gentile. Rimasi seduto con le mani in grembo, pronto a dichiararmi d’accordo con chiunque, su qualunque argomento. L’infermiera stava sprimacciando i cuscini e sistemando gli scialli. La nonna sopportava in silenzio. Aveva chiuso gli occhi; sembrava stanca anche lei. Quanto mi somigliava. Riuscivo ad immaginarla da giovane: alta, bella, mentre girava per le stalle della nostra tenuta con le tasche piene di zuccherini, sollevando l’orlo della gonna lunga per non farlo strisciare nel fango. Mi ricordavo vestito in tweed grigio e con il colletto della camicia rigido e alto. La sentivo ordinare la carrozza.
Adesso per lei era tutto finito, tutto passato. Il nonno era morto da quaranta anni e mio zio da quindici.
Era costretta a vivere – in attesa di morire – dentro questa enorme casa dai tetti spioventi, in compagnia di un’infermiera.
Quanto poco sappiamo della mente delle persone anziane. I bambini, quelli, riusciamo a capirli con le loro paure, le loro speranze, le loro finzioni. Ed è difficile dimenticare: in fondo, ieri, ero un bambino anch’io. La nonna, però, seduta lì e avvolta in quegli scialli, con i suoi poveri occhi ciechi cosa provava? Quali pensieri aveva? Capiva che l’Antica Dama stava sbadigliando e guardava di nascosto l’orologio? Si rendeva conto che eravamo venuti a trovarla in quanto pensavamo che si dovesse farlo, perché era un obbligo; perché così l’Antica dama tornando a casa avrebbe potuto dire: “bene, ora per tre mesi la mia coscienza è a posto”.
Pensava mai alla “tenuta”? Si ricordava di essere seduta nella sala da pranzo, dove adesso ero seduto io? Anche lei si faceva servire il tè sotto il castagno? Oppure era tutto dimenticato, tutto messo da parte. Dietro quel suo volto pallido non restavano che piccoli dolori; piccole e misteriose sensazioni di disagio; un vago senso di gratitudine quando splendeva il sole e un tremito quando il vento soffiava gelido.
Mi sarebbe piaciuto appoggiare le mie mani sul suo viso e liberarla dal peso degli anni. Mi sarebbe piaciuto vederla quando era giovane, con le guance colorite e i capelli biondi. Vispa e attiva come ora si mostrava l’antica Dama, mentre parlava di caccia, cani e cavalli.
“Oggi ci viziamo un po’, sapete?’” annunciò l’infermiera “Per il tè abbiamo delle brioches al crescione. Ci piace tanto il crescione, non è vero?”.
“Oggi è il giorno del crescione?”, chiese la nonna sollevando la testa dai cuscini e guardando verso la porta. “Non me lo avevate detto. Ma perché Nunzia non porta il tè?”
“Signora, io non farei il vostro lavoro neppure per centomila lire al giorno”, bisbigliò l’Antica Dama all’infermiera.
“Oh, madame, io ci ho fatto l’abitudine” sorrise l’infermiera, “e in questa casa non si sta affatto male. Abbiamo i nostri giorni neri, è ovvio, ma potrebbe essere molto peggio. Lei è una paziente facile da gestire, a differenza di altri e il personale di servizio è cortese. Questo, per me, è un elemento fondamentale. Ma ecco che arriva Nunzia”.
La cameriera portò un tavolino pieghevole e una tovaglietta candida.
“Quanto tempo ci avete messo, Nunzia”, sbotto la nonna.
“Sono appena passate le quattro e mezza, Signora” replicò Nunzia con la sua voce speciale, allegra e vivace, simile a quella usata dall’infermiera. Chissà se si accorgeva che la gente le parlava con quel tono artificioso. Chissà quand’è che lo avevano usato per la prima volta e se lei, allora, ci aveva fatto caso. Forse si era detta “Pensano che io stia invecchiando, che ridicolaggine” e poi , a poco a poco, ci si era abituata come fosse stato sempre così. Come se non le avessero mai parlato in altro modo. Dov’era la giovane donna con i capelli biondi e la vita sottile, che andava a dare lo zucchero ai cavalli?”.
Il cielo era grigio e umido il vento. Porto e isole erano rimasti indietro. Rapidamente dall’orizzonte brumoso ogni segno di terra svanì. Bioccoli di polvere di carbone intrisi di umidità calavano dal ponte accanto, che non voleva asciugarsi. Non più di un’ora dopo venne tirato un telone, perché incominciava a piovere.
Avvolto nel cappotto, un libro in grembo, come un anonimo viaggiatore riposavo; le ore trascorrevano inavvertite. Cessato di piovere il telone venne, nuovamente, rimosso. L’orizzonte, adesso, era sgombro, mentre la grigia volta del cielo stendeva il suo immenso arco sul mare deserto. Nello spazio vuoto, inarticolato, i nostri sensi perdono la misura anche del tempo, Sfumiamo in un’immensità crepuscolare. Strane figure, attraversavano i miei pensieri, bisbigliando parole indistinte, tra sogno e realtà.
Mi assopii.
Per sempre.

