Nadiya Zaytseva XII

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1“Che cosa ci fate quassù?” le domandò con ansia Sophy. “Non è un posto adatto a …”
“Eccovi, grazie al cielo!” la interruppe Nadiya. “Chiamate Pyotr e preparate una borsa con l’indispensabile. Vi aspetterò dietro le cucine.”
“Che cosa è successo?”
“Il Duca di Huntley.”
La ragazza si portò una mano alla bocca. “È qui?”
“Nella mia camera.”
“Come ci ha trovati?”
“Ve lo spiegherò dopo” le rispose con impazienza. “Adesso sbrigatevi.”
Rendendosi conto dell’emergenza, Sophy si affrettò ad annuire con decisione.
“Certo.”
“Passate dalle cucine. Sono convinta che il duca ha lasciato qualcuno a sorvegliare l’ingresso principale.”
“Arriveremo al più presto.”
Nadiya, sicura che Sophy avrebbe mantenuto la promessa, scese di corsa al pianterreno. Cuochi e sguatteri la guardarono con un certo stupore, ma nessuno tentò di fermarla. Dunque, dopo essersi assicurata con una rapida occhiata che fosse deserto, uscì nello stretto cortile del retro.
Aleggiava un puzzo di verdure marce e fumo di tabacco, ma Nadiya trasse un lungo sospiro di sollievo mentre appoggiava a terra la sua borsa.
Se non fosse stata nervosissima, avrebbe sorriso con ironia pensando a Miss Nadiya Zaytseva, beniamina dell’aristocrazia di San Pietroburgo, rincantucciata dietro una misera locanda parigina, abbigliata come una donna delle pulizie, nonché in fuga da un duca inglese e da un numero imprecisato di nemici. Tuttavia, nel suo stato d’animo, riusciva solo a provare un panico soffocante.
Per distrarsi durante l’attesa, aprì il portafogli rubato a Stefan. Non si aspettava di trovarvi un patrimonio: nessun gentiluomo assennato viaggiava mai con somme considerevoli, se non desiderava attirare l’attenzione dei malviventi che infestavano le strade europee.
Tuttavia si accorse con disappunto che conteneva meno di cinquanta sterline. Di sicuro non sarebbero bastate per acquistare una carrozza nuova, nemmeno aggiungendovi il denaro in suo possesso.
Santo cielo! Era bloccata a Parigi.
Dopo quella che parve un’eternità, ma che fu forse un quarto d’ora, Sophy e Pyotr sbucarono di corsa dalla porta della cucina.
“Eccoci” annunciò la cameriera, per quanto fosse superfluo. “Cosa facciamo adesso?”
“Dobbiamo partire in fretta” spiegò lei.
Imperturbabile come sempre, lo stalliere le andò vicino e le tolse la borsa dalle dita rigide.
“Vado a prendere la carrozza” le assicurò con calma, “a costo di puntare la pistola alla tempia del carraio per costringerlo a riparare la ruota.”
Colta da un sospetto, Nadiya gli afferrò il braccio.
“No, aspettate. La dobbiamo lasciare in ogni caso. Il duca sa dove si trova e magari ha incaricato qualcuno di tenerla d’occhio.”
“Spero che non intendiate farci andare a piedi a San Pietroburgo” protestò Sophy.
“No, se è possibile evitarlo…” borbottò. Spremendosi il cervello, Nadiya scartò una serie di piani irrealizzabili, finché si soffermò sull’idea che le pareva meno balzana. “Mi chiedo…”
“Cosa?”
“Sir Charles Richards si dichiarava disposto ad aiutarmi, in caso di necessità. Forse lo potrei convincere a prestarmi una cifra sufficiente per comprare una vettura nuova.”
Sophy non sembrava convinta. “Non avete detto che vi faceva paura?”
Era vero, anche se Nadiya non sapeva spiegarsi il perché. Il gentiluomo inglese aveva un aspetto più che rispettabile, eppure l’istinto le suggeriva di evitarlo.
“Nella nostra situazione non possiamo permetterci di andare per il sottile” notò, vincendo la riluttanza.
