L’Incontro

 

 

 

 
Franzensfeste – Fortezza (BZ)

 

 

Questo io ricordo: la strada statale era appesantita dal consueto traffico della sera. Pendolari, rappresentanti, liberi professionisti ed anche ricche casalinghe in preda a depressione da shopping… tutti facevamo la nostra parte nella ridicola fila di scatole in lamiera con i loro stressati occupanti.

Tutti tornavamo, come migliaia di altre sere, alle nostre case. Io stavo cercando di scrollarmi di dosso la scia di un'estenuante discussione con una conoscente torturata da uno dei tanti "regali" che ha fatto al nostro spirito questa società del "benessere" e, per farlo, avevo messo nel riproduttore di cd una raccolta di musica celtica.
Le note dolci ed un po' misteriose dell'arpa, della cornamusa, dei violini e del whistle (il flauto irlandese), accompagnavano quei chilometri di ordinarietà post lavorativa; qualche brano, poi, univa il dolcissimo timbro di una voce femminile a spartiti che sembravano far parte di un tempo magico e lontano, tuttavia ancora vivo nel profondo delle nostre arcaiche radici interiori. Fu proprio durante l'ascolto di uno di questi brani, a circa mezz'ora da casa, che vidi, a lato della strada, "quella ragazza". Saranno anni che non concedo passaggi ad autostoppisti. Non che ce ne siano più molti, del resto. Ma, anche se ce ne fossero, penso che due portafogli spariti avrebbero dissuaso anche il più disponibile degli automobilisti.

Con questo non me ne vogliano coloro che praticano del tutto onestamente l'autostop. È che io sono stato sfortunato; sfortunato e… scottato.

Ma questa sera, la ragazza con l'abito da zingara, aveva qualcosa di irresistibile, di indefinibile. Non chiedeva un passaggio. Se ne stava semplicemente appoggiata ad un muretto e, se non fosse stato per il rallentamento causato dal traffico, non mi sarei probabilmente nemmeno accorto di lei. Come mi trovai alla sua altezza, mi avvidi che mi stava sorridendo e lessi nel suo sguardo una strana familiarità. Aveva lunghi capelli rossi, un abito variopinto ma non appariscente o dozzinale e due occhi dolcissimi. All'inizio, il mio sguardo cadde distrattamente su di lei, e quell'ingorgo, accidenti… sembrava infinito.
"Dannato incrocio!", pensai.
Poi, con inevitabile curiosità, osservai più attentamente la ragazza appoggiata al muretto.
"Gli anni '60 sono finiti da un bel pezzo…", pensai.
Non sembrava una zingara e nemmeno una qualche sorta di new-ager.
"E quello sguardo… dolcissimo. Chissà di che colore avrà gli occhi…"

Quando, in lontananza, vidi che il semaforo segnalava nuovamente verde, quasi me ne rammaricai. Le sorrisi anch'io, un po' impacciato, e mi apprestai ad alzare il piede dalla frizione. In quel mentre, però, la ragazza mi fece un lieve cenno con la mano, come per chiedermi di fermarmi.

Un po' stupito, uscii dalla fila di auto ed accostai abbassando il finestrino. La ragazza, avvicinatasi, disse:
– Vai ad est?
Quella domanda mi stupì un poco e pensai che si doveva trattare di una giovane appartenente ad una qualche nazione dell'Est Europa.

– Beh… vado verso Venezia… – risposi sorridendo.
La giovane sorrise a sua volta e disse:
– Benissimo, ci vado anch'io! Posso?… – e, così dicendo, fece l'atto di aprire lo sportello.
– Come…? Prego, prego… – risposi colto un po' in contropiede.

Giò, stranamente, non abbaiò. Lo fa sempre, in modo quasi assordante, quando uno sconosciuto entra in auto. Ma questa sera, con quella ragazza, ha continuato tranquillamente a dormire sul sedile posteriore. Come la nuova passeggera si fu seduta, abbassai il volume della musica. La ragazza disse allora:

– Non la spegnere, però. È bellissima…
– Certo… – risposi.
Mi rimisi in viaggio e, per un po', nell'auto si sentivano solo le note dell'antica melodia celtica cantata da qualcuno che la mia immaginazione non ci mise molto a figurarsi come la mia nuova, inaspettata, passeggera. Lei, da parte sua, aveva un'espressione serena, e, pur guardando di fronte a sé, sembrava che non vedesse nemmeno la strada ma che fosse assorta in chissà quali pensieri.
Stavo ancora cercando il modo più disinvolto per rompere il ghiaccio quando lei si voltò verso di me e, con un'espressione delicatissima, chiese:
– Mi porti agli alberi spogli…?
Non capivo, era una richiesta senza senso. Forse non conosceva bene la nostra lingua.

