DVX, l’epilogo

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“Conosco l’arte, di sorridere e di uccidere sorridendo,
d’apparir lieto di quanto ferisce il mio cuore,
di bagnar le mie guance con finte lacrime,
di compormi un volto adeguato alle circostanze.
Ho più colori del camaleonte,
più forme di Proteo,
ed al mio confronto il micidial Machiavelli
non è se non uno scolaretto”.
William Shakespeare, Enrico VI.
(Parte III, atto 3, scena 2)
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Lugano, Consolato USA, mezzogiorno circa del 26 aprile 1945
2Il console Don Jones aveva fatto la notte bianca assillato com’era da problemi che andavano molto al di là della sua carica ufficiale. Il suo grado interno alla CIA (Central Intelligence Agency) era segreto, ma, quella notte, pareva che tutti lo conoscessero e che i suoi rapporti con Allen Dulles fossero diventati addirittura popolari. Prima era stato chiamato dalla polizia confinaria svizzera, perché la famiglia Mussolini, Rachele e i figli, intendeva passare la frontiera. Poi c’era stata la telefonata, assai più imbarazzante, del prefetto Celio da Como che chiedeva il lasciapassare per Mussolini. Nello stesso tempo aveva dovuto organizzare la spedizione in Italia di dodici agenti italo-americani dell’OSS (Office of Secret Service) che avevano il compito di catturare Mussolini prima dei partigiani. Insieme ad uno di questi agenti, il capitano e dottore in legge Emilio Daddario, aveva voluto tornare in Italia anche Ferruccio Parri. L’ultimo agente a partire era stato l’ufficiale di marina Giuseppe Dessy: era accaduto alle otto del mattino e Don Jones avrebbe voluto andarsene a dormire, se non che, un’ora più tardi, Dessy aveva chiamato da Como incaricandolo di fissare un appuntamento immediato tra Allen Dulles e il dottor Guastoni, altro collaboratore degli Alleati.
Guastoni si era assunto l’onere di un’ambasciata ufficiosa e delicatissima: quali garanzie dava Allen Dulles ai fascisti rifugiati a Como, se si fossero arresi e avessero consegnato, volenti o nolenti, Mussolini?
Don Jones sapeva che del tramestio di quella notte non sarebbe mai rimasto alcun documento ufficiale, che si trattava di mezze parole, di frasi sfumate, di proposte e promesse più allusive che concrete (mai più immaginava che proprio uno dei fascisti della colonna Mussolini, Vanni Teodorani, sarebbe sopravvissuto per spiattellare ogni cosa). Era stanco. Quel via vai di agenti, benché ciascuno di loro portasse in valigia la divisa americana e un tricolore, avrebbe potuto finire in carneficina in qualsiasi momento. In tal caso, la responsabilità sarebbe stata anche sua: in gran parte sua.
A mezzogiorno, Don Jones introduceva nell’ufficio di Allen Dulles il dottor Guastoni. Questi disse, subito: – So esattamente dove si trova Mussolini: nella villa del vice-federale di Menaggio.
– Non ha fatto molta strada. Stanotte ci ha telefonato da Como -sorrise Dulles.
Guastoni non si scoraggiò, ma neppure accettò l’ironia.
– Se il capitano Dessy, appena giunto a Como, si è rivolto a me, significa che non è così semplice catturare il Duce. Dessy e io, due ore fa, eravamo in Prefettura: tra gli altri, c’era il figlio di Mussolini, Vittorio. Abbiamo cominciato a trattare…
– Su quali basi? – si informò pacatamente Dulles.
– Chiedono salva la vita e l’onore per se stessi e per il Duce. Oltre che per tutte le famiglie naturalmente.
– Salvo l’onore? Che cosa significa?
Guastoni si strinse nelle spalle: ricordava che Vanni Teodorani aveva insistito molto su questa idea: “nessuna offesa alla dignità del duce sarà tollerata”.