“Già” ammise la cameriera con un sospiro.
“Pyotr, potreste condurci fino all’albergo di Sir Charles, in Rue de Varenne? Magari in modo da farci notare il meno possibile.”
“Certo. Di qua.”
Sophy insistette per raccogliere i capelli di Nadiya sotto il cappellino a veletta e per lisciare le pieghe dell’abito nero. Subito dopo uscirono dal cortile e si inoltrarono per il labirinto dei vicoli.
Camminavano in silenzio, seguendo lo stalliere. Di lì a poco Nadiya perse l’orientamento. Con tutte quelle giravolte, non aveva idea di dove si trovassero, tuttavia accordava piena fiducia a Pyotr.
“Santi numi. È una zona piuttosto… maleodorante” borbottò, mentre lui si fermava per spiare dietro un angolo.
“Mi dispiace, Miss Nadiya.”
“Non preoccupatevi: vi ho chiesto io di farci passare inosservati” lo rassicurò lei. Poteva rimproverare soltanto se stessa per il pasticcio in cui si trovavano. “Senza di voi non saremmo riusciti a scappare dall’albergo.”
“Non montategli la testa” scherzò Sophy.
Ignorando il commento, Pyotr puntò l’indice.
“L’albergo è proprio qui di fronte.”
Nadiya gli andò accanto e guardò l’edificio di pietra chiara, con cancelli in ferro battuto e portieri in uniforme.
Si scoraggiò pensando che l’impresa si sarebbe rivelata più ardua del previsto. Le dame rispettabili, anche se vedove, non rendevano visita a uomini soli.
“Non ho nemmeno riflettuto su come avvicinarlo” ammise, maledicendo la propria stupidità. Non poteva limitarsi a entrare e chiedere di essere accompagnata in camera sua.
“Volete che vada a chiamarlo io?” propose Pyotr.
“Forse sarebbe meglio. Credo…” Nadiya sussultò sbigottita notando un omone che varcava l’ingresso: il viso brutale le era fin troppo noto. “Mon Dieu!”
Lo stalliere lasciò cadere la borsa ed estrasse la pistola dalla tasca della giacca.
“Che c’è?”
“Quell’uomo.”
“Un tipaccio” osservò Sophy. “Mi domando cosa faccia in quell’albergo.”
“È il furfante che mi ha minacciata in Inghilterra.”
Senza dire nulla, Sophy, frugò nella borsetta.
“Volete che gli spari?” chiese, mostrandole una piccola pistola.
Nadiya soffocò una risata. Non dubitava che l’impulsiva cameriera sarebbe stata ben felice di colpire alla schiena il briccone.
“No, per l’amor del cielo, mettetela subito via” la supplicò. “Devo riflettere.”
Sophy scosse il capo. “Comunque non possiamo trattenerci oltre, Miss Nadiya, altrimenti gli abitanti del2 Giovanni Fattori quartiere decideranno che i nostri pochi spiccioli valgono il rischio della ghigliottina.”
Lei si guardò alle spalle e, con un brivido, notò molti occhi che le scrutavano da dietro le sudicie imposte.
“Vado a cercare Sir Charles?” si offrì ancora Pyotr.
“No” gli rispose, cercando di calmarsi. “Non credo sia una pura coincidenza se alloggia nello stesso albergo di quel delinquente. In effetti i suoi modi mi sembravano piuttosto strani. Dunque conosceva la mia vera identità.” La paura le attanagliò il cuore. “In ogni caso, dobbiamo andare via da Parigi.”
“Potremmo comprare i biglietti di una vettura pubblica” propose Sophy. “Ce ne sarà pure qualcuna diretta a est.”
“Ci avevo pensato anch’io, però temo che diventerebbe troppo facile rintracciarci.” Nadiya passò in rassegna un limitato elenco di alternative e ammise che nessuna di esse era valida. “Non abbiamo scelta: ormai la mia presenza in città è nota, quindi potrei rivolgermi all’ambasciatore russo per chiedergli i fondi che ci servono.”
