Il rotolo

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“Chi ha orecchi, ascolti: Colui che deve andare in prigionia, andrà in prigionia; colui che deve essere ucciso di spada, di spada sia ucciso.” (Apocalisse XIII, 9-10)
Venni a sapere del rotolo molto tardi in realtà, ne avevo sentito parlare, ma non gli avevo dato molto peso, pensavo si trattasse di una cosa senza importanza. Decisi che dovevo smetterla di essere sempre sospettoso aspettandomi il peggio. Quanto me ne sarei pentito allora non lo immaginavo neanche. Ora è qui sulla mia scrivania in attesa del suo destino, ora che so cosa andava fatto, ma il prezzo che ho pagato, che abbiamo pagato è stato alto, troppo alto. Ho cercato di1a ricostruirne la storia per quanto mi è stato possibile, ma le mie ricerche si sono rivelate sterili. Qualunque ipotesi sulla sua genesi è plausibile, anche se ho tentato di dare ai fatti che sono successi una spiegazione, non oso dire razionale, ma perlomeno coerente. Fu Stefania a trovarlo, nella cantina di suo nonno, mi disse poi. Non andava da lui spesso, ma quando capitava, non si lasciava sfuggire l’opportunità di esplorare l’enorme cantina dall’antica volta a botte. Finiva col perdersi tra tutti gli oggetti accatastati. Per lei, si trattava di una vera e propria caccia al tesoro. Il rotolo era dentro un piccolo scrigno impolverato. Stefania aprì il cofanetto curiosa e quando all’interno vi trovò un rotolo di pergamena nera (in realtà capimmo dopo che la pergamena era di pelle) fu pervasa da un’insolita frenesia che le fece dimenticare qualunque altra cosa. Quell’insolito oggetto attirava la sua attenzione. Lo prese senza dire niente a nessuno e lo portò a casa, pensando che non se ne sarebbero accorti in considerazione, anche, dello strato di polvere che c’era sul cofanetto. Quest’ultimo, però, lo lasciò al suo posto, dopo averlo richiuso. Non ho motivo di credere che le cose siano andate in maniera diversa, ma  tengo a precisare che chi è tornato, in seguito, in quella cantina non ha più trovato alcuna traccia dello scrigno. Ma torniamo al nostro racconto e a quel rotolo nero. Stefania lo tenne con sé un paio di giorni senza mostrarlo a nessuno, neanche alla sorella. Passava diverso tempo a fissare i segni che s’intravedevano sulla parte esterna della pergamena. Le sembrava di conoscerli, molti li riconobbe pure, ma senza essere capace di dar loro un senso compiuto, oppure, una visione d’insieme. Alla fine si decise di aprirlo, rendendosi subito conto che non era così semplice in quanto c’erano quattro sigilli in ceralacca rossa che lo bloccavano. Avrebbe potuto forzarli facilmente, ma qualcosa le suggerì di non farlo e rinunciò. Mi rammarico, soltanto, che questo non sia stato fatto anche in seguito. Chissà quanto dolore si sarebbe potuto evitare.
Per Stefania era giunto il momento di parlare con qualcuno della sua scoperta, così, quella sera stessa, portò il rotolo a casa di Anna e Matteo. Con loro si confidava su tutto e poi, probabilmente, pensò che avrebbero saputo consigliarla su cosa fare. In realtà anche Anna e Matteo rimasero piuttosto perplessi. Si convinsero che la pergamena era di pelle nera, e identificarono molti dei simboli che vi erano tracciati: animali fantastici, un ariete, delle trombe, stelle, la menorah, angeli e altri segni che, in apparenza, erano lì solo come ornamento. Alla fine decisero che era meglio sentire me e Sandro che, forse, potevamo capirci qualcosa in più. Se noi avessimo ritenuto fosse stato il caso, avremmo poi consegnato il rotolo a un vero esperto. Fu allora che venni a sapere per la prima volta del rotolo. Mi chiamarono per proporre di trovarsi tutti a casa loro la sera dopo. Ammetto che la cosa mi affascinava molto, ma dovetti respingere perché quella sera ero di turno al lavoro. In ogni caso dissi che sarebbe bastato il parere di Sandro. Tutto sommato era lui lo storico del gruppo e pensavo si trattasse, fondamentalmente, di datare un oggetto; non immaginavo, neanche lontanamente, la vera natura di quella pergamena. Così mi dimenticai del rotolo per almeno un paio di giorni fino a quando non ricevetti la telefonata di Matteo. Procediamo con ordine però, e torniamo indietro alla sera in cui loro si riunirono, per cercare di capire cosa accadde.