– La autorizzo a rispondere così – disse Dulles ancora più lentamente. – Nessuno, assolutamente nessuno, mi ha mai chiesto ufficialmente la morte di Mussolini. E non sarò certo io a prendere una iniziativa del genere. Non mi è mai stato detto – badi bene, Guastoni: non mi è mai stato detto – che Mussolini sia nella lista dei criminali di guerra compilata dagli Alleati. Un processo ci dovrà essere, sia contro Mussolini che contro i gerarchi, ma se Mussolini si consegnerà a noi, verrà processato da un tribunale alleato, non italiano. Credo di potermi impegnare.
Era quasi sera quando il dottor Guastoni riuscì a tornare a Como. Raffiche di mitra sulle montagne indicavano che i partigiani stavano invadendo la zona. In Prefettura i gerarchi fascisti avevano smesso di discutere: se aprivano bocca era per inveire. Era successo qualcosa che dava loro, per la prima volta, l’esatta dimensione della catastrofe. Il segretario del partito Pavolini, l’uomo che avrebbe dovuto, nei suoi sogni, radunare cinquantamila uomini per la resistenza in Valtellina, ne aveva racimolati effettivamente duemila. Era piombato in Prefettura per presentare i fedelissimi a Mussolini e gli avevano detto che Mussolini era partito per Menaggio.
– Partito perché?
Il maresciallo Graziani si era stretto nelle spalle e, con calma del tutto inconsueta in lui, aveva detto: – Io sono un uomo d’onore, non un burattino. Io aspetto che gli americani siano a dieci metri da me, e poi mi arrendo da soldato. – Aveva fatto una pausa squadrando Pavolini e poi, guardando l’orologio: – Chissà se si trova un buon ristorante aperto qui a Como.
Qualcuno rispose: – L’Hotel Barchetta. – E Graziani: – Ci andrò a pranzare.
Pavolini, stringendo i denti, con la mano sulla pistola infilata nel cinturone, era uscito dalla Prefettura come da un luogo maledetto. I duemila fedelissimi, i candidati al martirio della Valtellina, non c’erano più. Scomparsi.
Quando Guastoni entrò in Prefettura vide sulla faccia dei presenti i segni di quest’ultima diserzione. I gerarchi terrorizzati investivano lui e il capitano Dessy gridando: – Garanzie! Vogliamo garanzie scritte! – La calma di Dessy li infuriava ancora di più: – Se gli americani non vogliono mettere nero su bianco, lo faccia almeno il Comitato di Liberazione! Ci sarà un Comitato di Liberazione anche qui a Como, no?
Dessy assentiva: il CLN c’era, ma avrebbe promesso la vita a Mussolini? Era prudente chiederlo?
– Provare! provare! – smaniavano i fascisti. A mezzanotte, tra il 26 e il 27, decisero di riparlarne l’indomani.
Saiano (Brescia), mezzanotte circa tra il 26 e il 27 aprile 1945
Un uomo di trentasei anni, l’avvocato Giovanni Battista Vighenzi, partigiano, era stato catturato dai tedeschi tre ore prima, proprio mentre gli agenti dell’OSS americano cercavano di far ragionare i gerarchi nella Prefettura di Como. Accovacciato per terra, stava scrivendo su un foglio di carta quadrettata, con un lapis copiativo. Per scrivere doveva guidarsi con la sinistra il polso fratturato della destra. Aveva un occhio spappolato dalle bastonate.
“Liana amatissima, mia gioia, mia vita. C’è una grande sete nel mio cuore in questo momento, e una grande serenità. Non ti vedrò più Liana, mi hanno preso, mi fucileranno. Scrivo queste parole sereno d’animo e col cuore spezzato nel medesimo tempo per il dolore che proverai…”
A Milano, e ormai in quasi tutta l’Italia del nord, le luci erano accese per la prima volta da anni. La gente godeva la libertà; la guerra e la guerra civile avvampavano soltanto in poche, ristrette zone sanguinose. Giovanni Battista Vighenzi sapeva che forse, prima dell’alba, i tedeschi che lo avevano torturato per tre ore sarebbero fuggiti. Continuò a scrivere:
“Pino è stato pure preso e fucilato prima di me. Prega per noi due amici uniti anche nella morte. È morto con dignità e mi ha salutato con uno sguardo in cui era tutta la sua vita. Spero di morire anch’io, di fare il grande viaggio, serenamente. La mia ultima parola sarà il tuo nome, il nome che è inciso sulla fede che ti mando…”.
