DVX V

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Gargnano, villa Orsolina, terza settimana del febbraio 1945
2Quando Benito Mussolini sentì all’altro capo del telefono la voce del suo ministro degli Interni Buffarini Guidi, cercò di essere il più garbato possibile. Aveva nelle mani la lettera scritta fin dall’ottobre.
– Buffarini, – disse – ho deciso… sono stato costretto a decidere per la vostra sostituzione. Naturalmente non è un fatto personale… Quello che potete sospettare non è vero. Non c’entrano né Rachele, né la signora che sapete. Insomma Buffarini, vi prometto che farò di tutto perché siate rimeritato degli ottimi servigi che avete prestato al fascismo repubblicano. Vi aspetto, naturalmente, per una visita di congedo.
– È fatta! – sospirò Mussolini riabbassando il telefono. Aveva un nemico di più, ma certa gente, che trescava in affari con i Petacci, era invisa a Rachele e faceva la spia ai tedeschi, non poteva più vedersela intorno. Inoltre, ormai sapeva per certo che Buffarini era un pericolo: il Comitato di Liberazione lo aveva dichiarato criminale di guerra. Nelle illusioni, che di quando in quando investivano Mussolini, nei suoi sogni di fuga e di salvezza alternati allo sfinimento, c’era la convinzione di non essere lui l’italiano più detestato. Al ministro degli Esteri Mellini Ponce de Leon aveva detto:
– Tutti odiano Buffarini, fascisti e antifascisti. È più odiato di me.
Nel liberarsi di Buffarini Guidi, Mussolini giocava l’ultima carta politica. Praticamente rendeva ufficiale la rottura con le autorità tedesche e, così facendo, tentava un ulteriore passo verso l’alleanza con forze non fasciste.
Nelle ultime settimane Mussolini aveva ricevuto con sempre maggiore frequenza un professore di filosofia, un allievo di Benedetto Croce, che si qualificava “non fascista” e si chiamava Edmondo Cione. Di lui Mussolini aveva detto: – Non è un’aquila, ma può servire.
Servire a che cosa? Cione aveva preso sul serio i progetti di socializzazione del fascismo repubblicano ed era riuscito a far credere a Mussolini che una piccola prova di buona volontà avrebbe potuto riavvicinare fascisti e antifascisti, ricreare l’unità tra il nord e il sud, spingere i socialisti a staccarsi dai comunisti, e a mostrarsi disposti…
– Disposti a far che, professore? – aveva domandato Mussolini.
– A capire le vostre intenzioni, Duce…
– Voi ci credete davvero, Cione?
– Se voi mi lasciaste fondare un giornale indipendente, Duce: un giornale tra repubblicano, nazionale e socialista…
– Ma fate un po’ quel che volete, professore.
Valeva la pena di provare. A conti fatti, era una possibilità di salvezza in più: Churchill, la Valtellina, la baita di Spoegler, la mano tesa ai socialisti. Chissà.
Quando i tedeschi avevano saputo del progetto Cione erano andati in bestia: meglio così. E ora? Che cosa avrebbero fatto i tedeschi, ora che Mussolini aveva tolto di mezzo il loro fedelissimo Buffarini?
Il dittatore fissava il telefono: possibile che il comandante generale delle SS non si facesse ancora sentire? Possibile che Buffarini non lo avesse già informato della sua destituzione? Il telefono suonò, puntualmente. Wolff, comandante delle SS, telefonava dalla sua villa di Fasano.
– Duce, devo chiedervi una spiegazione.
– Dite, pure, Wolff.
– Ho telefonato a Buffarini, poco fa, per invitarlo a pranzo e lui mi ha chiesto, testualmente, se l’invito era rivolto all’amico o al ministro perché, ha aggiunto, “io non sono più ministro da un’ora”.
– Ebbene Wolff, cosa avete deciso? Lo invitate lo stesso?
La voce del comandante si fece aspra.
– Voi avete destituito Buffarini, Duce?
– Esattamente.
– Sono costretto a pregarvi di meditare su questa decisione. Buffarini è un uomo fidato per noi. Temo… temo che voi stiate circondandovi di elementi antitedeschi, Duce.
– Non desidero discutere la rimozione di Buffarini.
– Volete almeno rimandare?
– No, Wolff, no. Vi saluto.
Mussolini avvampava. Era la prima volta che gli riusciva di parlare così seccamente con il comandante generale delle SS.
Poche ore dopo Mussolini seppe che le SS tedesche avevano arrestato due alti funzionari della polizia repubblicana. Certo Apollonio, addetto alla segreteria del duce, e Tullio Tamburini.
