DVX VII

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Gargnano, villa Orsolina, 17 aprile 1945
Il presidente americano Roosevelt era morto da quattro giorni.
4Esattamente come il 20 luglio 1944, giorno dell’attentato a Hitler (“Ah, ah, possono capitare anche a lui certe cose, non solo a me!”), Mussolini s’era lasciato invadere da un lugubre entusiasmo, quasi che la morte di un altro potente allungasse la vita a lui.
Non è vero che Mussolini abbia brindato alla fine di Roosevelt; solo perché non beveva. È senz’altro vero, invece, che appena ricevuta la notizia si sia lasciato andare a folli speranze. A tutti quanti mettevano piede nel suo studio ripeteva: – Quel sinistro individuo è morto di colpo, per un accidente! Era il più diabolico dei nostri nemici e il primo responsabile di tutto quanto sta accadendo nel mondo!
Il 14 aprile, Mussolini s’era convinto che la morte di Roosevelt avrebbe aperto nuove prospettive sull’esito della guerra. Mussolini ne fece argomento di discussione con l’ambasciatore tedesco Rahn. I ragionamenti di Mussolini a Rahn furono così registrati:
Premesso che il defunto presidente degli Stati Uniti rappresentava non solo il tutore degli interessi sovietici in America, ma anche il depositario dell’ideologia culminata a Yalta con i piani di distruzione della Germania, il duce conviene con l’ambasciatore Rahn che in effetti la politica di Stalin potrebbe trovare una resistenza maggiore da parte della Casa Bianca. Questo fatto, aggiunto all’inevitabile smarrimento dell’opinione pubblica per la scomparsa del presidente, potrebbe anche indurre Stalin, che ha condotto sinora una politica così realistica, a cercare per altre vie il dominio delle posizioni asiatiche ed europee della Russia, poiché del resto non vi è dubbio che l’Inghilterra si prepara a sostenere una lotta oggi politica, domani cruenta, per difendere la sua posizione contro l’egemonia slavo-comunista. Può essere probabile che dal rivolgimento causato dalla morte di Roosevelt si possa giungere, se non addirittura a un nuovo orientamento politico della Russia, almeno a una sua più attenta presa di posizione. Questi sono fatti, diciamo, impalpabili…“.
Mussolini sperava, in altre parole, che la fine del presidente Roosevelt aprisse la possibilità di negoziare fruttuosamente sia con gli angloamericani che con i sovietici.
Parlava come avesse dinanzi a sé, all’improvviso, un tempo interminabile da vivere. La fine del nemico numero uno aveva di colpo riproposto alla sua mente incerta tutte le soluzioni escogitate e abbandonate negli ultimi mesi. Tutte e simultaneamente.
Lo stesso 14 aprile, dopo aver delirato con Rahn, Mussolini indisse una riunione italo-tedesca nella quale espose o lasciò esporre tutti i progetti possibili, destreggiandosi, come da tempo non gli riusciva, nella finzione o addirittura nella menzogna, in modo da fingere di essere d’accordo con tutti.
Volle che Pavolini esponesse il “progetto Valtellina”. Pavolini lo fece più da letterato decadente che da politico o da militare. Mentre il capo delle SS, Wolff, e l’ambasciatore Rahn sbadigliavano, Pavolini riferiva di una concentrazione di trecentomila uomini pronti a far quadrato attorno a Mussolini e a morire ad uno ad uno. Come simbolo della italianità leggendaria di queste “moderne Termopili”, il “ridotto della Valtellina” avrebbe avuto al proprio centro, come un’ara, l’urna funebre di Dante Alighieri che qualcuno si sarebbe incaricato di far trasportare da Ravenna.
Il progetto non era molto mutato nella sostanza dal dicembre; e Mussolini finse di ignorare che Hitler non aveva mai risposto né sì né no a quel piano, probabilmente ritenendolo una specie di parto poetico.
Che cosa ne dite, camerati? – domandò Mussolini.
Wolff si riscosse dal suo torpore solo per rigirarsi sulla poltrona e dire: – Mah… sì. È un’idea.
Rahn, quello stesso che, mesi prima, informato del piano aveva detto a Mussolini: – Lasciate perdere certe idee, Duce. Gli uomini sono uomini, e la Valtellina è troppo vicina alla Svizzera. Finirà che vi troverete solo come un cane -, stavolta fu ancora più sarcastico:
Quello che non mi risulta chiaro – disse – è come farete dalla Valtellina a ritirarvi in Germania. Ecco cosa manca al vostro piano di resistenza a oltranza: la strada per scappare in Germania.