Si sfilò l’anello insanguinato, lo baciò, lo mise nella busta insieme con il foglio quadrettato. Consegnò tutto al tedesco seduto davanti a lui con il mitra di traverso sulle ginocchia. Disse: – Andiamo – e andò a morire.
Como, palazzo della Prefettura, ore 8 circa del 27 aprile 1945
Cinque uomini, nemici tra loro, si stivarono intirizziti in un’automobile che partì a tutta velocità verso3 Menaggio. Erano: il capitano Giuseppe Dessy, un tenente dei carabinieri e tre fascisti: Vanni Teodorani, Pino Romualdi, Franco Colombo, comandante della legione Muti di Milano, colui che il 14 agosto dell’anno precedente aveva dato ai tedeschi il plotone d’esecuzione per fucilare i quindici patrioti di piazzale Loreto.
I cinque avevano trovato un accordo: avrebbero raggiunto Mussolini a Menaggio e l’avrebbero portato in Svizzera, da Allen Dulles. Il tenente dei carabinieri reggeva fuori del finestrino una grande bandiera bianca che, ben presto, divenne uno straccio fangoso.
Dessy parlò soltanto per dire: – Io non sono armato. Ma il tenente sì. Chiedo che gli sia lasciata la pistola anche quando saremo da Mussolini.
Vanni Teodorani, compreso della sua missione ed eccitato dallo spiraglio di salvezza che gli si apriva, disse secco:
– Vedremo quando saremo laggiù.
Non arrivarono mai laggiù. A Cadenabbia, una decina di partigiani avevano steso un tronco attraverso la strada viscida. L’automobile scivolò sull’asfalto e urtò il legno. Fucili e pistole dei partigiani penetrarono dai finestrini:
– Fuori tutti!
I cinque alzarono le mani. Dessy disse: – Sono un agente alleato -, ma non riuscì a farsi sentire. Il comandante del gruppo, soprannominato Giovanni, puntò la pistola contro la bocca di Franco Colombo:
– Tu sei Colombo! L’assassino! – sibilò. Il comandante della Muti tacque.
– Questo è l’uomo di piazzale Loreto! – gridò Giovanni ai suoi.
A urtoni, tra le urla, i cinque furono spinti verso il muro del lungolago.
A tre metri da loro i partigiani si appostarono per il plotone d’esecuzione.
Dessy gridò con le ultime forze:
– Comandante! Io sono un alleato. Ecco i documenti, li controlli prima di fare fesserie! Lei si sta giocando la vita! – Con la stessa rapidità con la quale si estrae un’arma, Dessy aveva gettato tra i piedi di Giovanni le sue carte di credito.
– Venga via lei!
Si mossero in quattro: Dessy, il carabiniere, Romualdi e Teodorani.
Fece un passo anche Franco Colombo, ma Giovanni ordinò: – Lui no, lui fucilatelo subito.
Quando Dessy e il carabiniere riuscirono a dimostrare la propria identità al comando della divisione partigiana di Lanzo d’Intelvi, era la sera del 27 aprile.
A Milano, nello stesso momento, il prefetto Riccardo Lombardi si congratulava con il colonnello della guardia di finanza Malgeri per il modo in cui quest’uomo, con pochi militi, aveva eliminato le ultime resistenze fasciste in città.
Un finanziere bussò all’ufficio di Lombardi e scattò nel saluto davanti al suo superiore:
– Signor colonnello. Mussolini è stato catturato.
Musso, mattino del 27 aprile 1945
4Nell’autoblindo l’aria era ormai irrespirabile. I gerarchi continuavano a fumare, benché Mussolini avesse pregato di non farlo. Gli occhi del dittatore erano febbricitanti. Accanto a lui Clara Petacci, con una tuta azzurra da pilota e un casco da motociclista in testa, gli asciugava il sudore. Tutto ciò che era accaduto nelle ultime ore pareva a Mussolini un ricordo lontano e malvagio. Quando aveva saputo che le brigate nere di Pavolini erano fuggite, era stato costretto a decidere di unirsi a una colonna tedesca decisa a “sfondare” e a rientrare in Germania attraverso la Valtellina.
Ecco che si trovava di nuovo in mano ai tedeschi, costretto ad accettare, anzi stavolta a supplicare, la loro protezione. C’era Birzer, c’era Kisnatt – quelli che ormai chiamava carcerieri -; c’era il comandante della colonna Fallmeyer.
