Olio, che passione

Che passione!

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La nostra cultura
Ho appena acquistato il primo olio dell’Anno (Bottiglia speciale): Olio d’oliva vergine, spremitura a freddo, non filtrato, decantato e pulito dopo la raccolta, uno o due mesi fa. Sono tutto il contrario di un gourmet. Mangio e bevo quanto basta. Prima, però, con la fretta per il lavoro e cose del genere, attribuivo meno valore alla gastronomia.
A poco a poco, con il tempo e la calma, quando guardare intorno a sé e dietro di sé è più utile, ho cominciato ad avvertire certe sfumature. Non è che sia diventato un esperto: però è vero che ora, quando apro una bottiglia d’olio e verso un filo di quel liquido aromatico, dorato e trasparente, sono ben consapevole di cosa ho davanti. Mi affascina. Non si tratta solo di olio, né di cibo, né di cucina. L’olio d’oliva non fa parte semplicemente della nostra tavola, ma anche della nostra memoria, della cultura e perfino della nostra realtà, se con questa parola intendiamo quel luogo antico, saggio e generosoL'Etichetta che si chiama Mediterraneo: quella brulicante piazza pubblica dove è nato tutto. Parlo del lago interno che ci ha portato Déi, eroi, parola, ragione e Democrazia. Del mare di crepuscoli colore del vino e di rive costellate di templi e di olivi, dove si fusero per illuminare l’Europa e la parte migliore del pensiero occidentale, le lingue dei Greci, dei Latini e degli Arabi. Un crogiolo da cui è venuto fuori l’italiano, che oggi è parlato da almeno centocinquanta milioni di persone nel mondo. Parlo del mare nostrum, che non è mai stato un ostacolo semmai una strada attraverso la quale si sono estesi, fondendosi per fare di noi quello che siamo, Talmud, Cristianesimo e Islam. Non è un caso che ancora oggi i popoli barbari usino soltanto il grasso animale per friggere.
Credo che quelli che qualificano, senza distinzioni, l’atto di mangiare come un atto culturale equiparabile alla vista di un museo, siano degli zoticoni, degli ingenui. Soprattutto se si osservano certi commensali: La loro conversazione, le loro maniere, perfino il loro modo di sprofondare sulla sedia. La cultura non ha niente a che vedere con loro, sia che divorino un filetto, sia che mastichino una pagina dei Dialoghi di Platone. Ma è vero che alcuni aspetti della gastronomia hanno Olio finomolto in comune con la cultura. Salute e cucina a parte, consumare olio d’oliva non è un’atto banale. E’, anche, partecipare ad un rito e a una tradizione secolare. Il curriculum di quel bel liquido dorato è impressionante: succo del frutto dell’olivo e del lavoro onesto e antico dell’uomo, faceva già parte delle decime che il libro dei Numeri raccomandava di riservare a Dio.  Era usato anche per la consacrazione dei sacerdoti e dei re d’Israele, più tardi servì per l’unzione degli imperatori del Sacro Romano Impero e dei sovrani europei, prima dell’incoronazione. Nelle società di tradizione cristiana, come la nostra, l’olio è stato presente per secoli, tanto nell’unzione della nascita quanto in quella, estrema, della morte.
La costa mediterranea è tempestata di anfore olearie d’innumerevoli naufragi e gli antichi testi abbondano di allusioni all’olio: Il Deuteronomio chiama la Palestina terra di olio e miele; Omero menziona l’olio nell’Iliade e nell’Odissea; Aristotele cita il suo prezzo esatto ad Atene e Marziale, che era romano , esalta su tutti gli altri l’olio della Betica. Tutto questo, in qualche modo, è contenuto in ogni filo d’olio che versiamo sopra una umile fetta di pane tostato. Perciò, per una volta, permettetemi un suggerimento: se volete godervi maggiormente l’olio d’oliva di tutti i giorni, pensate un istante, quando lo utilizzate, a tutto quello che significa. Poi versatelo con attenzione e con molto rispetto, cercando di non rovesciarne neanche una goccia.
Sarebbe una malversazione della nostra stessa storia.
Buon appetito a tutti!

La bruschetta

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47 pensieri su “Olio, che passione

  1. Uhmmm, mon cheri, sento quasi il profumo che quel dorato nettare regala.
    Poi, hai scritto un capolavoro sull’Olio del “mare nostrum”.
    Quanta poesia dentro.

    Bello…
    Bonne nuit, mon cher.
    Au revoir a tout le mond.

    Annelise

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  2. ODE ALL’OLIO

    Vicino al rumoroso
    cereale, alle onde
    del vento nell’avena,
    l’olivo

    di volume argentato,
    severo nel suo lignaggio,
    nel suo contorto
    cuore terrestre:
    le gracili
    olive
    levigate
    dalle dita
    che fecero
    la colomba
    e la chiocciola
    marina:
    verdi,
    innumerevoli,
    purissimi
    capezzoli
    della natura,
    e lì
    nei
    secchi
    uliveti,
    dove
    solamente
    cielo azzurro con cicale,
    e terra dura
    esistono,

    il prodigio,
    la capsula
    perfetta
    dell’oliva
    riempie
    con le sue costellazioni il fogliame:
    più tardi
    l stoviglie,
    il miracolo,
    l’olio.

    Io amo
    le patrie dell’olio,
    gli uliveti
    di Chacabuco, in Cile,
    la mattina
    le piume di platino
    forestali
    contro le grinzose
    cordigliere,
    in Anacapri, in alto,
    sopra la luce tirrena,
    la disperazione degli olivi,
    e nella mappa d’Europa,
    Spagna,
    cesta nera di olive
    sparse per le zagare
    come per una raffica marina.

