DVX

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Oltre la finestra, il lago vibrò all’improvviso al suono della sirena d’allarme.
Mussolini udì in tutta la casa lo scalpiccio di quanti scendevano nel rifugio.
Attese che Rachele gli chiedesse se scendeva anche lui in cantina.
Disse di no, come sempre, e tornò a letto.
Gargnano, ottobre 1944
5Il 14 agosto, giorno della strage di piazzale Loreto, era ormai affondato nella memoria non più salda di Mussolini. Il comandante della legione Muti aveva avuto una sfuriata, ma cauta. Il prefetto di Milano, Parini, si era dimesso. Goebbels non aveva mai risposto direttamente. Era ormai vicina la data del 28 ottobre, ventiduesimo anniversario della marcia su Roma. L’ambasciatore tedesco presso la RSI, Rahn, si era preparato un bel discorso da fare a Mussolini, un discorso che, secondo l’ambasciatore, non poteva non riscuotere dal progressivo torpore il vecchio duce.
Disse in altre parole Rahn, mentre Mussolini teneva le braccia incrociate sul tavolo e il mento abbassato sul petto: – Non esiste un governo della Repubblica Sociale Italiana: la RSI c’è perché c’è solo un uomo che la rappresenta. Voi, Duce. Voi siete anche l’unico italiano vivente che possa ottenere qualcosa dai suoi connazionali con il fascino della parola. Vi hanno amato troppo per voltarvi le spalle. E quando dico “ottenere qualcosa”, intendo anche l’autonomia della RSI dalla Germania. Per restituirvi l’amministrazione noi dovremmo essere sicuri che gli italiani sono con voi: ma dovete darcene una dimostrazione, una prova. Noi siamo certi che se voi ricominciaste a parlare alla radio, a fare discorsi, a mostrarvi in pubblico, molto dello scetticismo delle popolazioni per la RSI e per la Germania sparirà.
– Cos’è che dovrei fare, dunque?
– Tra qualche giorno è l’anniversario della marcia su Roma, Duce. Gli italiani non hanno dimenticato. Andate a Milano, celebrate voi stesso l’anniversario con un grande discorso.
Mussolini s’era alzato in piedi di scatto, pugni sui fianchi: – A Milano? No, Rahn, no! – Cercò una scusa: – Non è sicuro mi dicono… -Ma subito si corresse e si placò: – Vede Rahn, il fatto è che non ho più nulla da dire agli italiani.
L’ambasciatore tedesco avrebbe ricordato questa frase e l’avrebbe usata per scoraggiare, nell’ambito delle sue possibilità, qualsiasi tolleranza germanica. D’altronde Mussolini era stato sincero. Milano gli faceva realmente paura. Non solo per i quindici morti della strage di Piazzale Loreto, ma perché era la città dalla quale era partita la sua grande avventura. Tutto ciò che poteva dire ai milanesi l’aveva già detto: ed erano trascorsi troppi anni. Ritornarvi era come visitare la propria tomba.
Gargnano, villa Feltrinelli, 24 ottobre 1944
Rachele Mussolini, nella cucina di villa Feltrinelli, sfogliava la posta appena arrivata. Il lago era una superficie di scaglie frementi sotto la pioggia furiosa e gelida. Tra la posta c’era una busta gialla, scritta a mano: veniva da Milano. Era indirizzata a lei, e l’apri stracciando l’orlo e il francobollo con l’effige verdastra del marito. Ebbe tra le mani un doppio foglio di quaderno e capì subito che era una delle tante lettere anonime zeppe di insulti. Ma a differenza delle altre, questa era scritta in versi, divisa in strofe. Ogni strofa era dedicata a un personaggio: il primo era Mussolini, poi Clara Petacci, poi lei, poi i suoi figli e via via tutti i ministri della Repubblica. Il ritornello cominciava e concludeva sempre con lo stesso verso: “Vi porteremo tutti a piazzale Loreto”.
Rachele lesse più di una volta, ripiegò la lettera, inviperita, e la ficcò nella tasca del grembiale a fiori. Non c’era niente di nuovo tranne quel riferimento a piazzale Loreto, ma d’improvviso non resse più. Il suo fatalismo contadino le impediva di credere che la potenza dei Mussolini fosse tale e cosi decisiva da provocare la morte di milioni di persone, come diceva la lettera in versi. Ma soprattutto non era vero che suo marito fosse ladro, sadico e corrotto. Non era vero. Se l’Italia ribolliva di queste accuse la colpa era di chi stava intorno a Benito, di chi lo sfruttava e non sapeva quanto fosse debole, offeso, in una parola finito!