Diciassette chilometri dopo Menaggio, lungo il lago, una raffica di mitra aveva messo a terra le gomme dell’autoblindo. Poi erano spuntati i partigiani. Non molti, anzi: eccezionalmente pochi. Ma quanti uomini nascondevano le montagne intorno? Poco prima che la colonna si fermasse, Mussolini s’era affacciato al finestrino e aveva chiesto a un pescatore:
– Dica, ci sono partigiani qui?
– Dappertutto – aveva risposto quell’altro.
Mussolini aveva borbottato: – Non mi ha nemmeno riconosciuto.
Dallo spioncino dell’autoblindo Mussolini aveva visto il comandante Fallmeyer parlare con un partigiano alto, barba e baffi neri.
Quante ore sarebbero passate prima che Mussolini sapesse il nome di quel partigiano? Era “Pedro”, il conte fiorentino Pier Bellini delle Stelle.
Il tempo passò, tra folate di pioggia e squarci di sole sul lago grigio. Mussolini, nascosto nell’autoblindo, rosicchiò una mela.
Poi Fallmeyer e “Pedro” si allontanarono. Franz Birzer si affacciò nell’autoblindo e mormorò: – Vanno a Chiavenna per ottenere dal comando partigiano il permesso di lasciarci passare.
– Quanto ci metteranno? – domandò sconfortato Mussolini. Birzer non rispose nemmeno.
Erano circa le 15 quando Fallmeyer e “Pedro” tornarono. Fallmeyer parlò concitatamente con Birzer, questi con Kisnatt. Le due SS riaprirono lo sportello dell’autoblindo:
– Duce: lasciano passare soltanto i tedeschi. Gli italiani no.
– Va bene – mormorò Mussolini instupidito, e allungò una gamba per scendere.
– Salvatevi Duce! – cominciò a strillare Claretta Petacci, avvinghiandoglisi al collo.
– Si può tentare qualcosa, Duce, se voi solo venite con noi. – Era il tono di un ordine. – Mettetevi addosso questo.
Mussolini si trovò sulle ginocchia un pastrano da soldato tedesco e un elmetto. Birzer gli infilò sul naso un paio di occhiali scuri: qualcuno gli allungò un mitra.
– Sul camion, presto! – disse Kisnatt, conducendolo per un braccio.
Meno di mezz’ora più tardi, sulla piazza di Dongo, i partigiani perquisivano ad uno ad uno i camion per controllare se c’erano italiani. Ciò che avvenne fu raccontato il giorno dopo dallo stesso conte Bellini delle Stelle in un rapporto che, per la sua secchezza, sarebbe ingiallito negli archivi del CLNAI:
“Il giorno 26 u.s. una squadra del distaccamento Puecher composta da Pedro, Bill, Ardente, Menefrego, Biondo, Tarzan, Rosa, Giovanni, Tito, Sardo, Lupo, si portava a Damaso per prelevare il tabacco in distribuzione agli spacci. Sono stati prelevati circa 13 kg di tabacco, regolarmente pagato. Non appena finita l’operazione, mentre stavamo per ritirarci, avemmo notizia della rapida avanzata degli Alleati… Per quanto in deboli forze decidemmo di tentare l’occupazione della zona… La mattina seguente venne annunziato l’avvicinarsi di una colonna motorizzata tedesca… L’ispezione della colonna tedesca avveniva sulla piazza di Dongo, eseguita agli ordini del comandante del Puecher, Bill. Su uno dei camion tedeschi venne segnalata a Bill la presenza di una persona in posizione sospetta. Egli salì sulla macchina, riconobbe nell’individuo Benito Mussolini, lo arrestò e lo fece condurre in un salone del Comune di Dongo, ove venne trattenuto sotto custodia…”.
Milano, Comando generale del Corpo Volontari della Libertà, ore 23 circa del 27 aprile 1945
Nessuno parlava a voce bassa, ma chi stava in una stanza si sforzava di non ascoltare ciò che si diceva5 nell’altra. La notizia che Mussolini era stato catturato era giunta al colonnello Malgeri e quindi a Riccardo Lombardi circa alle 18.30. Mezz’ora dopo il colonnello Malgeri ascoltava un’indicazione (o un consiglio, un ordine, cosa diavolo era?) che avrebbe cercato di dimenticare. Davanti a lui, in una delle stanze del comando, un uomo dal viso scavato e precocemente rugoso, il colonnello Valerio (Walter Audisio), parlava scandendo le parole e facendo gesti vaghi.
