Numero sette

Un altro giorno di silenzio e di ricordi.
Quest’aria, proprio, non la sopporto più. Ha il senso del peso, della macerazione e dell’oblio. Le giornate trascorrono, lentamente, alla ricerca del nuovo o almeno di quello che mi piacerebbe possa essere nuovo. I rumori, attutiti da tutti questi libri che mi circondano, arrivano come bisbigli lontani.
Rifletto.
Tutto passa oppure tutto torna.
E se torna, da dove torna per dio?
Ricordo le strade che percorrevo da ragazzo. Umide e gonfie di profumi dei mercatini rionali. Il freddo pungente mi faceva compagnia mentre in solitudine cercavo qualcosa che mi potesse far sorridere o almeno dimenticare il silenzio. Avevo dodici anni e il mondo era composto da quelli che parlavano e quelli che osservavano.
Io preferivo osservare.
Stai zitto, mi ripeteva spesso la mamma. Non sbaglierai mai. Mentre con questo peso dentro continuavo a crescere scrutando il viso e le parole altrui.
E intanto mi innalzavo e diventavo un angelo, oppure dio in persona. Mi attiravano le nuvole. Quelle nuvole bianche grigiastre che, come batuffoli di cotone pesante dal profumo di muffa, camminavano sulla mia testa in silenzio.
Erano bellissime e rimanevo ore e ore ad osservarle mentre il freddo pungente mi rendeva quasi violaceo. Rimanevo rincantucciato in quel terrazzo, bagnato dalla pioggia, per interi pomeriggi e adesso, ripensando a quei momenti, non ho mai vissuto così intensamente la mia vita. I profumi e gli odori che accompagnavano quelle ore erano caratteristici e confortanti. Odore di bucato misto al sapone molle; le donne che lavavano e parlavano fra loro, entro quel cortile colmo di piante sui davanzali e tapparelle chiuse. Tra tutte quelle voci mi giungeva, ogni tanto, quella di alcuni ragazzi che, giocando a palla, riempivano l’aria di tonfi più o meno forti, tali da impaurire le nuvole al loro passaggio. E osservavo, osservavo, quasi passivamente, quei ragazzi che erano liberi di giocare e di parlare; di vivere quei momenti e quei pomeriggi.
Nascosto tra due vasi di terracotta, osservavo tutto questo, mentre gli ultimi tuoni spegnevano un pomeriggio umido. Freddo, freddo; ecco quello che sentivo.
Poi, all’improvviso, tutto terminava. Finiva.
Semplicemente smetteva di esistere e mi risvegliavo, come da un lungo sonno, dentro una casa troppo buia e troppo silenziosa. Una casa piena dei fantasmi e delle mie paure della notte prima; dei miei sogni che ancora stavo vivendo in un pomeriggio di quasi pioggia.
Rientravo, è proprio il caso di dirlo, dal mio rifugio esterno verso la cucina, strisciando come un gatto facendo attenzione a non fare rumore.
Mia madre, dietro i vetri, in una stanza troppo buia, la stanza da pranzo, continuava a sferruzzare.
Non si era accorta della mia assenza. Tutte quelle ombre che la circondavano facevano a nascondino con il mio viso. Oggi direi “un quadro a tinte fosche” ma, allora, avevo paura. Raggiunti i suoi piedi, quelli di mia madre per intenderci, gattonando, mi appoggiavo all’angolo tra la macchina da cucire e il balcone.  Proprio all’angolo della stanza, quasi coperta dalle tende color bianco sporco che ornavano quel bel quadretto. Volevo fare qualcosa, mi sarebbe piaciuto parlare senza essere rimproverato ma, quegli occhi vispi, lucidi e veloci di mia madre erano lontani mille chilometri da me.
Silenzio e silenzio.
Forse giocare con un’automobilina?
No, sarei stato rimproverato perché troppo stupido.
Il medico si alzò dal tavolo e disse:
“Per oggi basta così. Abbiamo terminato”. Poi, avvicinandosi, pose una mano sulla mia spalla rassicurandomi:
“Grazie, puoi andare. Sei stato bravissimo e onesto quanto basta.”.
Prima di uscire si girò quasi su se stesso e aggiunse: “Come ti senti?”.
“Bene” risposi riconoscente verso quel dottore che, anche se un dottore, mi aveva reso importante.
Lui mi ascoltava e soprattutto non mi derideva sfottendo ogni mia parola.
Ricordo che terminai quella prima seduta contento e speranzoso di averne delle altre così.
Cinquemani entrò nella stanza e annuendo verso il dottore che usciva, mi venne incontro con un gran sorriso.
“Adesso andiamo”, disse, “ sarai stanco”.
“Si” risposi, “ma non sono, però, così stanco”. Non credo ascoltasse quest’ultima frase, mentre mi faceva indossare (senza farmi del male, questa volta) il camice delle passeggiate, quello lungo che ti ferma le braccia.
Poi mi fece salire, in piedi, sulla slitta (io l’ho sempre chiamata così) e mi spinse verso la stanza dove dormivo.
Il profumo di minestra alle verdure mi riempì gli occhi. Non ricordo, però, quando la mangiai.
Anzi, non ricordo di essere entrato mai in quella stanza.
E’ tutto così confuso.
Adesso è notte e oltre il bisogno di pisciare non ho altri pensieri.
Fuori, dal corridoio, un ticchettio insistente mi martella il cervello.
Le voci, ora, si fanno più lontane, ancora di più, fin quando come sempre non mi addormenterò nuovamente.
Cristo, un’altra notte!
..
Cordialità
.
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69 pensieri su “Numero sette

