Nadiya Zaytseva VI

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2Dopo che il suono del gong ebbe richiamato a tavola i commensali, Nadiya percorse in punta di piedi il corridoio vuoto per insinuarsi nelle stanze della duchessa.
Sapeva di correre un rischio. Anche se gran parte dei domestici era impegnata nei preparativi della cena, se ne aggiravano sempre molti per la casa e non si lasciavano sfuggire nulla.
Ma quali alternative esistevano? Nadiya avrebbe anche potuto tentare di convincersi che cedere alla seduzione di Stefan rappresentava un sistema perfetto per distrarlo, ma non era stupida.
Il piacere che provava con lui non aveva alcuna relazione con la missione nel Surrey né con la lealtà allo zar. Era semplicemente incapace di resistere al fascino del Duca di Huntley e ogni momento trascorso in sua compagnia aggravava la situazione.
Doveva trovare quelle lettere e scappare al più presto, prima che gli scrupoli nei confronti di Stefan prendessero il sopravvento sull’affetto per la madre.
Una volta presa la decisione, aveva comunicato alla cuoca che preferiva cenare in camera sua. E dopo essersi assicurata che Stefan e Brianna si erano seduti a tavola, aveva chiesto a Sophy di appostarsi in cima alle scale e si era lanciata lungo il corridoio buio.
Armata di una candela, era entrata nella camera da letto della duchessa e aveva studiato in fretta l’ampio locale.
A differenza che nel resto della casa, le pareti non erano rivestite di pannelli di legno, ma di tappezzeria damascata color cremisi. Il soffitto era ornato da stucchi dorati e aveva al centro un lampadario di cristallo che scintillava alla fiammella della candela. Il letto a quattro colonne era sovrastato da un baldacchino di velluto verde, in perfetta armonia con il rivestimento delle poltroncine dorate.
Sebbene fosse disabitata da anni, la camera veniva mantenuta in perfetto ordine, il che rammentò a Nadiya che un domestico sarebbe potuto entrare da un momento all’altro. Prima concludeva le ricerche, meglio era.
Ma la domanda era: da dove cominciare?
Oltre ai quadri, che potevano forse nascondere una cassaforte, notò due armadietti di mogano, uno scrittoio di palissandro e una cassettiera decorata a intarsio.
E non era ancora entrata nel salottino privato, collegato alla camera da una porta aperta.
Con un sospiro, si avvicinò al tavolo. In fondo sembrava logico iniziare di là.
Logico, ma infruttuoso, come si accorse ben presto. Infatti trovò soltanto oggetti comuni: fogli di carta, penne, inchiostro e qualche stecca di ceralacca, oltre al sigillo ufficiale della duchessa.
“Mon Dieu! Dove saranno?” mormorò.
Mentre faceva un passo verso la cassettiera, vide spuntare Sophy, che la chiamò agitando una mano.
“Il duca sta salendo le scale” sibilò. “Sbrigatevi.”
Imprecando tra sé, Nadiya si affrettò a uscire e chiudere la porta. Quindi afferrò la cameriera per un braccio e la trascinò verso le sue camere.
“Perché quell’uomo irritante non mi lascia in pace?” sbottò, innervosita dal balzo di gioia del cuore, tanto quanto dall’arrivo imprevisto.
Sophy sbuffò e le rivolse un’occhiata d’intesa. “Già, me lo chiedo anch’io.”
Lei arrossì. “Sospetta di me.”
“E perché mai?”
“A quanto pare, è convinto che intenda coinvolgere suo fratello in qualche complotto ordito dall’imperatore.”
“In effetti si dice che Lord Summerville si è esposto a gravi rischi per lo Zar Alessandro. Forse il duca non ha torto a preoccuparsi” confermò la ragazza.
“Se Alessandro Pavlovich volesse richiamare in Russia Lord Summerville, non si rivolgerebbe certo a me. Quasi non si ricorda della mia esistenza.”
“Ha tanti pensieri per la testa.”
Era vero. In effetti Alessandro Pavlovich portava sulle spalle il peso di un immenso impero. Questo però non4 attenuava la sensazione di abbandono che provava Nadiya quando passavano mesi, o addirittura anni, senza ricevere da lui nemmeno un messaggio.
