DUX III

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Milano, lo stesso giorno
2Mussolini sapeva benissimo che qualsiasi cosa avesse detto sarebbe stata egualmente ben accolta dalle migliaia di deliranti che gremivano il teatro, ovattato da giganteschi festoni cremisi, oro e neri, come dentro un immenso sarcofago. Era quasi persuaso che nessuno, né in sala né fuori, cogliesse le sfumature del suo discorso. Più che parlare, gli pareva di rileggersi, come in effetti faceva, sfilando velocemente le cartelle scritte a caratteri spropositati. E si compiaceva di rileggersi, come ci si compiace di un esame di coscienza dal quale emerge un programma di vita (o di morte).
Chiamati “traditori”, sbrigativamente, il re e Badoglio, perché l’uditorio lo voleva e, per Dio, bisognava pur dare una faccia ai protagonisti del tradimento, Mussolini passò in rassegna i vari “tradimenti ancora più obbrobriosi, perché romeni, bulgari e finnici, dopo avere anch’essi ignominiosamente capitolato (e i bulgari senza aver sparato un solo colpo di fucile), hanno nelle ventiquattro ore rovesciato il fronte e attaccato con tutte le forze mobilitate le unità tedesche, rendendone difficile e sanguinosa la ritirata. Qui il tradimento è stato perfezionato nella più ripugnante significazione del termine”.
Mussolini fece una pausa, gonfiò il torace, alzò l’indice vibrante della mano destra:
“Il popolo italiano” scandì “è quindi quello che – nel confronto -ha tradito in misura minore e sofferto in misura che non esito a dire sovrumana”.
Applaudivano i militi nel fulgore funereo dei loro elmetti neri, ma Mussolini immaginava le decine di migliaia di borghesi assiepati sotto gli altoparlanti, per le vie di Milano, che nella sua fantasia dovevano mestamente assentire tutti insieme al riconoscimento delle sofferenze patite. Mussolini sapeva per certo che tra quei cittadini i più odiavano i tedeschi. Solo gli scherani del Lirico non capivano che a poco a poco il Duce stava rovesciando le tesi ufficiali, mentre le SS di guardia corrugavano le sopracciglia.
“Sarà tempo di dire agli italiani, ai camerati tedeschi e ai camerati giapponesi che l’apporto dato dall’Italia repubblicana alla causa comune dal settembre 1943 in poi – malgrado la temporanea riduzione del territorio della Repubblica – è di gran lunga superiore a quanto comunemente si crede”.
Il “si crede” stava per “essi credono”. E quanto Mussolini continuò a dire aveva un ambiguo significato di recriminazione e di rivincita contro i tedeschi. Erano i dati che egli stesso aveva già ricordato a Goebbels e all’ambasciatore Rahn, dati agghiaccianti, poiché dimostravano come l’Italia del nord si stesse dissanguando pur di pagare un tributo alla Germania. Disse Mussolini, muovendo dai toni più bassi della sua voce:
“La nostra collaborazione col Reich in soldati e operai è rappresentata da questo numero: si tratta, alla data del 30 settembre, di ben 786 mila uomini”. Mussolini strinse le labbra e poi esplose ruggendo: “Tale dato è incontrovertibile, perché di fonte germanica!”
Gli ufficiali delle SS si fissarono negli occhi reciprocamente. A che razza di gioco stava giocando Mussolini? Già l’idea che venisse a Milano non era piaciuta affatto al comando tedesco: in apparenza, Mussolini non aveva fatto che dar retta ai consigli dell’ambasciatore Rahn; in realtà, questo suo tuffo nella folla, questa sua serrata logica da comiziante, pareva preludere a un atto di rivolta. Non ci sarebbe stato niente di strano se, all’improvviso, Mussolini avesse gridato alla folla e alle sue camicie nere: “Sono prigioniero dei tedeschi! Liberatemi, camerati italiani!”