Come ho accennato Sandro ha, non solo passione per la storia, ma la conosce anche bene, veramente. Quel rotolo lo incuriosì molto, esaminò con cura tutta la pergamena ed anche lui identificò i disegni, circa, come avevano fatto Matteo e 2bAnna. Però si accorse che qualcosa non andava, lo stile artistico di ogni soggetto si differenziava notevolmente dagli altri. Ogni disegno rimandava a epoche passate per il modo in cui era dipinto, si passava da raffigurazioni di angeli paleocristiane ai demoni delle cattedrali gotiche attraverso illustrazioni di trombe di evidente stile moderno. E fu l’accorgersi di questo particolare a trarlo in inganno, perché lo spinse a credere che l’intero oggetto fosse un falso, fatto di recente e senza alcun valore né storico, né economico. Decise quindi di rompere i sigilli e di aprirlo. In seguito mi sono ritrovato spesso a pensare che se Sandro fosse stato più sospettoso, forse nulla di quanto è accaduto dopo sarebbe successo. Aperta, la pergamena la srotolò e iniziò a sorridere lentamente. Era scritta in latino, una buona imitazione del latino antico, disse, e nella foga del momento fece una delle cose più sciocche che potesse fare: lesse ad alta voce le prime righe, così per movimentare la serata. Serata che finì, in effetti, molto più tranquillamente di com’era iniziata. Ormai il mistero sembrava essere stato risolto. Il rotolo era un falso e nessuno si pose il problema di capire cosa ci fosse realmente scritto. Sandro intuì, grazie a quel poco che conosceva di latino, che si parlava dei santi degli ultimi giorni o di qualcosa del genere. Così il rotolo rimase, dimenticato, da Matteo e Anna. Il giorno dopo li incontrai tutti e quattro, ne parlammo brevemente ed io, ignorando la mia naturale curiosità, non approfondii l’argomento. Ricordo, però di aver preso mentalmente nota del fatto che Matteo si lamentava di aver dormito male.
Era l’una di Domenica notte e stavo per parcheggiare nel cortile di casa quando squillò il cellulare. Erano loro, mi chiesero di andare lì subito. Mi precipitai e lungo il tragitto mi chiedevo cosa poteva essere successo per indurli a chiamarmi a quell’ora e soprattutto a chiamare proprio me. Ancora non pensavo al rotolo. Quando arrivai Sandro e Stefania erano già lì e non potei fare a meno di notare il pallore delle loro espressioni. In quel momento sembrava fossi l’unico a non essere terrorizzato, probabilmente perché ancora non sapevo cosa stava succedendo. Inizia a subito a fare delle domande, ma l’unica risposta che ottenni fu un cenno del capo a indicare il muro della sala vicino alla porta che dava sul balcone. Mi arrestai incredulo nel fissare l’impronta di una mano e il segno di una croce rovesciata. Rimasi immobile senza sapere cosa fare, poi mi decisi ad avvicinarmi per osservarla meglio. Ero sconcertato, ma pensai che mostrarlo non sarebbe servito a nulla. L’impronta e la croce non erano dipinte, ma anzi sembrava che il muro fosse stato marchiato a fuoco. Guardai di nuovo e poi mi decisi a passare un dito lungo i contorni dell’immagine. Il muro era caldo e sul mio polpastrello rimase della fuliggine nera e qualche grumo di colore rosso scuro. Rimasi a fissarmi il dito titubante e mi sovvenne un’idea, folle, ma che poteva dare a tutto quello un senso: era uno scherzo. Ma certo, si trattava di uno stupido scherzo cretino, pensai. Non era certo la prima volta. Così mi decisi e avvicinai il polpastrello alla lingua… cenere mista a sangue. A quel punto non ebbi più dubbi, realizzai perché mi avevano chiamato. Una volta gli avevo parlato di questo tipo di impronte, si diceva che fossero fatte da anime del purgatorio erranti su questa terra in continua ricerca di una pace che non hanno. Ero terrorizzato, perché intuivo che questo sarebbe stato solo il principio di qualcosa di molto pericoloso, ma non potevo permettermi di dimostrarlo. Loro credevano che io sapessi cosa fare se avessi confessato il contrario era facile che crollassero diventando facili prede di ciò che si aggirava in quel luogo. Meglio tentare di dar loro un sostegno, sperando solo di non essere io il primo a cadere. Mi voltai e chiesi se questa era l’unica manifestazione di quel tipo e se erano accaduti altri fatti insoliti di recente. – Solo questa… – sospirò Anna – Ci sono anche i rumori, a dire il vero…- aggiunse Matteo