    Olio,
    recondita e suprema
    condizione della pentola,
    piedistallo di perdizione,
    chiave celeste della maionese,
    soave e saporoso
    sopra le lattughe
    e soprannaturale nell’inferno
    degli arcivescovili aterini.
    Olio, nella nostra voce, nel
    nostro coro,
    con
    intima
    soavità poderoso
    canti:
    sei idioma
    casigliano:
    hai sillabe di olio,
    hai palpebre
    utili ed odorose
    come la tua fragrante materia.
    Non canta soltanto il vino,
    canta anche l’olio,
    vive in noi con la sua luce matura
    e tra i beni della terra
    separo,
    olio,
    la tua inesauribile pace, la tua essenza verde,
    il tuo colmo tesoro che discende
    dalle sorgenti dell’olivo.

    (Pablo Neruda)

    E tutto diventa poesia.
    Un saluto a tutti, Milord…

    Spillo

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  3. Madame Annelise Baum

    Condividemmo il profumo che il biondo nettare ci regala.
    In verità non fummo molto portati per degustare le classiche “fette di pane”: ma in questo caso … un’eccezione diviene l’obbligo.
    Cordialità, mia Signora.
    Grazie

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  4. Ninni, Ninni, Ninni.. che bello abbiamo anche io e te gli stessi gusti. Madonna quanto mi piace l’olio d’oliva. ma non è solo buono, anzi, ci sono ormai numerose le prove scientifiche che hanno dimostrato gli effetti positivi dell’olio d’oliva, e in particolare di quello extravergine, sul nostro organismo.
    I suoi benefici sono tanti:

    Svolge un’effetto antinfiammatorio e di stimolo su diversi organi: in particolare, aiuta il pancreas a produrre maggiori quantità di enzima digestivo, influisce positivamente sulla cistifellea e sulla mucosa che riveste l’interno dello stomaco e aumenta la produzione di bile;

    Grazie alla presenza di vitamine (K, A, E e D), di carotenoidi e di composti fenolici protegge dai radicali liberi e dall’invecchiamento cutaneo;

    Favorisce l’eliminazione di tutte le sostanze che favoriscono la proliferazione delle cellule cancerogene, grazie al contenuto di polifenoli;

    Protegge tutto l’apparato cardiaco, abbassando i livelli di colesterolo nel sangue;

    E’ consigliato in caso di gastrite e ulcere;

    Protegge dalle alterazioni cutanee;

    Stimola le secrezioni gastriche favorendo una migliore digestione e un migliore assorbimento del calcio (noto minerale antifame);

    Regolarizza le funzioni intestinali, avendo un leggero effetto lassativo.
    L’olio d’oliva è facilmente digeribile e un cucchiaino apporta solo 90 calorie; commette un grave errore, infatti, chi crede di dimagrire rinunciando a questo condimento: le vitamine liposolubili contenute negli ortaggi vengono assimilate dall’organismo solo in presenza di olio.

    Il migliore è l’olio extravergine d’oliva ottenuto dalla prima spremitura delle olive attraverso processi meccanici o fisici (quindi senza il ricorso ad interventi chimici) e in condizioni tali da non provocare alterazioni dell’olio.

    **************************

    Ninni… mi è piaciuto molto anche il retrogusto di questo tuo nuovo articolo.
    Ed è molto più interessante quello che non balza direttamente agli occhi, che la parte storica di anfore e tutto l’ambaradan che hai testè scritto.
    TU SEI FURRRRRRBO…..
    (MA PICKWICK ???)

    ***********

    ANNELISE.. bacetti bacetti… sei sempre uno spettacolo …
    SPILLINO.. sei sempre pungente ..

    Ninni… il solito bacio da parte della Berta, che vi mette la ricetta della focaccia all’olio …

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  5. Ciao Ninni.. è la BERTA che ti scrive.
    Coma stai? ti sei ripreso? riposi a sufficenza? mangi e prendi le vitaminiche?

    Ti lascio la ricetta che ha suggerito la vecchia.
    Ti voglio bene. Te la faccio quando vieni a trovarci.

    “RICETTA DELLA FOCACCIA GENOVESE…”

    1 kg. di farina
    25 g. di lievito di birra
    olio d’oliva extra vergine 1,5 dl. più q.b. (vedrete dopo che purtroppo o per fortuna è tanto, ma è quello che rende la focaccia speciale)
    2 cucchiaini di sale fino, e un po’ di sale grosso

    Preparazione
    Diluite il lievito di birra in un bicchiere di acqua tiepida. Impastatelo con parte della farina fino ad ottenere una pasta morbida. Deponete questa pasta (il crescente) in una capace ciotola. Mettendo sopra e sotto la restante farina, e coprite prima con uno strofinaccio e poi con un panno di lana. Fate lievitare per circa 6 ore in un luogo non freddo.

    Passato il tempo, mettete il tutto sulla spianatoia, aggiungete il sale alla farina, il decilitro e mezzo di olio, e tanta acqua tiepida quanta ne serve ad ottenere un impasto molto morbido. Rimettetelo lievitare fino a che raddoppi di volume.

    Oliate abbondantemente una teglia rettangolare da forno, o una placca, e stendete parte della pasta piuttosto sottile. Lasciate riposare un pochino, poi premete le dita sopra per ottenere i caratteristici occhi, ungetela d’olio e spargetevi un pochino di sale grosso.

    Infornate in forno molto caldo (200 gradi) e cuocete fino a che la focaccia non assuma un bel colore dorato (solamente dorato, non “abbronzato”). Appena tolta dal forno, pennellatela con altro olio. Mangiatela subito. La focaccia di Genova non aspetta.

    Riporto alcuni versi di Vito Elio Petrucci, indimenticabile poeta dialettale che parla della focaccia della Marinetta, un famoso forno di Voltri (Ge.), e che riesce a rendere tutta la sua speciale bontà.