Magari non ne avrebbe sofferto tanto se sua madre fosse stata più presente e affettuosa.
Non c’era dubbio che Nadia le volesse bene, ma non aveva un vero spirito materno. Le interessava piuttosto assicurarsi un posto di rilievo in società e immischiarsi in pericolose trame politiche, con l’intento di proteggere il trono di Alessandro Pavlovich con qualunque mezzo a sua disposizione.
Di conseguenza, Nadiya era stata allevata dalla balia inglese e da svariate governanti, che di rado si trattenevano per più di pochi mesi.
C’era forse da stupirsi che non si fosse mai sentita importante per nessuno?
“Già. Tutti noi abbiamo molti pensieri per la mente” concluse entrando con Sophy nel salottino e richiudendo in fretta la porta.
Poi, come se avesse potuto davvero evitare il fatidico incontro con il duca, proseguì nella camera da letto e andò alla finestra.
“Lo devo informare che preferite stare sola?” gli domandò con delicatezza la cameriera.
Nadiya strinse le braccia attorno alla vita.
“Fate pure un tentativo.”
Tenne lo sguardo fisso sul lago lontano, che rifletteva i toni rosa e lilla del tramonto. Tuttavia non notò più la bellezza del panorama appena udì la voce alterata di Sophy e i toni calmi e decisi di Stefan.
Un sorriso amaro le piegò le labbra mentre continuava la discussione. La cameriera la difendeva con tutte le sue forze, d’altra parte non poteva opporsi alla ferrea volontà del Duca di Huntley.
In verità, era il gentiluomo più pericoloso che Nadiya avesse mai conosciuto in vita sua.
Infine Sophy tacque, sopraffatta dalla determinazione del padrone di casa. Si sentì un rumore di passi, seguito dal colpo secco di un battente. Nadiya rimase alla finestra, ma un brivido di eccitazione le percorse la schiena quando riconobbe il profumo virile di Stefan.
“Credevo che i vostri giochini fossero terminati, colombella” commentò avvicinandosi.
“Giochini?”
Lui le afferrò il braccio per costringerla a voltarsi e affrontare il suo sguardo ardente.
“Non mi potete evitare.”
“Certo che no” sbottò lei, rifiutando di ammettere l’emozione. “Cosa avete detto a Sophy?”
Lui la fissò dritto negli occhi. “L’ho invitata a raggiungere gli altri domestici per gustare la cena. Non mi pareva giusto che risentisse della vostra codardia.”
“Non sono pavida, ma solo stanca. E se vi inquietate tanto per la mia cameriera, vi assicuro che avevo richiesto due vassoi. Non intendevo mandarla a letto senza cena.”
Lui abbozzò un sorrisino amaro. “Già, i vassoi.”
“C’è qualche problema?”
“Non più. Ho informato la cuoca di non preoccuparsi, poiché ci avreste raggiunti in sala.”
“Siete sempre così autoritario con i vostri ospiti?” indagò lei a quel punto.
Le sfiorò le labbra con la punta delle dita. “Solo con quelli che si dimostrano irragionevoli.”
Nadiya faticava a respirare, sopraffatta com’era dal suo fascino irresistibile.
“Non mi sembrava poi tanto strano desiderare una serata tranquilla.”
“Proprio in momenti simili richiedo la vostra compagnia.”
“E poiché siete un duca, ottenete sempre ciò che volete?”
Questa volta le rivolse un autentico sorriso. “Ottengo quello che voglio poiché non mi accontento di meno.”
Lei si leccò le labbra secche, ma se ne pentì subito, notando negli occhi di Stefan un lampo di desiderio che le fece sobbalzare il cuore.
“Non mi potete costringere a scendere.”
“In realtà sì” scherzò lui. “Ma se insistete nel voler restare in camera, cenerò insieme a voi.”
“Avete perso il senno? Non potete.”
“Perché no?”
“Sarebbe sconveniente.”