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Cordialità

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Il lusso del pane a Damasco!

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Il lusso del pane!.

Quando il pane è un lusso.

A Damasco il pane diventa un lusso per pochi. Un lusso irrinunciabile per migliaia e migliaia di famiglie. Una guerra questa che, nelle intenzioni doveva essere di liberazione, è diventata di morte. Una morte nascosta dietro l’angolo. Per la disperazione, molti cittadini fuggono verso il nord dove hanno, “inventato”, un nuovo modo di sopravvivere: un po’ d’acqua dalle pozzanghere e la bollitura dell’erba. Sì, proprio l’erba dei campi. Seguono il ragionamento: se la mangia la pecora e la capra, non vediamo perché non possiamo cibarcene noi.
La guerra in atto, già cruenta tra le varie fazioni dei ribelli (sciiti, sunniti, pacifisti “armati”, Jihadisti, al Qaedisti,  ecc.), contro il Presidente Bashar Al Assad, sta spezzando la schiena anche alla “ricca” Damasco, perla d’Oriente, dove ormai il centro storico è divenuto tabu. Raffiche di mitragliatrici e colpi di pistola riempiono di rumore quei vicoli pieni di abbandono e silenzio. Come un virus letale, dopo aver abbattuto, demolito e rovinato il centro economico della nazione, Aleppo, l’indigenza e le tribolazioni colpiscono tutti, senza differenze. Manca il gas e quel poco che c’è lo si paga carissimo. L’inverno appena trascorso ha, poi, dato la bastonata finale: il freddo uccide più di un attacco armato. I parchi pubblici non hanno più gli alberi secolari. Mobili e suppellettili sono stati bruciati da tempo per scaldarsi. Tra i ribelli non sono rose e fiori, comunque. La vita viene cadenzata ed estorta dal mercato nero. Povere cose (soprattutto generi che entrano dalla Turchia) vendute a prezzi di strozzinaggio. A causa di tutto questo gli aiuti umanitari stentano ad arrivare (compreso quelli già stanziati in viveri e primissime necessità). I ribelli hanno il controllo dei magazzini e dei valichi muovendosi ed attaccando i convogli che giungono nel paese. Non ultimo l’avventura “eroica” dei due italiani di Trieste, Stefania Zannier e Renato de Fazio, che avvisati urgentemente dalla Farnesina (a sua volta allertata dai nostri “servizi) per un rapimento mirato ai loro danni, hanno proseguito distribuendo a loro rischio 800Kg di latte e medicinali ad una lunghissima fila di siriani, muta e composta.
Il Governo siriano, Presidente Assad in testa, continua nella politica di contenimento dei costi (considerata la guerra) e nei sussidi straordinari ai bisognosi. Possono contare su diciassette/diciotto miliardi di dollari di entrate dal petrolio e dal gas estrattivo che, però, è stato bloccato dall’Esercito di liberazione proprio ad Homs, teatro di furiosi combattimenti ma, anche, di giacimenti petroliferi, gas e “altro”. Da Homs sarebbe dovuto passare il più importante gasdotto, proveniente dalla Russia, per foraggiare l’Europa.
A “chi” dà fastidio tutto questo?
Per cosa si combatte realmente?
Ci sarà un’ardua sentenza?
Cordialità.

