Un caso risolto

1.

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La musica un po’ vecchia ma di sicuro effetto nostalgico; le panche e i tavolacci tarlati e diseguali ma solidi e popolani; la birra efferatamente cara ma buona e un nome, se non senza senso alcuno, quantomeno ambiguo: il locale sui Navigli aveva una bella serie di atouts per un più che soddisfacente decollo commerciale. L’osteria del Vuoto anche per quella sera era piena, anche se non all’eccesso, e quel poco spazio lasciato dagli avventori era ormai occupato dal vociare allegro.
Risate e urla d’incitamento si levarono da un tavolo in fondo, il più vicino al palchetto destinato a ipotetici musicanti. Un ragazzo alto e magro, ma dotato di uno spropositato paio di baffi celtici color rame, reggeva a due mani un boccale da un litro di stout e stava cercando di vuotarlo, evidentemente per scommessa, senza staccare le labbra dal bordo. Sembrava potercela fare, anche se l’espressione del suo viso non era precisamente soddisfatta. Finalmente l’apparentemente interminabile boccale fu prosciugato, i baffi furono detersi da ogni traccia di schiuma e alle risa si sostituirono applausi e un coro d’approvazioni. Il bevitore ruttò con discrezione e si alzò, non senza manifestare sintomi d’instabilità.
-Oh, bene. E ora, mentre voi miscredenti provvederete a pagare il boccale e a ordinarne un altro, l’annuncio fu accolto da fischi increduli o schernevoli mentre voi, dicevo, provvederete alla bisogna, io mi ritirerò un attimo per una sana bisogna d’altro tipo.
Si avviò sorridendo nel corridoio fra due file di tavoli, dribblando piedi, borsette, giacche malamente appese e avventori e preceduto da quello dei suoi amici che era stato destinato al pagamento. Ma non Io seguì fino al bancone, dietro cui spiccava una vecchia porta su cui un tradizionale cartiglio smaltato, bianco e blu, indicava piuttosto piattamente la parola CESSI. Esco, disse, io esco, e se n’ebbe in cambio un sorriso complice e sospettoso di vertigini per la verità molto relative. L’aria fredda comunque gli fece piacere. Di fianco all’osteria, prima di un’ignota traversa e d’un ponte autostradale altrettanto ignoto, un praticello triangolare “tirava gli ultimi” appoggiandosi a una vecchia rete metallica. Si diresse verso un piccolo cono d’ombra laggiù, fra la rete e il muro della casa dove qualcuno aveva depositato il solito sacco di rifiuti, nero e scomposto, pensando va bene, lì va bene senz’altro. Chissà perché, poi. Davvero, ci vorrebbe uno studio, e non di scarsa complessità, per individuare il perché di queste scelte, la ragione più o meno profonda per cui un luogo è perfetto laddove si guarda con orrore a un posto un metro più in là.
Filosofico, come spesso accade quando la fisiologia è chiamata in causa, il bevitore, rilassato, dirigeva pigramente il getto qui e là, a caso, e solo raramente sul sacco.
Fu quindi solo alla fine che si accorse che il sacco era rivestito da un rozzo cappottone fangoso, solo allora vide la mano spuntare da una manica, e il manico definitivo di un coltello a poca distanza ma, inequivocabilmente, infisso in un torace e evidentemente mortale.
2L’uomo in borghese che scese ansimando dalla volante, aggiustandosi poi il cappotto sulle spalle, era francamente eccessivo. Altissimo e enormemente grasso nonostante ciò, attese che la sirena dell’auto cessasse di rumoreggiare e si avvicinò quindi al prato, lasciando sciattamente aperto lo sportello.
L’appuntato Di Trizio accorse prontamente, con una breve corsetta rigida, muovendo le gambe come due pali reumatici e ineleganti. Ancora non ha imparato a che servono le ginocchia, pensò sospirando il commissario. Mentre Di Trizio s’era immobilizzato metallicamente sull’attenti e, incurante del gesto vagamente papale ma certamente infastidito del suo immenso superiore, stava sfoggiando un ineccepibile saluto.
-Eh, Di Trizio.
La voce del commissario era rotonda, pastosa e grassa tanto da ricordar e uno zampone.
-Ma se ci hanno smilitarizzati, su, basta con questi saluti e salutini.