“Forse per voi. Ma come avete appena notato, sono un duca e ben poco potrebbe offuscare la gloria del mio antico nome.” Si interruppe per osservare il suo abito di seta color ambra, sopra una leggera sottoveste argentata. Con aria un po’ contrariata, recuperò lo scialle in tinta, abbandonato sul letto, e le avvolse le spalle. “Dimenticavo che vi piace stare al caldo. Chiederò a una cameriera di accendere il caminetto mentre ceniamo.”
Lei strinse i denti. Rifiutava di lasciarsi commuovere dalle sue premure.
“Non fingete di preoccuparvi per il mio benessere.”
“Invece è proprio così, colombella.” Le posò le mani ai lati della gola e le accarezzò la vena che pulsava sotto la pelle. “Ho tutte le intenzioni di fare il possibile per mettervi a vostro agio.”
3“Tranne lasciarmi in pace.”
“Lo vorreste davvero?” le domandò con serietà.
“Sì” sussurrò Nadiya, sebbene non fosse del tutto vero.
Stefan lo comprese. “Bugiarda.”
“Che cosa sapete di me?”
“Meno di quanto vorrei, ma so distinguere lo spettro della solitudine in un bel paio di occhi azzurri.”
Allarmata, lei lo respinse e gli voltò la schiena per sfuggire al suo sguardo indagatore.
“Lasciatemi.”
Stefan le posò le mani sulle spalle, ma non tentò di farla girare. “Mi sbaglio?”
“Mi manca… casa mia.”
“Avete davvero una casa, Nadiya Zaytseva?” le sussurrò.
Un dolore antico le strinse il petto in una morsa, rendendola di colpo vulnerabile.
Stefan si era già appropriato del suo corpo. Non poteva permettersi di sottrarle anche l’anima.
“Che domanda ridicola. Abito in uno dei palazzi più eleganti di San Pietroburgo.”
Lui si chinò per parlarle all’orecchio.
“Questo non significa che vi sentiate al vostro posto. Lo so per esperienza.”
Nadiya chiuse gli occhi e si lasciò pervadere da un dolce tepore. Vicino a Stefan non soffriva mai il freddo.
“Non siete felice a Meadowland?”
“Sì, sono contenta… quasi sempre.”
“Contentezza e felicità non sono la stessa cosa.”
“No, in effetti…” ammise lei, colta da un improvviso struggimento.
Di colpo si voltò a guardarlo con aria circospetta. Santo cielo! Il Duca di Huntley era l’ultima persona al mondo a meritare la sua comprensione.
Era bello, ricco e determinato a conseguire i suoi scopi a qualunque costo.
Se si sentiva solo, era una scelta sua.
“Immagino che non ve ne andrete finché non acconsentirò a scendere…” mormorò Nadiya.
Un sentimento simile alla delusione si affacciò negli occhi blu.
“Siete intelligente quanto bella” la derise.
“Voi, invece, siete un insopportabile arrogante.”
Stefan le prese il mento tra le dita e le fissò le labbra.
“Vi concedo un quarto d’ora. Se non vi vedrò arrivare in sala, lo intenderò come un invito a cenare insieme a voi, a letto.”
Appena uscito dalla stanza, appoggiò i palmi aperti alla parete del corridoio e trasse un respiro profondo.
Era un idiota.
Lasciandosi prendere la mano dalla collera, era entrato in camera di Nadiya, mentre avrebbe fatto meglio a evitarlo.
E si ritrovava eccitato come un ragazzino, senza possibilità di alleviare la tensione.
Borbottando tra sé, si sforzò di proseguire verso la scala di servizio, dove di sicuro lo stava aspettando Goodson.
Come previsto, il maggiordomo emerse dall’ombra e lo guardò con espressione stoica.
“Vostra Grazia.”
“Ebbene?” lo interrogò lui in tono piuttosto brusco.
Percependo il suo nervosismo, Goodson andò subito al punto.
“Non ho potuto avvicinarmi molto, poiché la cameriera di Miss Zaytseva stava di guardia sulle scale come uno di quei selvaggi soldati cosacchi.”
“Già, è una ragazza temibile” convenne Stefan. Quando era entrato nel salotto di Nadiya, aveva avuto la tentazione di respingere fisicamente la protettiva Sophy. “Cosa siete riuscito a vedere?”