– Lei sarà già informato, colonnello Malgeri, che Mussolini è stato arrestato.
– Sì.
– Occorre portarlo a Milano. Mi capisce?
Malgeri non rispose. Si aspettava che Walter Audisio rievocasse, all’improvviso, ciò che aveva visto a piazzale Loreto quel 14 agosto.
– Però è pericoloso – soggiunse Valerio. – È pericoloso, perché Mussolini può cercar di scappare durante il tragitto. Qualcuno può cercare di liberarlo.
– È possibile – annuì Malgeri.
– In tal caso lei sparerebbe, vero?
Malgeri tacque.
– Se qualcosa di simile accadesse, se ci fosse un tentativo di fuga, la consegna è di sparare su Mussolini. Nessuno gliene chiederebbe conto. Anzi, le si chiederebbe conto del contrario.
– Che cosa significa?
– Significa che Mussolini non deve cadere vivo nelle mani degli Alleati. Sono stato chiaro?
– Sì, ma… è una responsabilità molto grave. Tra l’altro, per ora, non si sa neppure dove sia Mussolini.
– Lo sapremo, lo sapremo.
Malgeri lasciò Audisio, chiedendosi se aveva capito bene. Preferiva, comunque, non aver capito.
In serata giunsero al Comando del Corpo Volontari della Libertà diversi messaggi radio inviati dal Quartier generale alleato di Firenze. Ciascuno di questi messaggi passava di tavolo in tavolo, spiato più che letto: finché veniva abbandonato.
“Al Comando generale and CLNAI stop fateci sapere esatta situazione Mussolini stop se siete disposti consegnarcelo invieremo aereo per rilevarlo stop – Quartier generale alleato”
“A CVL and CLNAI stop aereo che verrà ritirare Mussolini atterrerà ore 18 domani aeroporto di Bresso stop preparate segnali di atterraggio – Quartier generale alleato”
E ancora:
“Per CLNAI stop Comando alleato desidera immediatamente informazioni su presunta locazione Mussolini dico Mussolini stop se est stato catturato si ordina egli venga trattenuto per immediata consegna at Comando alleato stop si richiede che voi portiate queste informazioni subito et notifichiate formazioni partigiane che avrebbero effettuato cattura del suddetto ordine che riceve assoluta precedenza”.
E infine:
“Per CLNAI dico CLNAI stop 15° gruppo armate desidera portare Mussolini et Graziani dico Mussolini et Graziani at sede Comando alleato stop”.
Alle 23 il Comando generale del CVL era un bivacco di ufficiali vittoriosi che dovevano improvvisarsi giudici ed esecutori. Erano arrivati a quell’ora Sandro Pertini, Emilio Sereni e Luigi Longo, le tre colonne delle sinistre, e Walter Audisio sapeva, ormai, che il suo incubo di piazzale Loreto stava per risolversi. Come avrebbe raccontato in seguito, aveva persino sognato di aver già ucciso Mussolini.
Non ci fu discussione. Mentre i fonogrammi del Quartier generale alleato giacevano da qualche parte Italo Pietra, comandante dell’Oltrepò Pavese, il conte Luchino Dal Verme, Audisio, Pertini, Sereni e Valiani dovevano soltanto decidere “chi” sarebbe andato a uccidere Mussolini.
Pertini fece la proposta a Pietra: non disse “uccidere”, ma “prelevare”.
Pietra rispose che era compito della polizia. Lo stesso rispose Dal Verme.
Allora Pertini rivolse il dito verso Walter Audisio: – Tu rappresenti la polizia militare.
Valerio disse semplicemente: Sì.
Durante la notte, prima che il colonnello Valerio, con il plotone d’esecuzione partisse per Dongo, dal Comando generale del CVL partì il fonogramma di risposta al Quartier generale alleato:
“Spiacenti non potervi consegnare Mussolini che processato tribunale popolare è stato fucilato stesso posto ove precedentemente fucilati da nazifascisti quindici patrioti stop”.
Milano, ufficio del generale Cadorna, notte tra il 27 e il 28 aprile
6Il tenente americano Daddario, il primo alleato a mettere piede a Milano, aveva arrestato il maresciallo Graziani, ma era furibondo.