“No, è troppo pericoloso” commentò la ragazza.
“Sophy ha ragione” confermò Pyotr. “Se vi stessi cercando, sorveglierei l’ambasciata: sarebbe il posto più logico dove trovarvi.”
Nadiya si rendeva conto del rischio e proprio per questo motivo aveva escluso l’idea al loro arrivo in città.
“Ma non dispongo dei soldi sufficienti per comprare una carrozza e mantenerci durante il viaggio.”
Lo stalliere abbozzò un sorriso. “Me ne occuperò io. Ci rivediamo tra un’ora al Jardin des Tuileries.”
“Come diavolo…”
“Tra un’ora” ripeté lui e si allontanò nel vicolo prima che Nadiya avesse il tempo di protestare.
“Meglio fare come dice” notò Sophy mentre riponeva la pistola e raccoglieva la borsa lasciata dal vetturino. “È molto determinato quando si mette in testa qualcosa.”
“A quanto pare” ammise lei. Recuperò la propria borsa e percorse con lo sguardo la strada trafficata. Senza la guida di Pyotr, non osava avventurarsi per le viuzze secondarie. Il che significava esporsi al rischio di venire scorti dall’enigmatico Sir Charles. “Non possiamo restare qui.”
“No.”
Facendo appello al poco coraggio che le rimaneva, Nadiya attese che si avvicinasse all’imboccatura del vicolo una scolaresca di adolescenti ridacchianti, scortate da suore dal volto arcigno. Quindi prese a braccetto Sophy e si intrufolò nel gruppo.
“Presto!”
“Dove andiamo?” borbottò la cameriera.
“Lo scopriremo all’arrivo.”
Resistendo alla tentazione di voltarsi a controllare che nessuno le seguisse, Nadiya si lasciò guidare dalla piccola folla. Soltanto molte strade più avanti decise di separarsi dalle ragazze e incamminarsi nella direzione dove sperava si trovasse la Senna.
Dopo qualche inevitabile errore di percorso, capitarono in Rue de Rivoli e si avviarono verso i grandi giardini, noti per le loro magnifiche statue, oltre che per i prati e i boschetti impeccabili. Forse sarebbe stato più sensato passeggiare nei pressi della strada per farsi vedere da Pyotr, ma la vicinanza dei negozi era pericolosa.
Infatti, se Sir Charles era davvero un nemico, avrebbe tenuto d’occhio le boutique nella speranza che lei vi facesse ritorno. Bisognava fidarsi dell’abilità di Pyotr nel rintracciarle.
Respirando a fatica per l’apprensione, Nadiya si incamminò lungo il parco. Le doleva il braccio per il peso del bagaglio e provava una leggera nausea, tuttavia non si azzardava a sostare. Magari era troppo circospetta, ma aveva l’impressione che l’intera città la stesse pedinando.
Essere braccati da nemici spietati era ancora più angosciante di quanto avesse immaginato.
Fu contenta quando Sophy, con uno strattone alla manica, la distrasse dall’ansia.
“Ecco Pyotr” le sussurrò.
Nadiya si voltò e scorse lo stalliere che le cercava preoccupato con lo sguardo. Appena le vide, alzò un braccio con evidente sollievo e indicò loro di raggiungerlo.
Lo raggiunsero.
“Pyotr, avete…”
“Di qua” la interruppe lui. Le condusse lungo la strada e si fermò accanto a una lustra carrozza nera, con rifiniture dorate e interno di cuoio rosso.
Era molto lussuosa, trainata da una splendida coppia di cavalli grigi, ognuno dei quali valeva più di tutto il denaro in loro possesso.
“Santo cielo! Come ve la siete procurata?”
“Stamattina l’avevo notata dietro la bottega del carraio” le rispose Pyotr con un sorriso soddisfatto. “Era chiaro che aveva deciso di ripararla prima della nostra.”
Nadiya sgranò gli occhi. “Siete tornato là?”
“Ci sono arrivato passando per i cortili. E dopo essermi impadronito della vettura ho percorso molte strade diverse, finché non sono stato sicuro che nessuno mi seguisse.”