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Aggiornamento ore 01.09 dd 6 marzo 2013

f16

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Un fittissimo intrecciarsi di voli militari è in corso mentre il lettore sta scorrendo queste righe. Si tratta di aerei di varia nazionalità, con sigle diverse dipinte sulle loro carlinghe, con equipaggi internazionali, in partenza da aeroporti che spaziano dalla Croazia, alla Turchia, dal Qatar, all’Arabia Saudita, dalla Giordania e da diversi altre basi della Nato. Il New York Times dello scorso 24 marzo parlava di voli che “fanno pensare ad un’operazione militare clandestina ben pianificata e coordinata”.
È in atto la preparazione di quella che è l’ultima fase, che potrebbe precedere l’attacco militare della Nato contro la Siria e produrre la caduta, con relativa uccisione, del “sanguinario dittatore” di turno.
Si tratta di un’operazione che comporta grosse spese, per migliaia di tonnellate di armamenti e munizioni, i cui destinatari sono i ribelli del cosiddetto Esercito Libero Siriano.
L’organizzatore fu l’ “ex” David Petraeus, il che ci dice che Barack Obama non ce la raccontava giusta quando voleva far credere all’opinione pubblica occidentale che gli Stati Uniti non erano poi davvero molto interessati alla caduta di Bashar al-Assad. Anzi, quando affermava di essere preoccupato dell’eventualità che il crollo del regime di Damasco avrebbe potuto provocare l’inizio della frantumazione della Siria in una piccola galassia di faide sanguinose tra etnie, religioni, nazionalità già in ebollizione e pronte a vendicare i torti subiti negli ultimi quarant’anni.
Ma, a Washington, si ritiene ormai che sia meglio avere dei sunniti al governo di Damasco, piuttosto che degli sciiti alauiti. Ci sarà qualche sgozzamento di troppo, è vero, ma poiché l’obiettivo è quello di creare disordine e non di portare ordine, probabilmente sarà più funzionale questa soluzione. La quale creerà problemi anche per Israele, che si troverà ai confini un altro stato guidato da fanatici jihadisti. Ma Israele può essere accontentata in altro modo: con il via libera contro l’Iran! Anche i turchi potranno avere qualche problema dai curdi siriani, che vorranno unirsi ai curdi iracheni. Ma Recep Tayyip Erdogan saprà come metterli a posto come meritano, gli uni e gli altri. Insomma la faccenda è stata infiocchettata a dovere. Resta solo da consegnarla al destinatario, che è il popolo siriano!
Siamo stati, negli ultimi mesi, spettatori di una commedia, il cui copione era di far credere che Washington fosse il moderatore dello scontro. Un po’ come accadde alla Libia di Gheddafi: martirizzata da Francia e Gran Bretagna, con – certo – il supporto logistico della flotta e dell’aviazione degli Stati Uniti, ma di malavoglia, con ritrosia, solo per ossequio verso alleati fin troppo aggressivi.
Ora è tutto chiaro. E’ in corso l’inizio dell’ultima fase. Che prevede una tattica lenta, non un blitzkrieg a breve scadenza. I comandi americani e Nato, in piena sintonia, hanno già calcolato che Bashar non è in condizione di resistere indefinitamente. Lo lasciano cuocere nel suo brodo, sempre più bollente. Circondato da ogni lato, con il solo afflusso (ma difficoltoso) di armi e uomini dall’Iran, sotto un embargo asfissiante. Con Israele anch’essa in posizione di apparente basso profilo, ma incaricato di controllare ogni movimento di mezzi e di uomini dal territorio libanese. La Giordania punto logistico cruciale assieme alla Turchia; l’Arabia Saudita e il Qatar in veste di emissari e finanziatori locali; basi Nato di transito e di stoccaggio nei diversi aeroporti turchi, ultima tappa prima della distribuzione alle formazioni armate che agiscono in territorio siriano.
E tutto questo mentre, in parallelo, i servizi segreti americani, britannici, francesi, turchi, sauditi, israeliani già agiscono con squadre di commandos, con specialisti in azioni terroristiche, nelle città siriane non ancora raggiunte dall’esercito di mercenari jihadisti.
