Solitude sous le ciel de Paris

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Da quanto tempo me ne stavo lì, seduto immobile su quella comoda poltrona?”.

Me lo domandai quando il mio sguardo vagò fuori, oltre le fini tende e la vetrata della finestra di quell’accogliente camera d’albergo.
Notai che la maggior parte delle luci, che prima illuminavano gli appartamenti dei grigi palazzi lì intorno, ora si erano spente. Rimasi ancora per un po’ immobile. Solo i miei occhi si mossero, alzandosi verso il cielo.
Un’immensa distesa nera ricoperta di nubi; un oscuro sudario d’ombra che pareva voler minacciare la città, come se da un momento all’altro avesse potuto inghiottirla, facendo sparire tutto nelle tenebre più profonde.
Doveva essere abbastanza tardi, a giudicare anche dai suoni e dai rumori, che giungevano ormai lontani ed ovattati; forse erano le undici o mezzanotte.
Sospirai: Durante il giorno non riuscii a riposare e tutto quel buio e quel silenzio m’innervosivano tremendamente.
Mi guardai intorno.
L’unica luce che rischiarava l’ambiente proveniva da un lampadario, appeso sopra il letto. Nella stanza c’era però un camino; era spento ed io vi ero seduto davanti. M’innervosii ancora di più; qualcosa mi bloccava e m’impediva di accendere un fuoco in quel camino.
Capii subito che si era trattato del mio buon senso o di paura.
Molto più probabilmente, invece, era l’insieme di entrambe le cose, ma non vi feci più caso.
M’imposi di non pensare più a nulla per un momento; ero dannatamente troppo teso quella notte, forse per l’incontro che la tua lettera aveva sollecitato, dopo tanti anni, pur di farmi arrivare fino a Parigi.

Dopo un lungo sospiro, mi alzai dalla poltrona.

Non conosco il motivo ma, mentre lasciavo vagare lo sguardo stanco per la stanza, improvvisamente, tu piombasti nella mia testa squarciando i miei pensieri, come un raggio di sole penetra la fredda nebbia di una mattina d’inverno.
Il pensiero, quindi, scivolò leggero sulla poltrona dov’ero seduto qualche minuto prima.
Le ombre della stanza ora danzavano.
Era una danza vorticosa la loro, sfrenata ed incontrollabile. Per un attimo mi sembrò che mi stessero chiamando, pronunciando il mio nome, ma con la tua voce.
Chiusi ancora una volta gli occhi e portai le mani sulla testa, quasi a voler sopprimere tutti i pensieri. Mi voltai, dando così le spalle a quella maledetta finestra, che aveva risvegliato in me quella sete di te che tanto lottavo per controllare.
Andai a sciacquarmi il viso.
Rimasi appoggiato al lavandino per un po’ di minuti, il tempo necessario per far sì che i miei pensieri scivolassero via, insieme all’acqua. Riattraversai con gli occhi serrati e a grandi passi la camera, fino all’ingresso. Aprii la porta e subito la richiusi dietro di me, una volta uscito sul lungo corridoio.
M’illusi d’aver intrappolato nella stanza tutte le mie angosce in modo che, quella notte, non avessero più avuto l’opportunità di tormentarmi.

M’illusi, appunto…

Serrai di nuovo gli occhi e sospirai.
Trassi, nuovamente, la tua lettera ormai sgualcita e con occhi febbricitanti ne scorsi, per la millesima volta, le parole:

… Vous êtes allé sur une froide journée de Décembre.
J’ai toujours aimé l’été. J’ai toujours détesté l’hiver.
En été, la mer est capable de prendre des milliers de couleurs
et mille nuances de couleurs,
les odeurs de la vie de la mer,
est sillonné …

Poi, dopo l’ultimo sospiro, chiusi gli occhi e volai oltre i pensieri e le idee.
Volai dove nessuno avrebbe più raccolto il mio pianto, la mia disperazione o il mio destino.
Volai oltre quella grande finestra che, un giorno, ci aveva visto uniti, innamorati e felici.
Volai oltre i piani che mi separavano dal suolo e i vetri infranti, in una esplosione dai mille diamanti come il mio cuore e una coppa di Louis Roederer.

Adieu.
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