– Che rumori?- – Sono tre notti che dormiamo poco e male perché sentiamo rumori strani… colpi, lamenti, pianti…credevo venissero da fuori, ma adesso…- – Tre notti… – rimasi un attimo a pensare, ma il collegamento mi venne quasi subito, misteriosamente – Da quando avete il rotolo di cui mi parlate? – Non proprio, o meglio sì, ma da quando lo abbiamo aperto. – rispose Anna – Posso vederlo?- M’indicarono dov’era, sembrava che avessero paura anche solo di avvicinarsi come se avessero cominciato a capire ciò che stava accadendo. Lo osservai per un po’, senza toccarlo, poi chiesi a Sandro di raccontarmi, il più dettagliatamente possibile, quello che avevano fatto tre sere prima col libro.3c Cercavo di ascoltarlo, ma la mia mente era distratta. Osservavo l’oggetto che avevo davanti, ma questo non m’impediva di cogliere gli aspetti principali del racconto, se non i particolari. Avevano pensato si trattasse di un falso, l’avevano aperto e ne avevano letto, a voce alta, le prime righe. Quando Sandro terminò mi ero già fatto un’idea di cosa fosse quello che avevamo davanti, ma mi sembrava talmente assurdo che ritenni fosse necessario cercare altre conferme, così mi decisi a toccarlo. Sentivo l’impazienza di chi mi stava intorno, ormai speravano che dicessi qualcosa, ma ancora non potevo dire nulla, nulla che non li avrebbe spaventati ulteriormente. Al tatto il libro mi sembrò caldo, inizialmente pensai fosse solo una mia impressione e lo afferrai con entrambe le mani. Non mi sbagliavo era caldo e parecchio anche. La pergamena era insolita, un’immagine inquietante mi attraversò la mente, e pensai fosse pelle umana, poi scartai l’ipotesi. Era decisamente animale, ma di quale animale? Mi soffermai sui disegni della parte esterna, ora che la pergamena era aperta si vedevano bene e li riconobbi quasi subito, il fatto è che riconobbi anche il significato complessivo della composizione. Non si trattava di simboli isolati, ma di un unico, complesso, affresco. Passai a osservare i sigilli, erano quattro, ora rotti a metà. Pensai che questa fosse una cosa buona, se erano solo quattro la mia teoria non poteva essere corretta. Poi li guardai più da vicino e sentii le ginocchia tremarmi mentre un brivido di freddo mi risalì per la schiena: tre dei quattro sigilli erano, doppi. Rischiai di cadere e dovetti appoggiarmi al mobile Matteo si fece avanti per sorreggermi, ma lo fermai: ora era venuto il momento di leggere.   Iniziai e lasciai cadere quasi subito il rotolo per terra arretrando con lo sguardo fisso nel vuoto adagiandomi sulla vecchia sedia a dondolo. Non so quanto rimasi così, e non ricordo neanche dietro quali orrori la mia mente si fosse persa. Fu la voce di Stefania a riportarmi alla realtà: – Allora, cosa sta succedendo? Cos’è quella… cosa? Mi voltai a guardarla e poggiai il mio sguardo sui suoi occhi, sperando che potesse placare la paura che sentivo, ma quando capii che non era possibile, decisi di dire la verità. – Un rotolo di pergamena chiuso da sette sigilli. Un libro a forma di rotolo che reca incise le immagini di tutti i tempi del mondo. Un rotolo che è scritto davanti e dietro. Un rotolo che è stato aperto, infrangendo i sigilli, ed è stato letto… Sono io che ve lo chiedo, che cos’è? – Ricordo bene che cosa dissi perché mi colpì, come se in quel momento, in qualche modo, non fossi io a parlare. Sandro rimase a guardarmi, smarrito, ma Stefania dovette sedersi: aveva capito. – E ora cosa possiamo