    A FUGASSA DA MARINETTA
    A coa d’eujo
    a fugassa da Marinetta
    e a scrosce allegra sott’a-i denti
    feuggia a-a primma canson.
    Gh’è Utri, Zena,
    a Liguria e o mondo;
    e a coae de voeine ancon.
    In ta goga mallann-a
    a grann-a da sa
    a l’é na perla da collann-a

    UN ABBRACCIO A TUTTI E CIAO

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  6. Un pezzo d’arte, Milord.
    Concordo con la Sig.ra di Roccabruna (Buongiorno) su quello che “non fai balzare” agli occhi.
    Vedi?
    Anche da un “filo d’olio” può nascere cultura…
    Mi è piaciuto il passaggio:

    “La cultura non ha niente a che vedere con loro, sia che divorino un filetto, sia che mastichino una pagina dei Dialoghi di Platone”

    E’ proprio vero.
    Buona giornata e un saluto per tutti.

    Luis

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  7. L’Italia, una striscia di terra a forma di scarpone che, da quando l’uomo ricorda la propria età dell’oro, ha sempre segnato gli sviluppi della storia.
    Un paese ricco, annoverato tra le grandi potenze del mondo.

    Il luogo in cui sono nati i Codici, dove è nata la Legge scritta, dove dimora Madre Romana Chiesa.
    Un paese in cui i lavoratori guadagnano uno stipendio medio annuo pro-capite di svariate migliaia di euro inferiore alla media europea, dove il carico fiscale e contributivo supera spesso il cinquanta percento della busta paga, dove quasi il trenta percento delle tasse e balzelli viene evaso ed in cui la maggior parte dei pensionati è proprietario delle proprie abitazioni le quali, per inciso, spesso hanno un valore pari, se non superiore, alla somma di tutti i redditi percepibili mediamente durante la loro vita lavorativa.

    Un paese dove l’inflazione è controllata e viene simboleggiata da numeri che non raggiungono mai quello delle dita di una mano, mentre il costo per l’acquisto dei beni primari (come pasta, frutta, verdura, carburanti, locazioni, ecc.) “sembra” essersi raddoppiato nel corso di qualche anno.

    Un paese che, nonostante tutto, è rappresentato come il paese del bengodi, il paese della dolce vita, della dieta mediterranea, dell’arte e della moda, meta di ogni disperato in cerca d’approdo, sogno di tutti quegli esseri umani che vivono dall’altra parte del mondo, dove la sopravvivenza è un incubo.

    Un paese abitato dall’ homo italicus, bipede nato libero allo stato brado, divenuto abile coltivatore, poi pastore, poi guerriero, poi giurista, …poi cittadino, mafioso ed, in fine, suddito. Da sempre maestro dell’antica “arte di arrangiarsi”, arte reale, adogmatica, egualitaria, sviluppata per necessità di sopravvivenza e divenuta, nel corso degli anni, unica opzione contemplabile, decadendo in “arte della corruzione”, pura idiosincrasia alle regole, ideale piegato piegato dall’ipocrisia di un sistema normativo ormai concepito sempre più come sistema di controllo del potere che come sviluppo all’emancipazione ed all’iniziativa.

    Un paese paralizzato, che festeggia centocinquanta anni di parrucche e vecchi gonfaloni, dimenticando gli ideali alla base di quel movimento rivoluzionario che ne pose i presupposti delle origini e la cui sostanza fu troppo presto sterilizzata ed addomesticata dalle lusinghe della forma.

    Un paese che andrebbe liberato dalla propria storia, troppo pesante, troppo ingombrante, troppo dogmatica e lontana dalla realtà contemporanea; dai propri politici, anch’essi troppo pesanti, ingombranti, dogmatici e lontani dalla realtà che li circonda; ma che, più di tutto, andrebbe liberato dagli italiani, troppo grassi e pesanti, dogmatici e lontani da quel resto del mondo che, forse per ignoranza, mancanza di storia, di civiltà, o per pura eresia, non guarda più ai dogmi ed al passato, ma cerca disperatamente il passo giusto per procedere verso il futuro, per costruire la storia, più che per insegnarla nei libri di scuola.

    L’Italia, tuttavia, è il nostro paese e senza gli italiani non avrebbe senso, quindi, malgrado tutto e tutti, malgrado la storia ed il mondo, malgrado la crisi economica e la globalizzazione, andremo avanti lo stesso e a domande del tipo “Come ci risaneremo? Come potremo ritornare quelli di una volta? Quando?”

    Ma, prima o poi, ci daremo da fare?
    Nel frattempo una buona fetta di pane, croccante, con un filo d’olio prezioso, offerto molto generosamente dal Dott. Raimondi, ci potrà rinfrancare lo spirito!

    Nel lasciare un saluto ai Suoi lettori, caro Dottore (in particolar modo ad una sconsiderata ammiratrice, la Sig.ra Emilia di Roccabruna, che gentilmente mi onora delle Sue parole), La saluto augurandole – sempre – maggiori traguardi.
    Lei, Dottor Raimondi, ha tutta la mia considerazione.

    Buona giornata

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  8. Un passaggio encomiabile, soprattutto dopo tutte le discussioni (in atto) su “navi, navette e navine olearie” e non….
    Abbiamo trovato linfa su cui rivolgere le nostre attenzioni.

    Sei un grande caro Ninni.
    Un saluto..
    Torno in apnea

    Saluto chi conosco

    E.M.