– Scusa, cos'hai detto…? – le chiesi.
– Gli alberi spogli. – ripeté – Tu ci vai, lo so… – e sorrise di nuovo. Strinsi a riaprii ripetutamente le palpebre come per svegliarmi da una specie di sogno. Quello che diceva quella ragazza non aveva senso, almeno così credetti dapprima.
– Penso… penso che ti sbagli con qualcun altro… – risposi – Io sto andando a casa e…
La ragazza scosse la testa sorridendo. Aveva stupendi capelli ramati; li potevo vedere anche nella semioscurità di quel tramonto. M'interruppe appoggiandomi lievemente la mano su un ginocchio:
– Gwen, chiamami Gwen… Tu ci vai. Ci vai con lui… – ed accennò a Giò – Io lo so…
Cercai di capire cosa intendesse.
– Con chi? Con il cane…? – chiesi.
– Sì. – rispose Gwen – Il bosco degli alberi spogli, quello che ti ricorda il mare.

D'improvviso capii. Ma come poteva sapere? C'è un bosco, su una montagna da me frequentata, che è la meta di molti miei momenti di rilassamento. Mi ci reco quasi tutte le settimane, durante la bella stagione, soprattutto in primavera, quando sento una piacevolissima energia provenire da quella zona, e lì ascolto musica, scrivo, mi aggiro fra quegli strani alberi. Sì, certo. Gwen parlava degli abeti vitali, sani e tuttavia privi di rami fin quasi in cima che mi hanno sempre ispirato un che di magico, di quel bosco.

Alberi e rocce, cosparse d'erica che, nelle giornate serene, attivano in me l'inesprimibile sensazione di un remoto ricordo, di un tempo ed una terra lontani, forse inesistenti. Chissà perché, spesso, quegli alberi mi davano una remota rimembranza di atmosfere marine. Non era solo questione di somiglianza con pini marini, no: si trattava di un qualcosa di più indefinibile, come un gioco di luci, un diverso vibrare dell'anima. Ma come poteva sapere tutto questo, Gwen…?

– Tu. Tu mi hai visto…? – chiesi cercando di non tradire la mia emozione.
La ragazza annuì.
– Ecco! Gira di qua…- disse ad uno svincolo.
In effetti, prendendo quella strada, sarei arrivato nella valle con il bosco dagli "alberi spogli".
Mi resi conto, solo allora, che Gwen aveva con sé una specie di lungo oggetto avvolto in un panno colorato.
Penso che le mie azioni, ormai, seguissero uno svolgimento pressoché automatico, inevitabile: svoltai a destra e presi quella strada. Non sapevo perché lo facevo. Non capivo che senso avesse, tutto questo. O forse sì?
– Cos'hai lì?- chiesi a Gwen indicandole l'oggetto.
– Questo? – rispose lei di rimando – Ah, è il mio flauto… Vuoi sentire?
Sorrisi ormai del tutto conquistato da quella inusuale quanto gradevole situazione.
– Certo…- risposi.

Spensi l'autoradio mentre lei svolgeva il flauto dal panno. Gwen appoggiò le labbra sul beccuccio di uno strumento che mi parve fatto in modo artigianale, non certo uscito da qualche catena di fabbricazione.
Immediatamente, l'abitacolo si riempì di note suadenti, dolci e semplici al tempo stesso. Quanto sarà durato? Non saprei dirlo. Quando Gwen finì, sorrise, e riavvolse il flauto nel panno.
– Sei bravissima.- dissi.
– So suonare da quando ero piccola.- rispose la ragazza.

L'auto correva fra boschi e montagne. I tornanti si susseguivano.
– Perché lì… perché ora…? – chiesi ad un certo punto a Gwen.
La ragazza accennò ad un'espressione serena e, al tempo stesso, assorta:
– Perché questa notte devo salutare lo spirito dell'erica che sta per nascere…
Questa fu la sua semplice, disarmante risposta. Non credo al caso. Non è stato certo per caso che ha chiesto a me di accompagnarla in quel luogo. A parte l'inspiegabile conoscenza che aveva della mia abitudine di recarmi lì, se io fossi stato interiormente impreparato ad un fatto del genere, se la mia razionalità fosse stata di quelle che, come prima cosa, pongono barriere al sogno impedendogli così quello che, a quanto pare, esso può fare, e cioè affacciarsi inaspettatamente nella nostra realtà, non avrei mai conosciuto Gwen.

– Gwen. – azzardai – Chi sei?
La ragazza con il lungo abito variopinto accennò ad un diniego, ma lo fece in un modo estremamente delicato.
– Non me lo chiedere…- rispose – Tanto lo sai già…
Arrivammo al bosco. Fermai l'auto fin dove era possibile arrivare. La radura nel bosco, circondata dai grandi "alberi spogli", stava più sopra, circa un chilometro.

– Non posso andare oltre…- dissi.
– Lo so bene…- sorrise lei. E, senza aggiungere altro, scese dalla macchina.
– Vieni, accompagnami…! – esclamò gioiosamente. – Porta anche lui…! – aggiunse indicando Giò.
Scendemmo. Ormai non m'importava nient'altro che seguire ciò che quella creatura meravigliosa mi domandava.
Giò corse incontro a Gwen come se la conoscesse da sempre.

