Il sogno

Mi trovavo a camminare sopra un’alta scogliera rocciosa costellata di bassi ciuffetti d’erba; a una decina di metri, alla mia sinistra, potevo vedere l’orlo di una scogliera che precipitava vertiginosamente a picco verso il mare.

Il sentiero che stavo seguendo saliva dolcemente, serpeggiando in mezzo ai campi delimitati da siepi.

Superavo una mezza dozzina di quelle piccole barriere, utilizzando scalette di legno che consentivano di passare agevolmente da un campo all’altro; alcune pecore pascolavano tranquillamente, ma non riuscivo a scorgere alcun essere umano.

Una luce crepuscolare stagnava su ogni cosa, come se la notte fosse eternamente in procinto di calare, venendo assalito dalla consapevolezza di dover camminare più in fretta, poichè qualcuno (non sapevo proprio chi) mi stava aspettando e non da pochi minuti, ma da molti anni.

Quindi, giunto in cima al pendio mi trovai di fronte ad un boschetto di alberi contorti incurvati sotto il vento che soffiava dal mare;lì, sentivo che il mio viaggio stava per terminare.

Il sentiero si perdeva in quel bosco e i rami inclinati si protendevano minacciosi rendendo difficoltoso il cammino; era come procedere lungo un nodoso tunnel di tronchi.

Repentinamente, i rami si facevano più radi e sottili, consentendomi di scorgere in un’ampia radura il livido campanile di una chiesa abbandonata.

Si ergeva al centro di un cimitero all’apparenza dimenticato da anni e l’edificio principale, situato fra il campanile e l’orlo della scogliera, era ridotto a poco più di una rovina, privo di tetto e punteggiato di finestrelle spalancate come bocche infestate dall’edera. Il tempo e l’incuria avevano scalzato ed eroso l’edificio della chiesa, perchè grossi blocchi di pietra giacevano sparsi intorno fino ai piedi del precipizio, assieme a diverse lapidi, mentre altre – rimaste al loro posto, in alto – si stagliavano pallide contro il cielo grigio.

Vidi tutto ciò con un rapido sguardo, poi – fissando il dirupo sabbioso coronato dal campanile – mi disposi nell’attesa di qualcuno. Sapevo bene di cosa si trattava e ….

Capivo bene che ero dentro un sogno che con il suo cupo influsso mi rendeva ansioso e vulnerabile, suggerendo il volto dell’incubo che stavo vivendo.

Ma quella catalessi, tipica, ormai mi aveva preso la mano; provai a muovermi a fuggire, ma per quanto mi sforzassi, non riuscii a sollevare un piede da quella terra fangosa.

Preso dalla disperazione distolsi lo sguardo dalla scogliera di fronte, dove in breve “qualcosa” sarebbe accaduto….

Mi voltai di scatto e … con un sussulto la vidi!

Apparve una pallida luce, vagamente ovale, grande quanto il volto di una donna, come un fioco lucore sospeso dinanzi ai miei occhi.

Poi si delineò: Lunghi capelli ondulati e rosso tenue sormontavano una fronte spaziosa; poco più sotto, due occhi lucidi ed intensi mi fissavano con intensità.

La linea della mascella culminava in un mento ben proporzionato e dritto.

Il naso era dritto e regolare, sopra le labbra vivide e vive.

Infine acquistò forma e colore la bocca e da essa il calore della presenza mi invadeva.

Le labbra, morbidamente incurvate, accennavano ad un sorriso.

L’intero volto, dapprincipio confuso, assunse gradatamente un contorno più preciso: era pallido, dai tratti chiaramente giovanili.

D’improvviso il labbro inferiore si piegò e percepii la sua voce: “Presto sarai con me!”, disse,facendosi più vicino e allargando quell’innaturale sorriso.

A quel punto, tutta la dirompente forza dell’incubo mi si abbattè contro.

Tentai nuovamente di fuggire, di urlare, mentre potevo udire il respiro che sibilava attraverso quella splendida bocca.

Poi, con uno schianto che parve lacerarmi anima e corpo, ruppi l’incantesimo e udii me stesso gridare, mentre le mie dita cercavano freneticamente una lampada.

Era notte e il mare ondeggiava stancamente lungo le murate della nave.

Sentii bussare alla porta e subito un uomo armato irruppe nella cabina.

Ci guardammo lungamente negli occhi mentre il rumore del sartiame scandiva il tempo di quella notte infinita.

Un’altra notte, un altro incubo.

Lentamente, la nave, proseguiva la sua rotta circolare, nascosta dalla nebbia e dal mondo degli uomini.

Ancora una volta lo stesso sogno.

Tuffai il capo tra le mani mentre, coperto da una calligrafia grande e irregolare, il giornale di bordo campeggiava su quel piccolo tavolo di quercia:

SeabirdGiornale di Bordo

Oggi, nell’Anno del Signore 1801, il giorno primo del primo mese

rilevasi l’assenza di linee d’orizzonte.

Tre mesi di navigazione e procediamo verso est, rotta verso il sole.

Ma è ancora notte fonda!

Troppo!

Alla via così.

Lo stesso racconto è visionabile, cliccando più in basso, nella sua veste grafica originale.

Grazie

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