“Ai 786.000 italiani che collaborano con la Germania” continuò Mussolini, non tanto in fretta da impedire che le sue parole fossero perfettamente intese “bisogna aggiungere gli ex internati militari: cioè parecchie centinaia di migliaia di uomini immessi nel processo produttivo tedesco, e molte altre decine di migliaia di italiani che già erano nel Reich ove andarono negli anni scorsi dall’Italia come liberi lavoratori nelle officine e nei campi. Davanti a questa documentazione gli italiani che vivono nel territorio della Repubblica Sociale hanno il diritto, finalmente, di alzare la fronte e di esigere che sia equamente e cameratescamente valutato…”
Qualche mano tedesca sfiorò d’istinto la pistola. Gli elmetti verdi germanici lentamente si girarono verso gli elmetti neri dei fascisti. Mussolini sapeva di aver esposto la parte più pericolosa del suo discorso, ma non mutò espressione; affrontò la parte più delicata e sottile; quella che, se fosse stata esattamente intesa, avrebbe potuto indurre fanatici come Pavolini o Farinacci a sparargli alle spalle. Si trattava di far capire agli italiani, che si poteva anche non essere più fascisti, che la dittatura, almeno nella sua accezione, era finita.
“Il giorno 15 settembre il Partito nazionale fascista diventava il Partito fascista repubblicano. Non mancarono3 allora elementi malati di opportunismo o forse in stato di confusione mentale che si domandarono se non sarebbe stato più furbesco eliminare la parola ‘fascismo’ per mettere esclusivamente l’accento sulla parola ‘Repubblica’. Respinsi allora (e abbassò la voce), come respingerei oggi, questo suggerimento inutile e vile. Sarebbe stato errore e viltà ammainare la nostra bandiera, consacrata da tanto sangue, e fare passare quasi di contrabbando quelle idee che costituiscono oggi la parola d’ordine nella battaglia dei continenti. Trattandosi di un espediente, ne avrebbe avuto i tratti e ci avrebbe squalificato di fronte agli avversari e soprattutto di fronte a noi stessi.”
Mussolini aveva scritto “avversari” e non nemici, con piena consapevolezza. Il suo discorso aveva raggiunto il punto più delicato e pericoloso. Egli doveva ancora, tuttavia, procedere per gradi: far sì che l’uditorio, quello armato, fascista e nazista, che lo circondava, fosse a tal punto attratto da ciò che poteva gradire, da non capire ciò che non gradiva affatto. La gente nelle strade, invece, avrebbe dovuto – secondo Mussolini – cogliere il vero senso del discorso.
” Chiamandoci ancora e sempre fascisti, e consacrandoci alla causa del fascismo come dal 1919 ad oggi abbiamo fatto e continueremo anche domani a fare, abbiamo dopo gli avvenimenti impresso un nuovo indirizzo all’azione e nel campo particolarmente politico e in quello sociale.”
Parlò degli “anni splendidi che vanno dalla Carta del Lavoro alla conquista dell’Impero”. Quasi a scusarsi aggiunse che “la natura non fa dei salti, nemmeno l’economia”; di conseguenza soltanto adesso (dal 1919) si sarebbe potuto “compiere il passo ulteriore della socializzazione”. Fu l’unico punto paradossale del suo discorso: non perché egli non credesse davvero alla socializzazione, ma perché soltanto il suo fascino personale, quello dei vecchi tempi, poteva seccare nelle gole la domanda: “Adesso? Dopo un quarto di secolo?”
Si trattava, comunque, di tendere la mano agli antifascisti e agli operai: affastellare problemi politici ed economici in modo da far capire che lui era ancora un uomo utile a tutti, non un agonizzante. Aveva l’impressione che gli armati alle sue spalle silenziosamente sfilassero i pugnali mentre diceva:
“Sin dalla prima seduta del Consiglio dei ministri del 27 settembre 1943… io compii il primo gesto teso a realizzare la più vasta possibile concordia nazionale, annunciando che il Governo escludeva misure di rigore contro gli elementi dell’antifascismo”.
Faceva pena a se stesso; era costretto a mentire e ne aveva piena consapevolezza.