– Attenta! – dissi – Può mordere, non ti conosce…
Gwen, invece, lo accarezzò affettuosamente accovacciandosi a terra.
– Meglio di te, amico mio…- rispose divertendosi un mondo a giocare con il vecchio cane.
Osservai stupito e felice come un bambino quella scena. Poi, Gwen si alzò e guardò verso il bosco.
– Andiamo, ora… – disse.
Guardai il sentiero ed il paesaggio circostante.
– È buio… – dissi.
– Buio…? – ripeté lei – E la luna, le stelle? Non vedi Venere che ci fa luce…?

In effetti, ben presto, gli occhi si abituarono alla luce serale fatta di fluida astralità che proveniva dall'universo e tutto, intorno a noi, acquistò contorni misteriosi e magici. Ad un tratto, Gwen mi prese per mano. Continuammo a salire verso la radura senza particolare fretta. Non c'era nemmeno bisogno di parlare. Era come se fossi trasportato su una sorta di corsia mobile: non avvertivo quasi il camminare. La vicinanza così dolce ed al tempo stesso intima di Gwen, conosciuta, così credevo almeno, da non prima di un'ora, sono emozioni che non dimenticherò mai più e che, temo, mi ritroverò spesso, in futuro, a rimpiangere.
O, forse, ci ripenserò con gioia, nella sicurezza di un dono meraviglioso, inconsueto ed unico che, chissà perché, la vita mi ha fatto.
Arrivammo così al punto della stradina da cui parte un declivio che conduce alla radura da me ben conosciuta.
– Sì… Qui va bene… – disse Gwen guardando verso quello spiazzo fra le rocce ed il bosco.
Mi lasciò la mano e rimase in silenzio ad osservarmi.
– Cosa… cosa devo fare…? – domandai dopo qualche momento.
– Niente. – rispose – Niente… Io sono arrivata. Lasciami qua.

– Ma…

– Lasciami qua… – ripeté Gwen con quel suo sorriso meraviglioso – Ti prego, lasciami andare…

Non mi venne in mente nulla che potesse fermarla e non aggiunsi altro.
– Grazie… – disse Gwen – So che puoi capire. Noi ti ringraziamo delle tue visite e ricordati che io ti vedrò sempre, ogni volta che tornerai qui.

Non le ho domandato perché avesse parlato al plurale: sapevo che avrei trovato da solo la risposta. Gwen, dopo un ultimo sorriso, raccolse un po' la lunga gonna ed iniziò a salire il declivio. La luna mi permise ancora per un po' di vederne i contorni, fra la bassa vegetazione.

– "Vai, ora…!" – mi gridò lei da lontano – "Vai, amico mio…"! –  si perse nella foschia.
Avevo iniziato da pochi passi il mio attonito ritorno, quando qualcosa mi bloccò. Era il suono di un flauto, il flauto di Gwen. Una bellissima melodia proveniva dalla radura, fra gli "alberi spogli", e mi accompagnò per lungo tempo, durante la mia quasi sognante discesa verso l'auto.

Mi chiesi, per un attimo, cosa m'inducesse a tornarmene alla vita di sempre. Perché non potevo restare lì, nella radura fra gli "alberi spogli", lontano da tutto e da tutti, con Gwen…?
Non potevo, lo so.
Ma potevo sognare.
Ho raggiunto l'auto, ho aperto lo sportello posteriore e Giò, con l'agilità permessagli dall'età, è saltato dentro.
Ho guardato ancora una volta verso il bosco e la montagna, ma non sono riuscito più a percepire alcun suono…

Io non ricordo più se tutto questo accadde, né come accadde.
Ho imparato a suonare il flauto, però.

Ringrazio quanti, nel passare da quì, si fermeranno e "sogneranno".

 

 


Sulle lune d’Acqua,
le correnti invocano
l’arrivo della Nuova Musica,
Fantasie
di pura femminilità che,
immobili,
nell’opacità delle risposte alla Virtù;
inseguono illusioni indispensabili.
Gentili si accarezzano le gocce della pioggia
rubata all’inverno,
profonde quanto un abisso d’Assenza;
aspirano al ventre cupo della notte
e ad un Sospiro
di protezione
e silenzio.

Possa la mano, caduta sul corpo, come lama infrangersi d’acqua e fremere di rabbia e marea e scogliera. Bere dal pensiero la sostanza e negli occhi abbagliare ciò che domani tornerà dalla Notte. Sono costretta ad antiche rime di fibra solenne, la mia ira e la ragione passeggiano fra i rovi assolati e l’affanno diviene tramonto per la sera …. sperata … acclamata … mi sta innanzi e mi incorona la mente, questo è cibo per ferite limpide, questo il giogo sul quale indugiare prima del sogno.

La dimora del mirabile gioisce
in segrete spoglie.

Giusto o sbagliato che sia, Io rimango Signora delle mie stesse Oscurità e per Nulla cederei il passo alla Luce che smentisce la Tua Visita nelle celle fresche delle mie braccia.

 

# Commento N. 2 al presente Post

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