Rachele ricordava che qualche settimana prima una rondine in ritardo era entrata nella camera da letto di Benito, aveva frullato un po’ contro il soffitto e le tende del baldacchino, poi aveva ritrovato la finestra ed era schizzata via. Benito, che stava infilandosi gli stivali, aveva detto perché Rachele sentisse: – Cosa darei per scapparmene e sparire anch’io così… – Non era paura fisica, lei ormai lo aveva capito. Di questioni politiche Rachele non sapeva niente, ma le faceva pena vedere quest’uomo, che conosceva così premuroso con lei e con i figli, invischiato in una trama di menzogne, dove tutte le verità potevano essere falsate e capovolte.2 L’indifferenza di Mussolini per la guerra e per la politica, ad esempio: nessuno meglio di lei conosceva quest’indifferenza che durava ormai dal 25 luglio 1943. La sola cosa che appassionasse Mussolini era scrivere degli articoli per i giornali, curarli nei particolari, e leggere libri: era il suo modo di ritornare ragazzo, ma anche di ritrovare un’isola di tranquillità dopo un’esistenza così tumultuosa. Un’isola di tranquillità, ecco: Rachele lo capiva anche quando vedeva Mussolini passare le ore a giocare con i figli, accompagnarli al tennis oppure alle gite in bicicletta, pur avendo il fiato grosso e la vista malata.
Fu in quel momento che Rachele Mussolini, scossa dalla lettera che minacciava a tutti loro una brutta fine a piazzale Loreto (come se Benito fosse uno qualsiasi degli altri, parassiti, ladri, intriganti, mantenuti, crudeli), decise di agire almeno contro una delle accuse contenute nella lettera in versi: Claretta Petacci, l’amante del “duce”.
Infilò il cappotto sul grembiale, chiamò l’autista e si fece portare a Maderno, dov’era la sede del ministero degli Interni. Voleva avere con sé un testimone e un’autorità. Il ministro, Buffarini Guidi, non era ancora vestito, e Rachele pensò che suo marito lavorava in ufficio già da tre ore.
– Mettetevi la giacca e seguitemi, Buffarini – Rachele ordinò.
– Dove, eccellenza?
– Non fate domande, sbrigatevi.
L’auto con Rachele e il ministro tornò a Gargnano e fermò davanti al cancello di villa Fiordaliso.
– Buffarini, sapete chi abita qui?
– No eccellenza – mentì il ministro.
– Ah no, eh? Non lo sapete? – ghignò Rachele.
Dalla veranda del secondo piano, Claretta Petacci scostò le tende appena udì il primo, lungo suono di campanello. Ordinò alla cameriera di non aprire. Fece il numero dell’Hotel Garda e Suisse e chiese dell’ufficiale delle SS tedesche Franz Spoegler. – Franz, sono in pericolo. Corri subito qui.
Spoegler aveva ventinove anni, forse era un po’ innamorato di Claretta, ma questo non gli impediva di svolgere con rigore il suo compito. Ufficialmente egli doveva semplicemente fare da guardia del corpo all’amante del duce; in realtà la sua missione era di riferire al comando germanico tutto quanto Claretta gli confidava delle idee segrete di Mussolini e di usare Claretta come elemento di persuasione presso Mussolini. Spoegler sapeva che una delle tante bande irregolari di fascisti estremisti, “puri” anche se molti erano avanzi di galera, aveva deciso di uccidere Claretta perché il duce fosse più libero di dedicarsi alla guerra e alla politica; sapeva anche che, se a Claretta fosse accaduto qualcosa, lui sarebbe finito davanti al plotone d’esecuzione. Quindi non chiese spiegazioni e pochi minuti dopo la sua Volkswagen verde frenò strisciando sulla ghiaia accanto alla macchina di Rachele.
3La moglie del duce si era arrampicata a metà cancello e voleva scavalcarlo. Con una mano si teneva aggrappata alle sbarre, con l’altra menava pugni sulla testa di Buffarini Guidi che cercava di trattenerla per le gambe e gemeva: – Ma che fate, eccellenza, vi prego!