Il subalterno, confuso, lasciò ricadere la mano ma si riprese prontamente elencando al commissario i dati del ritrovamento delittuoso e i provvedimenti fino a quel momento adottati: che erano, naturalmente, da manuale. Accennò, poco gerarchicamente con il pollice a un ragazzo alto e visibilmente sconvolto che se ne stava appoggiato a un muro dell’osteria, sul lato opposto del marciapiede.
-Dice quello là che l’ha trovato lui.
Il commissario considerò rassegnato gli accenti di sospetto e insinuazione nella voce di Di Trizio, li scartò e si varò giù dal marciapiede, attraversando la strada. Salutò urbanamente il giovane, da cui si fece raccontare di nuovo come l’avesse poi trovato, quel benedetto morto. Di Trizio parve ingelosito.
-Mi scusi, e come mai lei se n’era venuto fin qui, sì, dico, non ci sono i servizi, lì dentro?
Il ragazzo si strinse nelle spalle.
-Sì, ma lei c’è mai stato nei cessi di posti come questo? Qui, poi, è ancora tutto nuovo. Il commissario annuì comprensivo. Lui, in media, nei servizi dei bar non riusciva nemmeno a entrare e poteva agevolmente immaginarsi, con orrore, quelli dell’Osteria del Vuoto, sicuramente vecchi e angusti, oppressi magari da mattoni e sacchi di cemento, costantemente bloccati da lunghissime file d’imberbi o pelosissimi consumatori di birre, permeati dall’odore umido e edile dell’intonaco dato frettolosamente, freddi, inospitali.
Si voltò verso il canale, succhiandosi rumorosamente il labbro inferiore. Un accoltellato sui Navigli non è cosa da rallegrare chicchessia, pensò. Un accoltellato sui Navigli scoperto e denunciato dieci minuti prima della fine del turno è invece un caso da far imbestialire. E se, infine, pensava a casa sua, alla salsa verde lasciata amorevolmente riposare assieme al lesso lentamente raffreddatosi fino alla temperatura ottimale, l’odio per questo morto inutile, ingombrante, ineducato, assurgeva a livelli persino sproporzionati.
-Ma si sa chi è? Chi era, insomma, – chiese bruscamente a Di Trizio.
-Marelli Vincenzo via Cesare Da Sesto pensionato, anni sessantotto – recitò, privandosi delle virgole l’appuntato, felicemente rientrato in un terreno familiare e alieno dalla comprensione per le esigenze idrauliche altrui. Il commissario grugnì senza impegnarsi. E ora si mettevano anche a accoppare i pensionati, pensò. E sarà la solita storia squallida, ormai anche i soldi di mezza pensione fanno gola. E adesso li attendevano le inevitabili indagini nei soliti ambienti, i consueti dinieghi, occhi impauriti, teatri, recite penosamente oratoriali, visi offesi. Non se ne sarebbe ricavato un bel niente.
-Parenti? Conviventi?
-Abbiamo chiesto in centrale, attendiamo. E tu attendi, Di Trizio, attendi. Ma non lo disse, un po’ per la vergogna dell’attenzione fissa al lesso in salsa verde difronte a quel povero morto, un po’ per non offendere Di Trizio, uomo senza fantasia e anzi, persino fibrosamente tutto d’un pezzo: ma così prezioso, così ligio, così purtroppo utile.
Venne la luce blu dell’ambulanza, prima del previsto: ma i rilievi, fatti poi un po’ alla carlona dato il luogo e l’umidità, finirono abbastanza in fretta per evitare uno scoppio d’ira dei barellieri. Quanto alle cause all’ora della morte ci avrebbe pensato poi il medico legale, ma c’era poco da sfogliar margherite, quell’accidente di coltello da cucina doveva essere lungo una ventina di centimetri di sola lama. Strano anzi che non avesse trafitto il pensionato da parte a parte. Il commissario si chinò sul corpo, in quel momento in transito, arricciando il naso. Coltello da arrosto, commentò fra sé e sé, d’ottima marca, affilato e appuntito. Bella lama. Annusò di nuovo.
-Di Trizio.
-Comandi.
-Di Trizio, questo qui non è morto da molto, ve ne siete accorti? Ha ancora addosso un odore… un odore…
Meditabondo, sembrò rientrare in se stesso e perder peso. Di Trizio lo guardava, illuminandosi d’immensa ammirazione preventiva per la solo presunta sagacia commissariale. I superiori, pensò si vedono. Il superiore lo svegliò bruscamente.
-E allora, ve ne siete accorti o no?
-Nossignore.
L’appuntato era vistosamente umiliato. Il commissario sbuffò.
