Paolo di Tarso

Paolo di Tarso

(La dottrina disumana)

Le donne siano soggette ai loro mariti come al Signore, perché il marito è capo della donna, come Cristo è capo della Chiesa, del cui corpo egli è il Salvatore. Come la Chiesa è soggetta a Cristo, così le donne stiano soggette in tutto ai loro mariti.” Paolo di Tarso lettera agli Efesini 5, 22

Voi, donne, siate soggette ai vostri mariti, com’è conveniente, nel Signore.” Paolo di Tarso lettera ai Colossesi 3, 18

Voglio tuttavia che sappiate questo: Cristo è il capo di ogni uomo, l’uomo è capo della donna e Dio è capo di Cristo.” 1 Corinti 11,3

Come in tutte le chiese dei Santi, le donne nelle riunioni tacciano, perché non è stata affidata a loro la missione di parlare, ma stiano sottomesse, come dice anche la legge. Se vogliono essere istruite in qualche cosa, interroghino i loro mariti a casa, perché è indecoroso che una donna parli in un’assemblea. Forse è uscita da voi la parola di Dio? O è giunta soltanto a voi? Se uno crede di essere profeta o avere i doni dello Spirito, riconosca che quanto scrivo è un ordine del Signore. Se qualcuno non lo riconosce, non sarà riconosciuto.” 1 Corinti 14, 34-38

 

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 25 ottobre 2006

(L’apoteosi di una contraddizione)

 

…..Cari fratelli e sorelle,

… abbiamo concluso le nostre riflessioni sui dodici Apostoli chiamati direttamente da Gesù durante la sua vita terrena. Oggi iniziamo ad avvicinare le figure di altri personaggi importanti della Chiesa primitiva. Anch’essi hanno speso la loro vita per il Signore, per il Vangelo e per la Chiesa. Si tratta di uomini e anche di donne, che, come scrive Luca nel Libro degli Atti, «hanno votato la loro vita al nome del Signore nostro Gesù Cristo» (15,26)….

… “Il primo di questi, chiamato dal Signore stesso, dal Risorto, ad essere anch’egli un vero Apostolo, è senza dubbio Paolo di Tarso. Egli brilla come stella di prima grandezza nella storia della Chiesa, e non solo di quella delle origini. San Giovanni Crisostomo lo esalta come personaggio superiore addirittura a molti angeli e arcangeli (cfr Panegirico 7,3). Dante Alighieri nella Divina Commedia, ispirandosi al racconto di Luca negli Atti (cfr 9,15), lo definisce semplicemente «vaso di elezione» (Inf. 2,28), che significa: strumento prescelto da Dio. Altri lo hanno chiamato il “tredicesimo Apostolo” – e realmente egli insiste molto di essere un vero Apostolo, essendo stato chiamato dal Risorto -, o addirittura “il primo dopo l’Unico”. Certo, dopo Gesù, egli è il personaggio delle origini su cui siamo maggiormente informati. Infatti, possediamo non solo il racconto che ne fa Luca negli Atti degli Apostoli, ma anche un gruppo di Lettere che provengono direttamente dalla sua mano e che senza intermediari ce ne rivelano la personalità e il pensiero. Luca ci informa che il suo nome originario era Saulo (cfr At 7,58; 8,1 ecc.), anzi in ebraico Saul (cfr At 9,14.17; 22,7.13; 26,14), come il re Saul (cfr At 13,21), ed era un giudeo della diaspora, essendo la città di Tarso situata tra l’Anatolia e la Siria.

Ben presto era andato a Gerusalemme per studiare a fondo la Legge mosaica ai piedi del grande Rabbì Gamaliele (cfr At 22,3). Aveva imparato anche un mestiere manuale e ruvido, la lavorazione di tende (cfr At 18,3), che in seguito gli avrebbe permesso di provvedere personalmente al proprio sostentamento senza gravare sulle Chiese (cfr At 20,34; 1 Cor 4,12; 2 Cor 12,13-14). Fu decisivo per lui conoscere la comunità di coloro che si professavano discepoli di Gesù. Da loro era venuto a sapere di una nuova fede, – un nuovo “cammino”, come si diceva – che poneva al proprio centro non tanto la Legge di Dio, quanto piuttosto la persona di Gesù, crocifisso e risorto, a cui veniva ormai collegata la remissione dei peccati. Come giudeo zelante, egli riteneva questo messaggio inaccettabile, anzi scandaloso, e si sentì perciò in dovere di perseguitare i seguaci di Cristo anche fuori di Gerusalemme.” ….