fare? – chiese Matteo abbracciando Anna – Andiamocene e chiediamo aiuto a qualcuno… – Li guardai dubbioso poi mi alzai, cercando di ostentare una sicurezza che non avevo per nulla. – Sarebbe la cosa più saggia, ma dubito che ce lo permetteranno. – e indicai la porta che dava sul corridoio. Nell’oscurità si distinguevano tre paia di occhi che ci fissavano ondeggiando al buio. Stefania scattò in piedi stringendosi a Sandro. Io mi diressi verso l’ingresso, ero deciso a tentare il tutto per tutto. Feci solo in tempo ad afferrare la maniglia che caddi a terra con la bocca spalancata, senza neanche la forza di urlare. La porta era ricoperta di piccoli vermi pelosi che strisciavano freneticamente l’uno sull’altro e frinivano selvaggiamente. Mi sforzai di non vomitare e mi voltai verso le finestre. Vermi neri, neri e pelosi le nascondevano. I sei occhi ci continuavano a fissare dal corridoio danzando senza alcuna espressione. Eravamo tutti terrorizzati, ma bisognava fare qualcosa, non sapevo bene cosa, ma si doveva tentare. -Sediamoci intorno al tavolo. – Il Milorddissi e afferrai il rotolo, trattenendo l’impulso di rannicchiarmi e urlare, e lo poggiai al centro. Gli altri sembravano zombie, la loro sanità mentale stava iniziando a vacillare e anche la mia rischiava di cedere da un momento all’altro. Ora i vermi avevano smesso il loro osceno rumore. L’unica cosa che mi teneva ancorato alla realtà era la volontà di salvarci, di salvarmi. – Prendiamoci per mano, in modo da formare un cerchio. – Il suono stesso della mia voce risuonava putrido nel silenzio di quella stanza. Gli altri fecero come avevo detto, meccanicamente, mentre io mi soffermai a guardare Stefania. Il suo sguardo, sempre così vivo, intenso, profondo, ora si era spento e sembrava smarrito mentre fissava il rotolo. – Ora proviamo a concentrarci. Chiudiamo gli occhi e tentiamo di estraniarci da quanto sta succedendo. Non pensate a nulla… – Parapsicologia da salotto, non serviva a niente e loro lo sapevano, come lo sapevo io. Gli occhi rimasero aperti e le mie parole ormai erano fredde e vuote. Era tutto falso, qualunque cosa mi venisse in mente era falsa e inutile. Non avevo le conoscenze per fermare quello che stava accadendo, ma anche questo era falso e me ne resi conto nel momento stesso in cui lo pensai. Non era la conoscenza a mancarmi, ma la fede. Sapevo cosa stava accadendo e sapevo anche che se mi fossi lasciato guidare dal mio cuore avrei potuto salvarli, ma ancora non sapevo quale sarebbe stato il prezzo da pagare. Fu allora che il silenzio della stanza fu interrotto da un suono che non seppi subito comprendere, ma che dopo paragonai a quello del sangue che frigge nell’olio bollente. Un’altra impronta apparve sul muro. Notai come nessuno reagì. Il male, quello vero, non quello dei film o dei racconti, ti tocca nel profondo, svuotandoti di ogni forza lasciandoti simile a una larva. Ti lascia incapace di qualunque reazione, mentre la disperazione soverchia ogni altro sentimento. La sentivo anch’io questa forza oscura che mi avvolgeva l’animo e che relegava la fede, la luce, negli angoli più remoti del mio intimo. Ci fu un attimo però in cui pensai alla luce, pensai all’armatura di luce che si dice rivesta il fedele, allo scudo che soccorre il credente e quell’attimo fu sufficiente per farmi capire quello che andava fatto. Afferrai il rotolo di scatto e iniziai a morderlo, prima timidamente poi sempre con maggiore avidità. La pergamena cedeva facilmente sotto i miei denti, ma non me ne sorpresi perché era la definitiva conferma di ciò che sospettavo. Lo sentivo dolce al palato, ma quando lo ebbi inghiottito completamente sentì un dolore lancinante bruciarmi le viscere e mi accasciai a terra, piegato in due.