Il suo vero compito era quello di catturare Mussolini e consegnarlo a Dulles: aveva invece perso tre giorni senza riuscire a raccapezzarsi. Ora sapeva che Mussolini era stato preso dai partigiani. Dov’era, dove l’avevano messo?
Daddario entrò senza bussare nell’ufficio di Cadorna:
– E allora, generale, che notizie ci sono di Mussolini.
– Io non ho notizie di Mussolini – disse gelido Cadorna.
Daddario si sfogò, passeggiando attraverso la stanza. Ce l’aveva coi partigiani che sparavano sui tedeschi che non avevano ancora abbandonato l’Hotel Regina dove lui stesso abitava, con Cadorna che era così impassibile.
– Mussolini – gridò alla fine – deve esserci consegnato vivo!
Se ne andò. Lungo il corridoio si sentì chiamare, il colonnello Vittorio Palombo lo rincorreva con un fascio di carte in mano. Gli disse: – Sono i lasciapassare per la zona di Como, tenente. Occorre che lei li firmi.
Daddario estrasse la stilografica e cominciò a firmare senza leggere: l’ultimo lasciapassare diceva:
“Il colonnello Valerio, altrimenti conosciuto come Magnoli Giovanbattista di Cesare, è un ufficiale italiano alle dipendenze del Comando generale del Corpo Volontari della Libertà. Egli è in missione, per ordine del Comitato di Liberazione Nazionale per il Nord Italia, in Como e provincia, e deve poter circolare liberamente con la sua scorta armata – E.Q. Daddario”.
Soltanto dai libri, anni dopo, Daddario avrebbe saputo di aver firmato il lasciapassare per i giustizieri.
Giulino di Mezzegra, 28 aprile 1945
In tanti anni d’amore, era stata la prima notte che Mussolini e Clara Petacci avevano dormito insieme. Se7 l’erano detto, lui sorridendo, lei piangendo. Quel ragazzo di venticinque anni, quel “Pedro”, il conte Bellini delle Stelle, s’era comportato bene. Aveva accondisceso che Clara, catturata con i gerarchi, si unisse a Mussolini di nascosto; si era interessato che Mussolini fosse trattato bene sia nel municipio di Dongo, sia nella caserma di Germasino, sia qui, in questa cascina ospitale dove nessuno sapeva che “i prigionieri” erano il Duce e la sua donna.
Il mattino era chiaro, benché rannuvolato. Mussolini aveva indicato a Clara le montagne, una per una. Le aveva raccontato, sorridendo, di quando la sera prima, nella caserma montana di Germasino, la guardia di finanza che lo sorvegliava gli aveva chiesto un autografo: “Per ricordo, cavaliere”.
Lo aveva chiamato “cavaliere”: aveva già pronto un foglietto di carta e una matita: “Scriva quello che vuole cavaliere; se l’ho trattato bene o no”. E lui aveva scritto: “La 52a brigata garibaldina mi ha catturato oggi 27 aprile nella piazza di Dongo. Il trattamento usatomi durante e dopo la cattura è stato corretto”.
Potevano essere le quattro del pomeriggio, quando i due partigiani di guardia alla camera di Mussolini e Claretta bussarono. Anziché loro, entrò Walter Audisio. Appoggiato allo stipite rimase un uomo anziano, con gli occhiali e l’aria da intellettuale: il commissario politico comunista Aldo Lampredi.
Non durò molto: un quarto d’ora in tutto. Lampredi non aprì mai bocca. Audisio parlava in fretta, ma non era scortese:
– Andiamo, Duce. Sbrigarsi!
Cominciava a piovere: cinque minuti di macchina lungo un viottolo.
Clara addossata a Benito, Lampredi seduto davanti, Audisio sul parafango. Due partigiani dietro la macchina, che rincorrevano.
– Qui, questo è il posto.
Era il muro di cinta di una villa; l’auto puntò il muso quasi contro il muro. Audisio disse, sempre in fretta:
– In nome del popolo italiano… – E subito un mitra sparò.
Cominciò il viaggio dei cadaveri: ventiquattro ore, tra insulti, spari, sputi.
Il cadavere di Mussolini fu appeso a piazzale Loreto: tanti metri da corso Buenos Aires, tanti dalla staccionata… tanti metri dagli italiani.
Si una preferita una vendetta messicana all’esercizio, compiuto, della Giustizia.
Quei colpi di mitra misero fine ad un impero imploso.
Fine di una diarchia.