Il pugno di Mussolini cadde sul tavolo come una mazzata.
– Esigo una spiegazione immediata, e che sia esauriente!
Il ministro degli Esteri Mellini si rivolse all’unica persona con la quale era in confidenza, l’ambasciatore Rahn. Questi gli rispose con un arzigogolo:
– Non è colpa nostra se il Duce non si accorge di essere circondato da elementi poco raccomandabili… Apollonio è mezzo ebreo…
– Tamburini cos’è?
– Beh, si dice addirittura che questo Tamburini abbia contatti segreti con gli alleati angloamericani attraverso la Svizzera – sospirò Rahn.
Mentre Mellini riferiva le ultime parole di Rahn, “Il Duce deve capire che così non si può andare avanti”, Mussolini frugava rapidamente nella propria memoria alla ricerca di qualcosa che avesse potuto indurre Rahn3 a sospettare le sue fantasie di mettersi in contatto con Churchill o con il governo del sud. Niente, assolutamente niente. Niente, soprattutto, che potesse riguardare Tamburini.
Questo Tamburini non era, per Mussolini, un individuo qualsiasi. Era uno squadrista fiorentino della prima ora (ventidue anni innanzi), anche se un po’ matto. Era, a suo modo, un fedelissimo. Proprio perché fedelissimo, si era dato da fare nel gennaio del 1944 affinché le domande di grazia di Galeazzo Ciano e degli altri “traditori del 25 luglio” non arrivassero a Mussolini. Aveva voluto punire esemplarmente senza compromettere la coscienza del duce. Perciò Mussolini lo detestava e lo amava. L’arresto di Tullio Tamburini era, per il duce, uno sfregio e una provocazione morale: egli non avrebbe potuto protestare senza prendere le difese del giustiziere di suo genero e, nello stesso tempo, non avrebbe potuto accettare il fatto compiuto senza riconoscere ai tedeschi il diritto di fargli fuori gli uomini. C’era della perfidia nell’arresto di Tamburini. Fu allora che Mussolini decise di rifarsi, inasprendo il tono della destituzione di Buffarini.
Di proprio pugno scrisse un comunicato radio che informava la RSI delle dimissioni di Buffarini senza una parola di commento. Un comunicato secco, aspro.
– Trasmettetelo nel notiziario dell’una del 21 febbraio.
La mattina di quel giorno, Mussolini fu chiamato dalla stazione radio di Milano: la censura tedesca impediva la trasmissione della notizia.
Mussolini rimase qualche secondo in silenzio. Poi esplose:
– Sentitemi bene. Qui parla il Duce. Il comunicato su Buffarini viene trasmesso com’è e subito. Se la censura germanica insiste nel fare storie, desidero essere subito informato. Partirò immediatamente per Milano, vengo alla radio, caccio via l’annunciatore e mi sostituisco a lui.
Sbatté il telefono. Il comunicato fu trasmesso.
Era il giorno 21 di febbraio. All’insaputa di Mussolini uno dei capi della resistenza antifascista, Ferruccio Parri, era prigioniero dei tedeschi da quasi due mesi. Il giorno successivo, 22 febbraio, all’ora di cena, Buffarini Guidi arrivò da Maderno a Gargnano e il suo duce lo ricevette subito.
– E allora?
– Duce, ho l’impressione che i tedeschi non abbiano gradito la vostra decisione.
– I tedeschi sono i tedeschi, io sono io.
– Mi sono permesso, prima di venire qui, di passare da vostra moglie, sua eccellenza donna Rachele…
– Ah, e cosa vi ha detto?
– Che le vostre decisioni sono insindacabili.
– Giusto.
– Duce, voi vi assumete la responsabilità delle possibili reazioni tedesche?
Mussolini ingoiò tutta l’aria che i suoi polmoni indeboliti potevano contenere.
– Buffarini, come ministro degli Interni siete dimissionario. Vi posso offrire l’incarico di coordinatore tra i ministeri italiani e quelli germanici. Vi va?
– Cosa significa?
– Quello che vi pare, Buffarini!
L’incarico non sarebbe mai stato istituito. Lo sapevano tutti: Mussolini, Buffarini, Wolff e Rahn. Mussolini credette di cogliere nel tono di Buffarini un ultimatum: o con i tedeschi e con me o contro di me e contro i tedeschi. Così Mussolini disse, congedandolo: – Perché non ne parlate con il segretario del partito Pavolini?