“Fu detto nel Manifesto di Verona che nessun cittadino può essere trattenuto oltre i sette giorni senza un ordine dell’autorità giudiziaria. Ciò non è sempre accaduto. Le ragioni sono da ricercarsi nella pluralità degli organi di polizia nostri e alleati e nell’azione dei fuorilegge che hanno fatto scivolare questi problemi sul piano di guerra civile a base di rappresaglie e di contro rappresaglie… Debbo dichiarare nel modo più esplicito che taluni metodi mi ripugnano profondamente anche se episodici…”
Deformate dagli altoparlanti o dagli apparecchi radio, queste frasi di Mussolini passavano attraverso i muri delle carceri graffite con le ultime parole dei condannati a morte. Ragazzi con le unghie strappate, la pelle bruciata, le ossa fracassate dai bastoni, operai che di ora in ora aspettavano il plotone d’esecuzione.
“Mazzini – l’inflessibile apostolo dell’idea repubblicana – mandò agli albori della Repubblica Romana nel 1849 un commissario ad Ancona per insegnare ai Giacobini che era lecito combattere i Papalini, ma non ucciderli extra lege… Chiunque lo faccia, specie se per avventura avesse la tessera del Partito, merita doppia condanna…” stava dicendo Mussolini.
S’era liberato delle menzogne più sfacciate: ora poteva tendere la mano con minore imbarazzo:
“… nello stesso articolo 5 del Manifesto di Verona, stabilendo che per nessun impiego o incarico viene richiesta la tessera del Partito, si dava soluzione al problema che chiamerò di collaborazione di altri elementi sul piano della Repubblica… A un dato momento della evoluzione storica italiana può essere fecondo di risultati – accanto al Partito unico e cioè responsabile della direzione globale dello Stato – la presenza di altri gruppi che, come dice all’articolo 3 il Manifesto di Verona, esercitino il diritto di controllo e di responsabile critica sugli atti della pubblica amministrazione. Gruppi che – partendo dall’accettazione leale, integrale e senza riserve del trinomio ‘Italia, Repubblica, Socializzazione’ – abbiano la responsabilità di esaminare i provvedimenti del Governo e degli enti locali, di controllare i metodi di applicazione dei provvedimenti stessi e le persone che sono investite di cariche pubbliche e che devono rispondere al cittadino, nella sua qualità di soldato, lavoratore, contribuente, del loro operato”.
4Nessuno, proprio nessuno – né in quel momento né negli anni a venire, quando il discorso del Lirico sarebbe diventato materiale di storia – si accorse che nella mente di Mussolini era scattato di nuovo il meccanismo fermo da ventidue anni e un mese, meno un giorno.
Il 17 novembre del 1922, durante il voto di fiducia della Camera al suo primo governo, Mussolini aveva cercato di ingraziarsi le opposizioni con due argomenti: accettando la collaborazione degli avversari (“Noi non respingiamo nessuna collaborazione, e se domani, per esempio, fosse tratto in ballo un competente adatto a trattare una determinata questione commerciale da quella parte – la sinistra – non avrei nessuna difficoltà ad accettarlo”) e invocando l’unità degli italiani contro i tentativi separatistici. Nel ’22 era la Sardegna, secondo lui, a volersi staccare dall’Italia; ora, nel dicembre ’44, la Sicilia.
Così, dopo aver teso la mano “ad altri gruppi” Mussolini disse:
“Quanto all’unità territoriale io mi rifiuto – conoscendo la Sicilia e i fratelli siciliani – di prendere sul serio i cosiddetti conati separatistici di spregevoli mercenari del nemico. Può darsi che questo separatismo abbia un altro motivo: che i fratelli siciliani vogliano separarsi dall’Italia di Bonomi per ricongiungersi con l’Italia repubblicana. È mia profonda convinzione che – al di là di tutte le lotte e liquidato il criminoso fenomeno dei fuorilegge – l’unità morale degli italiani sarà infinitamente più forte di quella di ieri perché cementata da eccezionali sofferenze che non hanno risparmiato una sola famiglia…”.
Una ripetizione inconscia di cose dette decenni prima, in circostanze opposte. Mussolini stava concludendo la sua vita di dittatore là dove e come l’aveva cominciata: con due concetti, “collaborazione aperta” e “unità nazionale”, che anche un bambino avrebbe saputo esprimere.