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24 pensieri su “DVX, l’epilogo

    • cara Eleonora, un complimento, i tuoi complimenti, le parole, mi hanno colpito e premiato per l’impegno, non facile, di far combaciare la verità storica on un ro,anzo sulle persone.
      Grazie, ti sono obbligato

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  1. Con tantissimo amaro dentro per la fine (mi ricorda l’exploit di Gheddafi) e una giustizia fatta, contro un’ingiustizia morale che s trascina fino ad oggi.
    Buongiorno mon cheri.
    Bisousss

    Paris, 13/4/2015

    Annelise pour toi

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    • Le douleur, ma chère amie, n’a pas de frontières. Surtout si l’on se réfère à des faits historiques qui, pour être tout à fait sanglante et douloureuse, ne sont pas ouverts à l’historicité du fait lui-même. Nous nous battons et nous écrivons pour les autres, mais surtout pour nous qui sommes les victimes, dont le principal, la même histoire.
      Merci d’être venu et bonne journée

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  2. Passo, appositamente, per leggere quest’ultimo capitolo storico. L’hai scritto mirabilmente come tutto DVX del resto. Ci hai fatto passeggiare lungo le strade tortuose degli avvenimenti, con la semlicità del “viverli”.
    L’opera non era facile, anzi, proprio a rischio incartamento.
    Soddisfattissimo per l’occhio, il cuore e la letteratura.
    Ciao Ninni e buona giornata.