False erano anche le notizie che lasciavano intendere la riluttanza americana a concedere armamenti più sofisticati e potenti. Adesso – riferisce esplicitamente il citato New York Times– si sta passando alla distribuzione di armi che permetteranno un corso “più letale” alla guerra civile.
Senza fretta, naturalmente. Poiché bisogna costruire, nel frattempo, le tappe politiche che serviranno ai giornalisti embedded di tutto l’Occidente a descrivere l’aggressione militare in termini di restaurazione della democrazia in Siria.
Nei giorni scorsi è stato insediato a Istanbul un governo siriano in esilio, composto di emigrati siriani in America e in Occidente. Immediatamente proclamato come “unico governo legittimo”, in attesa di essere trasferito nei nuovi uffici di Gaziantep, nelle immediate vicinanze della frontiera turco-siriana. Vi resterà fino a che le squadre armate della Nato avranno ricavato qualche nicchia relativamente sicura in territorio siriano, affinché i Quisling possano trasferirvisi e, da lì, cominciare a lanciare i proclami di vittoria.
fhofA quanto si sa, questo progetto è stato illustrato recentemente a Roma in una conferenza per specialisti intitolata “United States, Europe, and the case of Syria”. Il luogo è stato il Centro di Studi Americani, il presidente del panel era Giuliano Amato, l’oratore principale era Frederic Hof, ambasciatore statunitense e fino a pochi mesi fa capo del team del Dipartimento di Stato impegnato sul “caso Siriano”.
Se Bashar al-Assad dovesse interporsi – ha spiegato Hof – il fatto stesso sarebbe considerato occasione per intervenire in difesa del “legittimo governo siriano”. Se non vorrà o potrà intervenire, allora si estenderà gradualmente la sua area fino ad arrivare a Damasco. A quel punto o Bashar scappa (sempre che riesca a farlo tra un attentato e l’altro; sempre che riesca a sfuggire ai generali felloni che, nel frattempo, saranno stati comprati a peso d’oro, o impauriti a morte per la sorte dei loro figli e parenti) e il governo degli occidentali viene installato a Damasco, oppure ci sarà la carneficina finale, operata dai tagliagole jihadisti dopo che i missili Cruise e i droni della Nato avranno raso al suolo le ultime infrastrutture difensive, i comandi militari e i sistemi di comunicazione.
Mosca, Pechino e Teheran, ciascuna per conto proprio, non potranno che prendere atto. Putin sta facendo i suoi conti e Xi Jinping non sarà da meno. Ma entrambi non potranno fare molto di più che protestare al Consiglio di Sicurezza per la violazione delle norme della Carta dell’Onu. E’ una questione di tattica, poiché strategicamente la battaglia è stata perduta. Teheran ha qualche preoccupazione in più. La sparizione di Bashar da Damasco sarà un altro segnale che la pressione sull’Iran è in crescendo. Il viaggio di Obama a Gerusalemme ha lasciato Netanyahu piuttosto soddisfatto. Conoscendo i suoi piani non c’è da stare tranquilli. L’ayatollah Khamenei, la Guida Suprema, nel suo ultimo discorso ha fatto l’elenco dei peggiori nemici dell’Iran, stabilendo un ordine molto chiaro e preciso: al primo posto gli Stati Uniti, poi la Gran Bretagna e la Francia. Israele è finito solo al quarto posto. Un downgrading che indica come a Teheran Barack Obama non sia tenuto in grande conto come premio Nobel per la Pace!
Quanto tempo ci vorrà per cancellare l’ultimo “stato canaglia” del Mediterraneo? Frederic Hof non lo ha rivelato. Forse non lo sa ancora nemmeno lui. Queste cose richiedono pazienza. Nel frattempo continua quella che un alto ufficiale Usa, che ha mantenuto l’anonimato, ha definito una “cascata di armamenti”. Un vero e proprio ponte aereo di preparazione alla guerra.
Con ogni probabilità toccherà al prossimo ministro degli Esteri il compito di portare in guerra anche l’Italia in questa ultima avventura “democratizzatrice”.
Cordialità

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