Nadiya Zaytseva XI

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1Nadiya abbracciò Stefan per la vita e lo sostenne mentre cercava di recuperare l’equilibrio.
“Vi hanno sparato” sussurrò sbalordita.
“Già, me ne sono accorto” le rispose con freddezza lui e, a passi malfermi, si diresse alla finestra.
“Che cosa fate? Vi dovreste invece sdraiare.”
“Permettendo al criminale di fuggire? Proprio no.”
Col cuore in gola per il terrore, Nadiya si posò una mano sul ventre contratto. Stefan aveva appena rischiato la vita per causa sua.
“Per l’amor del cielo, volete che vi colpiscano ancora?” gemette quando lui si appostò contro il muro e spiò fuori.
“Maledizione” mormorò Stefan. “Chiunque fosse, è riuscito a dileguarsi.”
Nadiya lo prese per un braccio e lo condusse verso il letto. Era molto più preoccupata per la sua ferita che per la fuga dell’attentatore.
“Vi volete almeno sedere? State sanguinando.”
Di malavoglia, Stefan si lasciò cadere sul bordo del materasso. Pareva piuttosto indifferente alle proprie condizioni.
“È solo una piccola scalfittura.”
“Devo chiamare un dottore.”
Lui le afferrò un polso. “No.”
“Non siate imprudente, Stefan. Bisogna medicare la ferita, altrimenti rischia di infettarsi.”
“E diffondere in tutta Parigi la notizia che il Duca di Huntley è stato ferito nella camera della figlia della Contessa Zaytseva?”
“Nessuno in città sa chi sono. Potremmo dire…”
“Nadiya, in ogni caso si svolgerebbero delle indagini. Le autorità francesi non trascurerebbero l’episodio.”
“La polizia non investigherebbe comunque se il Duca di Huntley morisse dissanguato in una misera locanda?”
“Non vi libererete di me con tanta facilità. Mi è capitato di ferirmi in maniera più grave tagliando la legna. Sareste così gentile da passarmi la giacca?”
Nadiya si chinò a raccoglierla dal pavimento ed ebbe un leggero tuffo al cuore quando sentì l’inconfondibile rigonfiamento della tasca interna.
Se fosse riuscita a impadronirsi del suo denaro, avrebbe avuto i mezzi necessari per partire da Parigi. Il che, tra l’altro, avrebbe allontanato il pericolo da Stefan.
“Perché?” domandò, frenando un tremito nella voce.
Lui estrasse una minuscola fiaschetta da un’altra tasca e gliela porse. “Con questo si può disinfettare la ferita come farebbe qualunque medico. Mi fareste l’onore? Vi assicuro che brucerà come l’inferno” aggiunse con un sorriso sghembo.
“Bene.” Nadiya mascherò l’agitazione con una finta collera. “Meritate di soffrire per esservi esposto al pericolo.”
Stefan sussultò quando lei versò il liquore sulla ferita, per fortuna superficiale.
“Mio fratello sarebbe d’accordo con questo commento impietoso.” Indicò la sottoveste ai piedi del letto. “Se volete, strappate un brandello di tessuto e usatelo per fasciarmi.”
Lei prese l’indumento e ne ricavò un riquadro di lino, che ripiegò con cura sulla lesione. Poi passò una striscia più sottile attorno alla spalla per tenere la benda a posto.
“Ho notato che nessuno dei vostri preziosi indumenti va sacrificato…” borbottò.
“Vi avevo promesso di regalarvi un intero guardaroba.” Si girò e la baciò sulla guancia. “In cambio vi chiederò il permesso di strapparvi i vestiti, quando li indosserete.”
Lei si raddrizzò di colpo, irritata dalla propria reazione al contatto.
“Vi hanno appena sparato e già pensate a spogliarmi?”
“Quando vi vedo, è l’unica cosa che mi venga in mente” ammise. La sua espressione rivelava che non ne era del tutto contento. “Comunque avete ragione.”
“Che cosa fate?” gli chiese esasperata Nadiya quando lo vide alzarsi e poi, afferrandosi alla colonna del letto, scrutare fuori dalla finestra.
“L’aggressore deve essersi arrampicato su un albero per prendere la mira.”
Lei rabbrividì, rendendosi conto di quanto vicino fosse stato alla morte.