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    • Grazie, amico mio. Più che passeggiare mi piace pensare ch, io, insieme a tutti voi, abbiamo assistito “dal nostro punto di vista” ai fatti storici che ho romanzato.
      Ti auguro uno splendido pomeriggio

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    • Eh si, caro amico, non è facile proprio. Anche perché mentre stendevo i vari passaggi sono stato sconsigliato dall’edulcorare 8erroneamente) i fatti raccontati.
      in effetti non ho edulcorato alcunché, ma ho tentato – e sottolineo tentato – di rendere realistico un racconto inserito in un constesto denza alcun margine.
      Grazie e buon pomeriggio

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  3. Un finale veramente grandioso, scritto in maniera superba.
    Quello non fu un bel capitolo della storia italiana, specie per quanto riguarda Claretta. D’altro canto fra i partigiani c’erano anche esseri vili e immondi, come quelli dell’attentato di via Rasella: un’autentica infamia a danno di coscritti che non avevano mai sparato un colpo di fucile, e poi – a differenza dell’eroe Salvo D’acquisto – si nascosero, sebbene ben sapessero ciò che sarebbe accaduto. Italiani brava gente? No! No! E no! Un popolo fondamentalmente corrotto e vile (vedasi la pagliacciata del 8 settembre), che si merita i governanti che ha.
    Congratulazioni. E radiosità.

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    • Grazie Alessandra per le gentilissime espressioni che hanno coronato “tutto questo”. Condivido, pienamente quanto asserisci.
      L’attentato/eccidio di Via Rasella fu una vigliaccata enorme. I coscritti della 11ª Compagnia del Polizeiregiment “Bozen”, per lo più sessantacinquenni e decisamente non combattenti erano rappresentativi di una funzione di polizia ausiliaria alla nostra (potevano effettuare rilevamenti avvisando, però per gli interventi, l’autorità italiana). Quindi assolutamente dipendenti. Quel popolo fondamentalmente corrotto e vile è lo stesso che, in un battibaleno, ha capovolto il fronte per combattere immediatamente l’alleato (In alcun casi ancora non a conoscenza dell’italianissimo capovolgimento). La norma sulla decimazione di guerra, prevista-anzi- previstissima dalle convenzioni di Ginevra, era conosciuta. Si optò per una forte provocazione al fine di compiere quella rappresaglia che ben ha offeso le nostre coscienze.
      Vorrei far rilevare che, comunque, chi organizzò e perpetrò il consequenziale eccidio delle ardeatine, venne perseguito e condannato non per la decimazione stessa (era prevista dalle leggi di guerra ed era stata ampiamente pubblicizzata dai reparti della Wehrmacht e delle SS combattenti), ma per i cinque giustiziati in più risultanti dal computo della decimazione stessa (10 a 1).

      Grazie e buon pomeriggio

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  4. Caro dottor Raimondi, ha colpito a fondo, nel segno e con dotta proprietà, la veridicità storica.
    Un’esposizione reale e vera proprio come mi è stata raccontata dai miei familiari, in forma diretta.
    Sotto il profilo umano e sotto quello diretto.
    Mi ha aperto una grande finestra nella stanza dei miei ricordi di bambino.
    La ringrazio per la sua fedeltà nell’esposizione e per profonda umanità nell’esposizione.
    Nessuno mai è veramente colpevole; nessuno mai è veramente asservito.
    Abbia, caro dottor Raimondi, la mia più profonda stima.

    Amedeo

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    • don Amedeo, comprendo benissimo il suo punto di vista che ha colpito, appieno, quanto volevo sottolineare.
      La storia è immodificabile. L’azione umana o è umana, oppure non lo è.
      La ringrazio per la sua gentilezza, augurandole una serena serata.
      Grazie

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