“Vi avevo detto che ci potevamo fidare di lui” notò Sophy con un sorriso ammirato.
“È vero.” Nadiya scoppiò di colpo a ridere.
I due compagni di avventura la guardarono come se fosse ammattita.
“Che succede?” domandò lo stalliere.
“Stavo solo immaginando l’espressione del carraio quando il padrone della carrozza si accorgerà che è sparita.”
Infine Stefan si svegliò, ma per qualche istante se ne pentì.
Gli facevano male le spalle, la bocca era secca come un deserto, il portafogli mancava e Nadiya era scomparsa.
Di nuovo.
Altrettanto irritante era la rumorosa presenza dei suoi servitori e di almeno metà dei dipendenti dell’albergo. Tutti si agitavano e discutevano su cosa fare di lui.
Gli bastarono poche parole decise per allontanare il personale e ordinare ai servitori di iniziare le ricerche di Nadiya.
Soltanto Boris si rifiutò di obbedire e insistette sulla necessità di curare innanzitutto la ferita.
Il corpulento russo era da anni al servizio di Edmond e quando Stefan era partito da Meadowland, si era unito in silenzio ai tre robusti stallieri scelti per il viaggio.
Lui aveva evitato di rimandarlo indietro, sapendo che quell’impiccione di suo fratello lo avrebbe rinchiuso in cantina se non avesse accettato la scorta di Boris.
Quando ebbe finito di annodare la cravatta, Stefan sentì bussare alla porta. Ma senza lasciargli il tempo di fare un passo, Boris andò ad aprire, tenendo una mano infilata nella tasca dov’era riposta la pistola.
Con una muta imprecazione, Stefan si avvicinò alla finestra e osservò il minuscolo giardino.
Era calata la sera e le eleganti vie di Parigi erano inondate dal bagliore dei lampioni a gas: una vista emozionante anche per gli occhi più affaticati. Tuttavia lui la notò appena, tormentato com’era dalla preoccupazione per Nadiya, che si aggirava per la città, minacciata da oscuri assassini.
Sentì il colpo del battente che si richiudeva e poi il tintinnio della porcellana.
“Il vassoio che avete ordinato, Vostra Grazia” annunciò Boris.
Stefan impiegò qualche istante a calmarsi. La combinazione di furia e di terrore che Nadiya fosse già in mani nemiche gli attanagliava il cuore. E le violente emozioni non erano certo placate dal pensiero di essere intrappolato in un dannato albergo, in attesa che i servitori svolgessero le ricerche.
Per fortuna ebbe abbastanza buonsenso da sedersi al tavolino procurato da Boris e costringersi a mangiare una porzione di fagiano arrosto con le patate, prima di versarsi un’abbondante tazza di caffè nella speranza di schiarirsi le idee.
Maledizione a Miss Zaytseva e al suo laudano.
Bisognava ammettere, però, che era dotata di un coraggio e di un’intelligenza straordinari. Quale altra donna sarebbe riuscita a raggirarlo con tanta abilità?
Appoggiandosi alla spalliera della sedia, Stefan sorseggiò il caffè e rammentò a se stesso che non c’era nulla di ammirevole nell’abbandonare un ferito nella stanza di una locanda.
O nello scappare a piedi con la cameriera e lo stalliere, essendo inseguiti da pericolosi criminali pronti a uccidere.
“Dov’è Miss Zaytseva?” domandò infine al servitore.
“Non si trova nella locanda.”
“Ne siete sicuro?” Non era da escludersi che si fosse nascosta in soffitta aspettando che lui uscisse a cercarla.
Boris lo fissò dritto negli occhi, come per assicurargli di non aver trascurato nemmeno un armadietto.
“Certo.”
“Dannazione.”
“La rintracceremo.”
“Avete controllato la carrozza?”
“È ancora in riparazione.” Dopo una pausa aggiunse: “Tuttavia pare che sia scomparsa un’altra vettura. Al momento il carraio sta cercando di spiegarne la sparizione al furibondo Conte Schuster”.