L’idea che un losco individuo li avesse spiati mentre facevano l’amore e il fondato sospetto che la pallottola fosse destinata a lei passavano in secondo piano rispetto all’orrenda immagine del corpo inanimato di Stefan, riverso sul tappeto consunto.
“Probabile” sussurrò.
“Il che significa che non era uno sparo vagante, ma inteso a uccidere uno di noi due” aggiunse Stefan con serietà.
“Sì.”
“Quindi qualcuno vi ha riconosciuta a Parigi, oppure ho dei nemici che ignoravo.”
Lei si premette una mano sullo stomaco. “Non avreste dovuto seguirmi.”
“Basta con i vostri giochi. Confessate la verità.” Un colpo secco alla porta li fece sussultare entrambi. “Ignoratelo.”
“Madame?” Era la voce del locandiere. “Madame, ho sentito uno sparo. Siete ferita?” le domandò con ansia.
Nadiya si leccò le labbra secche, contenta dell’interruzione. “Se non gli rispondo, entrerà a controllare.”
Lui serrò la mascella. Era pallido per il dolore che cercava di trascurare.
“D’accordo. Comunque…”
“Cosa?”
“Questa faccenda deve restare tra noi due. Non coinvolgete nessun altro.”
Lei drizzò le spalle e spinse indietro i capelli che Stefan poco prima aveva sciolto.
“State fermo e zitto” gli raccomandò avviandosi alla porta.
Si udì bussare di nuovo. Nadiya spalancò il battente, uscì e lo richiuse subito alle sue spalle.
“Basta” intimò, assumendo l’espressione più imperiosa di sua madre, mentre guardava dall’alto in basso l’omino vestito di scuro. “Perché continuate a bussare?”
Terreo in volto, il povero locandiere si strattonò nervosamente la cravatta.
“Uno sparo…” balbettò.
“Cosa?”
“Ho sentito un colpo di pistola.”
“In effetti un rumore mi ha svegliata dal sonnellino.” Fissandolo con sospetto, aggiunse: “Intendete dire che per l’albergo si aggira un pazzo che minaccia gli ospiti?”.
Lui agitò le mani e si guardò alle spalle per assicurarsi che nessuno avesse sentito.
“Certo che no. È un esercizio rispettabile: non ci sono problemi qui dentro.”
“E allora perché lo sparo?”
“Io…”
Nadiya approfittò della sua preoccupazione per il buon nome della locanda.
“Forse mi conviene fare i bagagli. Non vorrei essere ammazzata mentre dormo.”
“Madame, vi assicuro che non c’è pericolo.”
“E il colpo che avete sentito?”
“Forse mi sono sbagliato.” L’uomo sollevò il mento, convincendosi che niente di così sordido come un tentato2 omicidio potesse avvenire sotto il suo tetto. “Magari una cameriera ha lasciato cadere il vassoio del tè.”
“Tè…” Nadiya si irrigidì, colta da un’idea. Prese il locandiere per un braccio e lo condusse verso le scale, dove Stefan non poteva udire. “Questa faccenda mi ha un po’ innervosita. Vorrei un tè caldo con tanto zucchero.”
Contento che non intendesse suscitare problemi, lui acconsentì di buon grado alla piccola richiesta. “Certo, madame. Ve lo faccio servire subito.”
Nadiya si avvicinò e gli bisbigliò all’orecchio: “Magari potreste aggiungervi un paio di gocce di laudano? Sono un po’ impressionabile”.
“Certo.”
“Grazie.”
Lei attese che scendesse le scale, poi trasse un respiro profondo e tornò in camera.
In parte era disgustata del piano che stava concependo: non le faceva piacere raggirare gli altri. Eppure capiva di non avere altra scelta, se voleva salvare la vita di Stefan.
Una volta entrata, chiuse la porta e sentì una stretta al cuore nel vedere Stefan appoggiato alla colonna del letto.
Con i capelli scompigliati e il volto pallido, sembrava debole e vulnerabile.
Come se avesse percepito la sua sgradita compassione, lui si raddrizzò e atteggiò le labbra a un sorriso ironico. “Siete un’ottima attrice, colombella. Persino io sono rimasto colpito dalla scena della povera vedova indifesa.”
“Volevate liberarvi di lui o no?”