L’ultima cosa “normale” che ricordo è il volto di Matteo che si avvicina a me, poi mi risvegliai in chiesa, nella mia chiesa, durante la celebrazione della messa. Cominciai a guardarmi intorno, c’erano tutti i miei amici, ma nessuno di loro badava a me. Tutti fissavano l’altare su cui il rito procedeva senza interruzioni. Sembrava tutto normale, troppo normale. Dovevo uscire, andarmene, non era quello il luogo in cui dovevo essere. Mi precipitai fuori di corsa e quando mi fermai 4dnotai che avevo il fiatone, anche se, in realtà, avevo corso solo per un paio di metri. Alzai lo sguardo, mi trovavo in una grande metropoli, non ero in grado di identificarla, ma cominciai a camminare verso una meta che, in realtà, ignoravo io stesso. Camminando mi accorsi che anche il mio abbigliamento era cambiato, avevo indosso il mio pastrano marrone. Non so bene perché, ma me ne sentii rincuorato, almeno finché non girai l’angolo e mi ritrovai di nuovo dentro una chiesa. Conoscevo anche questa e non era certo quella di prima, questa era La Chiesa. Ero all’interno della basilica di S. Pietro, o almeno a una prima occhiata poteva sembrare la stessa, ma in realtà era profondamente diversa. Era molto, molto più grande. Almeno dieci, ma forse anche quindici volte più grande dell’originale e tutto: statue, gradini, colonne, dipinti, nicchie era in proporzione. Mi sentii smarrito in quel luogo, ma non a causa di quel turbamento misterioso che si prova dinanzi alla santità, ma per un timore intriso di disperazione che mi riempiva l’anima. Cominciai a muovere qualche passo in avanti, timidamente, mentre la mia mente iniziava ad abituarsi, per quanto possibile, a quell’assurdità. Notai che, in corrispondenza di ogni altare laterale c’erano delle vere e proprie piccole folle. Mi feci vicino, curioso e un po’ rincuorato finché non mi resi conto di ciò che stava succedendo. Su ogni altare si stava celebrando una messa, ma la vista dell’officiante mi fece indietreggiare inorridito. Indossava dei paramenti completamente neri e il suo viso era… vuoto. Un ovale liscio come quello delle marionette che usano i pittori. Anche gli altri preti erano così, stole nere e volti inesistenti. Presi a correre cercando di raggiungere l’uscita, ma mi sembrava di non arrivare mai da nessuna parte. Il pavimento, le pareti intorno a me cambiavano, ma era come se io rimanessi sempre fermo nello stesso punto. Improvvisamente mi ritrovai davanti ad un muro di marmo, per poi rendermi conto che non era un muro, ma il primo gradino di una grande scalinata che probabilmente conduceva a un’altra ala di quella gigantesca cattedrale. Tentai di salire, ma ci rinunciai ben presto perché6f mancava del tutto qualsiasi appiglio. Sentivo però di dover arrivare in cima. Mi guardai intorno e decisi di arrampicarmi sfruttando la base di una delle colonne che reggevano una cupola così alta che facevo fatica a vederne la sommità. La scalata non fu difficile perché c’erano diversi punti d’appoggio che sfruttai, ma la fatica più grande rimaneva sempre la mia lotta contro la disperazione che sentivo aumentare man mano che andavo avanti. La mia forza di volontà vacillava, ma dovevo arrivare in cima, dovevo tentare di rimettere le cose a posto, dovevo vedere cosa c’era là sopra. Quando ci riuscii non saprei dire quanto tempo fosse passato, ricordo solo di essermi accasciato per terra come se finalmente mi fossi liberato di un grosso peso che mi pesava sulle spalle. Alzando gli occhi mi resi conto, però che un altro ben più terribile mi attendeva. Ci volle qualche attimo prima che mi abituassi alla nuova luminosità, perché la luce non filtrava più dall’esterno, ma l’ambiente era illuminato solo da una serie di tremule candele appese alle pareti. Mi alzai tremando, mentre un freddo improvviso mi avvolgeva. I miei passi risuonavano vuoti, mentre avanzavo ed io sobbalzavo nel sentire il rumore delle mie stesse rotule. Dell’osso che sfregava l’osso. Di fronte a me c’era qualcosa di vago, di scuro: una folla di uomini neri, pensai. Poi mi arrestai di colpo e questa volta ero sicuro di sentire i miei denti tremare e non per il freddo, quando mi resi conto di cosa era realmente quella folla. Come posso ora descrivere ciò che mi stava davanti? Come posso avere la presunzione di conoscere parole che