Quattro giorni dopo Mussolini riceveva da Pavolini un rapporto:
4“Ieri sera… prima di lasciare Maderno, ricevetti Buffarini in visita di congedo. Colsi l’occasione di dirgli… che mi appariva suo dovere di fascista di fare quanto fosse in suo potere per limitare o eliminare le reazioni che da parte germanica si sarebbero adottate in relazione al provvedimento di sostituzione del Buffarini stesso, con effetto negativo sui rapporti italo-tedeschi e quindi anche e soprattutto sugli interessi della Germania in Italia… Comunque questo colloquio non è stato forse inutile per ribadire la responsabilità che il Buffarini si assumerebbe nello spingere un’ulteriore e ingiustificatissima reazione germanica a un provvedimento puramente interno italiano… Nel colloquio Buffarini non ha voluto in alcun modo discutere il provvedimento che lo concerne, rammaricandosi però per il ‘modo'”.
Il rapporto di Pavolini, diceva, tra le righe, che il partito fascista repubblicano vigilava contro una possibile destituzione di Mussolini ad opera dei tedeschi su suggerimento di Buffarini. Peccato che Pavolini, così fedele e severo nel sondare l’animo dei possibili traditori come Buffarini, fosse poi intransigente nei confronti dei non fascisti. Adesso, per esempio, come fargli ingoiare la faccenda Cione e del suo giornale socialista? Pavolini apparteneva alla genìa degli intellettuali mancati (Mussolini detestava persino quelli seri, figurarsi i mancati), di coloro che scambiano la coerenza con la fissazione, l’inflessibilità con la crudeltà, la vita come un’esperienza da soffrire anziché da godere. Era stato Pavolini a chiedere la testa di Galeazzo, uno dei suoi migliori amici di gioventù; era lui il teorico e il vate della resistenza in Valtellina; lui che considerava deficienti e traditori tutti quanti non sbandieravano la tessera del fascio. Se Mussolini si fosse realmente accordato con gli antifascisti, Pavolini si sarebbe sparato in testa. Di fronte al caso di Edmondo Cione, Pavolini non avrebbe sprecato colpi di rivoltella: semplicemente avrebbe rotto le scatole a tal punto da far recedere Mussolini dalla sua decisione liberale. Mussolini lo sapeva benissimo: ed era già disposto a sopprimere il giornale di Edmondo Cione (si sarebbe chiamato “L’Italia del Popolo”) pochi giorni dopo l’uscita. L’importante era che uscisse, per due ragioni: la prima per assistere alle reazioni del Comitato di Liberazione dinanzi al suo gesto di buona volontà pacificatrice; la seconda per sbattere il foglio in faccia ai tedeschi che ormai lo accusavano apertamente di “fare una politica di sinistra”.
In quei giorni Mussolini si stupiva del fuoco di idee che si agitava in lui. Erano così in contrasto con il suo fisico abbattuto e con la paura che di tanto in tanto lo aggrediva, da parergli idee di un altro e non sue.
In realtà si trattava di idee scardinate fra loro, inconcludenti, Mussolini se ne soddisfaceva come un malato si rallegra di aver fame anche se sa di non poter mangiare.
Il dottor Zacharias, verso la fine del mese di febbraio, visitò Mussolini e scrisse segretamente una diagnosi liquidatoria: “Il Duce è in preda a grave collasso fisico e morale, assolutamente mancante di energia e di intelligenza”.
Il solo a non preoccuparsene fu Mussolini.
Zurigo, primi di marzo 1945
Il capo della resistenza Ferruccio Parri, dopo due mesi di carcere, stava benissimo. Da Verona, dov’era rinchiuso nei sotterranei dell’Istituto delle Assicurazioni, fu accompagnato dalle SS in borghese fino alla frontiera Svizzera e poi a Zurigo. Qui fu ricoverato come convalescente in una delle migliori cliniche della città. A un certo punto Parri capì che non avrebbe mai più visto le SS che lo avevano scortato.
Poche ore dopo il suo arrivo, a Ferruccio Parri, cui era stato raccomandato di non uscire dalla stanza per nessun motivo, fu annunciata una visita. L’uomo era segaligno, ma non alto come lui, aveva il volto aquilino, le pupille piccole e brillanti dietro gli occhiali, il sorriso che scopriva i denti fino alle gengive. Si presentò: Allen Dulles, capo dei servizi speciali americani e fiduciario del governo statunitense in Svizzera.
Parri tese la mano, ma anziché stringergliela, Allen Dulles buttò le braccia al collo del capo partigiano e, con insospettabile calore, lo baciò sulle guance. Quando Dulles si staccò da Parri questi notò, senza capirci nulla, che i suoi occhiali erano appannati dalle lacrime.