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  9. Buona sera Milord.
    Che bella sorpresa.
    Accodandomi a quanto scritto dalla Sig.ra di Roccabruna:

    L’olio di oliva riesce in qualche modo a conservare, migliora e mette in evidenza il gusto vero degli ingredienti e aggiunge al piatto il proprio tocco personale. Quando una ricetta richiedete l’olio di oliva, come sapere quale tipo bisogna usare? La miglior maniera e’ lasciare che sia il proprio gusto a fare da guida. Come regola generale, cucinate con “l’olio di oliva” e bagnate o contornate con l’extra-vergine. Piatti leggeri e delicati come il pesce, il pollo o il vitello, richiedono un olio di oliva più delicato e fruttato.

    Questo il mio modesto contributo, frutto di lontanissime reminiscenze.

    Bello

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  10. Cielo che bell’articolo.
    Lo sento vivo e voglio dare anch’io il mio contributo:
    ————–
    Insalata di fagioli
    Ingredienti per 5 persone:

    400 gr. di cannellini, 2 scatolette di tonno, 1 cipolla piccola, 200 gr. di olio di oliva, 40 gr. di olive nere di Gaeta, aceto.

    Preparazione: lessare i fagioli senza farli disfare, scolarli e condirli con il tonno sott’olio, a piccoli pezzi, la cipolla tritata, le olive e l’olio di oliva, spruzzare un po’ di aceto e lasciare insaporire per circa 1 ora prima di servire.

    E buon appetito…

    Marisa

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  11. Ho letto tutto con interesse e piacevolmente colpita.
    Adesso Ti pubblico, Milord, ua ricetta “storica.
    Questa ricetta è tratta da una raccolta di Donna Veronica Porcellaga (seconda metà del 1500)

    Manzo all’Olio. (così mangiavano i nostri quadrisnonni)

    Ingredienti:
    Carne bovina (scamone o cappello del prete) da 1 kg, un bicchiere d’olio d’oliva, due bicchieri di vino bianco, uno spicchio d’aglio, prezzemolo tritato, rosmarino tritato, pepe e sale.

    Preparazione:
    La preparazione deve avvenire il giorno precedente a quello in cui s’intende consumare il piatto. In una pentola alta si mettono l’olio e la carne, si lasciano insaporire appena con i profumi sopra elencati, quindi si aggiungono sale e pepe, si versa il vino e lo si lascia un poco evaporare a fuoco vivace. Si aggiunge un bicchiere d’acqua e si copre il tutto.

    La carne deve cuocere a fuoco moderato per due ore abbondanti, quindi la si taglia a fette e le si fa riprendere la cottura per almeno un’ora. Delicatamente le fette vengono poi accomodate in un piatto ovale profondo e lasciate riposare coperte con il loro sugo.
    Siccome il sugo rimasto è, di solito, abbondante è possibile utilizzarlo il giorno dopo per cuocervi delle patate a spicchi.

    Un abbraccio per tutti

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  12. Che bella pagina Milord, molto istruttiva .
    E grandiosi i commenti.
    Mmmmmmmmmhhhhhhhh Adoro il sapore dell’olio sulla fetta di pane tostato e caldo.

    Anche se la degustazione degli oli d’oliva è un’arte piuttosto complessa e difficile che richiede cognizioni specifiche, buona memoria e buon gusto
    l’olio d’oliva, deve essere giudicato di per sè in purezza,per la fluidità, la sua applicazione come condimento lascia immaginare oliveti in aree geografiche calde e paradisiache.
    Buonanotte Milord a Voi ed a tutti i Vs. Lettori

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  13. … due gradini e un po’ di tempo …


    Miss Eleonora

    Sì, mia signorina: mangiare è una cultura sana (ovviamente quando si può e se si può).
    Non conosce barriere, né limitazioni.
    Non conosce frontiere: due gradini e un po’ di tempo per noi, più un “filo d’olio”.

    Grazie

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  14. … per Voi Milady …


    Lady Emilia di Roccabruna

    Mia Signora, dobbiamo ammettere che, la Vostra simpatica pervicacia, Vi sta portando all’effetto sperato.
    Ribadendo il concetto che “non abbiamo zie o parentele affini” nelle vicinanze e che, fortunatamente, tali parentele sono molto esigue, per sfinimento – forse un giorno – Vi adotteremo come “Zia”.
    Sì, è vero, amiamo l’olio d’oliva, quello denso e profumato; quello che riempie, con i suoi odori, una stanza.
    Vi ringraziammo, sempre per le Vostre gentili parole.

    Cordialità

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  15. … per Voi Signora …


    Preg.ma Sig.a Berta (Emilia di Roccabruna?)

    Vi ringraziammo (ringraziamo “anche” voi) per la gustosa ricetta ad uso degli ospiti di questa umile magione.
    (Confessiamo che non sappiamo cucinare e che, addirittura – per noi – la preparazione di un “uovo fritto” è un atto di fortuna).

    Cordialità

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  16. … bella la macchina da scrivere, vero? Altro che PC, tsè …


    Sir Gianluigi

    E’ vero, mio Signore. Quale usufruitore finale devo dire che l’arte del “mangiare” meriterebbe più rispetto, cultura nei confronti di “chi” prepara.
    L’importante è scriverlo, dovessimo masticare qualche pagina dei Dialoghi di Platone.

    Grazie

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  17. … l’Italia è tanto e molto altro ancora …


    Preg.mo Sig. Pickwick

    Sagacia e prontezza sono le Vostre qualità.
    Splendido connubio, nei fatti, tra cultura, attualità e poesia.
    Grazie mio Signore.

    Cordialità

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  18. … Ocean Princess …


    Preg.mo Sig. Vintrix

    Avete ragione.
    Senza nulla togliere alla drammaticità dei ben noti eventi, l’attenzione dovuta e il dovuto approfondimento, è da rilevare che non tutto il mondo si è fermato.
    Facciamo scendere il Sipario su questo primo atto. A riaprirlo saremo, sempre, in tempo e … nel frattempo … lasciamo “chi” deve lavorare … al lavoro.

    Grazie e concordo.