sappiano imprigionare l’essenza di ciò che stavo vedendo? Reliquiari, alti due volte un uomo con la parte superiore e quella inferiore di legno intarsiato e il corpo principale di vetro. Erano cento forse o forse di più, non riuscivo a vederli tutti e pendevano dal soffitto attaccati a pesanti catene di ferro. Dentro c’erano dei corpi. Dei corpi neri, deformi, pelosi, alcuni mi sembravano senza testa altri con più braccia, forse con una coda. Poi capii, non so da dove arrivasse quella consapevolezza, ma fu come se fossi già stato lì e stessi solo rivivendo qualcosa di già accaduto. Quelli erano i corpi dei demoni sconfitti dai Santi nel corso dell’eternità. Conservati lì come monito per i miscredenti e come prova per i fedeli. Pronti a essere rilasciati quando sarebbe giunta l’ultima ora, prima della battaglia di Meghiddo. Ora, però, notai anche qualcos’altro.
Il vetro di uno dei reliquiari era infranto e il suo occupante sparito. In quel momento compresi tutto, compresi anche quello che avrei dovuto fare. Quando il libro a forma di rotolo sarebbe stato aperto e letto quei demoni si sarebbero liberati e riversati sulla terra, finché l’agnello non sarebbe giunto a proclamare il suo regno e a bandire per sempre, nel vuoto, i suoi nemici. Quando Sandro aveva letto solo le prime righe del rotolo aveva liberato solo uno dei demoni, il primo, e questi era tornato sulla terra a completare la sua opera; le impronte infuocate che avevamo visto erano le impronte delle anime sue vittime, erano i suoi trofei. Ora le alternative erano solo due, leggere fino in fondo il rotolo e5e scatenare l’apocalisse oppure imprigionare di nuovo il demone all’interno del suo reliquiario. Sapevo che avrei potuto farlo, ma sentivo anche che questo mi sarebbe costato ben più di quanto avessi mai immaginato. Io non avevo la purezza di un santo e quindi non potevo sfidare il demone con la mia anima, ma avrei dovuto usare il mio corpo come prigione eterna. Andai vicino al reliquiario rotto e mi arrampicai al suo interno. Fu più facile di quanto pensassi. Appoggiai le mani alla superficie di vetro rimasto intatto e cominciai a ricordare quel poco che avevo imparato dai miei studi di teologia: – Nel nome del Signore Dio d’Israele, sia Michael alla mia destra, Gabriel alla mia sinistra, dinanzi a me Uriel, dietro di me Raphael e sopra la mia testa la divina presenza di Dio. – Sentii una lieve brezza tiepida e continuai: – Io chiamo Jurkemi perché la sua grandine seppellisca Semiazas; Rydiah, che la sua pioggia lavi Armaras; Rahab, che col mare travolga Barakiel, Lailah e Yefifyah che incatenino Samsiel e Sahariel, e infine ti invoco Metatron conduci in catene Jetzer Hara, l’angelo della morte, al mio cospetto, di fronte alla sua nuova prigione. – Non sentii più freddo, ma solo un dolce calore che mi avvolse. Poi li vidi: Michael, Gabriel, Uriel, Raphael che lo portavano vinto, in catene. Li vidi avvicinarsi al mio corpo, ormai solo un involucro e vidi il demone prenderne possesso, mentre il reliquiario si ricostituiva intatto. Vidi anche, per un attimo, cos’era successo sulla terra.
Le vittime di Jetzer Hara e i miei amici, sani e salvi, chini sul mio corpo morto. Infarto, fu stabilito in seguito. Poi gli angeli mi mostrarono questa stanza. Il mio corpo mortale ha raggiunto la terra, il mio corpo celeste è diventato la custodia dell’angelo della morte e la mia anima è quindi costretta rimanere qui, fino alla fine dei tempi, per scrivere, in continuazione la mia storia.
Venni a sapere del rotolo molto tardi in realtà, ne avevo sentito parlare, ma non gli avevo dato molto peso, pensavo si trattasse di una cosa senza troppa importanza.
Questo scritto, che ripropongo, è riveniente da una mia lontanissima composizione.
Nel 2000 lo pubblicai “in rete”, armeggiando-alle prime armi- con l’html,  dimenticandolo. Dopo tanti anni, rimane un link ad un server (che ha cambiato padrone, ben 7 volte, senza collegamenti esterni – né interni – e consegnato all’eternità di internet).
..
Cordialità