E Rachele: – So che è in casa, venga fuori se ha coraggio!
Spoegler aveva le chiavi del cancello, riuscì a infilarsi in giardino senza farsi seguire da Rachele che incominciava a sentirsi male; trovò Claretta inebetita dalla paura, nascosta sotto le lenzuola; tornò al cancello e disse che la villa era deserta. Rachele lo minacciò con le unghie sugli occhi: – Bugiardo!
Spoegler disse che avrebbe provato a parlare con Claretta per telefono: lo aspettassero lì. Tornò in albergo e chiamò Mussolini. Fu la prima di una serie di telefonate che tormentarono il capo del governo tutta la mattina: – Sì, Spoegler, le lasci incontrare, ma che tutto si svolga in maniera civile. Ci pensi lei – brontolò. L’ufficiale chiamò quindi Claretta, disse che il duce era perfettamente d’accordo sulla visita di Rachele a villa Fiordaliso e che quindi facesse il piacere di aprire il cancello e presentarsi. Lui sarebbe venuto subito.
Claretta indossò uno dei suoi abiti più provocanti: impressionò persino Spoegler. Rachele cercò di essere cortese e, dopo essersi presentata, domandò a Claretta: – Signora o signorina? Prego.
– Signora.
– E allora, cara signora… – ma subito sbottò rivolta a Buffarini e a Spoegler: – Guardate come si veste la mantenuta di un capo di Stato, e guardate come sono conciata io, la moglie!
– Mantenuta io? – gemette Clara, e Spoegler tentò di intromettersi anche perché sapeva che le tremila lire mensili passate dal duce all’intera famiglia Petacci non bastavano neppure a mangiare. Ma Claretta svenne prima.
– Dai che li conosco certi svenimenti! – urlava Rachele.
Spoegler chiamò Mussolini per la seconda volta: – Si mette male, Duce…
Claretta, ripresasi, strappò il telefono a Spoegler: – Benito, questa donna mi ha chiamata mantenuta!
– Ridammi Spoegler, sii buona – disse rassegnato Mussolini, e poi: – Senta Spoegler, non ammetto questo linguaggio. Lei è responsabile…
Buffarini Guidi aveva trovato una bottiglia di cognac e ne offriva sorsate alle contendenti. A un certo punto Rachele provocò Claretta a mostrarle le lettere che Mussolini le scriveva, e Claretta acconsentì per darle uno schiaffo morale: lei era la vera e sola donna del duce, altro che mantenuta! Rachele parve rabbonita, si avvicinò pian piano a Claretta, poi le strappò di mano il plico: – Dammi qua!
Franz Spoegler si sentì nuovamente investito di tutta la sua autorità: fronteggiò Rachele: – Mi spiace, eccellenza. Queste lettere non devono uscire da questa casa! – Non stette a spiegare che anche le frasi d’amore scritte dal vecchio dittatore potevano avere un prezzo politico per il comando germanico.
– Cosa dice lei? – sibilò Rachele. Spoegler serrò le mani ai polsi di Rachele e si riprese il plico legato con un nastrino rosa: lasciò una striscia della propria pelle e un po’ di sangue sotto le unghie della prima donna della Repubblica Sociale. Ed ecco la piccola cronaca tornare ad essere storia, le faccende private trasformarsi in una nuova tappa dell’agonia fascista. Rachele si volse a Buffarini:
– Ma che razza di ministro siete, Buffarini? Dov’è la vostra autorità? Vi fate mettere i piedi addosso da una donna e da un semplice ufficiale tedesco?
Buffarini abbassò il capo e brontolò cose incomprensibili. Spoegler lo guardava come un ipnotizzatore. – Andiamo via, eccellenza – disse in fretta il ministro a Rachele.
– Andiamo via sì, ma… ascoltatemi bene signora: vi porteranno tutti a piazzale Loreto!