  1. Meglio una buona domenica, caro Ninni Milord, che stare a seguire tutte le “chiacchere” che si sentono. Si boicottano le persone per molto meno impegnate, che un recluso dentro un OPG.

    Buona domenica

    Louis

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  2. Buon giorno e buona domenica, Milord.
    Eccoci con “numero sette”.
    Un tema, un problema, una disperazione che copre la nosra esistenza di tanto 2non so, non ne sono a conoscenza, non mi interessa”.

    Un bacio per una serena giornata.

    Eleonora
    un caro saluto per tutti i compagni di viaggio.
    🙂

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  3. Ecco che, per puro caso (ma non mi affiderei molto a questa mia affermazione) la leggo, porgendole il ben tornato, dottore.
    Un brano, questo, che risalta in modo arrogante, per le nostre coscienze, lo spazio annullato nei confronti dei diversi.
    Quei diversi della società che, la società stessa, ha reietti.
    Non so, nei termini, per quale motivo Numero Sette, si possa trovare dentro una struttura giudiziaria criminale (nello specifico una struttura psichiatrica). Ritengo opportuno, però, che essendo una proprietà “della struttura” la colpevlezza, qualsiasi, diventa nulla. Leggendo e assaporando il pensiero e il profilo di “Numero Sette”, non posso fare altro che dolermi della “nostra” condizione: assurda, strafottente, quasi impudica verso chi, in particolari condizioni, avrebbe tanto da dare e da dire.

    Un brano bello e toccante.
    Mai banali i suoi apporti, Dottore.
    La saluto augurandole una buona festività e un “ben ritrovato”.

    PickWik

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  4. “E intanto mi innalzavo e diventavo un angelo, oppure dio in persona. ”
    Questa è poesia, caro Ninni.
    Bentornato e buongiorno.

    Caffettino? 🙂

    Ciao.
    Buongiorno a tutti.

    Marisa

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  5. Una storia le cui vicende e le parole mi prendono in una morsa qui, sul cuore. mentre tra il calore dei miei seni il cuore si trasforma in lava vulcanica: incandescente e violento di passione.
    Un racconto che mi strappa grida di gioia e piacere.
    Un racconto che mi illumina l’anima, incantandomi.

    Un bacio di sempre, mio Signore.
    Un bacio tutto per me.

    LMR

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  6. Se guardo oltre le mille porte che spaventano la Follia, sembra quasi che da un sogno fuoriesca una Fiamma e si spenga sulla pelle che attende di sentire quel terribile Calore.
    Ma la memoria fa difetto nelle menti senza Luce, quasi che mancasse un interruttore a distinguere i Momenti, dalle Eternità.
    Un miscuglio fra Infanzia ed Inferno, a giocarsi le Anime che osservano il silenzio freddo e la Morte che respira.