“Sì. Tuttavia non posso evitare di chiedermi se siate mai sincera. Forse la vostra vita è una recita ben sperimentata” la schernì.
“Ben sperimentata?” Nadiya rise dell’assurda accusa. “In realtà la mia esistenza si sta riducendo a una serie infinita di disastri.”
“Mi includete tra questi?”
“Certo.”
Negli splendidi occhi blu brillò un’emozione, ma era difficile stabilire quale.
“Per fortuna non è facile scalfire il mio orgoglio. Comunque adesso esigo che mi spieghiate perché siete venuta nel Surrey e soprattutto per quale motivo qualcuno ha appena cercato di uccidermi.”
Lei scosse il capo, cercando di prendere tempo. “Se tornaste a Meadowland, sareste al sicuro.”
“Ci andrò, ma voi verrete con me.”
La sua completa sicurezza le procurò un brivido lungo la schiena. In quel momento non dubitò che, se necessario, l’avrebbe legata alla carrozza per ricondurla in Inghilterra.
“No, devo tornare a San Pietroburgo.”
“Perché?”
“Ve l’ho spiegato. Mia madre ha bisogno di me.”
“Mi dispiace, ma dovrà aspettare. Finché io non mi riterrò soddisfatto…” e così dicendo percorse con lo sguardo le sue forme snelle, “… voi rimarrete con me.”
Lei strinse i denti. Il Duca di Huntley era il gentiluomo più testardo e irragionevole del mondo.
“Non avete idea di quello che rischiate.”
“Credo di sì, invece.”
“No” sibilò lei, senza più curarsi di reprimere la paura che l’assillava da quando era scappata da Meadowland.
Lui la fissò con sguardo indagatore.
“Spiegatemi, dunque.”
Per un folle momento, Nadiya fu tentata di esporgli tutte le sue preoccupazioni. Nonostante le minacce, Stefan era comunque un gentiluomo degno di fiducia. Con il suo appoggio, niente e nessuno avrebbe ostacolato il viaggio per San Pietroburgo.
Per giunta detestava le menzogne, i segreti, le finzioni. Più di ogni altra cosa, odiava le barriere che la separavano dall’unico uomo che le avesse toccato il cuore.
Tuttavia, non appena dischiuse le labbra per parlare, sentì bussare alla porta.
“Maledizione” ringhiò Stefan. “Che c’è ancora?”
Nadiya si riscosse dalla folle tentazione e cercò di acquietare i rimorsi. “Ho ordinato un tè.”
“Si sta più tranquilli a un ballo mascherato.”
“Madame?” chiamò la cameriera.
“Aprite quella dannata porta” borbottò lui.
Nadiya dischiuse il battente quel tanto che bastava per afferrare il piattino con la tazza fumante.
“Vi occorre altro?” le domandò la ragazza in tono curioso.
“No grazie.” Richiuse con la mano libera e si voltò verso Stefan con sincera preoccupazione. Santo cielo! Pareva che potesse svenire da un momento all’altro. “Sedetevi e bevete” gli raccomandò.
“Sembrate la mia bambinaia” brontolò lui, ma intanto, con sollievo di Nadiya, tornò a sedersi sul bordo del materasso.
“Siete pallido e debole.” Gli mise in mano la tazza. “Il tè dovrebbe aiutarvi a recuperare un po’ di forze.”
Stefan afferrò la fiaschetta rimasta sul letto e nel muoversi abbozzò una smorfia di dolore.
“Ho già quello che mi serve per riprendermi.”
Lei represse un sospiro spazientito.
“Se lo bevete, vi prometto di dirvi tutto quello che volete sapere.”
Lui strizzò gli occhi con sospetto. “Mmh…”
“Cosa?”
“Ho abbastanza senno per temere che non sarà tanto semplice.” Con un’alzata di spalle, versò nel tè una generosa dose di brandy, poi ne bevve un lungo sorso. “Comunque vi concedo un’ultima possibilità.”
Lei congiunse le mani e non si stupì nel sentirle sudate. Il laudano non gli avrebbe arrecato alcun danno, anzi era proprio quello che gli avrebbe prescritto un medico. Purtroppo, però, questa convinzione non alleviava il senso di colpa.
“Altrimenti?”
Stefan svuotò la tazza, poi la ripose sul comodino.