Goodson si schiarì la gola.
“Miss Zaytseva è uscita dalla sua camera non appena vi ha sentito scendere le scale e si è diretta subito ai locali della duchessa. Vi è rimasta finché la sua cameriera non l’ha avvisata del vostro arrivo.”
Lui serrò i denti, in preda alla furia.
Aveva sospettato che la proposta di Nadiya di trasferirsi a Meadowland insieme a Brianna avesse un fine nascosto. E non era tanto ingenuo da supporre che fosse quello di stargli vicino.
Ormai l’importante era scoprire cosa diamine cercasse a casa sua.
“Ha portato via qualcosa?”
“Non aveva niente in mano.”
“Fate perquisire le sue stanze mentre è a tavola.”
“Certo, signore.”
Stefan lo fermò mentre si voltava.
“Goodson.”
“Sì, Vostra Grazia?”
“Benjamin ha identificato gli intrusi sorpresi nel parco?” indagò il duca.
“Temo proprio di no” rispose Goodson con una certa frustrazione. “Il locandiere ha dichiarato di non alloggiare stranieri da mesi e nessuno al villaggio ha riconosciuto la loro descrizione.”
“Chiedetegli di continuare le ricerche nei dintorni, però raccomandategli la discrezione. Preferirei non lasciar capire che sospetto di loro.”
“Molto bene.”
Questa volta Stefan lo lasciò allontanare, poi si voltò a guardare la porta chiusa di Nadiya.
Per qualche istante prese in considerazione l’idea di spalancarla e di affrontare a viso aperto la perfida imbrogliona.
A differenza di Edmond, non si divertiva a immischiarsi in intrighi politici né a battere in astuzia abili avversari. Amava l’onestà e se l’aspettava dagli altri. Forse proprio per questo motivo Re Giorgio e Alessandro Pavlovich si rivolgevano di rado a lui quando era necessario praticare la scaltrezza.
Soltanto la coscienza di non poter costringere Nadiya a rivelare la verità lo trattenne nella penombra del corridoio, con i pugni stretti sui fianchi.
“Cosa diavolo state complottando, Miss Nadiya Zaytseva?” borbottò tra sé.
San Pietroburgo
Il bordello, infilato tra un caffè e un magazzino di mobili, somigliava a molti altri sparsi per i quartieri della città.
Era un anonimo edificio di mattoni, circondato da un cancello in ferro battuto e sorvegliato da un bruto che4 terrorizzava persino i soldati più induriti. Il salotto, vicino all’ingresso, sfoggiava una sontuosa combinazione di sofà di velluto e tappeti di pelliccia e offriva una comoda accoglienza ai gentiluomini in attesa della prostituta preferita. Se volevano, questi potevano anche partecipare ai giochi d’azzardo che si svolgevano nei locali del retro. Le camere del piano superiore erano arredate in stili diversi per assecondare i vizi degli sfibrati aristocratici locali.
Comunque non erano gli arredi di dubbio gusto né le graziose ed esperte meretrici ad attirare ricchi e potenti.
Il vero segreto risiedeva nell’assoluta discrezione che Madame Ivanna imponeva alle ragazze e ai domestici.
Ogni gentiluomo che varcava la soglia poteva star certo che la sua presenza in quel luogo e i suoi… appetiti insoliti non sarebbero mai stati rivelati ad anima viva.
Questa garanzia valeva la cifra astronomica richiesta da Ivanna.
Mentre saliva la stretta rampa di scale, Nikolas Babevich era già eccitato al pensiero di Celeste e delle sue fruste. La dolce tortura era costosa, ma valeva ogni rublo speso.
Non che il denaro gli abbondasse nelle tasche, ammise con amarezza.
Maledizione alla Contessa Zaytseva.
Era tutta colpa sua se era costretto a chiedere prestiti alla sorella bisbetica e a schivare gli esattori, che si rifiutavano di concedergli la minima dilazione. Era così malridotto da non riuscire nemmeno a comprarsi un paio di stivali nuovi!