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  19. … Ehm, quale parte del manzo? (ma questo lo lasciamo vivo, vero?) …


    Lady Hilde Strauß

    Ecco, mia Signora, la prova del nove.
    Quando olio e arte culinaria diventano “Cultura”.
    Grazie per la condivisione …

    Cordialità

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  20. Buon mattino Lord Ninni, il tuo magnifico post mi ha riportato indietro nel tempo, quando
    in casa dei nonni, per colazione ,oltre a un fumante tazzone di orzo e latte, si prendeva il pane fatto in casa, la bottiglia di olio nuovo e vicino al caminetto si “partiva per il paradiso”
    Grazie davvero
    Mistral

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  21. Buon giorno Ninni.
    un po’ come la cucina povera che quando, per tanti morivi, divenne attuale, tutti ne apprezzarono la pulizia.
    A dire il vero hai sempre avuto quell’umiltà che ti fa “volare” oltre e ti fa illuminare gli occhi di luce propria. Quante volte si è discusso della cucina “povera” dove, proprio tu, ne hai sempre sostenuto la supremazia?
    Persone così ne nascono una ogni mille anni.

    Ricordo il “periodo” delle ricette su GB e la tua avversione (o maledizione, come la chiamavi) verso la cucina! L’anticristo delle pentole. 🙂

    Vorrei dare anch’io una ricetta e visto che (mi sembra di aver capito) che si regionalizza, ne do una Toscana (la mia mamma, qui a Firenze, me la preparava sempre prima, durante e dopo il GB).

    Acquacotta toscana con funghi

    Ingredienti e dosi per 4 persone (circa, se si ha fame, diventan due; se sei tu, diventa uno spuntino)
    •600 g di funghi misti di bosco
    •400 g di pomodori
    •4 fette di pane casereccio
    •4 uova
    •Formaggio pecorino dolce grattugiato (a chi piace)
    •3 spicchi di aglio
    •2 cucchiai di olio d’oliva (meglio abbondare, se olio di frantoio a secco e a freddo)
    •Nepitella (anche la menta grande fa lo stesso)
    •Sale
    •Pepe

    ———————————————————————————
    Preparazione (Escluso il Milord che riuscirebbe a produrre, con codesti ingredienti, della Nitro Glicerina e susseguente esplosione)

    Tagliare a fettine i funghi.
    Sbollentare i pomodori, pelarli, spezzettarli.
    In una pentola di coccio imbiondire nell’olio l’aglio schiacciato; unire funghi, pomodori e nepitella.
    Aggiustare di sale e pepe; cuocere a fuoco vivo per 15 minuti.
    Aggiungere 100 cl di acqua bollente e far andare per 15 minuti.
    Rompere le uova in una tazza e versarle nella pentola in ebollizione; coprire e cuocere 2 minuti a fuoco basso.
    Versare nei piatti con il pane tostato e spolverizzare col pecorino.
    E buon appetito.

    Buona giornata a tutti.

    Isy

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  22. Ma buon giorno, Milord.
    Che bel pezzo e che commenti!
    L’olio d’oliva vero, ma quello vero vero, è da sempre l’ingrediente principe della cucina milanese.
    E se me lo permetti, visto che sei un bongustaio, ti lascio una ricetta anch’io.
    ATTENZIONE per te, Milord: Maneggiare con cura, sei pericoloso in cucina!!!

    ahahahahaha

    (Prendete nota: è un invito per tutti gli ospiti/amici di questo meraviglioso Blog.)
    Ossibuchi alla Milanese
    Prefazione 🙂 :
    L’ossobuco alla Milanese, come ci suggerisce il nome stesso, è una tipica ricetta Lombarda della città di Milano, molto semplice da preparare e soprattuttto molto gustosa, diffusa in tutta Italiaanche se la preparazione cambia da regione a regione.
    Ovviamente l’ingrediente fondamentale per la preparazione dell’oss bus a la milanesa, è l’ossobuco, ovvero lo stinco del vitello attorno al quale, una volta tagliato e cucinato, resta la polpa del muscolo tutta da spolpare!
    Non so, esattamente, quando l’ossobuco sia entrato a far parte della cucina milanese, ma so con certezza che nel ‘700 era già uno dei piatti tipici ed era considerato un piatto da buongustai.

    Vai Milord, leccati i baffi!

    In una padella capiente mettete il burro e l’olio (quello forte, quello buono, insomma, quello del Milord), unite la cipolla tritata finemente e lasciatela appassire a fuoco lento.
    Nel frattempo preparate gli ossibuchi, incidete con le forbici la membrana che circonda gli ossibuchi, questo eviterà che gli ossibuchi si “arriccino” durante la cottura.
    Infarinate i quattro ossibuchi da entrambi i lati.
    Quando la cipolla sarà diventata trasparente (ci vorranno circa 15 minuti), unite in padella gli ossibuchi e fateli rosolare per bene da entrambi i lati. Poi bagnateli con un bicchiere di vino bianco. Lasciate evaporare e poi aggiungete il brodo.
    Lasciate cuocere a fuoco lento per almeno un’ ora e mezza, coprendo con un coperchio, ma lasciando uno sfiato; muovete la padella, facendola ondeggiare, di tanto in tanto per non fare attaccare gli ossibuchi e aggiungete un po’ di brodo quando serve.
    Nel frattempo preparate la famosa gremolada, ovvero un trito di prezzemolo, buccia grattugiata di mezzo limone e uno spicchio d’aglio, che aggiungerete a cinque minuti dalla fine della cottura. La tradizione milanese vuole che questo gustoso piatto sia accompagnato con del risotto alla milanese o con della polenta.
    Ecco fatto… i vostri ossibuchi alla milanese sono pronti!
    Serviteli ben caldi e con abbondante sugo… buon appetito!