Il maresciallo Graziani, cui mancava assolutamente il senso dell’umorismo e che quindi non capiva affatto che i tedeschi non credevano a una sola parola del progetto Valtellina, s’alzò a dichiarare: – Naturalmente noi ci muoveremo soltanto in accordo con i camerati germanici.
Questo è naturale – mentì Mussolini.
Il giorno successivo, 15 aprile, Mussolini s’incontrò con Wolff.
Il comandante generale delle SS era maledettamente preoccupato del ritmo lento che le trattative segrete, con Dulles, avevano assunto. Non sapeva che, contrariamente alle intuizioni di Mussolini, la morte di Roosevelt aveva definitivamente interrotto ogni trattativa e che Stalin premeva per la distruzione della Germania senza condizioni. Temeva, in ogni caso, che il “progetto Valtellina” procrastinasse l’esito della guerra e, soprattutto, voleva impedire che Mussolini sfuggisse al controllo tedesco, trasferendo in extremis il governo della RSI a Milano. Le “idee di sinistra”, quali “la socializzazione ai socialisti”, espresse di quando in quando da Mussolini, i suoi rapporti personali sempre più stretti con l’ex socialista Carlo Silvestri e l’ex comunista Nicola Bombacci, per quanto fossero tra gli argomenti d’accusa preferiti dai nazisti puri, in quel momento interessavano Wolff fino a un certo punto. Anzi, non lo interessavano per niente. Non poteva ammettere, però, che, per un caso qualsiasi, grazie a queste sue “deviazioni”, il dittatore italiano potesse realmente scavalcarlo e guastare i suoi progetti di trattative con gli alleati o, in caso estremo, con il Comitato di Liberazione.
Così, nella notte tra il 14 e il 15 aprile Wolff, che si trovava alla vigilia di un viaggio in Germania, si fece venire un’idea per sventare qualsiasi progetto frullasse nella mente di Mussolini.
Durante il colloquio gli disse: – Caro Duce, la guerra è perduta. Credete a me che ve lo dico: la Germania ha pochi giorni di vita. Il problema è salvare il salvabile senza perdere la faccia. E poiché a noi la vostra pelle sta a cuore, molto a cuore, cerchiamo di salvarci insieme. Voi avete un piano per la socializzazione dell’industria italiana, un piano politico di sinistra che a noi può anche dispiacere, ma che in questo momento può tornarci utile.
Ho intenzione di promulgare il decreto di socializzazione al più presto, tra qualche giorno – Mussolini disse.
Appunto – Wolff rispose. – Io vi do un consiglio. Usate questo progetto per il bene vostro e nostro.
– Ossia?
– L’Italia è invasa per più di tre quarti dagli angloamericani, che sono capitalisti. Ovvio che ai capitalisti la socializzazione piaccia meno ancora del nazifascismo. Il mio suggerimento è questo: sondare gli Alleati per sapere quale prezzo sarebbero disposti a pagare, perché la socializzazione rimanga lettera morta. Mi capite Duce?
Mussolini scosse il capo; Wolff riprese con pazienza, soppesando ogni frase, ogni parola.
Naturalmente non tocca a voi, Duce. Non può toccare a voi per due ragioni: primo perché sarebbe poco dignitoso; secondo, perché il ricordo dell’8 settembre, del tradimento di Badoglio, è troppo vivo in Germania e se voi vi metteste a trattare direttamente con gli Alleati i rapporti tra la RSI e la Germania sarebbero irrimediabilmente distrutti. Lasciate fare a me, me ne incarico io. In qualche giorno, una settimana al massimo, mi impegno a ottenere una risposta dagli Alleati.
– E.. come farete? – domandò Mussolini, sordamente.
Karl Wolff lanciò a Mussolini un’occhiata sbieca, sorridendo.
Oh… non saprei sul momento. Penso attraverso il Vaticano. Attraverso il cardinale Schuster, per esempio.
– Mi sembra un’idea eccellente – Mussolini disse secco, e con la bocca arida.
Naturalmente, – Wolff continuò – voi vi impegnate a non lasciare Gargnano. Voi, insomma, rinunciate a qualsiasi progetto di trasferirvi a Milano.
– D’accordo. Avete la mia parola, Wolff.