Per fortuna, la sera prima davanti al Teatro dell’Opera, aveva alleggerito del portafogli un prussiano sbronzo. Altrimenti avrebbe dovuto annullare l’appuntamento al bordello: un’idea inconcepibile.
Mentre spingeva l’uscio in fondo al lungo corridoio, Nikolas si leccò le labbra, pregustando la vista di Celeste in mezzo alla camera con la frusta in mano.
E invece vide un gentiluomo alto e distinto dai capelli brizzolati e dal volto quasi privo di rughe, nonostante avesse superato i cinquant’anni.
Sir Charles Richards era approdato a San Pietroburgo dall’Inghilterra soltanto un mese prima, eppure era già riuscito chissà come a ingraziarsi i favori del fratello minore dello Zar Alessandro.
Per quasi tutti i membri del bel mondo era uno straniero intelligente e fascinoso, noto per i modi cortesi e la sobria eleganza, che contrastava con l’amore per lo sfarzo tipico dei russi. Quella sera indossava un’impeccabile giacca nera e perfetti calzoni color tortora.
Nikolas era uno dei pochi a sospettare che dietro l’affabile sorriso si celasse un animo spietato, capace di compiere le azioni più crudeli.
“Buonasera, Nikolas Babevich” lo salutò con calma, stringendo uno dei frustini che promettevano delizie in mano a Celeste, ma incutevano terrore tra le sue dita.
Passandosi la lingua sulle labbra secche, Nikolas si guardò in fretta attorno, notando appena gli strumenti di tortura appesi alle pareti e le catene sparse per il grande letto dalle lenzuola di raso nero. Per quanto fosse assurdo, aveva sperato di scorgere nell’ombra Celeste.
Come se la sua presenza avesse potuto proteggerlo dalla malvagità dell’inglese.
“Come…” Si interruppe per schiarirsi la gola. “Come siete entrato qui?”
Il gentiluomo lanciò un’occhiata sprezzante alla sua figura tozza, fasciata in un paio di calzoni marroni troppo stretti e in una giacca verde muschio, consumata dall’uso.
“Per me non ci sono molte porte chiuse.”
Nikolas strinse i pugni. Per quanto avesse paura, non intendeva lasciarsi deridere da un dannato straniero.
“Mi congratulo. Adesso però, se non vi dispiace, vorrei dedicarmi a un passatempo che non prevede spettatori.”
“Temo che lo dovrete rimandare a dopo il colloquio” sogghignò Sir Charles, rigirando la frusta tra le dita.
“Vi ho già spiegato che quella megera di una Zaytseva si rifiuta di consegnarmi il denaro se non le dimostro di avere le lettere. Cosa dovrei fare?”
“Sapete che la contessa ha mandato la figlia in Inghilterra? Nel Surrey, per la precisione.”
Lui aggrottò la fronte. Per quanto gli importava, la Contessa Zaytseva poteva anche marcire all’inferno.
“Per quale motivo mi dovrebbe interessare?”
“Tanto per cominciare, questo dimostra che nelle missive c’è qualcosa che vale la pena di scoprire, altrimenti la contessa non avrebbe di certo chiesto a sua figlia di intraprendere il viaggio.”
“Aspettate” sbottò Nikolas. “Credevo ne conosceste già il contenuto.”
“Howard Summerville è convinto che contengano segreti compromettenti, poiché sono scritte in un codice misterioso. Inoltre il Duca di Huntley lo ha picchiato a sangue quando lo ha sorpreso mentre tentava di impadronirsene. Val bene la pena di indagare se quell’imbecille ha davvero scovato un sistema per aggiudicarsi una fortuna, oppure se sono solo vuote vanterie.”
Babevich si irrigidì. Aveva forse rischiato la vita per una semplice supposizione?
“Mi avete mentito” lo accusò.
“Vi ho detto quello che dovevate sapere” tagliò corto Sir Charles, con un’alzata di spalle. “Adesso, comunque, la presenza di Miss Zaytseva nel Surrey minaccia seriamente la riuscita del nostro piano.”
“In che maniera?”
I malvagi occhi neri lo fissarono con ostilità. “Perché è là che sono state viste le lettere l’ultima volta, idiota!”
“Le ha prese?”