    Se non fosse per gli occhi sempre spalancati, sarei già morta … un ricordo fra le fauci di un Orribile corsia che profuma di antibatterico e cotone stantio. Sarei una delle nuvole del mondo perduto e mi farei lacerare da ogni lama che asseconda i miei sonni, non tanto dissimili dalle Agonie che si leggono nei romanzi mediocri e nei fondi degli incubi lasciati in sospeso.

    C’è un segreto disgelo in questo luogo strano e si riflette nel materasso bagnato e nelle punizioni senza voce … un cammino che dall’inferno torna per rincorrere l’eco nella mia testa; milioni di spilli e di battiti … di ricordi e neve.

    Ad ogni passo un bottone cade nell’Ombra, un piccolo granello di ghiaccio che sprofonda nelle viscere del mio vento personale e non passa Mai la Tempesta … non finisce di spingermi otre il limite di quelle rocce nell’Unico sogno che possiedo.
    Se solo potessi lasciarmi cadere e frantumare le poesie chiuse nel dolore, sfinirmi di tutto questo mare che continua ad urlare il Mio vero Nome … se solo potessi fermare il tempo, in un abbraccio che non sia quello della camicia con le braccia infinite.
    Ero bambina e morivo … come per una magia dal sapore amaro ed Inconfondibile. Ero un giocattolo fra artigli di fame e grigio piombo, senza il diritto di potermi riflettere in uno dei tanti specchi della Vita.

    Ora sono di Pietra e scorro come un fiume asciutto, lungo una corsia che urla dalle sue mille porte aperte … oltre le sponde che non possiedo più.

    Buio.
    ___
    BenTornato Ninni ed Onore al merito di un Brano che accoglie in sé un dolore che non può trovare voce se non tra le pagine di un diario invisibile, nella mente e nelle lacrime; prima dell’Oblio.

    Un Caro saluto per Te e per Tutti
    I Miei Rispetti

    Ni’Ghail
    Slàn

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  7. Cazzo che freddo.

    Sento il gelo camminarmi sulle ossa, strapparmi la pelle, strapparmi la vita. L’inverno, violento, mi spoglia rivestendosi di me. Tutte le fibre del mio corpo urlano, ma la mia bocca resta sigillata e tutto mi scoppia dentro. Implodo nel silenzio.
    L’erba che mi accoglie, come un ventre materno, sembra mi ripudi. E poi, lo sentite questo silenzio? L’ovattato scorrere delle auto accanto a me, è indifferenza che gela più del gelo stesso. E’ un dolore senza fine, è oblio, il disinteresse di chi, come me, non sa più urlare.
    Attendo nel buio, quello nero come la pece più densa; Attendo che tutto taccia. Vita fottuta e fottuta morte. E’ come aspettare un, qualsiasi, bus nella nebbia; vivere nel fumo di una stanza o in una stanza in fumo. Dove non c’è traffico, ma solo gelo. Lo stesso che si sente in città e che si insinua fino dentro all’anima, posto che esista, e ti fa sentire fragile. Ora, sono fragile? Appaio fragile? Fanculo. Un’altra auto è passata. Ho perso il bus. Ho sigillato le porte perché il fumo non esca.

    Posso gridare anche con tutta la voce che sono forte, ma nessuno mi sente; nemmeno io. Vorrei non morire mai, ma ora tocca a me. Mi hanno sempre detto che sono forte, che non crollo mai. E ora, mentre la signora con la falce mi corteggia come una puttana da due soldi, io sto qua filosofare su quanta vita ho perso. E adesso vallo a spiegare a chi si meravigliava che non riuscissi a provare sentimenti. Come quella volta che mi è morto il cane e non ho versato nemmeno una lacrima; ho scavato una buca in giardino e poi basta. E poi, vallo a spiegare a quelle donne che ho amato e buttato. In fondo era solo sesso e se ho perso l’amore ne sono felice. Se non ho amici vicini e non mi dispiace; vallo a spiegare a loro che non mi offendo mai, che sto bene solo, che non voglio l’amore. Ora vorrei solo non sentire questo freddo maledetto. Magari, vorrei fumarmi l’ultima sigaretta. Come un condannato qualsiasi.
    Per come sono messo, non voglio più capire niente e nessuno. Me stesso l’ho già capito da tempo. E’ meglio lasciarmi stare. Non darmi troppa confidenza. Me ne sto qui in silenzio, nell’attesa dell’oltre, senza riuscire a muovermi tra le lamiere del mio mondo, senza disturbare mai. Non chiedetemi niente, tanto non sono buone, le mie risposte. E poi, quel tono di antipatia che assumo… No, meglio non chiedermi niente. Fa bene chi mi prende a piccole dosi, a chi appare una volta ogni tanto e mi chiede come sto; o chi scompare per mesi e si chiede come sto mentre io sono via. Corro sempre, con la mente o chissà dove, mentre sono alla ricerca di una sosta e quando mi fermo prendo fiato e mi addolcisco un po’. Stasera, Dio, che per non farsi riconoscere si firma destino, mi ha fermato. Mi ha sospeso su questo ventre umido d’erba, in questo mondo che non voglio vedere.

