DUX II

.

1

.

Maderno, ministero degli Interni della RSI
2Anche Buffarini Guidi sentiva il ronzìo altissimo e lamentoso di “Pippo”.
Quell’aereo nel silenzio incuteva in lui, che non era mai stato coraggioso, qualcosa di più e di diverso dalla paura: una specie di intimo panico che gli dava la misura di quanto le sorti di tutti loro fossero precarie. Un botto di contraerea, uno solo, tanto per lacerare il silenzio del lago, l’avrebbe almeno distolto da quell’angoscia. La frase di Rachele, “Vi porteranno tutti a piazzale Loreto”, s’era infissa proprio nel punto più dolente e fragile del suo corpo molle: il cuore, sempre più soffocato dal grasso. Rachele aveva inveito contro Claretta, ma lui s’era sentito rimbalzare addosso la minaccia con violenza ancora maggiore. Claretta non l’avrebbero ammazzata, ma lui sì. Eppure era attaccato al suo posto di ministro, stupidamente, come se l’autorità avesse potuto proteggerlo dalla morte anziché affrettarne l’arrivo.
Stava scrivendo la voce “Partigiani” della sua lunghissima relazione al duce. Le altre voci avevano infittito pagine e pagine, ma questa era di cinque righe soltanto: asciutta, scarna e soprattutto falsa come un’epigrafe:
“Partigiani: Si è unanimemente posto in rilievo come l’azione di persuasione sia in molti casi efficace ed atta ad attrarre nella nostra orbita quei partigiani che professano idealità anticomuniste”. Punto e basta: una bugia in più per il vecchio dittatore.
Gargnano, metà novembre 1944
Le dimissioni di Buffarini Guidi, scritte da Mussolini all’insaputa di colui che avrebbe dovuto firmarle, erano nascoste in un cassetto dello scrittoio del duce.
Era un inverno disastroso per la salute del vecchio dittatore: il freddo – un freddo assurdo, che solo lui sentiva – lo attanagliava. La stufa di terracotta, nell’ufficio di villa Orsolina, ardeva giorno e notte.
Quella mattina del 14 novembre si annunciò tuttavia meno angosciosa delle altre. Non arrivarono sul suo tavolo le solite, repellenti fotografie di partigiani condotti al muro dalle sue brigate nere, ragazzi con i poveri abiti a brandelli, le toppe ai pantaloni, i visi smunti: niente immagini di morti accatastati né di gente impiccata ai lampioni. E non arrivarono neppure i messaggi anonimi o debitamente e burocraticamente stesi dai servizi d’informazione tedeschi, secondo cui “se Mussolini avesse messo piede a Milano” i GAP (Gruppi di Azione Partigiana) lo avrebbero ucciso.
Mussolini fu invece informato di un proclama emanato ventiquattr’ore prima dal maresciallo Alexander, comandante in capo degli alleati angloamericani in Italia:
“Patrioti, la campagna estiva è finita ed ha inizio la campagna invernale. Il sopravvenire della pioggia e del fango inevitabilmente significa un rallentamento del ritmo della battaglia. Quindi le istruzioni sono come segue: 1 – Cesserete per il momento operazioni organizzate su vasta scala…”.
Il nemico aveva fermato il fronte a sud di Bologna: fango e pioggia imponevano la tregua. Ma il succo del proclama era nell’ordine dato ai partigiani di scendere dalla montagna, di tornare a casa, di smetterla di combattere fascisti e tedeschi almeno finché l’inverno non fosse trascorso.
Mussolini dovette provare qualcosa di assai simile a una gioia fisica. Tre giorni soltanto erano trascorsi dal termine che lui stesso aveva fissato per l’amnistia ai disertori. Da tre giorni i plotoni d’esecuzione funzionavano contro coloro che invece di arruolarsi nell’esercito della Repubblica di Salò salivano i monti per combattere insieme ai partigiani. Ed ora, ecco che proprio Alexander, il capo dei nemici, praticamente gli consegnava nelle mani i “disertori”. Ma la gioia quasi fisica che Mussolini provava non era per i plotoni d’esecuzione che, grazie ad Alexander, avrebbero moltiplicato il loro lavoro. Era per lo schiaffo morale che i partigiani avevano subito.