Rachele Mussolini, molti anni più tardi, avrebbe raccontato che in quel giorno di gran pioggia e di uggia4 lacustre, pensò seriamente a uccidersi. Si mise invece a letto con la febbre. La lettera in versi scritta da chissà quale partigiano, quella scarica di insolenze ritmata alla minaccia di piazzale Loreto, le infuocava la fantasia. A sera, il marito le mandò un biglietto: “Posso venire a trovarti? Vuoi perdonare…?” Poco dopo Mussolini entrava nella stanza semibuia badando che gli stivali non scricchiolassero sul pavimento di noce. Era intabarrato nella divisa ormai larga, perché il freddo lo tormentava (solo in ufficio una stufa di terracotta gli garantiva la temperatura di cui aveva bisogno, 29 o 30 gradi). Mussolini sedette accanto al letto, prese la mano di Rachele, la tenne a lungo finché il capo cominciò a ciondolargli. Parlarono soprattutto di morti, amici e parenti: come accade durante le visite al cimitero, essi vedevano soltanto le tombe conosciute, il resto era “fatalità”. Ma c’era, poi, un “resto”? Ogni tanto Mussolini si poneva questa domanda e la respingeva come tutte le cose troppo complicate o indecifrabili. Poteva mai essere vero che un reparto di SS tedesche aveva ammazzato non in battaglia – ma così… così! — settecento civili a Marzabotto, nella sua Emilia? Se fosse stato vero, sarebbe andato personalmente da Hitler, avrebbe chiesto che i responsabili fossero puniti. E se poi non era vero, che razza di figura avrebbe fatto?
– Benito, – disse Rachele – Buffarini Guidi non è un ministro degli Interni. È un vigliacco venduto ai tedeschi. Ti stanno ingannando tutti, Benito.
– Lo so – egli ammise.
– E non fai niente?
– Che cosa…?
– Togliti di dosso questa gente. Comincia da Buffarini Guidi.
– Ci penserò.
– Fallo subito.
– Lo farò.
– Sta’ attento a te. Quella gente non ti vuole bene. Imponiti, torna com’eri.
6Ad ogni frase di Rachele, Mussolini dava una stretta alla sua mano. Faceva il possibile per imporsi. Non era passata nemmeno una settimana da quando aveva sbattuto sotto gli occhi dell’ambasciatore tedesco Rahn il rapporto numero 7 sulla situazione delle bande partigiane. I tedeschi credevano di stravincere con i loro sistemi, sì? Eccoli i risultati:
Caro Rahn,” aveva scritto di suo pugno “vi prego molto vivamente di voler dedicare una decina di minuti del vostro preziosissimo tempo a leggere questo rapporto valido a tutto il settembre 1944. Risulta:
1– Che le ‘bande’ sono diventate ‘brigate’ e ‘divisioni’ regolarmente inquadrate e comandate da generali di carriera sottoposti a uno Stato maggiore centrale“. (L’idea che proprio Cadorna fosse il militare preposto all’organizzazione della resistenza antifascista lo feriva: “Questi Cadorna! Ho salvato il padre dall’accusa di tradimento dopo Caporetto, ed ecco il figlio come mi ripaga!”) Aveva scritto ancora, e si compiaceva di rimeditare il tono ormai perentorio delle sue lettere ai tedeschi:
2 – Che l’armamento è ottimo e che ogni unità dispone dei materiali necessari, in primo luogo autoveicoli. (La volevano capire o no questa storia dei camion della Fiat?)
3 – Che in molti luoghi le autorità locali militari tedesche sono venute a patti coi partigiani, cioè si sono formati veri e propri accordi, il che ha aumentato il potere e il prestigio dei partigiani.
(Questa era una fandonia, e Mussolini ne era consapevole: semmai erano i fascisti dell’esercito repubblicano che disertavano a frotte.)
4 – Che l’organizzazione partigiana in Italia con un totale di 100 000 uomini ripartiti in 60 brigate costituisce un pericolo crescente contro il quale non si agisce con la dovuta efficacia per molte cause, tra le quali la prima è il frazionamento dei comandi, delle forze e delle responsabilità tra italiani e tedeschi.
Alla lettera non c’era stata risposta, né mai ci sarebbe stata.
– Ti prometto, Rachele – disse – che riuscirò a troncare questi intrighi. Buffarini Guidi non sarà più ministro degli Interni. E poi…, poi vedrai.
– Io vedi, non ho più la forza di resistere – confessò Rachele.
– Ti prometto…
Mussolini pensava a un’inchiesta che aveva ordinato di eseguire a Udine esattamente dieci giorni prima. Non aveva ancora ricevuto i risultati, ma era sicuro d’essere sulla strada giusta. Dei morti torturati che penzolavano appesi a ganci di macellaio in ogni città e paese della sua Repubblica non aveva nozione precisa; dei bambini di due anni impalati nei vigneti di Marzabotto neppure; ma le prove che a Udine i tedeschi mancavano di rispetto alle donne italiane come se fossero tutte puttane, quelle sì, stava per averle, compresi nomi e cognomi dei responsabili. Con la scusa di far “visitare” 26 meretrici clandestine della città, un certo tenente Stonolika o Stonoliko aveva ordinato a 40 soldati tedeschi e a 20 fascisti italiani di fermare tutte le donne sorprese a passeggio da sole “tra le ore 18 e le ore 23 del 14 ottobre”. Portate nella caserma dell’8° Alpini (figurarsi!) e poi sottoposte a visita ginecologica erano tutte risultate sane “e alcune di esse vergini”.