    Tra questi umani che non voglio più capire. Ve li immaginate gli sguardi compassionevoli della gente? No, non li voglio vedere, non voglio più capire chi mi abbraccia e se ne va, a volte anche per sempre. Sono come meteore di passaggio. Illuminano il cielo e poi lo avvolgono per pochi attimi. Mi avvolgono e poi non rimane che il nulla. Assenza fatta di evanescenti tracce fumose che si tramutano in buio. Il buio, che tanto si affaccenda per diventarmi amico. Sono tutte pagine di vita da non strappare via, ma da ingoiare con le lacrime e un po’ di narcotico. Le labbra sembrano spaccarsi mentre ci passo la lingua calda. Il gusto di ferro arrugginito mi scortica la gola: un conato di vomito mi scuote, come se fossi una canna sbattuta dal vento. Eppure sono fermo. Immobile. Passano le ore, sembrano giornate inverse, assomigliano agli anni che ho, quaranta. Vorrei lasciarmi andare via, come se questo fosse un sogno, guardare in viso la natura e dissipare il crepuscolo dei tempi.

    Là, qualcuno agita una luce abbagliante: è così forte da farmi svegliare. Come quando nella notte, alla finestra, balena un lampo di luce improvvisa e ti sveglia. Repentinamente il cuore fa un balzo e accelera. E poi tutto diventa quiescente e un’ombra rapida ti nasconde il viso. Ma questa luce, lenta e dondolante, maledetta e insistente, non passa rapida. Non se ne va; si avvicina a me e al guscio di metallo che mi accoglie. Rammento: due occhi come perle dal colore di luna mi scrutano e il gelo lamentoso, malato, e la distesa lucida d’asfalto mi sovrastano. Mi agito, dentro, mentre un lampeggiante terrore fra le ciglia, un antico terrore incomprensibile mi fa urlare senza voce.

    “Sono qui”.
    Sono ancora vivo, nonostante sia fottuto nell’anima.
    Morto nei sentimenti.
    Solo, come l’ultima ruota del carro.
    Solo, come un numero qualsiasi.

    Numero 8

    Emma Vittoria
    Copyright2013©EVFD

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  8. Buon giorno Ninni Milord.
    Leggo, con tanta gioia, il fruttificare di tanti apporti.
    Numero sette, credo, stia scatenando una di quelle reazioni a catena che onosciamo da anni: Una gara nella scruttura.
    Il brano di Emma Vittoria, nella sua crudezza, senbra uno sviluppo diretto, dal tuo numero sette.
    Numero otto è un’estensione.

    Numero sette ha, un sottofondo di ingenuità (ma starei in guardia).
    Numero otto è un disilluso.

    Inizio bene la mia giornata.

    Caffettino, Milord?
    🙂
    Un abbraccio

    Marisa

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  9. Buon giorno, Ninni Milord.
    Si, è vero (seppur a denti stretti) vorrei sottolineare quanto scritto (in un momento di rarissima lucidità 🙂 ) da lady Marisa.
    Il brano di Lady Emma Vittoria è stupendo.

    Per Marisa: Visto? Quando la classe non è acqua? Per fortuna tu hai smesso di scrivere 😀 : intravedo un futuro sereno per l’Umanità intera.

    Buon giorno a tutti.
    Un abbraccio caro Milord 🙂

    Spillo

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  10. Stupendo brano, toccante e diretto.

    Concordo pienamente con “l’illuminato” Sig. PickWik (che stimo molto!) sue le parole:
    “Quei diversi della società che, la società stessa, ha reietti.” Da rifletterci sopra.