Gli storici non sapranno mai cosa Mussolini pensò della proposta di Wolff circa l’uso ricattatorio della socializzazione. È un fatto che il giorno successivo, 16 aprile, il vecchio dittatore convocò alle nove del mattino l’ultimo Consiglio dei ministri della RSI e annunciò la sua decisione di trasferire il governo a Milano entro quarantotto ore. – Occorre – disse – decembrizzare Milano.
“Conia il suo ultimo neologismo” avrebbe scritto Paolo Monelli. Per “decembrizzare” Mussolini intendeva3 restituire (o rivivere) a Milano le giornate di metà dicembre, quando era stato accolto trionfalmente dai quarantamila e quando aveva esposto il suo piano di socializzazione e di collaborazione con le forze non fasciste. Karl Wolff era ormai in partenza per la Germania e non si fece vedere per rinfacciare al dittatore la mancata parola. In compenso (ma questo Mussolini non lo seppe mai), le SS Otto Kisnatt e Fritz Birzer avevano avuto l’ordine di non mollare Mussolini per nessun motivo, di tenerlo praticamente prigioniero dovunque fosse andato, in territorio italiano. A meno che Mussolini non avesse cercato di fuggire in Svizzera. In tal caso l’ordine era di impedirlo “a costo di far uso delle armi”.
L’ambasciatore Rahn, subito dopo il Consiglio dei ministri e l’annuncio della decisione di trasferire il governo, si presentò a Mussolini umile come non era stato mai. Offrì varie soluzioni di fuga, tutte verso la Germania. Mussolini fu spiccio:
Vede Rahn, io sono italiano e preferisco crepare a casa mia.
Il 16 aprile Mussolini aveva già pronto una specie di programma per le ore e i giorni futuri.
Sarebbe partito il 18, dopo aver preavvisato del suo arrivo il prefetto milanese Mario Bassi con la frase convenzionale, e involontariamente tragicomica, “Il pacco è stato spedito”. Avrebbe preso alloggio nella Prefettura e, se mai, avrebbe predisposto l’immediata costruzione di un bunker al centro del palazzo simile a quello nel quale si era ormai calato Hitler a Berlino. Il 20 aprile avrebbe solennemente annunciato, con un pubblico discorso, le leggi per la socializzazione.
Ma il 17 aprile, verso sera, eccolo ricordarsi della via di scampo progettata da tempo e poi lasciata cadere: la soluzione Claretta-Spoegler, quella che, di necessità, annullava tutte le altre. Fu Claretta, festante, a fargli recapitare una carta topografica con un itinerario segnato in rosso e una specie di programma che aveva tutta l’aria di una caccia al tesoro. La carta topografica indicava la via da seguire: dal Garda a Brescia, poi a Bolzano e oltre, verso l’alta valle di Sarentino. Di qui fino al villaggio di Lengmoos e poi, ancora oltre, il valico Ritter e la foresta sullo Jacheroff. Il programma di viaggio presupponeva una partenza in automobile verso le otto di sera con documenti falsi. Da un certo punto in avanti si sarebbe proceduto con slitte trainate: infine due ore a piedi attraverso la foresta. Claretta assicurava che lassù avrebbero vissuto tranquilli il resto della loro vita: – È un luogo — disse a Mussolini – dove le volpi si scambiano la buonanotte.
Sia l’itinerario che il programma del viaggio erano stati preparati dallo spensierato Franz Spoegler e da lui consegnati a Claretta.
Spoegler non aveva avuto il coraggio di dire alla donna che Mussolini aveva troppe idee in testa, ormai, per poterne scegliere una: tanto più che sapeva come Mussolini avesse deciso di partire verso Milano. Fu quindi assai sorpreso quando quel 17 aprile, ventiquattr’ore dopo aver annunciato ufficialmente il trasferimento del governo a Milano e quarantotto ore dopo aver lasciato che Pavolini mettesse in imbarazzo Wolff e Rahn con il suo “ridotto Valtellina”, Mussolini lo chiamò per dirgli:
E allora Spoegler, si va nella vostra foresta? È davvero un luogo sicuro?
Franz Spoegler, che molto probabilmente aveva già nascosto da qualche parte la lettera segretissima per Winston Churchill e s’aspettava, se mai, disposizioni per farla recapitare, rimase sbalordito. Si riprese con una volgarità:
Per dirla chiaramente, Duce: quella foresta è il buco del culo della terra.
Mussolini rise.