Mussolini pregustava la lettera di protesta da scrivere a Rahn. Ora la testa gli era caduta sul petto: nel dormiveglia udì il ronzìo dondolante, altissimo, dell’aereo che tutte le sere volteggiava sull’Italia del nord. Gli italiani lo chiamavano “Pippo”: le prime volte Mussolini s’era quasi persuaso che il misterioso cacciatore notturno fosse in cerca di lui, poi, quando aveva saputo che tutte le regioni della Repubblica Sociale avevano ormai preso confidenza con l’aviatore solitario le cui bombe, quando cadevano, erano poco più di petardi, s’era ricreduto. Gli inglesi e gli americani avevano le coordinate esatte di villa Feltrinelli e di villa Orsolina: se avessero voluto ucciderlo sarebbero piombati di giorno, una volta per tutte. D’altronde, lui li aspettava: perciò non scappava in rifugio. Quel “Pippo” doveva essere una specie di D’Annunzio o di Lauro De Bosis: un sognatore un po’ matto, forse un italiano. Di quando in quando, l’aereo perdeva colpi: era senz’altro un rottame. Eppure la7 contraerea non era mai riuscita a centrarlo e nemmeno a scorgerlo, e ormai non sparava più. Ricordò d’improvviso che il feldmaresciallo Göring gli aveva chiesto 24 000 italiani da arruolare in Germania nella contraerea tedesca. “Chiesto” per modo di dire. Göring, che sembrava parlasse con la pancia, aveva bofonchiato che un sistema c’era per riconsegnare a Mussolini, armate ed addestrate, le divisioni della Repubblica Sociale. Bastava che il duce si desse da fare reclutando altri italiani da mandare in Germania a combattere con la Luftwaffe. Il duce aveva stretto i denti: – Farò il possibile. – Ne aveva trovato 10.000, non 24.000. Di più proprio non poteva: appena i bandi per il reclutamento venivano affissi nelle fabbriche, cominciavano le sedizioni. Gente che spariva sui monti insieme ai partigiani, ritardi nei lavori, la parola “merda” che compariva sovrascritta alla sua firma. Erano centinaia di migliaia (quanti non lo sapeva con esattezza: si basava sui rapporti dei prefetti, figurarsi!) gli italiani già ceduti alla Germania. Troppi anche per un dittatore: gli italiani non erano poi quella merce di scambio che i tedeschi credevano, e la resistenza antifascista lo dimostrava.
Si riscosse: un lugubre lucore di luna compariva a tratti sul lago, mentre le nubi piovose si sfilacciavano dietro al ronzìo di “Pippo”. Mussolini si ritirò in camera: ora le pesantissime tende di velluto apposte alle finestre per l’oscuramento antiaereo lo sigillavano come in una nicchia. Cominciò a stendere pigramente, così come gli veniva nella sonnolenza, il comunicato che annunciava le dimissioni del ministro degli Interni della Repubblica, Buffarini Guidi. Ma a metà smise: c’era tempo, ed era una decisione troppo importante per essere presa proprio in quel giorno così denso di litigi femminili. “Però” Mussolini si disse “la decisione è presa”. Per cominciare avrebbe messo alle costole di Buffarini un uomo per niente gradito ai tedeschi: l’ex direttore del “Popolo d’Italia” Giorgio Pini.
Certo Mussolini non poteva immaginare che in questa stessa sera il suo precario ministro degli Interni Guido Buffarini Guidi, mezzo costipato per l’acqua presa al mattino davanti al cancello di Claretta e sinceramente spaventato dagli occhi taglienti di Rachele (“Che razza di ministro siete? Dov’è la vostra autorità?“), stava faticosamente indirizzandogli una relazione disastrosa sulle condizioni della Repubblica, tentando di dimostrargli d’essere indispensabile.