    Caro Ninni,
    mi fa piacere saperti sulla stessa mia lunghezza d’onda. Come già sai, ho scelto di lavorare con i pazienti psichiatrici di un centro diurno in veste di danzaterapeuta. Tutto è accaduto per caso, seguendo una sorta di improvvisa vocazione, ed ormai sono già 3 mesi che raccolgo i frutti di questo particolare percorso. Quello che è iniziato come semplice curiosità sta diventando un’attività lavorativa estremamente affascinante. I miei “ragazzi” (mi piace chiamarli così, pazienti è troppo formale) mi stanno dando tantissimo sul lato umano. Migliorano giorno dopo giorno. Una signora che non parlava da mesi, grazie alla danzaterapia si è sbloccata, e ha ricominciato a parlare e sorridere, sopratutto sorridere. E’ quello di cui hanno più bisogno queste persone. E se nel mio piccolo, riesco a regalare qualche sorriso… beh , posso ritenermi la persona più felice del mondo.

    P:S Chiedo scusa per questo mio apporto “intimistico”. Giustamente, non gliene frega niente a nessuno di quello che faccio… ma ci tenevo a condividere le mie emozioni con te.

    P.S2: a settembre inizierò il tirocinio di Analisi!

    Bacioni

    Giò

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  11. Passavo, per caso, da qui.
    Ti rinnovo i miei complimenti caro Ninni.

    Per (ti) Spello (vivo): mamma come sei spiritoso. Sto ridendo con le lacrime. Si, lacrime di disperazione. Mi fa piacere che sono nei tuoi pensieri.
    A proposito, sei riuscito a scendere al di sotto dei 140 Kg con la tua dieta? Chissà come sarà contenta quella (disgraziata) santa donna di tua moglie.

    Scusami, caro Ninni, del fuori tema. Il mio (!) amico Spollo aveva bisogno di un po’ di considerazione.
    Ciao

    Marisa

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  12. Buon giorno Ninni.
    Due parole per descrivere la nostra presenza: vita e morte.
    Un brano, di sicura letteratura contemporanea, per descriverne l’Infermo.

    Noto, con interesse il pezzo della Sig.ra Emma vittoria e i numerosi interventi sui quali mi sono soffermata.
    Un abbraccio Ninni.
    Ci si sente.

    L.

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  13. A life that speaks to you more than a keyhole.
    Let’s save that life. We turn key lock.
    We must open the doors to the world and to life.

    You are very good Milord Ninni.
    A hug and a kiss

    Theresa Elizabeth Warren
    in Springfield, Massachusetts, USA

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  14. Ecco un pezzo di arte della parola.
    Bentornato Ninni. Ecco che un brano come questo, che si potrebbe configurare in un ambiente socio-politico, mira a personalizzare la persona iniziando, proprio, da dove la società l’ha spersonalizzata.
    Un brano elegante, che finalmente traduce, in pochi tratti, un malessere nascosto.
    Non potevo attendermi qualcosa di diverso.
    Ciao e buona giornata

    Gabr

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  15. Sono oltre il pensiero che corre nella coscienza di tutti.
    Sono oltre.
    Un silenzio e delle parole che non possono non scavare nell’intimo.

    Belle emozioni, Milord.
    Bravo Ninni.
    Un saluto, devo proprio dirlo, con ammirazione anche per tutti i lettori, considerati gli apporti.
    Buon pomeriggio

    Sony

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  16. Rientro adesso, dopo tanto tempo e dopo essere stata tanto lontana quanto vicina. Non sei tato il primo che ho letto, non sarei onesta, ma sei stata la prima idea appena rientrata in Italia.
    Mi chiedevo cosa avessi scritto o fatto nel frattempo.
    Cosa avrebbe fatto il Re del GB, dopo il suo rientro?
    Ecco un brano (lo avevo letto quando “abitavi” su Splinder e poi sul tuo, bellissimo, sito web. Dopo aver letto, non potevo fare a meno di andarmi a leggere, proprio su Krenneg McAff, la seconda parte (se non mi sbaglio, stavi componendo anche una terza parte).
    Adesso, come allora, sono rimasta colpita e stupita.
    Colpita dalla storia in se stessa e stupita (e non riesco ad abituarmi) dalla dolcezza e delicatezza circa il tuo modo, assolutamente personale, di raccontarci verità dalle quali fuggiamo.