Va bene Spoegler. Informi la signora che domani sera si parte. È vero che avete già preparato i documenti?
– Signorsì.
Spoegler corse da Claretta che cominciò a preparare i bagagli.
Milano, palazzo della Prefettura, 18 aprile 1945
Molti anni dopo Rachele Mussolini avrebbe dettato a una giornalista una delle poche pagine storicamente attendibili delle sue memorie. Eccola:
2L’ultima volta che vidi mio marito fu alla villa Feltrinelli, nelle prime ore del pomeriggio del 18 aprile 1945. Era fermo davanti alla macchina che l’aspettava per condurlo a Milano. Pochi minuti prima, attraversando l’anticamera, si era affacciato alla porta del salotto dove nostro figlio Romano stava suonando “Danubio blu” al pianoforte. – Da quando in qua ti piacciono i valzer? – aveva scherzato avvicinandosi a lui e battendogli una mano sulla spalla. Romano aveva fatto il gesto di alzarsi per accompagnarlo fino all’automobile: – No, no, – gli aveva detto – continua a suonare -; poi aggiunse: – Tornerò tra due o tre giorni. – Anche a me, prima di partire, ripeté la stessa cosa. Ma al momento di prendere posto sulla vettura, tornò indietro e restò immobile, guardando a lungo la casa, il giardino, la finestra della sua stanza, il lago tranquillo”.
Non erano “le prime ore del pomeriggio”: erano le 18. Qualche chilometro più avanti, a villa Mirabella (la “Villa dei morti”), Claretta Petacci, già vestita da pieno inverno, passeggiava e fumava, tra le valigie ormai sigillate, in attesa che passassero le ultime due ore del suo sventurato soggiorno sul lago. Alle 20 in punto, secondo gli accordi, Franz Spoegler e Mussolini sarebbero venuti a prenderla per la fuga verso “il buco… della terra“.
Alle 21 Claretta aspettava ancora, singhiozzando. Era l’ora in cui Mussolini senza dirle nulla, stava arrivando a Milano. Egli sedeva nella seconda di cinque automobili, in gran parte occupate da SS tedesche. Aprivano e chiudevano il convoglio Kisnatt e Birzer, gli uomini che avevano avuto da Berlino l’ordine di “far uso delle armi” caso mai Mussolini avesse preso la strada della Svizzera.
A quell’ora Milano era buia e deserta: ciò che diede a Mussolini un senso di capogiro. L’idea di “decembrizzare Milano” si configurava in lui come una festa di folla acclamante. Arrivò invece in questura quasi come un clandestino. Il prefetto Bassi lo abbracciò.
Tra le prime cose, Mussolini gli disse: – Il 21 aprile, natale di Roma, voglio un trionfo al teatro Lirico.
Prese alloggio al primo piano del palazzo, in corso Monforte: un appartamento di tre stanze. Curò che venissero scaricati i suoi bagagli, tolse dalle valigie dei libri: ne prese uno, le poesie di Morike, scrittore romantico5 tedesco, e lo gettò sull’amplissima scrivania. Indisse subito una riunione con i massimi gerarchi milanesi e con quelli che lo avevano seguito da Gargnano.
Tra le finestre velate da tende nere, affinché la luce non trapelasse fino ai bombardieri nemici, Mussolini cominciò a impartire disposizioni con frenesia malata. Con lo stesso impeto con cui ventidue anni prima, dalla stessa città, dallo stesso palazzo dov’era stato invitato dall’allora prefetto Lusignoli, telefonava a Roma ai suoi luogotenenti e al re d’essere pronto ad assumere il governo del paese solo alle condizioni che avrebbe dettato lui.
Con la differenza che gli ordini di adesso erano di segno opposto: distruggevano anziché costruire. “I ministeri della RSI, da questo momento, non hanno più ragione di esistere… ordino che tutti gli impiegati vengano liquidati e che gli stipendi dell’ultimo mese siano pagati in anticipo, domani stesso…“.
Riprese l’argomento della grande manifestazione da indire al Lirico per sabato 21 aprile: subito dopo sarebbe stata celebrata in Duomo una messa per i caduti fascisti. Infine i trecentomila fedelissimi di Pavolini si sarebbero radunati al Castello Sforzesco: egli avrebbe tenuto un ultimo discorso e poi sarebbe partito alla testa dei “disperati” per la Valtellina.
Attorno a Mussolini i gerarchi prendevano appunti. Nessuno osò dire che i trecentomila non c’erano, né a Milano né in tutta la RSI.