– Cosa c’è mister Dulles? Cos’è successo?
Il più abile intrigante della storia contemporanea, il leggendario spione Allen Dulles stava piangendo. In seguito Parri avrebbe scritto:
“Non credo che nella storia del mondo ci sia un altro uomo che abbia messo le mani in tanti affari di spionaggio e di guerra segreta come Allen Dulles… Egli si commosse vedendomi e pianse come un bambino”.
Allen Dulles asciugò le lacrime ostentatamente, con un fazzoletto a scacchi. Ributtò le braccia sulle spalle di Parri e disse:
– Sono contento, signor Parri. Contento e felice di vedervi libero.
Parri non sapeva niente di niente. Nella bianca stanza della clinica di Zurigo cominciò, allora, uno stupefacente colloquio.
– Naturalmente, signor Parri, voi siete libero – cominciò Dulles passeggiando avanti e indietro. – Ma la vostra5 libertà – sorrise – è condizionata dal segreto. Voi non dovrete muovervi di qui.
Pareva si divertisse a dire le cose a poco a poco, cominciando dalla fine. Parri sollevò gli occhiali sulla fronte, incrociò le braccia, e si apprestò ad ascoltare l’insospettata storia.
Disse Allen Dulles: – Posso rivelarvi ufficialmente che il comandante generale delle SS Karl Wolff è fermamente deciso a contrattare con noi una pace separata che elimini il fronte italiano. L’iniziativa di Wolff è stata taciuta, nel modo più rigoroso, sia a Hitler che a Himmler. Naturalmente anche Mussolini, soprattutto Mussolini, ne è all’oscuro. Avete mai visto fascisti durante la vostra detenzione?
Parri scosse il capo.
– Infatti – continuò Dulles. – I fascisti non hanno mai saputo che il capo della resistenza italiana era stato catturato dai tedeschi. Altrimenti… Bene: da qualche tempo Wolff, Rahn e altri tedeschi, diciamo moderati, hanno deciso di trattare con noi. Noi abbiamo chiesto come prova della loro lealtà l’immediata vostra scarcerazione. Ecco perché voi siete qui, libero. Naturalmente se la notizia della vostra liberazione trapelasse, cadrebbero molte teste: a cominciare da quella del comandante delle SS, Wolff. Questo sarebbe un particolare secondario: anzi vi dirò che sotto certi aspetti la cosa mi risulterebbe persino gradita. Tuttavia, le trattative di resa si arenerebbero, e questo sarebbe grave.
– Certo – ammise Parri. L’idea di rimanere libero, ma tagliato fuori dalla resistenza, tuttavia, non gli andava affatto.
Allen Dulles narrò altri particolari. Wolff s’era deciso a entrare in trattative segrete con gli angloamericani proprio il giorno successivo a quello in cui Mussolini aveva imposto che radio Milano annunciasse la destituzione del ministro Buffarini.
Se la notizia dell’arresto di Parri non era filtrata fino a Mussolini – aveva detto Wolff a Dulles – ciò stava a dimostrare la buona volontà tedesca di trattare indipendentemente dai fascisti. E, come s’era visto, alla prima richiesta americana, Parri era stato messo in libertà in Svizzera.
La sera dell’8 marzo Karl Wolff in persona s’era presentato a Zurigo nell’appartamento della Genferstrasse, al pianterreno, dove abitava e lavorava Dulles. Era arrivato in borghese – raccontava Dulles – con un abito a doppiopetto grigio e s’era subito fatto premura di apparire come uomo di buon senso, non come traditore. Offriva la resa di tutte le SS operanti in Italia, non perché avesse cambiato idea politica ma perché s’era reso conto che Hitler, ormai, non faceva che perpetrare il massacro del popolo tedesco a sua pro-pria gloria. Più che di resa, Karl Wolff parlava di “mettere a disposizione la mia persona e la mia organizzazione per porre fine alle ostilità inutili”. In altri termini egli prometteva la protezione degli impianti industriali italiani e il ritiro delle sue truppe. Naturalmente il piano era ancora in via di sviluppo: Wolff da solo non poteva garantire nulla, ma se Dulles fosse stato d’accordo egli si sarebbe adoperato per persuadere Kesselring, comandante generale delle forze tedesche in Italia: in cambio Dulles avrebbe dovuto persuadere il generale Alexander.