    PS:Se preferite, alla ricetta degli ossibuchi alla milanese potete aggiungere anche della passata di pomodoro.
    Aggiungete 300 ml di passata di pomodoro dopo aver fatto sfumare il vino bianco.
    Se necessario, di tanto in tanto, durante la cottura aggiungete un mestolo di brodo.

    Ultima curiosità:
    Sembra che nella ricetta originaria, gli ossibuchi alla milanese, fossero cucinati senza il pomodoro, aggiunta indispensabile a partire dal XVIII secolo.

    Buon appetito a tutti.
    M’é venuta fame.
    Un abbraccio Milordissimo.

    Lamanucontentasoddisfattaeaffamata

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  23. Milord,
    molto avvolgente questo sfiorarsi tra la Cucina e la Vita stessa … il fatto stesso di Nutrirsi reca in sé il Rito della vita e della morte, Perpetrato e Rinnovato ad ogni passo … inizio e fine di una danza che merita Rispetto e molta attenzione, oserei dire una sorta di Devozione, la quale porta ad Assaporare ogni Istante di ciò che si vive, così come quello di cui ci si Nutre.

    Corpo e Anima
    nell’Atto del Vivere e del ViverSi.

    Mi è piaciuto molto.
    Al momento non i vengono in mente ricette da condividere, ma auguro Buon Appetito a Tutti.

    Sempre e comunque.
    Mangiare. resta uno dei Piaceri più squisiti della nostra esistenza.

    Buona serata a Te, Milord,
    Un Caro saluto per Tutti

    I Miei Rispetti

    Ni’Ghail

    Slàn

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  24. Buonasera … Buonasera Milord Ninni…
    Grazie a tutti per le ricette …
    Da Buona Vicentina, mi discosto dalla ricetta di Madame Luciferina.

    Un pensiero va al caro amico Beppe Bigazzi, che per tale ricetta fu buttato fuori dalla Rai, in un noto programma di cucina.

    http://archiviostorico.corriere.it/2010/febbraio/16/gatto_umido_Bigazzi_via_dalla_co_9_100216032.shtml

    Non risponderò a nessuna provocazione.

    Buonaserata e cordialità a tutti.

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  25. Mario Rigoni Stern – Il sergente nella neve

    Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli sternuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don. Ho ancora negli occhi il quadrato di Cassiopea che mi stava sopra la testa tutte le notti e i pali di sostegno del bunker che mi stavano sopra la testa di giorno. E quando ci ripenso provo il terrore di quella mattina di gennaio quando la Katiuscia, per la prima volta, ci scaraventò addosso le sue settantadue bombarde.

    Le uniche cose vive, animalmente vive, che erano rimaste nel villaggio, erano i gatti. Non piú oche, cani, galline,vacche, ma solo gatti. Gatti grossi e scontrosi che vagavano fra le macerie delle case a caccia di topi. I topi non facevano parte del villaggio ma facevano parte della Russia, della terra, della steppa: erano dappertutto. C’erano topi nel caposaldo del tenente Sarpi scavato nel gesso. Quando si dormiva venivano sotto le coperte al caldo con noi. I topi!
    Per Natale volevo mangiarmi un gatto e farmi con la pelle un berretto. Avevo teso anche una trappola, ma erano furbi e non si lasciavano prendere. Avrei potuto ammazzarne qualcuno con un colpo di moschetto, ma ci penso soltanto adesso ed è tardi. Si vede proprio che ero intestardito di volerlo prendere con la trappola, e cosí non ho mangiato polenta e gatto e non mi sono fatto ilberretto con il pelo. Quando si tornava dalla vedetta, si macinava la segala: e cosí ci riscaldavamo prima di andare a dormire.

    “Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?”

    “Ormai il Lager era lontano. Nemmeno piú ci pensava, anche se erano passati pochi giorni. Ora stava risalendo le montagne verso il confine; camminava di notte, e di giorno se ne stava rintanato lungo il fiume come un animale notturno. Nascosto dentro i cespugli, ogni tanto chiudeva gli occhi e si lasciava prendere da un sonno leggero e bastava il frullo di un’ala a risvegliarlo. Per nutrirsi staccava dai rami degli alberi del bosco germogli di peccio, foglie tenerissime di faggio e di acero appena nate, raccoglieva e portava alla bocca i germogli di mirtillo, di lampone e di rosa canina.”

    “Lassú la montagna è silenziosa e deserta. Lungo la mulattiera che gli austriaci costruirono per giungere nei pressi dell’Ortigara, dove un giorno raccolsi la punta ferrata del Bergstock che è qui sulla libreria, ora non passa piú nessuno. La neve che in questi giorni è caduta abbondante ha cancellato i sentieri dei pastori, le aie dei carbonai, le trincee della Grande guerra, le avventure dei cacciatori. E sotto quella neve vivono i miei ricordi.”

    Mario Rigoni Stern

    Mario Rigoni Stern

    Il sergente nella neve

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  26. Volevo dire che a Vicenza, oltre il buon vino e qualche specialità locale (ricordo, ma non vorrei sbagliare, il baccalà alla vicentina) si avesse il senso dello humor.
    Qui, però, si parla d’altro.
    Un saluto stimatissimo a te milord e uno, fra i tanti a lady Emma Vittoria!

    Ciao e buona serata.
    (Ho preso nota di tutte le ricette tranne quella, che proprio non comprendo “gato ala visentina” dove credo si parli di una ala! Non mi piacciono alcune ricette di nouvelle cousine. Io sono italiano.)
    🙂

    Ciao

    Max

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  27. Buon giorno Milord e buon sabato.
    La spassosità del tuo articolo e la bellezza dei commenti sono un tutt’uno.
    Se mi permetti, però, vorrei sottolineare (ma senza offendere nessuno) che quanto indicato da Lady Emma Vittoria è una giusta appostazione.
    Madame Lucy Ferina (senza offesa alcuna signora) avrebbe dovuto sottolineare che si trattava di “satira” feroce e soprattutto regionale.
    Credo che, giusto per ridere, possa essere tollerata (la satira) da qualche vicentino (e non credo tutti). Effettivamente, tutto questo bailamme su un animaletto d’affezione (che anche tu Milord hai inserito nella buona notte precedente) è un po’ eccessivo.