Mentre Mussolini passava una lunga notte nell’estremo tentativo di edificare il sacrario dell’ormai defunto regime fascista, le SS Kisnatt e Birzer disponevano personalmente gli armati davanti a tutti gli uffici e gli ingressi della Prefettura. La preoccupazione non era che qualcuno potesse entrare, ma che Mussolini potesse uscirne.
In altre, ma non lontane, parti della città, anche uomini avversi a Mussolini facevano la notte lunga. Erano stati informati che il dittatore era tornato a Milano. Questi uomini erano i capi del Comitato di Liberazione. Non avevano una sede precisa: si radunavano dove e come capitava, rispecchiavano idee diverse. Il più moderato di tutti era il cattolico avvocato Achille Marazza. Mussolini ne avrebbe conosciuto il nome tra qualche giorno.
Di quella notte fra il 18 e il 19 aprile 1945 — notte che Mussolini immaginava di poter consegnare alla storia del mondo – Marazza avrebbe rievocato, più tardi, questo:
Nonostante la vigilanza e le preoccupazioni delle varie polizie naziste e fasciste, che nell’imminente sfacelo sembravano accanirsi nell’azione antipartigiana… noi tenevamo regolarmente le nostre riunioni settimanali… E con indirizzi e decreti subito diffusi dalla stampa clandestina, ci sforzavamo di indirizzare l’attività e la volontà dei singoli al raggiungimento degli obiettivi comuni. Soprattutto era urgente limitare i fenomeni di collaborazione, e creare il vuoto e il sospetto intorno ai nazisti e ai fascisti. Di qui le pene comminate ai collaboratori, le ripetute denunce anche nominative contro i criminali di guerra e i torturatori di patrioti, di qui le ripetute diffide a non prestare giuramento, a non applicare il bando di fucilazione dei partigiani, e gli inviti a non pagare le imposte e a non riscuoterle… Di qui anche le ripetute smentite ad ogni voce di patto o di tregua col nemico e i decreti sulla cattura dei criminali di guerra e sulla resa delle formazioni nazifasciste. Ma non dimenticate che frattanto noi dovevamo far fronte a un’altra angosciosa necessità: impedire le distruzioni, salvare gli impianti. Di qui le ripetute istruzioni ai comitati di fabbrica, perché 6impedissero, con tutti i mezzi, distruzioni, furti, saccheggi e perché, venuta l’ora decisiva, si insediassero permanentemente in ogni complesso, vigilando giorno e notte, fino all’arrivo degli Alleati. Infine vi era il mantenimento dell’ordine pubblico: venti mesi di soprusi, di angherie, di vessazioni, di martiri avevano inoculato profondamente, anche negli spiriti più equilibrati e negli animi più generosi, il germe del rancore, il desiderio della vendetta, l’esigenza di una punizione esemplare e di una giustizia riparatrice… Se non che l’ordine pubblico era connesso a un altro ordine di problemi che era responsabilità del CLNAI affrontare e risolvere. Bisognava predisporre una nuova impalcatura amministrativa, bisognava tenersi pronti ad assumere da un’ora all’altra il governo delle città e delle province… Questi erano i nostri pensieri, questa la nostra vita d’ogni giorno quando, il 18 aprile 1945, si sparse la notizia che Mussolini era a Milano. Altri testimoni hanno raccontato che egli lasciò Gargnano, cullandosi nell’illusione d’essere accolto con entusiasmo dai milanesi e che, appena arrivato, fece sapere che avrebbe parlato al Lirico per il 21 aprile, nel corso di una parata all’antica. Questo prova fino a che punto egli avesse ormai separato la sua sorte da quella del paese, fino a che punto ignorasse ciò che stava accadendo e il vero spirito della città. Gli era rimasta nella memoria l’accoglienza ricevuta a dicembre, e non sapeva che la folla di fascisti rifluiti da tutta Italia, che allora lo aveva festeggiato al Lirico, si era adesso dispersa. Quanto a noi, devo dire che il suo arrivo ci lasciò completamente indifferenti. Chi era ormai Mussolini e che cosa poteva rappresentare per noi, impegnati in quella partita di cui l’onore dell’Italia e la salvezza di Milano erano la posta? … Sapevamo con certezza, da molti segni, che il vecchio dittatore italiano non aveva più alcun peso negli avvenimenti: come se fosse già morto…”.

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