Milano, 17 dicembre 1944
La città era infeltrita da una nebbia quasi gelida. In macchina scoperta, con il lungo cappotto abbottonato fin sotto il collo, Mussolini volle essere accompagnato al Castello Sforzesco per assistere a una sfilata di militi della RSI, brigate nere e reparti della X Mas di Borghese. L’auto mosse dalla Prefettura, in corso Monforte, e attraversò il centro della città. Il patto era che per nessuna ragione ci si avviasse verso la periferia, verso piazzale Loreto. Il prefetto di Milano, avvocato Mario Bassi, succeduto a quel Parini che si era dimesso per la strage del piazzale, continuava a mormorare nell’orecchio diaccio del vecchio dittatore: – Duce, il popolo è con voi, lo vedete. Ma perché rischiare? Perché esporvi così?
Mussolini, in piedi nella Lancia, non gli dava retta e salutava col braccio alzato. Sorrideva, e forse per l’ultima volta era felice. I quarantamila (non lo insospettiva affatto che la cifra dettagli il giorno prima fosse identica a quella del momento in cui attraversava il centro) tumultuavano in festa attorno alla sua macchina. Mario Bassi sudava freddo: fece un sorriso forzato quando Mussolini si chinò a dirgli: – E voi pretendevate che mi chiudessi dentro un carro armato? Per farmi dare del vigliacco?
Il carro armato aspettava l’anziano dittatore davanti al Castello Sforzesco. Era un “Tigre” la cui torretta era stata coperta dalla bandiera nazista. Questo spettacolo incrinò la gioia pur passeggera di Mussolini. Infilò gli stivali nei cingoli per salire sul carro, dovette farsi aiutare e alla fine, ostentatamente, calpestò la bandiera, fingendo di voler salire sul punto più alto per assistere alla sfilata. Chi lo fotografò in quel momento riuscì persino a cogliere nel vecchio un aspetto marziale.
Gli si pararono dinanzi i legionari della guardia, vecchi squadristi imbolsiti o ragazzi in cerca d’avventura: tipi violenti che – Mussolini lo sapeva benissimo – la gente odiava ancor più dei tedeschi. Al dittatore venne spontaneo far loro qualche raccomandazione: – In una sola parola io riassumo la consegna: voi dovete essere irreprensibili, lo dovete!
Quando si rivolse alle donne fasciste, alle ausiliarie, finì per sorridere: aveva dimenticato l’entusiastico5 isterismo femminile che traduceva la parola “duce” in qualcosa di scopertamente erotico. Benché fossero inquadrate alla bell’e meglio e rese mascoline dai lunghi cappotti grigioverdi e dai baschi a sghimbescio sulla nuca, le donne fasciste cominciarono a saltellare per vederlo meglio, a far ressa, a tendere le mani per toccarlo.
La comandante delle forze ausiliarie, una asessuata sui cinquant’anni, lesse, scoprendo i denti, la formula del giuramento femminile. Mussolini capì che la donna si sforzava di imitarlo e, poiché sapeva che erano finiti i tempi della fedeltà eterna, rigirò l’omaggio a tutta l’Italia:
“Io sono sicuro che voi, o camerate ausiliarie, terrete fede in ogni circostanza e con animo purissimo al giuramento che oggi avete prestato. E ricordate: non lo avete prestato a me, ma lo avete prestato all’Italia”.
Sbaciucchiato, sospinto, tirato qua e là per le maniche, malamente protetto da Alessandro Pavolini e dal sottosegretario alla presidenza Barracu, cui il monocolo nero dava l’aria di un pirata, Mussolini giunse in piazza San Sepolcro, nella stessa sala dove, il 23 marzo del 1919, aveva fondato i Fasci di combattimento.
Tranne il generale Graziani, di cui tutto si poteva dire meno che fosse fedelissimo, e Nicola Bombacci che nel 1919 era tra i più accaniti nemici del fascismo, gli uomini che spingevano Mussolini sul balcone di piazza San Sepolcro erano, all’epoca della fondazione dei Fasci, poco più che ragazzi. Mussolini s’incupì, e il federale Vincenzo Costa gli chiese se stesse poco bene.