    Per quello che riguarda l’informazione dataci da lady Emma Vittoria, sul giornalista Beppe Bigazzi, è stata una puntualizzazione corretta.
    Io credo che in RAI, in prima battuta abbiano operato correttamente.
    Il buon Bigazzi fa il suo mestiere, il giornalista, cronista e gastronomo, appunto. Semmai non lo invitavano! Non credo , Lui, possa avere alcuna responsabilità: fa quello che sa fare, ovvero un giornalista che racconta la satira regionale in modo alquanto spiritoso. Certo, il terreno di coltura, deve essere quello adatto (a mio parere non un programma di ampio respiro, in prima giornata: non tutti sono vicentinie non tutti, vicentini compresi, possono apprezzare … ma Bigazzi è un puro, come è sempre stato).
    Ma, ovviamente, le coscienze si offendono!
    A questo punto, mi associo e non raccoglierò né risponderò ad alcuna provocazione.

    Volevo mettere una ricetta: mi è passata la fame.
    Lo farò.

    Un saluto caro per tutti e un abbraccio a te, Milord.

    Sony

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  28. Al momento non mi viene alcuna ricetta in mente (sono un po’ una frana in cucina), ma devo dire che il pezzo è notevole, Milord.
    Scorre come l’acqua … perdon, come l’Olio.

    Buona giornata a tutti

    lilly

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  29. Ninni… Ah bèh… la conversazione tra commensali si fa bella accesa…
    E’ come se tu, Nipote amato mio, avessi invitato tutti a cena, con “l’obbligo” di portare qualcosa di buono da consumare tutti Insieme.
    Ecco il tripudio di sapori e colori che ben si sposano con l’ingrediente principale che tu hai usato come filo conduttore.
    OLIO.
    Olio che è gusto di vita, essendo vita stessa. Olio che esalta i sapori e profuma gli animi, passando per il palato, unendo tutti i sensi.
    Veniamo unti al battesimo con Olio, IDEM in fine vita…

    Noto che qualcuno si è sbagliato a portare la propria ricetta…
    Era meglio se portava una pianta verde (anche finta) o una scatola di cioccolatini.

    “Molti dicono che i Vicentini mangiano i gatti perché hanno patito la fame durante la guerra. Non è proprio così. L’affermazione è stata espressa per la prima volta da un doge veneziano. Come si sa, Vicenza, circondata da corsi d’acqua, dal 1404 al 1797 è stata dominata dalla Repubblica di Venezia, la quale ha arricchito il territorio di palazzi, ville, monumenti in genere, ma ha anche imposto regole e comportamenti. Era Venezia che forniva anche i gatti per eliminare i topi diffusi ovunque. Il governatore della città ebbe modo di domandare più volte la fornitura di gatti per estirpare i topi dall’archivio. Alla terza volta si dice che il doge, preoccupato di doverne fornire ancora, esclamò “Vicentini mangiate i gatti”. Da allora i Vicentini sono sempre accompagnati da tale epiteto”…

    Un abbraccio caro da parte mia e il solito bacetto da parte della Berta.

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  30. Quante volte nella vita abbiamo posto una domanda in cui abbiamo ottenuto una RISPOSTACCIA invece che un moderato e semplice significato di aspettativa per quanto detto con semplicità?..Tante volte..ci siamo rimasti male.. per non dire ..non ce l’aspettavamo..ma come ..ti abbiamo messo a parte delle nostra fiducia e in quel momento ti abbiamo dichiarato la nostra piena affidabilità, la nostra amicizia e tu ci hai deluso “con la tua voce sonora” in cui l’espressione detta è stata solamente un preciso e determinato concetto di “rappresaglia” in cui mancavano sia l’educazione, che il rispetto della tua persona e quella della mia.Spesso ci confidiamo, mettiamo la nostra vita nelle mani di chi non la merita affatto (sopra tutto i parenti, per esempio, strettissimi), concludendo..ma forse cambierà un giorno…
    ma forse avrà pena dei nostri conflitti, della vicissitudini che la vita ci mostra quotidianamente..
    si preoccuperà del nostro stato d’animo,
    troverà una soluzione adeguata ai nostri svariati problemi…

    NO..tutto questo avviene solo nella nostra fantasia poichè la realtà ci mostrerà sempre la stessa figura con “spietate risposte” espresse con cattiveria e senza alcun affetto.

    Essere gentili costa poco per coloro che lo sono nell’animo, per chi ha capito che tutti ci possiamo trovare nella medesima situazione di conforto, che una domanda prevede un responso d’aiuto e di reciproca comprensione in cui la soluzione trovata sarà sicuramente la migliore, poichè accertata da due visioni ottiche e non da una sola..
    ma quando colei che viene interrogata si dimostra aspra e tagliente, pronta a ferirci per dimostrare che si “sente forte e battagliera” di fronte alla nostra perplessità..

    allora in quel momento capisco lo sbaglio fatto.. ma cerco con un sorriso d’evitare l’irreparabile.

    Costei (o costui) non ha ancora capito che il continuo dire e apostrofare le persone con malgarbo, la lascerà sola senza l’opportunità d’essere migliore..

    Stai attento Milord, solo un consiglio.
    Ma per il resto fa lo stesso.