Gli alleati trattavano gli italiani come i tedeschi trattavano lui: sfruttando e umiliando e, per Dio, non era questa la migliore occasione perché gli italiani si unissero quanti erano, e cercassero d’intendersi?
Come gli capitava negli ormai rari momenti d’entusiasmo le idee gli venivano a fiotti. La differenza col passato, quand’era più giovane e potentissimo, stava solo nell’ordine che le idee prendevano nella sua testa: allora, per quanto improvvisa, ogni idea trovava una sua immediata collocazione; adesso, invece si aggrovigliavano tutte insieme finché lui stesso finiva per non raccapezzarsi più. Dunque, Alexander aveva umiliato e praticamente tradito i partigiani; innanzi tutto questo significava che un giorno, a cose finite, i vincitori non avrebbero potuto accusarlo delle fucilazioni e delle impiccagioni di partigiani perché, secondo Alexander, essi non costituivano un esercito regolare. Gli eserciti regolari non si spediscono a casa, in vacanza, durante l’inverno. Alexander, insomma, diventava “un nemico” anche per i partigiani, e soprattutto per i partigiani più pericolosi: i comunisti, quelli che tornando a casa non avrebbero avuto scampo di sicuro.
Il testo del proclama liquidatorio del maresciallo Alexander si rimescolava, nella fantasia del dittatore, a quel curioso discorso pronunciato agli italiani da Winston Churchill il 28 agosto, un discorso che pareva il prologo di quello di Alexander:
“Che cosa è la libertà?” aveva detto Churchill. “Ci sono alcune semplicissime domande dalla cui risposta si può praticamente accertarne l’esistenza nel mondo moderno, in tempo di pace. Eccole:
Esiste il diritto alla libera espressione delle proprie opinioni e a opporsi e criticare il governo in carica?
Ha il popolo il diritto di cacciar via il governo che non gode della sua fiducia ed esistono mezzi costituzionali con i quali esso può manifestare la propria volontà?
Esistono tribunali non sottoposti alle pressioni dell’esecutivo e alle minacce di violenza della folla, e liberi da ogni collusione con particolari partiti politici?
Giudicheranno questi tribunali in base a leggi ben note e ben definite che si ispirano secondo il giudizio comune ai grandi principi della giustizia e della morale?
Saranno conservati e affermati ed esaltati i diritti dell’individuo, compatibilmente con i suoi doveri verso lo Stato?
Il contadino e l’operaio comuni, che si guadagnano da vivere con la loro fatica quotidiana e lottano per tirar su una famiglia, sono o non sono liberi dal timore che gli agenti di una crudele organizzazione sottoposta al controllo di un partito unico, come la Gestapo e simili polizie segrete create in Germania e altrove dal nazismo e dal fascismo, gli battano un colpo sulle spalle e li sottopongano senza regolare e pubblico processo alla perdita della libertà e a maltrattamenti? Queste semplicissime domande implicano alcuni dei principi sui quali si può fondare una nuova Italia…”.
Possibile che i partigiani non avessero capito già allora che Churchill non aveva parlato contro il fascismo, ma contro i comunisti? E qual era la forza dei partigiani senza i comunisti?
Nebulosa ancora gli passò per la testa l’idea che mesi più tardi avrebbe davvero cercato di realizzare: la consegna dei poteri della Repubblica di Salò a tutti i partiti antifascisti esclusi i comunisti.