– Voi capite, Parri, – Dulles domandò – perché sono costretto a chiedervi l’impegno più assoluto di non muovervi di qua? Voi siete il perno del patto di resa. Se si viene a sapere della vostra liberazione si saprà anche delle trattative. E Mussolini è capace…
– Mussolini è affare nostro, di noi italiani – disse Parri.
Dulles, stavolta, non rispose, sorrise soltanto.
– Posso chiedervi la parola d’onore? – domandò.
– Per quanto tempo?
– Oh, pochi giorni, pochissimi giorni.
Quei “pochi giorni” furono quasi due mesi. Solo una volta, in questo lasso di tempo, Ferruccio Parri poté lasciare la clinica svizzera per volare insieme al generale Cadorna, prima a Caserta da Alexander, poi a Firenze dal generale Clark. Non fu una missione diplomatica priva di sbocchi pratici: vent’anni più tardi Ferruccio Parri, ormai divenuto senatore a vita, avrebbe ricordato così quella missione:
“Fu il seguito e il completamento della precedente (i ‘protocolli di Roma’). Essa portò all’esame di tutti i problemi, militari, politici e organizzativi, della Resistenza, dal punto in cui li avevamo lasciati nel novembre-dicembre, all’ultimo momento, che era il momento preparatorio della Liberazione… Grave per noi era il problema del coordinamento dell’azione militare che noi chiedevamo fosse organizzato in maniera sistematica, cioè stabilendo tra l’esercito alleato e l’esercito partigiano collegamenti operativi organici e sistematici. Devo dire – bisogna sempre essere sinceri – che questo scopo non fu raggiunto; fu, se volete, una sconfitta, non certo 6per colpa nostra. Essi (gli alleati) non ammisero di fatto se non il coordinamento tattico, lasciato all’iniziativa dei comandanti locali, che spesso se ne valsero… La cosa non è senza importanza anche per i riflessi successivi; non si voleva un esercito partigiano italiano, non si voleva una forza effettivamente cobelligerante che potesse vantare gli stessi diritti che de Gaulle aveva rivendicato”.
Fu proprio durante quella missione di Parri a Caserta e a Firenze che venne affrontata per la prima volta, tra le forze partigiane e gli alleati, la questione della sorte fisica di Mussolini e degli altri gerarchi:
“Un altro dei grossi problemi del momento” avrebbe ancora scritto Parri “riguardava come trattare i nemici, cioè tedeschi e fascisti, se si arrendevano. C’era stato un ordine famoso del generale Trabucchi, comandante del comando militare regionale di Torino, che per i fascisti aveva detto pressappoco: ‘Si fanno fuori tutti’. Io non c’ero; Longo, molto opportunamente, a parer mio, arrivò in tempo a far rettificare un ordine eccessivo. Per gli alleati il problema si poneva in modo diverso, desiderando soprattutto che i partigiani non si sostituissero ad essi anche nei riguardi delle rese locali…”.
Parri non disse, né subito né vent’anni dopo, in che modo e misura il generale Cadorna e lui trattarono in quello scorcio di marzo la sorte di Mussolini. Un fatto è sicuro: gli alleati, che pure avevano riconosciuto il CLNAI come governo di diritto, rispolverarono l’articolo 29 dell’atto di resa firmato a Malta tra il generale Eisenhower e Badoglio il 29 settembre 1943. L’articolo era chiaro e perentorio:
“Benito Mussolini, i suoi principali collaboratori fascisti e tutte le persone sospette di aver commesso delitti di guerra o reati analoghi, i cui nomi si trovino negli elenchi che verranno comunicati dalle Nazioni Unite e ora o in avvenire si trovino in territorio controllato dal Comando militare alleato o dal Governo italiano, saranno immediatamente arrestati e consegnati alle forze delle Nazioni Unite”.
Ma Parri e Cadorna non erano disposti ad altro, dopo aver ingoiato il mancato riconoscimento di un esercito regolare partigiano. Lasciarono le cose in sospeso, quasi non avessero importanza immediata. Sorrisero con lo stesso sorriso enigmatico che Dulles aveva mostrato a Parri quando questi, a Zurigo, gli aveva detto: “Mussolini è affare nostro”.

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16 pensieri su “DVX V

  1. Ho letto tutto con tantissimo interesse anche se, lo ammetto, ho dovuto fermarmi varie volte per seguire il discorso politico.
    Sono ignorante di politica e fino adesso, non mi è mai interessata più di tanto.
    Quel libro che legge il Duce esiste sul serio? Dico quello che parla del suo fantomatico processo?
    Molto interessante.
    Inizio, malgrado gli studi, a capire qualcosa finalmente.
    Buon sabato

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