Lui inarcò un sopracciglio.
“L’avrebbe rubata Miss Zaytseva?”
“Non si può esserne sicuri.”
Stefan si alzò in piedi scuotendo il capo. Nadiya si stava davvero rivelando piena di risorse.
“A quanto pare, la caccia è appena iniziata.”
“Vi posso parlare con franchezza, Vostra Grazia?”
Lui mascherò l’impazienza, conoscendo già i suoi pensieri.
“Certo, Boris.”
“Forse dovreste considerare l’idea di tornare in Inghilterra.” Puntò lo sguardo sulla spalla ferita. “È evidente che Miss Zaytseva ha nemici pericolosi.”
“Già. Almeno su questo ha detto la verità.”
“A Lord Summerville dispiacerebbe molto se vi uccidessero” gli rammentò Boris.
“Anche a me, vi assicuro.”
“Se fosse al corrente della situazione, vorrebbe che vi riportassi a casa.”
“Tengo conto del vostro saggio consiglio. Tuttavia Edmond mi conosce abbastanza bene per sapere che non rinuncio con facilità a un proposito. Non verreste accusato per la mia morte prematura” aggiunse con un sorriso.
Boris aggrottò la fronte. “Come preferite.”
Stefan percepì la tensione inespressa. “C’è altro?”
“Miss Zaytseva è molto amata in Russia. È tra i pochi aristocratici contrari alla repressione brutale dei contadini ed è nota per i generosi contributi a enti benefici.”
“Encomiabile. Tuttavia non capisco dove vogliate arrivare…” mormorò lui.
“Una volta che sarà rientrata in patria, nessuno si permetterà di farle del male, a meno che non intenda affrontare una folla inferocita” spiegò con estrema serietà.
Stefan emise un lungo sospiro. Come diavolo si era cacciato in quel pasticcio? Un’amante ladra e bugiarda che lo aveva narcotizzato prima di svanire nel nulla, misteriosi aggressori appostati nell’ombra, folle inferocite…
Non era abituato a situazioni simili.
Non che intendesse lasciarsi dissuadere. Una volta identificato un obiettivo, niente e nessuno poteva impedirgli di raggiungerlo. Che si trattasse di ottenere un volume raro, acquistare un toro premiato o conquistare una giovane signora affascinante.
“Dunque noi la dobbiamo rintracciare prima che entri in Russia.”
“La distanza tra qui e San Pietroburgo è molto grande.”
“Prima iniziamo la caccia, prima si concluderà.”
“Come volete” assentì il servitore a quel punto con uno stentato inchino.
“Boris.”
“Sì, Vostra Grazia?”
“Vi viene in mente una possibile ragione per cui la Contessa Zaytseva avrebbe mandato la figlia in Inghilterra?”
3 Francesco Longo ManciniLui rifletté per qualche istante. In quanto servitore di fiducia di Edmond, conosceva meglio i maneggi della corte russa di molti cosiddetti nobili.
“La contessa ha sempre coltivato grandi ambizioni per lei, ma si è sempre dimostrata assai protettiva. Un solo motivo avrebbe potuto spingerla a esporla a un simile rischio.”
“Ossia?”
“Alessandro Pavlovich” ammise a malincuore lui. “Nadiya Zaytseva ha dedicato la sua intera esistenza alla difesa del trono. Non riterrebbe eccessivo nessun sacrificio.”
Un impeto di collera travolse Stefan.
Quella strega egoista! Se l’ipotesi di Boris era fondata, la contessa non aveva soltanto incaricato la figlia innocente di commettere chissà quale furto, ma l’aveva anche esposta a gravi pericoli.
Se non fosse stato per lui, magari sarebbe morta in quella camera d’albergo.
“Sacrificherebbe tutto in nome dello zar, oppure per salvaguardare la sua posizione di potere alla corte?” ringhiò.
Boris confermò con un cenno del capo. “Esatto.”
“Maledetta intrigante.”
A poche strade di distanza, Sir Charles Richards era di umor nero quanto il Duca di Huntley.