O forse… macché forse, era sicuro! Il proclama di Alexander aveva un significato internazionale assai più lungimirante della situazione bellica contingente! I russi stavano avanzando nell’Europa centrale, e gli angloamericani non potevano continuare a tollerarlo. Alexander aveva ordinato la stasi invernale e praticamente liquidato il movimento partigiano per organizzarsi a combattere contro i russi. E d’improvviso tutto è luminoso nella mente di Mussolini: Alexander ferma le sue truppe sulla linea gotica e sicuramente progetta la costituzione di un governo italiano nettamente anticomunista; un governo che gli consenta di fare dell’Italia una base operativa per preparare la guerra antisovietica. Ma un simile governo di pacificazione anticomunista non può escludere i fascisti, e tantomeno lui, Mussolini.
Occorreva trovare il modo di trattare con Winston Churchill, del quale, in altri tempi, aveva goduto la stima.
Da tempo ormai Mussolini era persuaso che gli bastasse pensare un progetto per ritrovarlo realizzato, che fosse sufficiente parlare di una cosa per risolverla. Ne parlò con l’ambasciatore Filippo Anfuso. E i partigiani, i comunisti, che diffondevano la voce secondo cui Mussolini era nella lista dei criminali di guerra da processare e impiccare! Ma non capivano che gli alleati avevano bisogno di lui e della sua Repubblica per poter avere nell’Italia un “pied-à-terre” sicuro?
Così per la prima volta da mesi Mussolini immaginò di poter tornare a Milano.
Milano, novembre 1944
Il comandante partigiano comunista Luigi Longo, detto Gallo o Italo, stava scrivendo di getto, con le labbra che3 ogni tanto gli sorridevano nel viso scavato. Naturalmente, era condannato a morte, ma era abbastanza prudente da non farsi prendere. La prudenza era, con l’accortezza politica, una delle sue qualità. Ciò che Longo scriveva su fogli di velina gialla era un documento che avrebbe fatto rabbrividire Mussolini e, dallo stato di euforia in cui si trovava, lo avrebbe riprecipitato nella tetraggine e nel tormento dei dolori allo stomaco. Si trattava delle “Interpretazioni del proclama di Alexander”. Qualcosa di più di un documento o di una serie di disposizioni. Qualcosa che, se da un lato negava le prospettive personali a cui Mussolini si aggrappava (la sua salvezza non solo fisica, ma anche come uomo politico), dall’altro lato impegnava i partigiani a mantenere la propria indipendenza nella guerra civile.  Le veline gialle di Longo sarebbero passate di mano in mano tra i comandi partigiani delle montagne; per migliaia di uomini sarebbero state il prologo dell’impiccagione e della tortura, ma la storia le avrebbe accolte come il seme dell’indipendenza della nuova Italia. Con le labbra stirate nel sorriso che gli veniva spontaneo, Luigi Longo “precisava” la valutazione data da Alexander circa le condizioni meteorologiche: “Si dice (nel proclama di Alexander) che per gli eserciti alleati si avrà, in conseguenza della pioggia e del fango (che scompariranno d’altronde con il gelo), un rallentamento nel ritmo della battaglia e che, per il momento, i partigiani devono cessare non ‘ogni operazione’, ma solamente ‘operazioni organizzate su vasta scala’, il cui successo, cioè, fosse necessariamente legato al rapido sviluppo della battaglia alleata”.
Era un modo abbastanza sottile per dire che, nelle operazioni di guerriglia i partigiani potevano infischiarsene dello “sviluppo della battaglia alleata”.