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36 pensieri su “Il rotolo

  1. …scrigno, cattedrali gotiche, angelo della morte, anima e molto altro. Molto avevi scritto, Ninni, e molto ci sarebbe da scrivere. Tu comunque sai già come la penso su questi argomenti e sai anche quanto io ne sia affascinata. Ti lascio quindi questo commento criptico che sa di evanescenza, ma ove, nel breve contenuto, si cela un forte sentire. Sono sicura tu sappia leggere oltre le righe .

    Buona giornata
    L.

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    • Lady Lisa
      Leggere oltre le righe, compone le righe stesse.
      La vita stessa è criptica senza forma e/o scopo. Antiche pergamene e sigilli a presidio. Quei sigilli che non dovrebbero essere mai rotti, dopo che il tempo li ha posti. Orrore e inferno e ripetizioni e ripetizioni e ripetizioni in una “girandola” infinita, infernale e sconosciuta.

      Grazie

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    • Lady Annelise Baum

      Vi ringraziammo delle parole sempre gentili e sempre indulgenti.

      Potremmo aggiungere, a quanto su esposto che, la vita riserva sorprese se non identificata nella propria, giusta, veste.
      Diceva Seneca: “E’ come osservare la gente che cammina lungo le strade e non rendersi conto di essere già morti nel momento dell’osservazione stessa. A cosa giova osare e creare, sproporzionatamente, se la creazione stessa non servirà e se, quel non servire, sarà inutile anche dopo?

      Grazie e cordialità

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    • Sir Gianluigi Top

      …e osserverai, esteta, quanto bella è la natura
      e i suoi contenuti ti illumineranno di nuova luce,
      ma non quella che illumina le montagne …

      (Aby Hamid Mohammad ibn Mohammad al Ghazzali, L’incoerenza dei filosofi – Tahafut al falasifa, XI secolo)

      Grazie e cordialità

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  2. Ho letto tutto, caro Dott. Ramondi.
    Ho letto con avidità un racconto che mi ha preso.
    Freschi i risvolti d’incredutilà e l’ineluttabilità della condanna alla ripetizione.
    Bello.
    Buona giornata

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    • Preg.Sig.PickWick

      Il nostro bisogno del Divino e delle certezze, che ci furono proprie della nostra giovane età, quante “sciocchezze” ci portarono a fare.
      Creiamo figure mistiche e ci vestiamo di certezze che sono proprie delle anime perdute (posto che esista un anima per ognuno dei viventi.).
      Ecco che nascono le figure, i mostri, da relegare nel profondo del nostro “ID”. Figure che non vorremmo mai tornassero da quell’Io profondo al quale tanto dobbiamo in termini caratteriali e in termini di sofferenza.
      L’abisso, la disperazione e le lacrime, nacquero da lì e da lì non andranno da alcuna altra parte se non per torturare la nostra, ben misera, esistenza.
      L’uomo prepara e si prepara … ma a cosa?
      Cosa serve creare per distruggere’
      Perché non creare per creare e creare e creare?

      Grazie e cordialità

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  3. C’é qualcosa d’ineluttabile in quello che leggo.
    Un qualcosa che, se succedesse a me, mi porterebbe alla follia. Mi porterebbe a temere ogni mio passo.
    Altro che ripetermi all’infinito.
    Un caro abbraccio salutando chi conosco.

    E.

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  4. Un racconto ben scritto, soprattutto per la forma diaristico/discorsiva. Considerata la datazione, devo ammettere che è un brano maturo e godibilissimo.
    Riesco adesso, dopo aver letto con attenzione, capire il punto di vista e immerso nella narrazione fantastica, leggere la ruota del destino.

    Mi son rilassato dentro un mare in bufera.
    Buon fine settimana.
    VF

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    • Preg.Sig.Seamur

      L’irripetibilità della vita singolarmente (non credemmo né in opportunistiche reincarnazioni, né in comode resurrezioni, né, tanto meno, in Giudizi Finali, dove si attende con “Terrore” il Final Giudizio per le nostre colpe: Quali? Quelle di essere nati, senza che nessuno ci chiese, mai, un parere? Oppure quel che dopo una vita di Terrore, disperazione, povertà materiale e lacrime, diventa, aggiungendosi, un Giudizio Finale?
      Noi dicemmo vasta ai Giudici, i loro mandanti e i loro dogmi. Di ogni giorno è pena e di facili inganni verbali siam pieni.

      Basta con sigilli e pergamene.

      Cordialità

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  5. Qual è il limite della conoscenza umana se, come sembra, questa conoscenza viene racchiusa nel perimetro delle paure e delle nostre idee? Ho letto il tuo racconto, caro Ninni. Mi ha distratta, facendomi compiere un balzo dentro me stessa. Cosa ne sappiamo, in fondo, del mondo che ci circonda? Oggi, per me, doveva essere un pomeriggio di relax e svago, ma alcuni noti avvenimenti mi hanno tenuta concentrata.
    Al massimo, direi.

    Quando ho letto il finale, da incubo. Un finale d’inizio, ho visto, attraverso i tuoi occhi, lo svolgersi della vita. sempre la stessa e dominata da una sorda paura.
    Sarà, anche, un racconto “datato”, ma questa “datazione” mi ha incollata tra queste pagine.
    Bravo e grazie per il “corretto” svago.
    Ciao

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    • Lady Hilde Strauss

      Argentea è la luna
      immobile sentinella della
      notte
      e nella fioca luce delle
      tenebre… tutto tace!
      Un rumore però interrompe
      questo silenzio,
      è un gemito di passione,
      un alito di vita…

      (n.r.)

