L’angelo e la spada – In memory

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L’angelo e la spada

… s’aggira nella notte per le strade, zoccoli sopra basole di lava, ipogei risonanti, sale per le scale, forza la porta, appare nel taglio della tenda.
E l’ombra poi bianca, il bisbiglio roco, l’affanno doloroso, la severa maschera, la mano che si alza, indica, minaccia. Giungeva da tempo senza palpito, lamento, ma nel freddo umidore, nella nausea, l’insonnia del mattino.
Sul lettino sperduto nel vuoto della stanza, era più incombente il soffitto di stucchi, crepe, l’ovale dell’affresco, l’allegoria fra nuvole, la spada in pugno, librata sulla sfera. L’instabile figura, la tempera dell’arma, l’ombra del mondo suscitavano fobie, e lame squame gemini binari riducevano spazi, movimenti, spingevano alla stasi, mentre lei rovinando se n’andava.
E con taglio netto di orribile spada, il filo tranciò …
Cosa esiste, al di là dei nostri sogni e del dolore?
Sei sempre nel mio cuore e mai dimenticata Maria Gabriella …
Ti lascio quella carezza che non sono riuscito a darti.
Maria Gabriella Raimondi, +12 maggio 2007
In memory

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18 pensieri su “L’angelo e la spada – In memory

  1. .

    Deposito delicatamente un grazie di cuore, per tutti gli amici, lettori e passanti, che qui hanno lasciato una traccia. Quella traccia che, insieme a tante altre e tante e ancora tante raccolte negli anni passati, mi hanno e mi riempiono il cuore.
    Grazie con riconoscenza e affetto.

    Ninni

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  2. Non è facile dire il cambiamento che operasti.
    Se adesso sono viva, allora ero morta
    anche se, come una pietra, non me ne curavo
    e me ne stavo dov’ero per abitudine.
    Tu non ti limitasti a spingermi un po’ col piede, no-
    e lasciare che rivolgessi il mio piccolo occhio nudo
    di nuovo verso il cielo, senza speranza, è ovvio,
    di comprendere l’azzurro, o le stelle.
    Non fu questo. Diciamo che ho dormito: un serpente
    mascherato da sasso nero tra i sassi neri
    nel bianco iato dell’inverno-
    come i miei vicini, senza trarre alcun piacere
    dai milioni di guance perfettamente cesellate
    che si posavano a ogni istante per sciogliere
    la mia guancia di basalto. Si mutavano in lacrime,
    angeli piangenti su nature spente,
    Ma non mi convincevano. Quelle lacrime gelavano.
    Ogni testa morta aveva una visiera di ghiaccio.
    E io continuavo a dormire come un dito ripiegato.
    La prima cosa che vidi fu l’aria, aria trasparente,
    e le gocce prigioniere che si levavano in rugiada
    limpide come spiriti. Tutt’intorno giacevano molte
    pietre stolide e inespressive,
    Io guardavo e non capivo.
    Con un brillio di scaglie di mica, mi svolsi
    per riversarmi fuori come un liquido
    tra le zampe d’uccello e gli steli delle piante
    Non m’ingannai. Ti riconobbi all’istante.
    Albero e pietra scintillavano, senz’ombra.
    La mia breve lunghezza diventò lucente come vetro.
    Cominciai a germogliare come un rametto di marzo:
    un braccio e una gamba, un braccio, una gamba.
    Da pietra a nuvola, e così salii in lato.
    Ora assomiglio a una specie di dio
    e fluttuo per l’aria nella mia veste d’anima
    pura come una lastra di ghiaccio. E’ un dono.

    S. Plath 1962

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