“Tanto è vero” continuò a scrivere Longo “che Alexander aggiunge: ‘Questo non significa che non approfitterete di opportunità che vi si presentino, se il rischio non è troppo grande, di distruggere tedeschi e fascisti e sabotare, a seconda delle istruzioni che già avete avuto’. Cioè: la battaglia continua e deve continuare per gli eserciti alleati e per le forze partigiane. Le istruzioni di Alexander si sono proposte solamente, come del resto è stato precisato in successive dichiarazioni alla radio, di adeguare la lotta partigiana al ritmo di operazioni militari alleate.” Longo continua: “Perciò ogni richiamo alle direttive di Alexander per giustificare le proposte di smobilitazione, di ‘contrazione’ delle forze e della lotta partigiana, di ‘invii in licenza’, di stasi operativa per la stagione invernale ecc., è assolutamente ingiustificato:
1 – perché, tra l’altro, le direttive di Alexander si riferiscono non all’inverno in generale, ma solamente al momento della pioggia e del fango;
2 – perché dette direttive non sono di smobilitazione o di stasi ma di continuazione della lotta…”.
Longo scrisse ancora a lungo, rimarcò e soppesò ogni frase di Alexander “interpretandone” il significato in modo da capovolgerlo. Entrò infine nel libero campo delle conclusioni:
“Non si deve dimenticare che la lotta partigiana, per il popolo italiano e per ogni singolo combattente, non è stata un capriccio o un lusso a cui si possa rinunciare quando si voglia. È stata ed è una necessità per difendere giorno per giorno il patrimonio materiale, politico e morale del popolo italiano; è stata ed è, per la totalità dei patrioti, una necessità personale per difendere la propria libertà e la propria esistenza… Noi dobbiamo prevedere per le prossime settimane e per i prossimi mesi non una contrazione, non un indebolimento della lotta partigiana, bensì la sua intensificazione e l’allargamento delle formazioni armate. In questa previsione i nostri Comandi non possono, non devono orientarsi nel senso della smobilitazione, ma bensì d’una maggiore e più larga organizzazione e d’una più intensa combattività. Se ciò non facessero, i Comandi verrebbero meno alla loro funzione di direzione e di guida”.
In questo atto di disobbedienza agli eserciti alleati, in queste veline che, pur senza essere prese alla lettera da tutti i comandi partigiani, provocarono la calata degli antifascisti dai monti e il loro acquartierarsi nei casolari di pianura e nelle varie zone cittadine, il loro avvicinarsi al nemico e spesso al boia, in questo proclama di lotta, mascherato da commento meteorologico (dopo la pioggia e il fango verrà il gelo, e sulla terra ghiacciata si può combattere), era già implicita la condanna a morte di Benito Mussolini.
Longo non ne parlava certo nelle sue “Interpretazioni”: era prematuro. Ma l’atto culminante dell’indipendenza del movimento partigiano da eventuali trattative internazionali non avrebbe potuto che essere la fucilazione dell’uomo che in quello stesso giorno, in quelle stesse ore, vagheggiava di poter diventare il gran mediatore di una pace impossibile.
Due settimane più tardi, a Roma, il comando angloamericano finiva per riconoscere al CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) il diritto di esistere e di agire come governo per l’Italia del nord. E dal CLNAI sarebbe giunto l’ordine di uccidere Mussolini.
Milano, 16 dicembre 1944
4All’alba, una squadra di attacchini aveva affisso su ogni colonna di piazza del Duomo e della Scala centinaia di manifesti con l’effigie di Mussolini. Era la stampa di una fotografia destinata a diventare celebre nei decenni successivi: la sola fotografia-ritratto scattata durante la Repubblica di Salò e pubblicabile senza infierire sullo sfacelo fisico del vecchio dittatore. Nella foto, ampiamente ritoccata, Mussolini guarda a destra, pensoso, gli occhi semiciechi socchiusi, la camicia nera ben allacciata sotto il collo a nascondere il pomo d’Adamo che, per l’età, ha assunto proporzioni grottesche.