Il piccolo terrazzo del secondo piano, con la balaustra di cemento, era pavesato da un drappo nero e oro, ricco di nappe e di fregi, identico a quelli che le agenzie funebri milanesi dispongono attorno ai portoni delle case dei morti.
1919: l’inizio di tutto. La sala messagli a disposizione dall’associazione degli industriali e dei commercianti, i primi fascisti malamente vestiti un po’ da contadini un po’ da arditi, il povero Michelino Bianchi coi polmoni già sforacchiati dalla tisi e, soprattutto, nessuna prospettiva di arrivare, non si dice al potere, ma nemmeno alla Camera dei deputati.
Mussolini spiava dietro le finestre lo sbandierìo di cappelli e berretti, i baci sulla punta delle dita: sinceramente si domandava come potessero mostrarsi così felici quei milanesi. Sentiva contro la fronte il gelo del vetro. Rivedeva senza emozione se stesso, trentaseienne, che diceva da un capo della sala (Ma da quale parte? Era così cambiata la sala):
6“Bisogna mettersi in mente, credere e far credere che l’unico partito che oggi sia reazionario in Italia è il partito socialista ufficiale. Reazionario perché durante la guerra (la prima guerra mondiale, n.d.r.) si è alleato, moralmente, e forse anche materialmente, con le forze della reazione europea. La catena logica è questa: se il partito socialista ufficiale fosse riuscito, col movimento insurrezionista… a imporre un prolungamento della neutralità, gli imperi centrali… avrebbero vinto la guerra. Se gli imperi centrali avessero vinto la guerra, gli Hohenzollern, i Romanoff, gli Asburgo sarebbero ancora rispettivamente sui loro troni… La rivoluzione europea è dunque una diretta, innegabile conseguenza dell’intervento italiano… Non importa che oggi il socialismo inalberi la bandiera del leninismo… Esso non fa che continuare a camminare sulla stessa strada controrivoluzionaria, poiché i cervelli pensanti del socialismo internazionale… sono unanimi nel negare il carattere socialista dell’esperimento russo”.
Era stato sincero allora? I socialisti, i suoi vecchi compagni, lo accusavano di tradimento: ma nessuno avrebbe potuto negare che il suo programma fosse rivoluzionario. Persino il questore di Milano, antifascista, il questore più intelligente che Mussolini avesse mai conosciuto, aveva scritto un rapporto su di lui che diceva:
“Qualcuno dei suoi antichi compagni e ammiratori confessa ancora che nessuno meglio di lui seppe comprendere e interpretare l’anima del proletariato il quale vide con dolore la sua apostasia. Questa fu determinata non da calcolo di interesse o di lucro… È ambiziosissimo. È animato dalla convinzione di rappresentare una notevole forza nei destini d’Italia ed è deciso a farla valere. È uomo che non si rassegna a posti di second’ordine. Vuole primeggiare e dominare…”.
Che fine aveva fatto il questore Giovanni Gasti? All’epoca della marcia su Roma, quando dal programma mussoliniano era sparita persino l’ombra della rivoluzione proletaria, Gasti era stato tra i pochi pronti ad arrestare Mussolini. Eppure il capo del fascismo non se l’era sentita di punirlo: l’aveva anzi nominato segretario generale di P.S. Poi, nel ’27, lo aveva messo a riposo: era un uomo troppo contrario al regime. Se Mussolini adesso si ricordava di lui era per un’amara associazione di idee. Tranne pochissimi, quasi tutti gli aderenti ai Fasci del ’19 si erano dispersi o gli si erano rivolti contro prima ancora che prendesse il potere.
Vincenzo Costa lo scosse dal torpore dei ricordi: – Volete uscire sul balcone, Duce?
La finestra si aprì, e con la nebbia entrò nella sala il tumulto. Il dittatore uscì, alzò il braccio, fu silenzio. Improvvisò allora il suo ultimo messaggio ai fascisti:
“Camerati! Ora che non ho innanzi a me il piccolo schermo di poche cartelle mi sento più in diretta comunicazione col vostro spirito. Vi parlo, e ci guardiamo negli occhi: e sentiamo che le nostre anime vibrano all’unisono, perché una sola fiamma le agita: l’amore profondo per questa Italia che era grande e che, a costo di qualsiasi sacrificio, grande deve ritornare.