E adesso perché se la prendeva, che bisogno c’era, non era scritto su nessun manuale che i morti vanno annusati, e del resto anche lui l’aveva poi fatto per caso, pensando al lesso, forse. Si accese un sigaretta, tristemente leggerissima e insapore. Ricordò fuggevolmente la recente visita fiscale, le minacce e i consigli del medico, che parenteticamente fumava Gitanes, i maleducati accenni a un eccesso di pinguedine. Offrì da fumare a Di Trizio che ligio ai regolamenti rifiutò ma fu caninamente felice del gesto benevolo.
-Va bene, dai, torniamo in questura. L’appuntato accennò ai frequentatori dell’osteria e, in sintesi, a quello che aveva ritrovato il cadavere.
-E quelli, dottore?
-Ma identifica li, no? Che ti devo dire tutto? Di Trizio sbatté convulsamente le palpebre. Già fatto, disse.
-Ma quello che ha trovato il morto, dottore? Potremmo sempre fermarlo per atti osceni in luogo pubblico o, in subordine, per atti contrari alla pubblica decenza, no?
Il commissario lo guardò con una sorta di attonito stupore. Niente, non c’era niente da fare. Riforme, pura e semplice intelligenza, barlumi empirici, buon senso: nulla poteva penetrare la scorza regolamentare e abitudinaria di Di Trizio. Ebbe l’improvvisa fuggevole impressione che nulla mai potesse cambiare, nemmeno lui, che tutto avrebbe continuato a correre sugli stessi binari paralleli, monotoni, infiniti.
Si portò via Di Trizio, sbuffando ma senza cattiveria. Da domani, si disse eroicamente, da domani mi metto a dieta.
Profondamente immerso nella lettura delle pagine dell’Artusi, malamente illuminate dal­ le lampadine a basso voltaggio della Questura, il commissario sentì purtuttavia che qualcosa, a proposito del morto all’Osteria del Vuoto, non lo voleva lasciare in pace. Ripassò mentalmente la sequenza degli avvenimenti, dalla telefonata che l’aveva distolto dal rientro, al ritorno in sede a fianco del­ l’immusonito Di Trizio. Ma niente di nuovo, niente di significativo. Eppure. Nemmeno la preziosa ricetta dell’Artusi, che riguardava la cottura di un cinghiale in una vescica di vitello riuscì a riconfortarlo. Chiuse il libro pensando a dove mai uno potesse trovare una vescica di vitello, forse al mattatoio, ma sai problemi per lavarla e privarla di sentori renali e strani.
Entrò Di Trizio, con l’inevitabile mazzo di fogli misteriosi in mano. Il commissario gli si rivolse silenziosamente agitando le dita grassocce riunite in un gesto universale di domanda.
-Nessun parente, Dottore, -la maiuscola si sentì chiaramente-, nessun convivente. I vicini, a domanda, rispondono che trattasi di persona riservata e tranquilla, senza amicizie né normali né particolari, solita frequentare trattorie e osterie ma non frequentemente.
-E bravo Di Trizio, così il nostro pensionato non frequentava frequentemente.
Il commissario accennò a una risata ma la represse prontamente alla vista dell’espressione dell’appuntato, completamente impermeabile all’umorismo.
-Va beh. E si sa quali?
-Non viene specificato.
Il commissario s’interrogò mentalmente e a lungo, poi ripose il pacchetto di sigarette già estratto a metà dalla tasca. Ma che cosa, pensò, cosa diavolo c’è che non va, che non quaglia… Si picchiò una violentissima ma­ nata sulla fronte. E per cristo. Di Trizio, cattolico osservante, sobbalzò nervosamente. Il corpo del commissario sembrava d’improvviso aver acquistato una levità e una velocità del tutto inaspettate. Aggiustando carte sulla scrivania, spostando sedie, afferrando il cappotto per poi riappenderlo subito dopo, iniziò a bombardare di domande Di Trizio. Dove aveva mangiato, il pensionato, in casa? Ma, non si sapeva, ma non c’erano tracce di stoviglie usate o rifiuti. E il sacchetto dell’immondizia era ancora in casa? Ma, Di Trizio non lo sapeva, però dubitava che avessero controllato, un particolare così…
-Portami là. -disse bruscamente il commissario, prendendo questa volta definitivamente il cappotto. E mancò poco che Di Trizio, travolto, lo prendesse eroicamente alla lettera.