      Grazie e cordialità

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  6. Nell’impetuoso gesto
    Il Male s’accorse,
    d’una opulenza violenta
    ed infantile,
    quanto fosse Profondo
    lo sguardo di Colui
    che ebbe l’ardire
    di oltrepassare il Velo
    del suo Silenzio e
    della sua Tempesta.

    Le lacrime di Anima Errante e Ritrovata
    furono per Lui
    più di un brivido improvviso,
    più dell’Assenza
    che pur strappando al Tempo
    placidi lembi di carne,
    seppero colmare l’Ombra
    del Vuoto
    con una Preghiera strappata alla Disperazione.

    Ed è per coloro che lo videro innalzarsi alla Follia
    che morì alla luce notturna,
    di fronte alla Fiamma
    ed al Perdono senza Parole.
    Più del Fiore
    i cui petali ancora risuonano nelle Cattedrali Invisibili.
    Più di uno schianto sulla pelle,
    al pari di uno scrigno d’Anima
    e Carne.

    Ecco il Monito Immortale,
    entro le cui Brame
    pianse la forma poco illuminata
    del Fuoco
    e della Preghiera.

    Pallida lontananza.
    Fa che sia Mio
    l’ardire di una lacrima,
    la cui traccia lucida
    possa essere di Grazia
    alle molteplici sfumature del Vuoto,
    alle figure
    di Cupidi Intarsi nel cielo che Cade.

    Fa che sia Sera,
    nell’ardire soffice
    di una sottile ventura d’azzurro
    a declinare
    di stella
    e di Bianco …

    …nel Luogo Non-Luogo in cui la Misericordia diviene una spiaggia di minuscoli granelli di Vita; di silenziose giornate seminate a suòn di Inutilità e vociare assorto.
    Pur crogiolandoci in Eterni raggiri ed Illusioni, Alziamo lo sguardo lasciando intatti i Sigilli delle Verità, guardiamo al nostro fianco … che Mai sia freddo, che Mai sia scoperto all’Oscurità Dilagante. E non sarà Silenzio ciò che ci porteremo stretto in grembo durante l’ultimo viaggio. Sia oggi o domani, poco importa.

    Purchè Viventi
    e con l’Anima intrisa di Luce.
    _________
    Milord,
    ciò che ho letto và ben Oltre una semplice Emozione da tradurre in Parole.
    Troppo di Tutto.
    Questa strana sensazione non se ne andrà via tanto presto, sono certa che tornerà a tormentare la mia Vocina interiore e mi spingerà a cercare ancora ed ancora, fino a quando le parole avranno assolto al loro compito.
    Dare una Forma alle Emozioni … sia esse di Luce che di Ombra … trovare loro una collocazione nell’Animo, per esserNe maggiormente Consapevoli e non Schiavi.

    Un componimento, Milord, che scava dentro.
    Da Brivido.
    _________

    I Miei Rispetti
    Ni’Ghail

    Slàn

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    • Lady Nì Ghail

      Mia Signora, grazie per esser transitata presso queste umili pagine.
      Splendido sarebbe non ricordare o trattar più, di tutto quello che, perduto, ognun non trova.
      Splendido sarebbe se, le parole, prese per quel che sono, andassero di pari passo con l’emozione.
      Splendido sarebbe se mai più esistessero le incomprensioni, che tanto male fanno a noi , poveri dannati del pensiero.
      Come perdersi in un sotterraneo di speranze perdute, alla ricerca di una uscita, che non arriverà.

      Oltre le tenebre, più profonde, non ci sono punti di arrivo o partenza.
      Esiste la perenne strada e il suo incubo che, come il più leggero dei percorsi, avvicina,
      costantemente, al nero della disambiguazione della mente, mentre allontana,
      allo stesso modo, da tutto quel che fece parte del proprio afflato.
      Esiste un punto, mia Signora, d’arrivo?
      Esiste un punto di partenza?
      Queste due, profonde, assenze, forgiano la “Lachrima Mundi”.

      Cordialità e grazie

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  7. Una lirica bella, distaccata e intima.
    Si dovrebbe poterla leggere davanti ad un buon bicchiere di Brandy, durante un cielo grigio e con il fuoco acceso.
    Toni morbidi e forti, nel complesso, che ti circondano per la bellezza.
    Io l’ho letto tutto.
    Ciao.

    Max

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  8. Ho riletto, con moltissima attenzione, nuovamente questo racconto e nuovamente mi sono proiettata in un mondo oscuro. Un mondo da credere poco.
    Un mondo che può uccidere.
    Bonne nuit, mon cher. Bonne nuit avec un câlin.

    Annelise pour toi

    Paris ….

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