Striscioni riproducenti decine di queste immagini vennero disposti attraverso via Dante. Altoparlanti a tronco di cono furono installati un po’ in tutta la città e collegati con il teatro Lirico, in via Larga. Due altoparlanti riversavano la voce di Mussolini anche sul lontano piazzale Loreto, deserto.
– Vedete che non è morto? – La frase ricorreva di bocca in bocca, nei capannelli sempre più folti che si formavano sotto gli altoparlanti.
Il sospetto che Mussolini fosse morto era dilagato da tempo in Italia: possibile, altrimenti, che il dittatore facesse vita così ritirata? È vero che i giornali parlavano spessissimo di lui e riferivano sue parole, ma questo che cosa dimostrava, se lui taceva? È vero che il “Corriere della Sera” aveva pubblicato molti suoi articoli e li aveva appena raccolti in un opuscolo dalla povera copertina verde intitolato “Il tempo del bastone e della carota – Storia di un anno”, ma in quell’opuscolo l’autore parlava di se stesso in terza persona. Come Cesare o come un defunto?
Forse fu proprio la certezza di vedere Mussolini vivo che mosse quarantamila milanesi alle undici della mattina di quel 16 dicembre.
Le facce dei quarantamila deliranti sono tutte ritratte su un libro fotografico intitolato “Le giornate di Milano – il duce e il suo popolo”, l’ultimo volume celebrativo edito dalla Repubblica di Salò. Non molti sono i fascisti in divisa.
Mussolini, impettito sul palco del Lirico, con l’espressione che via via gli si animava come per un miracolo di gioventù, con i denti che tornavano a riaffiorare nell’impeto verbale tra i labbroni molli, aveva l’impressione di parlare ancora una volta – la prima dopo il 25 luglio 1943 – a fedelissimi sul serio. “Questa gente” pensava Mussolini “non mi farà del male.”
Gargnano, villa Feltrinelli, ore 11 del 16 dicembre 1944
L’applauso fu così prolungato e frastornante che sembrò far esplodere le valvole della radio Marelli sintonizzata5 su Milano da Rachele Mussolini. Ora Rachele sapeva che suo marito era salvo e felice. L’incubo di piazzale Loreto finiva sepolto dalle ovazioni e dalle grida di “viva il duce”.
Poi fu un improvviso silenzio, e la voce di Mussolini rimbombò secca come una volta:
“Camerati, cari camerati milanesi, rinuncio ad ogni preambolo ed entro subito nel vivo della materia del mio discorso. A sedici mesi di distanza dalla tremenda data della resa a discrezione imposta e accettata secondo la democratica e criminale formula di Casablanca, la valutazione degli avvenimenti ci pone, ancora una volta, queste domande: ‘Chi ha tradito? Chi ha subito e subisce le conseguenze del tradimento?’…”
Rachele non stette nemmeno ad ascoltare il resto del discorso. La parola “tradimento” evocava in lei un ricordo inquietante: la fucilazione di suo genero Galeazzo Ciano eseguita dai fascisti a Verona l’11 gennaio 1944.
Ciano aveva “tradito” il 25 luglio 1943, quando aveva votato contro Mussolini durante l’ultima riunione del Gran Consiglio del fascismo. Rachele era certa che si trattasse di tradimento, non per convinzione politica, quanto per l’amore che la legava a suo marito. Meglio di chiunque Rachele s’era accorta delle umiliazioni subite quotidianamente dal dittatore, della sua consunzione fisica e morale.
Un giorno, prima che fosse arrestato, Rachele aveva detto a Ciano puntandogli il dito sulla faccia:
– Il Duce non è un mobile che si può mettere in soffitta quando si vuole. Tu hai cercato di farlo e pagherai per questo.
Ma un altro giorno (l’11 gennaio del 1944, poche ore dopo che la sentenza contro i “traditori del 25 luglio” era stata eseguita), Mussolini con gli occhi spenti dall’insonnia e dalla disperazione aveva detto a Rachele:
– Da oggi comincio a morire anch’io.
Balenavano nella fantasia di Rachele immagini atroci e meste. I titoli dei giornali che Mussolini non aveva voluto leggere e che urlavano: “Giustizia è fatta”; la fotografia del genero con la schiena rivolta al plotone d’esecuzione (il suo impermeabile bianco, il viso rigirato sulla spalla quasi per controllare se i fucili puntati avrebbero sparato davvero); il pallore da morto di Mussolini che, con le dita premute sugli occhi, domandava al cappellano Giuseppe Chiot:
– Come hanno passato la notte… l’ultima notte, i condannati? -; le mani del dittatore umide di lacrime che serravano quelle di don Chiot: – Dica reverendo, ma… mi hanno perdonato? -E l’ira di sua figlia Edda.
Un’ira spietata: – Fate sapere a mio padre che due sole soluzioni potranno riabilitarlo ai miei occhi: sparire o uccidersi.
Questo, solo questo era per Rachele il senso della parola “tradimento”: un cumulo di dolori inflitti al suo uomo.
La voce di Mussolini urlava dall’altoparlante della radio:
“La resa a discrezione annunciata l’8 settembre è stata voluta dalla monarchia, dai circoli di corte, dalle correnti plutocratiche della borghesia italiana, da talune forze clericali congiunte per l’occasione a quelle massoniche, dagli Stati maggiori che non credevano più alla vittoria e facevano capo a Badoglio. Sino dal maggio, e precisamente il 15 maggio, l’ex re nota in un suo diario – che bisogna ormai ‘sganciarsi’ dall’alleanza con la Germania. Ordinatore della resa, senza l’ombra di un dubbio, l’ex re; ordinatore Badoglio. Ma per arrivare all’8 settembre bisognava effettuare il 25 luglio, cioè realizzare il colpo di stato e il trapasso di regime”.
Seguì un tumulto dove gli applausi si mescolavano agli insulti contro il re e Badoglio, e poi ancora le grida “Duce! Duce!”. Rachele inghiottì le lacrime. Aveva avuto torto: tre giorni prima, quando il marito le aveva annunciato che sarebbe partito per Milano dove avrebbe tenuto un discorso al teatro Lirico, Rachele s’era ricordata di piazzale Loreto. – Non andare, Benito, ti ammazzeranno.
– Chi?
– Qualcuno.
Mussolini aveva alzato le spalle, sorridendo appena. Voleva essere rassicurante, ma quel sorriso così debole significava anche “può darsi”.
Rachele avrebbe potuto fare l’elenco delle persone e dei gruppi che, si diceva, erano pronti a far fuori Mussolini appena avesse messo piede a Milano: non solo i partigiani, o i parenti dei morti del piazzale, ma anche i fascisti “puri” che accusavano Mussolini di debolezza o anche certi seguaci del principe Junio Valerio Borghese, capitano di ventura della X Mas che, secondo il capo della provincia di Torino e lo stesso comando germanico, “effettuava guerra indipendente”, sollevando “seri dubbi sulla sua fedeltà alla RSI”.
Prima di partire Mussolini s’era sbarbato con molta cura, cosa che non faceva da mesi. S’era passato il rasoio anche sul cranio e sulla nuca. Aveva indossato una divisa nuova adeguata alla sopraggiunta, floscia magrezza: s’era allacciato alla cintola una piccola rivoltella dall’impugnatura intarsiata d’oro. Scarica. Per non farsi vedere con gli occhiali, aveva chiesto che il testo del discorso gli venisse trascritto a caratteri enormi, poche parole per foglio.
Adesso Rachele, rassicurata dalle ovazioni, si disse che gli italiani amavano ancora Mussolini.