“Come potrei saperlo?” Richards scagliò con impazienza il frustino sul letto. “Alcune settimane fa ho inviato due servitori nel Surrey per cercarle a casa del duca, ma la presenza di Miss Zaytseva ha complicato la situazione.”
2Nikolas strattonò la cravatta spiegazzata e, come in altre occasioni, si pentì di essersi lasciato coinvolgere in quel dannato pasticcio.
Non che ci fossero molte alternative, gli sussurrò una voce interiore.
Aveva sempre avuto un debole per il gioco d’azzardo e, dopo avere perso con l’inglese più soldi di quanti ne possedesse, non gli era rimasta altra scelta che prestarsi alla sua assurda trama. E, a dire il vero, la prospettiva di guadagnare una cifra considerevole con tanta facilità aveva rappresentato una tentazione irresistibile.
Ormai, giunto a quel punto, lui non poteva fare altro che maledire la propria stupidità.
“Non avremmo dovuto rivolgerci alla contessa prima di mettere le mani sulla corrispondenza.”
“Avevate fretta quanto me di accaparrarvi il denaro. Come prevedere che la sgualdrina dello zar avrebbe avuto l’ardire di mettere in dubbio la nostra minaccia?” Un lampo crudele brillò negli occhi scuri. “È ovvio che voi non siete stato troppo convincente.”
Un brivido di paura corse per la schiena di Nikolas. “Ho eseguito ciò che mi era stato richiesto. Non è colpa mia se la contessa…”
“Zitto” lo interruppe l’altro, chiaramente infastidito. “Sono stufo delle vostre scuse.”
Lui deglutì a fatica. “Bene. Abbiamo giocato e abbiamo perso. C’est la vie.”
“Non è ancora finita. Otterrò quei soldi, in un modo o nell’altro” dichiarò Richards avanzando di un passo.
“Come? Se la figlia troverà le lettere, sarà evidente che noi non le abbiamo mai viste.”
“I miei uomini hanno l’incarico di tenerla d’occhio. Se le scoprirà, gliele sottrarranno.”
“E in caso contrario?”
“Allora Miss Zaytseva tornerà in Russia con la notizia che sono davvero sparite.”
Nikolas si trattenne dall’elencare i numerosi difetti del piano. Forse conduceva un’esistenza misera, ma non aveva intenzione di morire giovane.
“Dunque aspetteremo?”
“No. Non possiamo permettere alla contessa di dubitare di noi.” Il tono sinistro di Sir Charles convinse Nikolas che era meglio non conoscere i suoi reconditi pensieri, per evitare di avere incubi nei mesi a venire. “Voglio che l’avviciniate di nuovo e l’avvisiate che il costo del vostro silenzio aumenta di cinquemila rubli la settimana.”
Lui fece un passo indietro. “E se rifiuta ancora di pagare?”
“Continuerete ad assillarla. Così non avrà più tanta voglia di riflettere su come superarci in astuzia. Le donne sono incapaci di ragionare quando si innervosiscono” aggiunse con disprezzo.
L’amara risata di Babevich echeggiò per la stanza.
“La conoscete?”
“È una femmina come le altre.” Sir Charles sottovalutava la forza di volontà della contessa: una vera imprudenza. “Instillatele il terrore di perdere il suo potente e facoltoso amante e vedrete che cederà a qualunque richiesta.”
“Perché le dovrei parlare ancora io?” azzardò l’altro, tentando una nuova tattica. “Ho l’impressione di rischiare il collo mentre voi restate nascosto nell’ombra.”
Senza lasciargli il tempo di batter ciglio, Richards attraversò la camera e gli strinse le mani al collo con una forza tale da dimostrargli di essere pronto a ucciderlo.
“Non siete forse pagato per questo?” gli domandò con gelida lentezza. “Sappiate comunque che essere arrestato dalle guardie sarebbe per voi il minore dei mali. Se fallirete, vi strapperò il cuore e lo getterò in pasto ai lupi. Intesi?”
“Sì” gli rispose terrorizzato.
“Bene.”
Con un gesto sprezzante, l’inglese lo scagliò contro un muro, poi estrasse di tasca un fazzoletto e si pulì le mani, come temendo di essersi sporcato.