 

 

(I fatti concreti)

 

 

 

La contaminazione Paolina

Paolo si impadronisce del personaggio concettuale di Gesù e lo veste, gli fornisce delle idee. Il Gesù primitivo non parla affatto contro la vita. Due frasi ( Marco 7,15 e 10,7) mostrano che egli non è né contro il matrimonio né in alcun modo affascinato dall’ideale ascetico. Invano si cercano prescrizioni rigorose da parte sua sul terreno del corpo, della sessualità, della sensualità. Questa relativa benevolenza verso le cose della vita si accompagna a un elogio e a una pratica della dolcezza. Paolo di Tarso trasforma il silenzio di Gesù su questi problemi in un chiasso assordante quando predica l’odio per il corpo delle donne e della vita. Il radicalismo antiedonista del cristianesimo deriva da Paolo – non da Gesù-, personaggio concettuale silenzioso su questi problemi.

Inizialmente, questo ebreo isterico ed integralista gode nel perseguitare i cristiani ed assistere al loro pestaggio. Quando alcuni fanatici lapidano Stefano, egli li accompagna. E ne accompagna anche altri, a quanto pare. La conversione sulla Via di Damasco – nel 34 – rientra nella pura patologia isterica: Cade mentre è in piedi (non da un cavallo come mostrano Caravaggio e la tradizione pittorica), viene accecato da una luce intensa, sente la voce di Gesù, non vede per tre giorni e per tutto questo tempo non mangia e non beve. Recupera la vista dopo l’imposizione delle mani da parte di Ananìa, un cristiano inviato da Dio come missus dominicus. Allora torna a sedersi a tavola, si rifocilla e si mette in cammino per anni di accanita evangelizzazione in tutto il bacino del Mediterraneo. La diagnosi medica sembra facile: La crisi sopraggiunge sempre in presenza di altre persone – come in questo caso, la caduta, la cecità di tipo isterico – ovvero amaurosi transitoria, perciò passeggera – la paralisi sensoriale – sordità, anosmìa, ageusìa-per tre giorni; la tendenza mitomane – Gesù in persona gli parla … – l’istrionismo, o esibizione morale – una trentina d’anni di teatralizzazione di un personaggio immaginario, prescelto da Dio, da lui destinato a cambiare il pianeta – ,tutta questa crisi somiglia, al punto da trarre in inganno, all’illustrazione di un manuale di psichiatria, capitolo delle nevrosi, sezione delle isterìe.

Ecco una vera isterìa da conversione!

Come vivere con la nevrosi? Facendone il modello del mondo e nevrotizzando il mondo. Paolo crea il mondo a propria immagine. E questa immagine è pietosa: fanatica, mutevole d’oggetto – i cristiani, poi i pagani, altro segno d’isterìa-, malata, misogina, masochista … Come non vedere nel nostro mondo un riflesso del ritratto di un individuo dominato dalla pulsione di morte? Infatti il mondo cristiano sperimenta a meraviglia questi modi di essere e di agire: la brutalità ideologica, l’intolleranza intellettuale, il culto della cattiva salute, l’odio del corpo esultante, il disprezzo delle donne, il piacere per il dolore che si infligge, il disprezzo di questo mondo in nome di un aldilà di paccottiglia.
Paolo di Tarso (S.Paolo)  non ci fornisce i particolari della malattia di cui parla metaforicamente: Confessa che Satana gli ha conficcato una spina nella carne – espressione ripresa a sua volta da Kierkegaard. Nessun particolare, eccetto una volta, solo alcune considerazioni sullo stato miserevole in cui appare un giorno al suo pubblico galato – dopo una bastonatura che aveva lasciato delle tracce…