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(Nota: a partire da questo numero, fino al suo termine, sospendo l’uso del “Voi”.)
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39 pensieri su “DVX

  1. Bel capitolo. Bellissimo.
    Sei un po’ troppo avanti per questa povera disastrata repubblica. In Italia parlare del proprio passato, sia esso buon, sia esso cattivo, sia esso buono e cattivo, vista la maturità dei cittadini, è un delirio.
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    Bravo.
    Dritto così. Si preannuncia una storia con i controc***i! (Non l’ho scritto, tranquillo)
    🙂
    Ciao Ninni e buona domenica.
    (Ok, ci diamo del tu!)
    🙂

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    • Spillo

      Essere avanti, caro amico, è un concetto labile presso la Repubblica italiana.
      Infatti. Tempo fa, durante una conversazione, si è posto proprio questo concetto. Avanti, ovvero il progressismo, nell’accezione attuale, significa sottacere a quei valori di Patria e sua difesa che sono stati fatti propri dalla destra politica ma, che a mio parere, appartengono a tutti senza alcuna distinzione. Allo stato attuale, con la corsi economica, finanziaria e ad esse legate, quella sociale, valori sono diventati svalori.
      La speranza è l’ultma a morire, ma sarebbe ora di essere un po’ più italiani e smetterla di osservare il trascorrere delle ore in attesa dell’alba.
      Ciao e grazie

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  2. Molto bello Milord.
    L’ho letto con interesse e quello che mi ha colpito è come sta raccontando dei fatti accaduti, con una ricostruzione talmente veritiera, che sembrava di essere lì e assistere ai discorsi di donna Rachele, sangue romagnolo!
    Sono profondamente colpita e condivido quanto detto dal sig. Spillo.
    Lei ha coraggio davanti all’immaturità (va bene, niente Voi).
    Buona domenica.

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    • Giorgia Mattei

      Grazie per il suo commento. Sì, è vero, basta umanizzare alcuni eventi storici grazie al comportamento di tutta l’umanità che ci circonda, e il gioco è fatto. Sentito e urla tra le due donne? Credo che, nella realtà, se ne siano dette ancora di più pesanti.
      Grazie per il suo intervento.

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  3. Giuro: letto così è un’altra storia. Niente prevenzione storica e seguito dei fatti come un essere umano qualunque. Chissà che non riusciamo a capirci un po’ di più.
    Buona domenica Ninni.

    Ely

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    • eleonorabisi

      cara Eleonora,
      io credo che la verità storica, non scevra da onestà intellettuale e una buona dose di buon senso, sia l’unica a dettare la legge della stiria e del presente, per proiettarci nel futuro.
      Grazie e buona serata

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  4. Ho letto e riletto con molto interesse.
    Si prefigura un racconto o romanzo che, su basi storiche, ci darà tanto da pensare sotto il profilo umano e sociale.
    Lei è veramente bravo.
    Le auguro una serena domenica,

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    • Amedeo d’A.

      Un romanzo su basi storiche, caro don Amedeo. Un impegno che ho deciso di onorare dopo anni di studio del periodo.
      Grazie per esserci, La sua presenza, presso questo umile spazio web, è qualificante.
      Buona sera

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  5. Ah ah ah
    Donna Rachele e Claretta. Sei stato bravissimo a descrivere quella burrasca dell’incontro tra le due.
    Ah ah ah ah ah sembrava di essere presenti e sentirle.
    Bravooo mi è piaciuto il primo capitolo. Ma che bello e poi scritto bello scorrevole che sembra di esserci presente.
    🙂

    Buona domenica Ninni.
    Buona domenica
    🙂

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    • Manuela Rovati

      Gustoso vero?
      Ho il ricordo, antichissimo, delle parole di mia madre. Quando parlava di Claretta Petacci, lo faceva con un spopettoso rispetto.
      Quando, invece, ricordava donna Rachele era un’altra musica.
      Si riferiva alla moglie, alla madre dei bambini. Insomma, parlava della madre e moglie d’Italia.
      Grazie

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  6. Ti sei preso un bell’impegno direi.
    Un capitolo scritto molto bene e con l’approccio di chi osserva e racconta.
    Inserito nella verità storica e racchiuso dentro la strada, ristretta, degli eventi hai creato una bella simbiosi tra uomo ed essere uomo.
    Bravo.
    Una carezza e buona domenica

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    • Hilde Strauß

      Sì, è vero, stiamo parlando di un bell’impegno.
      Lo faccio volentieri, però. Lo faccio (spero) con spirito equo ed equidistante.
      Non tutto il male è male.
      Non tutto il bene è bene.