.

Annunci

24 pensieri su “DUX II

    • Gianluigi Top

      Grazie.
      I dialoghi, ove possibile proprio per non offendere, tramite l’umile penna, la verità storica, rappresentano a mio parere l’evoluzione storica primaria. Il termine della storia è noto (proprio in quanto storia). L’evolversi negli sguardi, gli stati d’animo, i dialoghi e le parole, da me inserite (nel pienissimo rispetto dei personaggi), tendono a comprendere e far comprendere una realtà più “reale” al di fuori delle convenzioni.
      Sia dalla parte dei vinti, sia da quella dei vincitori.

      Buona giornata

      Mi piace

  1. Veramente bello. Da brivido.
    Anch’io l’ho riletto due volte.
    La fucilazione del genero è stata, per quei motivi, una tragedia.
    Si, lo sapevo che Mussolini voleva salvarlo fino all’ultimo. Non vollero i tedeschi.
    Mah …

    Mi piace

    • Giorgia Mattei

      Ecco, la fucilazione del genero del Duce.
      Da più parti (verificate e attendibili), e non ho motivo di dubitarne, ho registrato che l’amarezza, il dolore di Mussolini fossero grandissimi.
      Forse s’illudeva che la pena capitale non venisse attuata. Certo no poteva immaginare che, proprio come esempio, fu voluta e realizzata dai tedeschi. Il resto è accademia.
      Grazie e buon pomeriggio

      Mi piace

  2. L’ho letta d’un fiato. Devo dire che, studiando questo periodo storico italiano non mi ero posta alcuni interrogativi, come sembra leggere qua.
    Non tutto è brutto, non tutto è bello.
    Proprio come tutto.
    Molto bello, caro Lord Ninni.
    Buona sera

    Mi piace

    • Alessandra Bianchi

      Grazie per la tua espressione. La ricostruzione è facile. Esiste, infatti, una papirologia corposissima su quei fatti, sia di metodo, sia di merito, sia dottrinaria, sia opposta. Non ultimo, devo ammetterlo, il ricordo delle tantissime notizie fornitemi dai genitori, ormai defunti, che costellarono la mia infanzia.
      Notizie di primissima mano dunque.
      Grazie e buon pomeriggio

      Mi piace

  3. Carissimo Lord Ninni, andando per un momento in OT, ben sono consapevole che ho perso molti tuoi post, ma conto di leggerli poco a poco.

    Ottima ricostruzione storica, con più di un pizzico di fantasia, di fantasia però aderente alla Storia. Mi hai fatto tornare in mente “Numero zero” di Umberto Eco. Immagino tu lo abbia già letto, ma non è poi così importante: fatto sta che nel romanzo di Eco si ricostruiscono le ultime ore di vita del Duce, e – non che la cosa sia nuova – si immagina che al posto del Duce sia stato in realtà giustiziato un sosia, mentre Benito avrebbe trovato riparo prima in Vaticano e poi forse in Argentina, da dove avrebbe forse dato vita all’organizzazione Gladio. Fantasia? Be’, sì e no. L’idea che tutti i dittatori abbiano un sosia non è nuova e più volte, nel corso degli anni, si è parlato di un tentativo di salvare Mussolini in extremis. E Churchill pare abbia contribuito a salvare Benito da una fine certa, perché, come fai ben notare, il Benito degli ultimi anni era molto ma molto provato, fisicamente e non solo. Ma in Piazzale Loreto il corpo è quello d’un uomo ben pasciuto. E dall’autopsia eseguita a suo tempo si parla di un uomo non affetto da particolari patologie, mentre è invece noto che Benito soffriva di fegato e non solo.

    Sono davvero curioso di leggere a che punto vuoi tu arrivare, caro Lord Ninni. E però lascia che ti muova un fraterno rimprovero: lavori sì tanto belli e accurati non meritano d’esser relegati al solo web, per cui spero davvero che tu voglia raccoglierli e pubblicarli con editore. Insisto, perché c’è davvero bisogno di Letteratura nuova e tu sei un affabulatore come pochi.