Camerati! Non si ritorna dopo tanti anni in questa vostra e nostra città, non si ritorna in questo luogo senza essere afferrati da un intimo, irresistibile senso di emozione. Questa piazza è legata a un avvenimento non solo della storia italiana, ma della storia mondiale…”.
Si ritrovò d’improvviso a cercare di individuare nella folla sotto il balcone non un volto conosciuto, ma almeno qualcuno che, per età, potesse ricordare il ’19. Gli parve di non vederne nessuno. Per la gente che ora gridava: – Sì! Sì! Duce! – la fondazione dei Fasci di combattimento e la conquista del potere da parte del fascismo erano la stessa cosa. Invece no: le tesi, i programmi, le alleanze, tutto all’opposto. Mussolini stava di nuovo ingannando, e lo sapeva. Quella notte del 23 marzo 1919 non c’era un cane in piazza, e lui stesso, nel fondare i Fasci non sapeva affatto quale sviluppo avrebbero potuto avere. Mai più si sognava di diventare un dittatore, anche se lo aveva preveduto il questore Gasti.
“Oggi, nella rapida corsa attraverso la vostra città, ho avuto la netta impressione delle tremende ferite che un nemico barbaro e abbietto le ha inferto. Il popolo milanese ha dimostrato di reggere orgogliosamente a questi colpi; ha dimostrato la sua salda struttura morale, la sua forza. Milano ha dimostrato ancora una volta di saper accogliere nelle sue mura ospitali i profughi di ogni regione d’Italia, ha dimostrato che l’anima ambrosiana considera fratelli tutti gli italiani, dalle Alpi all’estremo lembo delle isole.”
Non lo sfiorava l’idea di essere stato lui a spaccare l’Italia.
Anche nelle fabbriche giungeva la voce di Mussolini attraverso gli altoparlanti. Gli operai continuavano a7 lavorare mentre i soldati tedeschi (non molti: un ufficiale e qualche soldato) “assistevano alla produzione”. I guardiani, fossero d’accordo o no, lasciarono entrare una decina d’uomini in borghese mai visti. Gli uomini, appena dentro, trassero di sotto la giacchetta lo sten – una pistola mitragliatrice dalla canna molto corta – e disarmarono i tedeschi. Qualcuno strappò i fili degli altoparlanti che diffondevano il discorso del dittatore. Uno degli uomini in borghese (uno per ciascun gruppo, per ciascuna fabbrica) salì sul basamento di una macchina, si affacciò alle ringhiere di ferro e – sten puntato – cominciò a parlare:
– Compagni! Siamo partigiani, volontari della libertà! Il traditore Mussolini è riapparso a Milano, ma non si illuda… la resistenza continua…
Alla F.A.C.E., una delle molte fabbriche occupate per pochi minuti dai partigiani, l’ufficiale tedesco impugnò la rivoltella prima d’essere disarmato. Due raffiche di sten, esplose da zone opposte dell’officina, lo fulminarono. Il partigiano parlò accanto al suo cadavere.
Dal balcone di piazza San Sepolcro, Mussolini diceva:
“Camerati! Man mano che il nemico è avanzato verso il nord ha trovato sempre di più facce chiuse e ostili, franchi tiratori che gli hanno sparato addosso… Un popolo degno di questo nome non è mai vinto finché non depone le armi. E noi non le deporremo fino al giorno della vittoria!”
La nebbia era già cupa d’ombre notturne. Potevano essere le cinque del pomeriggio. Mussolini rabbrividiva e rientrò dal balcone mentre ancora la folla acclamava. D’improvviso, senza rendersi conto dell’involontario tono grottesco che le sue parole potevano assumere dopo l’esortazione alla vittoria, Mussolini disse a Costa, premendogli la mano sulla spalla:
– A che punto sono i vostri piani per la ritirata in Valtellina?
Vincenzo Costa si illuminò: – Sono pronti, Duce.
Nello studio del federale, qualche minuto dopo, Mussolini ascoltava i particolari di quella che, nella sua fantasia, sarebbe stato l’estremo baluardo del fascismo.