La critica, nel corso dei secoli, ha perciò accumulato ipotesi sulla natura di questa spina. E’ inevitabile un inventario alla Prévert: artrite, colica nefritica, tendinite, sciatica, gotta, tachicardia, angina pectoris, prurito, antrace, foruncoli, emorroidi, ragadi, eczema, lebbra, herpes, rabbia, erispola, gastralgia, colica, sinusite, filarosi, singhiozzo cronico (!) …le articolazioni, i tendini, i nervi, il cuore, la pelle, lo stomaco, gli intestini, l’ano, la testa, tutto insomma. Tutto, eccetto le patologie di tipo sessuale!

Ora, l’eziologia dell’isteria suppone un potenziale libidico indebolito, per non dire nullo. Disturbi della sessualità, la tendenza, per esempio, a vedere sesso dappertutto, ad un erotismo esagerato.

Come non pensarci quando si legge ad nauseam, sotto la penna di Paolo un odio, un disprezzo, una diffidenza costanti per le cose del corpo? La sua avversione per la sessualità, l’esaltazione della castità, la sua venerazione per l’astinenza, l’elogio della vedovanza, la passione per il celibato, l’invito a comportarsi come lui – chiaramente espresso nell’epistola ai Corinzi (7,8) – la sua rassegnazione ad ammettere il matrimonio, certo, ma nel peggiore dei casi, essendo addirittura migliore la rinuncia completa alla carne: Sono tutti sintomi di quella isteria sempre più nettamente visibile. Questa ipotesi ha il merito di corroborare alcune certezze: Nessuna confessione di una qualunque patologia. Ora, si possono confessare, senza complessi, dolori di stomaco, reumatismi articolari. Le dermatosi invadenti si notano, i singhiozzi a ripetizione pure. Meno facile da confessare è invece una impotenza sessuale, che è possibile svelare molto parzialmente con la copertura di metafore – e la spina si presta bene. L’impotenza sessuale o la fissazione della libido su un oggetto socialmente inaccettabile – la madre, un individuo dello stesso sesso o qualunque altra perversione nel senso freudiano del termine. Freud fa derivare l’isterìa dalla lotta contro le angosce, rimosse, di origine sessuale e dalla loro realizzazione parziale sotto forma di conversione – nel senso psicanalitico, ma anche nell’altro senso.
Da tempo immemorabile, sul pianeta, sembra trionfare un certo tipo di legge. In omaggio al grande la Fontaine, chiamamolo il “complesso della volpe e l’uva”.

Consiste nel fare di necessità virtù per non perdere la faccia. Per uno scherzo del destino e della necessità, Paolo di Tarso è afflitto da impotenza sessuale o da problemi della libido: Per reazione si illude di essere libero, autonomo e indipendente pensando così di affrancarsi da ciò che lo condiziona e afferma di scegliere e decidere in tutta coscienza ciò che in realtà determina la sua volontà.

Incapace di vivere una vita sessuale degna di questo nome, Paolo dichiara insussistente ogni forma di sessualità non solo per sé, ma anche per tutti gli altri. Desiderio di essere come tutti gli altri, ma esigendo che siano gli altri ad imitarlo: da qui l’energica volontà di piegare tutta l’umanità alla regola dei propri determinismi.
Questa logica appare in modo netto in un passo della seconda epistola ai Corinzi (12,10), in cui afferma: “Perciò mi compiaccio delle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole è allora che sono forte”. E’ una confessione della logica di compensazione in cui si muove l’isterico buttato a terra sulla via di Damasco.