    Con grande amicizia e stima

    beppe

    Mi piace

    • Mussolini non nacque grande, né fu fatto grande dal corso spontaneo degli eventi. La strada che lo portò fuori dell’oscurità dové aprirsela con i suoi talenti, traendo il massimo partito dalle occasioni che la fortuna pose sul suo cammino. L’impresa gli riuscì a tal punto, che governò l’Italia come dittatore per oltre un ventennio, attirando su di sé un’ammirazione popolare senza eguali nell’intera storia del Paese. Al culmine del successo, cadde, facile preda, nella trappola di un’adulazione da lui stesso sollecitata, quando non addirittura ordinata.
      Morendo, nel 1945, lasciò il suo Paese distrutto dalla sconfitta militare e dalla guerra civile. Per sua stessa ammissione era divenuto l’uomo più odiato d’Italia, e dopo essere stato esaltato oltre ogni ragionevolezza, lo si accusò ora di aver fatto più male all’Italia di chiunque altro in tutta la storia nazionale.

      Molti in Italia dovettero soffrire a causa di Mussolini. Ci fu però, anche tra gli stranieri, chi se ne sentì attirato e lo ammirò, perlomeno finchè tenne a freno la sua ambizione. Oltre ad essere dotato di un’acuta intelligenza politica, Mussolini era un uomo che, quando lo voleva, sapeva affascinare ed ammaliare; e fu diligentissimo nel camuffare il fascismo con tutte le apparenze della plausibilità.
      Il fascismo italiano fu una realtà molto più ampia della sola persona di Mussolini. Ma le peculiarità caratteriali di quest’uomo furono un fattore cruciale così dei successi come dei suoi fallimenti. Una persona capace di conseguire un tale culmine di popolarità, per poi precipitare così rapidamente al polo opposto di un’universale ripugnanza, è chiaramente un individuo fuori del comune. Una difficoltà in cui s’imbatte il tentativo di comprenderlo sta in ciò, che, malgrado la folla degli ammiratori, Mussolini era un uomo chiuso. Perciò in nessuna fase della sua vita ebbe un amico in grado di consegnare alla posterità una valutazione equilibrata e convincente della sua personalità, né ebbe mai intimi con cui si aprisse in maniera spontanea e franca.
      Questa ne è la mia personale opinione.
      Ti ringrazio, caro Beppe, per l’apporto di sicura inelligenza che hai voluto portare. Da tenerne in gran conto per uno studio approfondito.

      Ti ringrazio per le espressioni generose, ma, come altre volte sottolineato, presso quest’umile spazio web io pubblico tutto quello che per me è realmente prezioso.
      Un saluto con grande amicizia e solida stima.

      Ninni

      Mi piace

  4. Un periodo storico che ha segnato gli eventi di tutto il popolo italiano.
    Un periodo storico che ha segnato molte famiglie.
    Bravo, una descrizione molto afderente alla realtà, coonfortata da solide basi storiche.
    Buona sera

    Mi piace

    • Amedeo d’A.

      Don Amedeo le parole da lei concessemi, riempiono di gioia e orgoglio quest’umile spazio web. Le prenderò come sostegno, qualificato, a proseguire.
      Grazie e buon pomeriggio

      Mi piace

  5. Questa è un’evoluzione bellissima e aderentissima alla realtà, di quella che hai scritto precedentemente. Sono andato a vedere e controllare.
    Un capitolo profondo e corposo per l’impegno che si legge.

    Ciao

    Valerio

    Mi piace

  6. Molto, molto, molto interessante. Il fatto è, caro Ninni, che questa tua versione è credibile, credibilissima. Anzi, talmente credibile che mi fai pensare possa essere il frutto di tue indagini …
    Molto interessante.

    Buona giornata

    Mi piace

    • Grande Flagello

      Grazie. Spero proprio e tanto che la “mia” versione sociale (e soltanto quella perché tutto è rigorosamente aderente alla realtà reale) possa essere gradita.

      Buon pomeriggio

      Mi piace

Volete partecipare alla discussione? Scrivete ed esprimete il Vostro parere, grazie.

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...