Il piano risaliva al settembre quando gli alleati erano in piena avanzata e l’opinione più diffusa diceva che la guerra sarebbe finita, con la sconfitta nazifascista, entro l’anno. A quell’epoca Alessandro Pavolini, segretario del partito, aveva scritto a Mussolini:
“Una nostra resistenza estrema nella Valtellina… proteggerebbe il fianco germanico nell’Alto Adige. Da ogni punto di vista mi sembra che la convenienza pratica e ideale dell’Alleato tedesco coincida in ciò con la nostra…”.
Della convenienza “pratica e ideale” dell’alleato, Mussolini se ne infischiava. Tuttavia la proposta di Pavolini era opportuna, perché era la sola che allontanasse almeno di un po’ il pericolo di un suicidio collettivo (la difesa a oltranza della provincia di Sondrio), e risparmiasse ai fascisti italiani l’ultima umiliazione di combattere, praticamente, per i tedeschi in un territorio quale Merano dominato dai nazisti.
Sempre in settembre, Mussolini aveva parlato con l’ambasciatore Rahn della questione della Valtellina. S’era naturalmente sentito rispondere subito di no, niente da fare. Perché?
Rahn s’era stretto nelle spalle con un sorriso che a Mussolini era parso perfido: – Capirete Duce, gli uomini sono uomini, e la Valtellina è prossima alla Svizzera: dopo un po’ i vostri “fedelissimi”, come li chiamate, comincerebbero a filarsela oltre frontiera. Voi rimarreste solo…
Era stato allora che Mussolini, non foss’altro che per ripicca, aveva ufficialmente incaricato Alessandro 8Pavolini di costituire, ai suoi ordini, un “ridotto repubblicano alpino”: ossia il primo nucleo degli estremi difensori della Repubblica sociale in Valtellina. E il giorno successivo (era stato il 18 settembre), Mussolini aveva informato Rahn che la sua decisione era presa: ultima resistenza, Valtellina. Non fidandosi di Rahn, aveva telegrafato personalmente a Hitler, ma di risposte non ne erano arrivate.
Distratto da altri eventi, facile ad abbandonare i progetti ora che la realtà gli sfuggiva dinanzi agli occhi come il fondo di una strada percorsa a grande velocità, Mussolini aveva smesso di pensarci. Sapeva però che Pavolini ne aveva parlato a Pino Romualdi, vicesegretario del partito, e questi al federale Costa, e che Costa aveva lavorato al progetto. Così, sull’onda degli applausi ricevuti dalla coltre di nebbia di piazza San Sepolcro, Mussolini si illuse d’essere nuovamente libero di decidere e suicidarsi a modo suo.
Costa gli spiegò dinanzi una carta topografica della Valtellina: circa settanta chilometri di lunghezza. Con il cappuccio della stilografica, Costa delineò il territorio e tamburellò sui punti dove esistevano ancora, per certo, i fortini della prima guerra mondiale. – Inespugnabili – sentenziò Costa.
Continuò a tamburellare con la stilografica su altri punti: erano sanatori per tubercolotici che potevano essere trasformati in ospedali. Costa indicò quindi i valichi per la Germania attraverso lo Stelvio e per la Svizzera attraverso il Bernina, ma si affrettò a soggiungere: – I valichi non serviranno, Duce; se dobbiamo morire, moriremo in territorio italiano.
Mussolini assentì stirando le labbra, ma corresse: – Noi dobbiamo vincere.
Vincenzo Costa continuò nell’esposizione del piano Valtellina e d’un tratto, rigirando la stilografica tra le dita e volgendo le spalle al duce, disse:
– Ci sono lassù già quattrocento soldati circa, duecento fanti e altrettanti artiglieri. Inoltre quattro cannoni da 145.
– Non sapevo che foste uno stratega – ghignò bonario Mussolini.
Costa si entusiasmò: – Di qui, dalla Valtellina, il fascismo può risorgere!
– Certo.
– Dobbiamo vincere!
Mussolini si rivolse a un funzionario del consolato germanico, Otto Meissner, che guardava un po’ stupefatto quella specie di battaglia alpina disegnata sulla carta.