    E’ notte, forse penserò un po’ a Numero Sette.
    Forse lo sognerò.

    Buona notte Milord.

    Isy

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  17. Buongiorno Milord.
    Ho riletto con attenzione il brano della Sig.ra Emma Vittoria.
    Bello bello.
    Ho riletto l’infanzia di Numero Sette.
    Non sembra un criminale. Ma l’introspezione libera emozioni che, tra gli uomini, vengono rese aride dai pensieri più reali del quotidiano. Un caro saluto a tutti.
    Un caro saluto alla Sig.ra Nighail per quella riflessione, che sa di poesia.
    Bellissima.
    Una buona giornata Milord

    Eleonora

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  18. Oggi una giornata di sole, accennato, porta un po’ più di sollievo e la voglia di essere più buoni verso il prossimo.
    Quale bontà, noi affidiamo, oltre le parole e i gesti di una crisi interiore che ci tortura dentro?

    Buona giornata per tutti.
    Buon giorno Ninni. Caffettino?

    Marisa

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  19. Un brano “scelto” per uomini che dovrebbero capire e comprendere altri uomini.
    Sempre nel possibile.
    L’analisi, caro Ninni, è il tuo cavallo di battaglia … e si vede.
    Un saluto per tutti i presenti.
    Buon lavoro e buon sabato Milord.
    (Io sono appena arrivato ai posti di combattimento).

    Max

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  20. Questo è un buon giorno.
    Finalmente leggo un suo brano, dopo tanta assenza.
    Intenso e profondo come sempre del resto.
    Auguro una buona domenica a Lei, Sottore e ai suoi ostiti.

    Furio

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  21. Buona domenica., Milord.
    Terrificante se dovessi pensare che … siamo noi in difetto quando ci ostinamo a curare i … “malati” di mente, mentre forse lo siamoo noi alla maniera delle bestie.

    Un bacio

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  22. Natura, niente di te mi sommuove, né i campi
    generosi, né l’eco vermiglia delle pastorali
    siciliane, né gli sfarzi aurorali,
    né la dolente solennità dei tramonti.

    Rido dell’Arte, rido anche dell’Uomo, dei canti,
    dei versi, dei templi greci e delle torri a spirale
    che le cattedrali tendono nel cielo vuoto,
    e guardo col medesimo occhio buoni e cattivi.

    Non credo in Dio, abiuro e rinnego
    ogni pensiero, e quanto alla vecchia ironia,
    l’Amore, vorrei che non me se ne parlasse più.

    Stanca di vivere, con la paura di morire, simile
    al vascello perduto in balia dei flutti,
    la mia anima salpa per orrendi naufragi.

    Paul Verlaine
    “L’angoscia” da Poesie saturnine, 1866

    ………

    Un saluto di bentornato, Milord…
    Un saluto caro a tutti ( tranne alla Carunchia Vastasa…)…

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  23. Caro Lord Ninni, siamo un po’ tutti prigionieri delle nostre paure e ossessioni.
    E ognuno cerca un modo per nascondersi dietro la normalità quotidiana
    Buon cuore e pietà non basta mai
    Grazie
    Vi lascio un abbraccio
    Mistral

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  24. «Appartengo alla minoranza silenziosa. Sono di quei pochi che non hanno più nulla da dire e aspettano. Che cosa? Che tutto si chiarisca? L’età mi ha portato la certezza che niente si può chiarire: in questo paese che amo non esiste semplicemente la verità. Paesi molto più piccoli e importanti del nostro hanno una loro verità, noi ne abbiamo infinite versioni. Le cause? Lascio agli storici, ai sociologi, agli psicoanalisti, alle tavole rotonde il compito di indicarci le cause, io ne subisco gli effetti. E con me pochi altri: perché quasi tutti hanno una soluzione da proporci: la “loro” verità, cioè qualcosa che non contrasti i loro interessi. Alla tavola rotonda bisognerà anche invitare uno storico dell’arte per fargli dire quale influenza può avere avuto il barocco sulla nostra psicologia. In Italia infatti la linea più breve tra due punti è l’arabesco. Viviamo in una rete d’arabeschi».
    Ennio Flaiano, “La solitudine del satiro”

    Miao a te Miaolord

    Ti miao ora e miao

    Your Pimpi The kitten

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