3“Vi trascinerò con la forza a Meadowland e vi costringerò a confessare la verità.”
“Credevo che mi ci voleste portare in ogni caso.”
“Voi…” A quel punto Nadiya levò le mani in aria in un chiaro gesto di esasperazione.
Lo sguardo di Stefan divenne opaco. Lo spavento e il dolore fisico gli stavano levando le forze.
“Scegliete voi se iniziare a raccontare, oppure preparare i bagagli.”
Ignorando la provocazione, lei gli posò una mano sulla fronte. Con sollievo, la sentì fresca.
“Soffrite?”
“Mi hanno appena sparato, Nadiya.”
“Ecco.” Lei sistemò i guanciali e, con delicatezza, lo spinse all’indietro. “Sdraiatevi.”
Stefan oppose una breve resistenza, ma poi rilassò il capo sui cuscini e non protestò nemmeno quando lei gli sollevò le gambe sul letto e lo coprì con il lenzuolo.
Si limitò a studiarla attraverso le palpebre socchiuse. “Starei più comodo se vi stendeste al mio fianco.”
“Credevo che voleste parlare” lo rimproverò lei, ma un brivido di eccitazione le percorse le membra.
“Sarebbe più facile, stando vicini.”
Nadiya si rifiutava di ammettere il desiderio ardente che la turbava. Era già stata abbastanza pazza da arrendersi alle sue carezze e questa imprudenza aveva quasi ucciso Stefan. Non intendeva ripetere l’errore.
Si allontanò dal letto, aprì la borsa e iniziò a riporvi i pochi indumenti che aveva sparso per la camera.
“Se mi distendessi con voi, non parleremmo affatto.”
“Forse è vero.” Stefan si interruppe vedendola avvicinarsi al piccolo armadio. “Cosa state facendo?”
“Comincio a preparare la borsa. Non avete forse detto che mi porterete in Inghilterra?”
“Lasciate qui quei vestiti orrendi” scherzò lui con voce un po’ strascicata. “Fareste paura ai contadini, aggirandovi per la campagna tutta in nero.”
“Vi piace troppo impartire ordini, Vostra Grazia.”
“Sono…” Si interruppe, come se avesse dimenticato quello che intendeva dire. “Sono molte le cose che apprezzo, Miss Zaytseva” concluse a fatica.
Una volta riempita la borsa, lei si voltò e lo trovò con gli occhi chiusi.
Si avvicinò in punta di piedi e lo chiamò con un filo di voce: “Stefan?”.
Lui non si mosse, ma un sorrisino gli piegò le labbra.
“Ho capito che eravate un angelo la prima volta che vi ho vista” sussurrò senza alzare le palpebre.
“Vi sbagliate” ammise lei con vergogna. “Non lo sono.”
“Vorrei…”
“Cosa?”
“Sono tanto stanco” le rispose voltando il capo.
Nadiya si chinò a baciargli la fronte “Riposate, Stefan.”
“Maledizione, mi avete dato qualcosa” balbettò lui con un ultimo sforzo.
“Vi ho avvisato: non sono un angelo” gli rammentò con tristezza.
Dopo avere atteso che si arrendesse al sonno, Nadiya gli impresse un lungo bacio sulle labbra. Infine, respingendo gli ultimi scrupoli, estrasse il portafogli dalla sua giacca. Afferrò la borsa, si cacciò in testa il cappello e si precipitò fuori dalla camera.
Mentre percorreva in fretta e furia il corridoio, placò i rimorsi ripetendosi che i servitori di Stefan sarebbero presto venuti a cercarlo. Lo avrebbero curato e poi, con un pizzico di buonsenso, lo avrebbero riaccompagnato nel Surrey mentre era ancora incosciente.
Senza curarsi delle occhiate curiose di una ragazza carica di lenzuola pulite, salì di corsa la stretta scala che portava ai locali della servitù. Non aveva idea di dove alloggiasse Pyotr, ma era così disperata da bussare a ogni porta pur di trovarlo.
La fortuna l’assistette quando Sophy uscì da una camera e si diresse verso le scale.
Non appena vide la sua padrona, la cameriera le corse subito incontro, allarmata dal suo aspetto scarmigliato e dal bagaglio che aveva in mano.
(Tutte le immagini sono tratte da quadri del Maestro Giovanni Boldrini 1799-1872)
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