    Chi non raccoglie provocazioni e che invece si fa amica di chi è stato buttato fuori per avere detto le stesse cose che ho riportato io. certo, ma siccome le ho dette io ci si può dare addosso. L’amico, invece è caro, ha detto le stesse cose e è stato sbattuto fuori in malo modo.
    Chi è peggio?

    Non mi piacciono le piante di plastica.
    E comunque è chiaro che volevo fare una battuta. Chiarissimo.

    Ma io non mi offendo, anzi. Tutto questo mi fa capire come tutta questa scienza, sotto sotto, non serve a nulla e che sotto sotto ci si fanno solo brutte figure con chi si vuole tenere accanto.
    Intanto chiedo scusa a te Milord, sei tu quello importante per me qui e poi ti metto una bella ricetta con tanto olio: Il baccalà alla vicentina (invece di stare a parlare di sergenti e neve, cioccolattini e morti).

    Baccalà ala visentina

    1 Kg di baccalà messo a bagno e di buona qualità
    250 gr di olio di oliva (magari un po’ di più. meglio se quello tuo, Milord)
    1 bicchiere di vino bianco secco
    1/2 lt. di latte
    1 grossa cipolla
    2-3 spicchi di aglio
    4 acciughe salate, lavate e spinate
    prezzemolo
    farina bianca (ma io non sempre la metto)
    sale e pepe

    Spellare, spinare (a qualche nobildonna può dare fastidio: se lo faccia fare dai camerieri o cameriere), tagliare a pezzi il baccalà, infarinarlo e sistemarlo in una teglia.
    In un altro tegame si fa soffriggere (fino a farlo diventare biondo) il tritato di cipolla, aglio, un poco di prezzemolo e le acciughe tritate. Versare il vino e fare evaporare un pochino. Lasciare intiepidire e versare sopra il baccalà già messo nella teglia.
    Versare il latte e l’altro prezzemolo sale e pepe. Tutto deve coprire a filo i pezzi di baccalà.
    Mettere in forno a 180° per almeno 2 ore, o sul fornello a fuoco basso (deve sobbollire) e ogni tanto scuotere la teglia per non fare attaccare sul fondo.
    Servire a tavola con una calda polenta di farina gialla.

    Grazie a tutti e grazie per la tua educazione Milord.
    Grazie per avere dato spazio anche a me (che ho parlato pochissimo).

    Pensierino:
    Mi dà sempre un brivido quando guardo un gatto che sta osservando
    qualcosa che io non riesco a vedere. (ma non per questo lo metto in pentola-questa è mia!)
    (E.Farjeon)

    Buona sera a tutti a belli e brutti.
    E un bacio con tutto il cuore a te Lord Ninni.

    Lucy Ferina

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  31. Bello il pezzo, Milord.
    Ninni, quasi non ti riconosco. sembri molto più addolcito.
    Se non ti conoscessi direi che sei “innamorato” …
    Sciocchezze a parte.
    Interessante come, di un complemento d’alimentazione, si riesca a fare cultura.
    A te il merito.
    Sai che a me la cucina piace (all’inverso di te che sei un salame tra pentole e fornelli – anzi, meglio che ne stai lontano).
    In ottemperanza a quanto letto fino adesso (mi piacciono le provocazioni di Lucy Ferina)
    ti lascio una ricettina (che sicuramente conoscerai benissimo….)

    La focaccia con i “ciccioli” (at piés la crescentéina???- in bolognese. Ti piace la crescentina?)
    – L’ultima volta che l’ho preparata è stata per mia madre che poi ho perso, lasciandomi prematuramente)

    Per chi gli interessa (è cucina bolognese- bugnèis)
    1 kg di pasta di pane (a pasta dura condito)
    300 gr di pancetta (o prosciutto crudo, o lardo) a cubetti
    olio extravergine d’oliva( quello tuo va benissimo, anzi….)

    Impastare la pasta lievitata con la pancetta fino a distribuirla bene in tutto l’impasto, stenderla in una teglia ricoperta con carta da forno, pizzicare la superficie con le dita e spennellarla con olio quello buono di Ninni (per informazioni rivolgersi a lui, ma so che è un gran bongustaio).

    Coprirla con un telo di nylon e farla lievitare a temperatura ambiente fino a raddoppio (circa 30 minuti).
    Cuocerla fino a doratura in forno preriscaldato a 180°C/200°C (circa 15-20 minuti), sfornarla e farla raffreddare.
    Tagliarla a rombi e servirla come antipasto, merenda o accompagnamento per salumi.
    Volendo si può tagliare a metà e farcire con salumi d’ogni tipo: indimenticabile con la mortadella (aiò dett murtadela, noProdi!).

    Buona serata a tutti 🙂
    Buona serata a te caro Ninni
    (ho saputo che sei un po’ influenzato: in bocca al lupo. Passa. Io l’ho avuta la settimana scorsa….)

    Salùt!

    Gabriele
    (Ho terminato e giuro, dopo avere spento telefoni, televisione e tutto, il primo che “scassa l’anima” l’accoppo!

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  32. Io credo, caro Dottore, che l’equilibrio sia e permanga tra gli estremi opposti.
    Tutti ragione e tutti torto.
    Non che no voglia prendere le distanze da uno a dall’altra, ma …
    a ben pensare ogn’un ha i propri motivi, più o meno validi è vero, di prre le proprie questioni.
    Il grande peccatore sono io: non ho una ricetta da proporre. Come lei sono un “Anticristo” delle pentole.

    Rimango, sempre, piacevolmete colpito e profondamente coimvolto dalla cultura sia institiva del suo pezzo, sia nella sua propria evoluzione dovuta ai suoi mirabili lettori.

    lòe auguro ogni bene e se è vero quello che ho letto, le auguro una pronta guarigione da quest’influenza annoiatrice delle altrui intellettualità.
    Buona sera….,

    Furio

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