Nikolas si scostò dalla parete e sistemò la giacca. “E voi cosa farete mentre io affronterò la contessa?”
“Andrò a Parigi. Da là sarà più facile mantenere i contatti con i miei servitori in Inghilterra.”
“Quindi mi lascerete da solo a rischiare di essere fucilato per tradimento?”
“Questo, mon ami, sta a voi. Fate come vi dico e diventeremo entrambi ricchi.”
Charles uscì dalla camera convinto che il complice avrebbe eseguito gli ordini. Anche se quello spregevole individuo gli augurava di cuore di bruciare all’inferno, non avrebbe mai trovato il coraggio di sfidarlo apertamente.
Il che rappresentava il motivo principale per cui lo aveva scelto.
Era un peccato non avere previsto l’ostinato rifiuto della Contessa Zaytseva a consegnargli la somma che gli serviva.
Con uno sforzo, Charles respinse la furia cieca che lo tormentava sin dalla prima infanzia. Anche se gli avesse dato un grande sollievo tagliare la gola di quella strega, lui non avrebbe risolto il suo problema.
Aveva bisogno di molto denaro, se intendeva nascondere i propri imbarazzanti segretucci.
Un lungo brivido gelido lo percorse prima di recuperare il solito autocontrollo. No, non sarebbe stato smascherato da un lurido plebeo. Anche se questo plebeo era lo Zar dei Miserabili: Dimitri Tipov, che regnava incontrastato sulla malavita di San Pietroburgo.
Entrò nel locale vicino all’ingresso e guardò la donna che lo aspettava.
Madame Ivanna era una signora formosa, che aveva mantenuto la bellezza giovanile nonostante i fili grigi tra3 i folti capelli neri e le rughe che segnavano i grandi occhi verdi. Al momento indossava un abito di velluto dalla generosa scollatura, che metteva in mostra le sue notevoli attrattive. Tuttavia solo uno stupido si sarebbe lasciato sfuggire la sua espressione accorta.
“Ivanna, siete stata tanto gentile a concedermi qualche minuto con il mio socio.” Richards le baciò la mano, suscitando in lei un moto di repulsione: era abbastanza intelligente da cogliere lo spirito malvagio dietro i suoi modi cortesi e seducenti. “Come potrò mai ricompensarvi?”
Lei sottrasse in fretta le dita.
“Non è nulla, vi assicuro.”
“Siete certa di non desiderare una piccola dimostrazione di gratitudine?”
“Non vi preoccupate, monsieur.”
“Peccato.” Charles la fissò con avidità, eccitato dal suo profumo avvolgente. Era passato molto tempo dall’ultima volta in cui si era concesso il suo svago preferito. Scosse il capo e indietreggiò. “In ogni caso questo non sarebbe il momento né il luogo. Mi serve un sistema per andarmene senza farmi notare.”
Lei sospirò di sollievo, come se avesse intuito il rischio di conoscere la vera natura di quell’uomo.
“Certo.” Gli indicò la porta. “Vi accompagno subito all’uscita posteriore.”
Richards le strinse con forza un polso. “Ho detto che devo passare inosservato.”
“Vi prego, monsieur, non capisco cosa desideriate” piagnucolò lei.
“Riflettete, Ivanna.”
Serrò le dita fino a rischiare di spezzarle le ossa.
Lei trattenne il fiato per il male.
“C’è un passaggio nascosto che collega la mia cucina con il caffè accanto” ammise infine. Era un segreto noto soltanto ai membri della famiglia reale.
“Siete abbastanza sveglia per essere una sgualdrina” concesse lui con un sorrisino.
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21 pensieri su “Nadiya Zaytseva VI

  1. Affascinata e incantata è dir poco. Una storia che attira.
    Credo che Nadiya abbia tante sorprese nascoste nel proprio cilindro.
    Il Duca mi da da pensare: come tutti i maschietti è sospettoso, ma è attirato dalla “femme fatale”. Ho paura che, anche se impazzita, saprà sistemarlo a dovere.
    Oppure s’incontreranno.
    Bacetti milord

    🙂

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