Per la seconda volta nella stessa sera, gli attoniti agenti della volante videro il loro commissario annusare l’aria, questa volta però attraversando a passo di carica le due e misere stanze dell’alloggetto di ringhiera. Per quello che ne potevano capire loro c’era solo un violento odore di lavandino e un persistente sentore di calzini: niente quindi di cui rallegrarsi, specie quando il commissario vuotò meticolosamente la pattumiera sul tavolo, previamente coperto dal giornale e esaminò pedantemente i rifiuti. Inspiegabile, perciò, a maggior ragione, l’espressione lieta, quasi ilare del loro superiore, che alla fine disse che molto bene, lì non c’era niente e se li portò via di corsa facendo tre­ mare le scale, non senza aver prima asportato, non sapevano quanto legalmente, le pagine gialle ormai inutili dalla casa del morto.
Così, millenariamente paziente, si portò il telefono all’orecchio, lo incastrò disagevolmente fra collo e spalla e disse pronto, vada pure. Mentre il commissario si faceva tradurre altri fogli da un altro agente vistosamente annoiato, tormentandosi un labbro e ascoltando con incredibile concentrazione, come se da quelle scemenze potesse mai uscire, come dire, il tesoro di Alì Babà o l’oro di Dongo. Pensando con nostalgia al centotredicesimo fascicolo della sua pressoché interminabile Storia del mondo moderno a dispense che lo attendeva a casa, finì di scrivere, salutò, riappese e tese il foglio al commissario.
-Ecco, dottore. Era l’ultima?
-Già.
E sfogliava, intanto, sfogliava, sottolineando ogni singola voce con l’indice rotondo, ascoltando con attenzione la voce monotona dell’agente che rielencava quello che lui aveva appena finito di scrivere. Si permise, scusandosene, di pensare a altro, a quei dolorosi attacchi di colite che già da un po’ di tempo, e chissà perché gli venne in mente di quando era bambino e dava la caccia ai granchi sulla spiaggia. Il mattino il momento migliore, l’acqua liscissima e la mano andava infilata a paletta sotto il …
Di Trizio? Di Trizio, che fai, dormi?
-Sissignore, no dottore, eccomi!
-A ecco, bene. Dai che si va, su.
L’uomo in giacca bianca soppesò e valutò il commissario con una sola e breve occhiata. Si fece avanti con aria sconsolata, le braccia appena allargate e la testa inclinata di lato.
– Mi dispiace, signore, non c’è più posto, vede anche lei. Se avesse telefonato.
Il commissario lo bloccò con un gesto perentorio, si qualificò e tese la mano verso di lui.
– È il menu, quello?
-Ma. Sì, certo, è il…
-Sia gentile.
Senza attendere risposta, sfilò la sottile cartella di similpelle dalle mani dello pseudo maître e lo aprì, consultandolo poi a lungo.
-Com’è la bistecca alla Chef?
Il cameriere che già si preparava a feroci recriminazioni, pietose litanie e vaghi tentati­ vi di corruzione in caso di accuse d’ irregolarità, si sentì preso in contropiede.
-Alla Chef?
-Sì. È scritto qui, no?
Ma cosa voleva quest’ingombrante commissario, cosa andava cercando? Il cameriere si guardò alle spalle. Dalla cassa, la padrona li guardava sospettosamente.
-Ma, veda, è una costata su cui viene versato un sugo particolare tra i cui ingredienti c’è il pepe verde, c’è l’olio, il sale e il dragoncello, ma non vedo…
Niente, l’increscioso poliziotto non lo ascoltava già più e si dirigeva con estrema sicurezza verso le cucine, dribblando agilmente la padrona che s’era sporta a metà oltre il suo banco e svanendo dietro le porte a molla. Ma che stava succedendo si chiese, che cristo stava succedendo?
Il commissario aspirò a pieni polmoni la fragranza composita della cucina e si divertì a scomporla nei suoi componenti basilari, salutando affabilmente nel contempo una donna grassoccia intenta a scolare spaghetti. Si avvicinò poi con fare imperioso a una padella, la scoperchiò, estrasse eroicamente a mani nude una manciata di patatine e le fece ingordamente sparire in un solo colpo. Tutti lo guardavano stupiti, in silenzio, con­ gelati nelle diverse posizioni che ciascuno aveva assunto per le proprie mansioni. Il cuoco si avvicinò asciugandosi le mani nel grembiule, il viso già più rosso di una tonalità. Si preparava una scena sgradevole, ma ancora una volta il commissario fu pronto a fermare il suo iracondo interlocutore con un gesto e poche spiegazioni. Il cuoco gli indicò una padella con aria stupita e il commissario andò a annusare sfidando fumi e sfrigolii.