– Se non credessimo alla vittoria, cosa vivremmo a fare? Dico bene? – fece Mussolini. Era ironico come, da tempo immemorabile, non sapeva più essere. Persino enigmatico, nel suo continuo oscillare tra la battuta di spirito e l’umorismo macabro: i testimoni sopravvissuti di quel colloquio assicurano che la proposta del federale arricchiva in lui la soddisfazione datagli dalla folla plaudente.
– Non solo siete uno stratega, ma siete un fascista coraggioso. -Mussolini disse a Costa, e subito, infervorato: – Però vi siete dimenticato di un paio di cose indispensabili. Primo: occorre un aeroporto. Secondo: una tipografia con rotative e carta da stampa. Copriremo l’Italia occupata di manifestini, stamperemo un giornale non solo per le truppe, ma per tutti gli italiani. Troveremo un modo di distribuirlo, magari lanciandolo dagli aerei. E ci vorrà una stazione radio molto potente. Sapete cosa vi dico, Costa? Il vostro progetto è incompleto, ma mi interessa molto, moltissimo.
Nella realtà, come gli eventi successivi avrebbero dimostrato, il progetto gli interessava soltanto come alibi mentale, come qualcosa di eroico cui pensare nei momenti sempre più rari in cui la spossatezza fisica e morale non gli istillava il desiderio di scomparire dalla faccia della terra nel modo più sbrigativo possibile.
Il giorno successivo, Mussolini tornò a Gargnano. Rachele e i figli lo accolsero nel giardino. Nel salotto brillava già l’albero di Natale, l’ultimo.
– Bravo, bravo! – Rachele disse – Abbiamo sentito per radio… come stai bene, che bella faccia hai…
– Ti giuro, Rachele: è stato un trionfo. Avrei voluto che ci foste anche voi. Un trionfo come… – Non trovò paragoni e disse un’assurdità: -… come non ho mai avuto in vita mia. Giuro.

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22 pensieri su “DUX III

  1. Caro Ninni devo dirtelo.
    In questo capitolo il tuo sforzo è notevole. Una sofferenza e un proprietà di racconto notevoli. Avevi dei margini ristrettissimi.
    In un primo tempo la storia.
    Una storia certa e inesorabile. Una storia che non ammette digressioni o alleggerimenti. Una storia studiatissima.
    Dall’altra la tua penna che lavora entro, tra e fuori le righe, mantenendo il sentiero vivo, reale e veritiero. Ti confesso che mentre leggevo sentivo gli echi degli altoparlanti e il vociare delle persone, lungo la strada. Gente ostinatamente speranzosa di tornare ad avere quel ‘posto al sole’, tra un sacrificio e una riuscita, dei ruggenti anni trenta.
    Ormai l’anziano dittatore ha poco da comunicare e trasmettere. Tramonta il sole su un’isola di emancipazione e morte.
    Mi ricorda Fidel.
    Buona domenica

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  2. Mi hai coinvolto emotivamente. Mi sono svegliato, bruscamente, alla fine di questo capitolo.
    Bello molto. Non vedo l’ora di seguire il seguito.
    Che strano. tutti conosciamo come si svolsero gli eventi e come proseguirono, però sto leggendo con grandissima attenzione.
    Buona domenica amico mio

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    • Alessandra Bianchi

      Grazie Alessandra.
      Effettivamente uno studio comparato tra le azioni politiche, quelle sociologiche e quelle reali potrebbero spiegare i motivi che adduci. La convenienza politica, ormai notissima, negli anni trenta è facilmente spiegabile. C’è da dire che, nell’accezione del tempo, una superpotenza quale la Germania (il terzo Reich) era inequivocabilmente una nazione che si era riscattata dall’iniquo, illogico e inumano trattato di Versailles. Quarantaquattro nazioni, istitutrici la Società delle Nazioni (iniqua anch’essa), decisero della morte sociale, politica, economica dei popoli germanici, senza alcuna possibilità di riscatto. In questo ambito, il Duce Benito Mussolini, si mosse affermando la presenza di un popolo che, fautore dei propri destini, doveva riscattarsi e riscattare.
      Politica condivisibile questa.
      Grazie

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