      Ciao e buona serata

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  7. Un gran bel Capitolo.
    Hai umanizzato l’inumanizzabile. Ma non sono qua per umanizzare, ma per dire che, anche nell’umanità dell’uomo Mussolini, esiste la verità del dittatore.
    Il tuo primo capitolo è bello e ci hai messo a nostro agio.
    Mi piace proprio.
    buona domenic e grazie
    🙂

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  8. Sono laureata in scienze politiche ed ho fatto politica per tanto tempo ma se guardi nel mio blog non ne troverai traccia.ho smesso da tempo immemore di mangiarne.agli italiani non interessa la verità ma solo L uso che possono farne per i propi comodi.continuero’ a leggere. Un caro saluto

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    • arielisolabella

      Ecco che mi puoi capire, allora.
      Vedi, il popolo italiano, credo, è stanco di soffrire e/o di perdere la propria serenità. Saranno state le guerre subite, oppure le varie crisi, ma l’italica stirpe ha terrore di parlare, elaborare, quello che le riguarda da vicino.
      Ti ringrazio per leggere.
      Un caro saluto anche a te.

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  9. Il post è splendido.
    A parte la querelle tra le due donne, Mussolini ormai era stanco, disilluso, privo di energie. Va fatta una distinzione chiara fra lui, Hitler e Stalin. Ciò che pensò anche Joseph Goebbels. Mussolini aveva sulla coscienza meno delitti del mio amato Putin. Era un giornalista, più che un politico. Voleva ripercorrere i fasti dell’antica Roma, e in questo sbagliò. Fece, peraltro, anche cose buone – previdenza sociale, tredicesima, bonifica dell’agro pontino – e se non fosse diventato succube di Hitler – che all’inizio, ma solo all’inizio, lo considerava il suo maestro – sarebbe morto nel suo letto, come Franco.
    Complimenti radiosi.

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    • Alessandra Bianchi

      Il fascismo e di conseguenza il mussolinismo nacque dai conflitti sociali tra proletariato e borghesia; dall’insicurezza generale e il bisogno di appartenenza ad un gruppo.
      L’Italia fu l’unico tra i paesi vincitori della prima guerra mondiale dove la classe dirigente fu travolta da una crisi post-bellica, originatasi nei problemi di formazione dello Stato.

      Il programma del Partito fascista consisteva in:
      Una radicale riforma agraria con il motto “la terra ai contadini”;
      Una riforma elettorale con il sistema proporzionale e l’estensione del voto alle donne;
      Un ordinamento amministrativo decentrato, basato sulle autonomie locali e regionali.
      Obiettivi e traguardi tutti raggiunti e in poco tempo. Il seguito è storia.

      Il modello mussoliniano influenzò:
      Adolf Hitler e il nazionalsocialismo tedesco;
      Francisco Franco a capo della Falange spagnola nella guerra civile;
      l’unione nazionale del norvegese;
      il governo austriaco di Dollfuss;
      il governo dittatoriale ungherese;
      il movimento antisemita romeno “guardia di ferro”;
      gli ustascia del nazionalista croato Ante Pavelic
      il regime “Estado Novo” di Antonio de Oliveira Salazar in Portogallo
      i governi giapponesi tra le due guerre, denominati “fascismo giapponese”
      un po’ tanti per essere definito come una vuota consistenza ideologica da alcune parti progressiste nazionali.