-Ah!
Il cuoco parve contento, interpretando il muggito come un’approvazione. Il commissario prese a gironzolar e qui e là, ora prendendo una fettina di roastbeef, ora una foglia d’insalata, fino a arrivare, con studiata indifferenza, al vassoio dei bignè di cui si servì abbondantemente. Lì accanto c’era un gran tagliere di legno sopra cui stavano appesi arnesi e posate d’ogni genere, tutti i misteriosi aggeggi massonici che dovrebbero agevolare le fatiche gastronomiche. Un ragazzo di piccola statura e nero di barba mal rasata, lo guardava, diviso fra un vistoso tic facciale e un inutile macinino da spezie fra le mani. Il commissario accennò alle posate.
-Splendido servizio davvero. Molto completo.
Si avvicinò piegando lo stomaco prominente sul tagliere, senza alcun timore di poco simpatiche allusioni.
-Solo che, aggiunse come per caso, scuotendo la testa, solo che qui pare proprio che manchi un coltello, un vero peccato. Un coltello, e qui si guardò teatralmente intorno, da arrosto, direi.
Il ragazzo davanti a lui lasciò rumorosamente cadere il macinino.
Di Trizio guidava con legnosa sonnolenza lungo le strade deserte. Dietro, il commissario semi sdraiato par lottava fra sé e sé, soddisfatto.
-Dragoncello, caro Di Trizio, disse alzando il volume, droga, o, per non confonderti le idee, spezia d’uso non frequente ma dalla fragranza assolutamente inconfondibile.
Sembrò meditare per un attimo. Di Trizio, graniticamente concentrato, ingranò una marcia sbagliata.
-Per chi se ne intende, naturalmente. Ora si tratta solo di appurare se quel benedetto ragazzo ha lasciato l’odore addosso al morto solo per averne macinato fino a quel momento o se il pensionato è stato lì per cena consumando una bistecca alla Chef.
Bisognerà attendere il referto autoptico, pensò meccanicamente ma con malcelato orgoglio lessicale Di Trizio. Ma poi sospirò e si diede mentalmente del cretino. C’era cascato anche lui come il dottore, che come professionista niente da dire, ma certe volte era così fuori dal mondo. Saldamente collegato a realtà più terrene, l’appuntato sapeva bene che un pensionato mai più sarebbe potuto entrare in quel ristorante, e mai più avrebbe potuto non ordinare, ma neppure pensare di ordinare una bistecca alla Chef. E, ponderò poi ammirato, se c’erano arrivati, poi a quel delinquente, se l’avevano preso, era proprio perché il dottore era completamente perso dietro a quel suo coso, il dragoncello, e non s’era fatto distrarre. Che cose strane che si mangiano oggi giorno, deviò improvvisamente il pensiero di Di Trizio mentre accostava al marciapiede, davanti al condominio in cui abitava il commissario.
-Di Trizio, ma chi caspita era, poi, quel ragazzo? Perché l’ha ucciso?
-Non so bene, dottore, ho chiesto in centrale ma dicono che non fa altro che piangere. Pare comunque che fosse un suo lontano cugino e che ci fosse dietro la solita storia di soldi. Delitto, – concluse soddisfatto, – d’ interesse.
D’interesse culinario, pensò il commissario.
E preso da improvvisa e tenera simpatia per il suo fedele appuntato, sempre pronto a ricondurre piattamente ogni e qualsiasi realtà eccedente al suo buon senso realistico, gli picchiò una cordiale manata su una spalla.
-Dai, Di Trizio, andiamo, vieni a mangiare qualcosa.
E pensava al suo lesso negletto e pur tuttavia anch’esso fedele, alla salsa che sperava, no, sapeva non rovinata dall’attesa, al viso ingenuamente felice di Di Trizio davanti a una simile bontà per lui insolita.
-Magari una pizza, dottore? -sorrise orrendamente speranzoso l’appuntato.
Il commissario sentì che, figurativamente, gli cadevano le braccia. Non c’è verso, pensò, non c’è proprio ver so.
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23 pensieri su “Un caso risolto

  1. Un racconto veramente brillante,scorrevole e molto gradevole.
    Complimenti Milord, vedo che spaziate dai racconti molto intensi e seri a racconti più leggeri, ma pur sempre molto belli e gradevoli da leggere.
    Ossequi e cordialità, Patrizia

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