A partire dalla sua fisiologia malandata, Paolo milita per un mondo che gli somigli. L’odio verso se stesso si trasforma in un vigoroso odio del mondo e di ciò che è oggetto del suo interesse: La vita, l’amore, il desiderio, il piacere, le sensazioni, il corpo, la carne, l’esultanza, la libertà, l’indipendenza, l’autonomia. Egli passa tutta la vita all’insegna delle preoccupazioni. Va incontro alle difficoltà, ama i problemi, né gode, li vuole, vi aspira, li crea. Nell’epistola in cui conferma il suo gusto per l’umiliazione, traccia un bilancio di ciò che ha sopportato e patito per evangelizzare le folle: cinque volte flagellato – trentanove colpi ogni volta -, tre volte battuto con le verghe, una volta lapidato a Listri nell’Anatolia dove viene lasciato a terra come morto e dove rischia davvero di lasciarci la pelle -, tre naufragi – e un giorno e una notte passati nell’acqua gelida -, senza parlare dei pericoli durante i viaggi su strade infestate da briganti, le veglie, i digiuni, la mancanza d’acqua e il freddo nelle notti anatoliche. Aggiungiamo i soggiorni in prigione, due anni di fortezza, l’esilio ….

Che festa per il masochista!

Talvolta si trova in situazioni umilianti.

Come sull’Agorà di Atene dove tenta di convertire al cristianesimo alcuni filosofi stoici ed epicurei parlando loro della “resurrezione della carne”.

I discepoli di Zenone e di Epicuro gli ridono in faccia.

Un’altra volta, per sfuggire alla vendetta popolare e all’ira dell’etnarca di Damasco, evade nascosto in una cesta calata da una finestra posta a un livello inferiore rispetto ai bastioni della città.

Dal momento che “Il Ridicolo” non uccide, Paolo sopravvive.
All’Umanità chiede: mortificate il vostro corpo e trascinatelo in schiavitù. Fate come me!

Da qui, come noto, l’elogio del celibato e dell’astinenza.

Non c’è affatto Gesù in questa storia, ma la rivincita di un aborto – come egli stesso si definisce nella prima epistola ai Corinzi (15,8).

Incapace di avvicinare le donne? Lui le detesta!

Impotente? Le disprezza!

Eccellente occasione per riciclare la misoginìa del monoteismo ebraico, di cui il cristanesimo e l’islam sono eredi. I primi versetti del primo libro della Bibbia danno il “La”: La Genesi condanna, radicalmente e definitivamente, la donna, prima peccatrice e causa del male nel mondo. Paolo fa sua quet’idea nefasta; mille volte nefasta!

Da qui i divieti che colpiscono tutta la letteratura paolina tramite epistole e atti; da qui anche i consigli e le avvertenze del “tarsiota” sulla questione della donna: Condannata ad essere debole per sempre; il destino di questo sesso è sottomettersi e obbedire agli uomini. Le figlie di Eva devono temere i loro sposi; non possono né insegnare, né dettare legge al preteso sesso forte. Tentatrici, seduttrici, esse possono sperare la salvezza, certo, ma soltanto e per mezzo della maternità.

Due millenni di punizioni inflitte alle donne unicamente per espiare la nevrosi di “un aborto”!

Paolo, il masochista, espone le idee con cui il cristianesimo ad un certo punto trionfa. Ossia l’elogio del godimento nell’essere sottomesso, obbediente, passivo, schiavo dei potenti col falso pretesto che ogni potere viene da Dio e che ogni situazione sociale di povertà, modestia, umiltà derivi da un volere celeste e da una decisione divina.

Dio, buono, misericordioso, ecc. ecc., vuole la malattia dei malati, la povertà dei poveri, la tortura dei torturati, la sottomissione dei servi.

Ai romani, che egli blandisce, insegna assai opportunamente nel cuore dell’impero l’obbedienza ai magistrati, ai funzionari, all’imperatore. Esorta ognuno a rendere il dovuto: Le imposte e le tasse agli esattori; il timore all’esercito, alla polizia, ai dignitari, l’onore ai senatori, ai Ministri, al Principe.

Infatti ogni potere viene da Dio e procede da Lui.

Disobbedire ad uno di questi uomini significa disobbedire a Dio. Da qui l’elogio della sottomissione all’ordine e all’Autorità.

Sedurre i potenti, legittimare e giustificare il destino dei miserabili; adulare quelli che detengono la spada: la Chiesa avvia un sodalizio con lo Stato che le consentirà, sin dalle origini, di stare sempre a fianco dei tiranni, dei dittatori e degli autocrati.

E così sia.

 
 
 
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