      Grazie per il tuo intervento e buona serata

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  10. Un rigore storico perseguito con perizia e proprietà. Bello e gustoso l’incontro tra le due signore.
    Hai tratteggiato, benissimo a mio giudizio, la figura di Mussolini. Un uomo stanco e profondamente deluso da quegli italiani, per i quali, si era messo contro il mondo intero. Ls sua alleanza con Hitler fu dovuta dalla diplomatica politica del “meno peggio”. Avremmo subìto i tedeschi come padroni, immediatamete. C’era la questione altoatesina e Mussolini riuscì a tenere a freno i tedeschi (vorrei ricordare che, all’anschluss, Mussolini rispose con alcune Divisioni dispiegate al confine). Il programma della Pubblica Amministrazione, il riordino del Ministero della Sanità e soprattutto dell’Istruzione con l’alfabetizzazione nazionale, furono tre altri temi notevoli condotti dalla politica del duce. (Ometto la creazione dell’urbanizzazione, a tappeto, sociale).
    Un romanzo che promette benissimo, caro Ninni.
    Un abbraccio,

    Isy

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    • Isabella Ozieri

      Nel 1923 si affermò la riforma scolastica di Giovanni Gentile, già elaborata da Benedetto Croce, che consisteva in:
      Istituzione di un esame di Stato alla fine del corso di studi superiore;
      Articolazione degli istituti (distinzione dei licei);
      Struttura degli insegnamenti e dei programmi.

      Voglio parlare, in questa sede, soltanto della politica interna.

      Obiettivi lodevolissimi e pienamente raggiunti.
      Della dittatura, ormai, ne siamo perfettamente consapevoli.
      Di cosa vogliamo parlare?
      Ciao Isy e buona serata

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  11. Nikolaij Kuznetsov

    Ti ringrazio Gabriele.
    Vedi, mi sono imbarcato in questa storia perché è un tema che sento molto e lo sai.
    Ti ringrazio per l’apprezzamento sullo stile.
    non ho umanizzato, almeno non più di tanto, l’anziano dittatore. la storia lo ha e lo descriverà meglio di me.
    Credo, però, che essendo composto di carne ed ossa come te e me, non debba essere divinozzato né in negativo, né in positivo. Soltanto un uomo. con tutto quello che ne deriva.
    Grazie, ciao e buona serata

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  12. Un grosso, interessante e ‘pericoloso’ lavoro che stai affrontando.
    Punto di domanda: credi, veramente, che gli italiani siano pront per una analisi ‘serena’ della propria storia?
    Boh? Qua nessuno affronta, neppure, il bonapartismo.
    L’inizio dellla tua storia, rigorosamente legata ai canoni storici, è splendido.
    Mi metto in prima fila e mi godo lo spettacolo.
    Ciao e buona giornata

    Max

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    • Maxim

      Una storia italiana che si riferisce al contesto, proprio, d’interesse. Ho voluto raccontare, nello specifico, un evolversi della situazione italiana in senso storico, ma osservata dal di fuori e possibilmente senza pssionalità coinvolgenti.

      Grazie ciao

      Mi piace

  13. Ho letto con molto interesse l’inizio del suo nuovo racconto e le dico che, per aver vissuto in prima persona, anche se da bambino, quegli avvenimenti la sua trasposizione è possibile. Anzi, nella misura di un ordinario sviluppo, assai probabile.

    Mi trova, anche per quello che mi riguarda, attentissimo lettore.
    Le auguro buona giornata

    Furio

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    • Furioc

      Ecco, caro amico. Lei è uno di quei fruitori a cui dedico questo racconto di attualità storica. Potrà, facilmente, evidenziare tutta l’importanza del periodo e, non ultima, tutta l’importanza della sua conoscenza.
      Grazie e buona serata

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  14. Una bellissima prima puntata.
    Per i temi trattati ci tocca personalmente e devo dire che come inizio non c’é male.
    Come se stessi annotando, a distanza, gli avvenimenti italiani da lontano. Forse è il miglior modo di raccontare e raccontarci.
    Ciao Ninni

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  15. Lascia perdere i commenti distruttivi ad altri. hai intrapreso una bella strada che, ti auguro, possa portare ad una maturazione degli eventi da te descritti, con quel senso storiografico e umano di cui sei capace.

    Una bella prima puntata.
    Ciao

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  16. Un capitolo bello e pericoloso (visti i tempi).
    Il racconto è dato con la tua solita maestrìa. Bella la “tua” verità che, e ho avuto modo di verificare, è legata rigorosamente alla verità.
    Ciao Ninni
    🙂

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    • Valerio B.

      Un capitolo d’impegno, figurati. Per la pericolosità vorrei sottolinearti che il momento storico, proprio adesso, sarebbe da analizzare proprio in base alla “coltura da allevamento politico” che è rigogliosa e che si evidenzia, proprio, in questo periodo.
      Grazie, ciao e buona notte..

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