La sua suite d’albergo era assai più lussuosa e comprendeva, oltre alla camera da letto, un elegante salotto arredato con grande profusione d’oro e broccati. Questo però non lo consolava di certo.
Proprio quella mattina un suo servitore era arrivato da San Pietroburgo per avvisarlo che Dimitri Tipov era stanco di aspettare i soldi. Se lui non fosse tornato in fretta a versargli l’ingente somma, il mondo intero avrebbe scoperto il suo imbarazzante segreto.
Era l’unico motivo per cui si era lasciato trascinare in quell’assurda vicenda.
Doveva mettere le mani sulle lettere prima che quel sudicio criminale diffondesse la notizia delle prostitute scomparse o che, peggio ancora, decidesse di adornare le sue pareti con la testa di un nobile inglese.
Fino ad allora era stato un autentico disastro.
In quel preciso momento Richards stava in piedi al centro del salotto e fulminava con lo sguardo il corpulento servitore, che era seduto sul bordo di una delicata poltroncina.
“Dunque mi stai dicendo che, dopo aver fallito nell’impedire a Miss Zaytseva di appropriarsi delle lettere e averle permesso di partire dall’Inghilterra, non sei riuscito ad ammazzarla e hai invece colpito il Duca di Huntley, un gentiluomo ricco e potente, per giunta molto apprezzato dal sovrano.” La sua voce gelida fece impallidire l’omone.
“Non è colpa mia.”
“Non lo è mai, vero, Yuri?”
Lui strinse le dita tozze sui braccioli della poltrona. “Mi avevate assicurato che era sola.”
“E quindi, senza aspettare che Miss Zaytseva fosse priva di compagnia, hai rischiato di condurre alla mia porta tutte le guardie di Parigi.”
“Non sono state chiamate.”
Charles strinse gli occhi. Il Duca di Huntley era stato ferito da una pallottola e le autorità ne erano all’oscuro? Strano.
“Ne sei sicuro?”
“Sì.”
“Perché diavolo il duca non si è rivolto alla giustizia?” Richards iniziò a camminare avanti e indietro, interrogandosi sull’enigma. Si era talmente adirato quando Yuri gli aveva comunicato il fallimento della missione da non prestare troppa attenzione alla presenza di Huntley a Parigi. In quel momento, però, si rese conto che doveva avere seguito Miss Zaytseva dal Surrey. La dannata mocciosa aveva fatto conquiste. “Forse per proteggere la ragazza.”
“Così pare.”
“Non può restare sempre insieme a lei. Torna alla locanda a completare il compito mentre Miss Zaytseva è da sola. Non farti più vedere senza quelle lettere.”
Il criminale si schiarì la gola. “Riguardo a questo…”
“Cosa, Yuri?”
“Sapendo quanto ci tenevate, ho aspettato un po’, poi mi sono intrufolato nell’albergo.”
“Che spirito di iniziativa!”
Lui arrossì per il tono di scherno. “Ho sentito i camerieri parlare tra loro.”
“E cosa c’era di tanto interessante nei pettegolezzi della servitù?”
“Alcuni dicevano di avere visto la vedova russa che usciva sul retro con una borsa in mano. Sospettavano che volesse evitare di pagare il conto.”
Charles si immobilizzò. Una nebbia rossa iniziò a offuscargli la vista. “Cos’hai detto?”
“Se n’è andata.”
“E i suoi servitori?”
“Anche loro.”
“E solo adesso mi comunichi questa notizia fondamentale?” gli domandò lui con finta calma.
Yuri scattò in piedi, forse scorgendo la minaccia letale negli occhi di Sir Richards.
“Non dev’essere lontana. Io la…”
“Non credo.” Senza lasciargli il tempo di battere ciglio, estrasse di tasca il pugnale e glielo conficcò in petto. “È stato il tuo ultimo errore, Yuri.”
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(Le immagini sono, rispettivamente dall’alto in basso e da sinistra a destra: Cappello e la prima del testo, dipinti di Giovan Battista Costa; la seconda di Giovanni Fattori; la terza di Francesco Longo Mancini)
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