Nadiya Zaytseva XIII

.

1

.

.
Prussia
1Stefan non si considerava molto presuntuoso. Certo, il titolo di duca garantiva che ben pochi osassero sfidare i suoi ordini. Inoltre non gli mancava la determinazione.
Tuttavia, dopo aver sopportato lunghe giornate di inutile inseguimento, si rendeva conto che la sua volontà non era mai stata tanto contrastata.
E non lo gradiva affatto.
Nadiya avrebbe dovuto essere a Meadowland a scaldargli il letto, ingentilire le cene e ascoltarlo con attenzione, raggomitolata in poltrona, mentre le declamava brani dei suoi libri preferiti. Non a rischiare il collo per qualche trama insensata della Contessa Zaytseva.
Dopo essersi fermato in un paesino nei pressi di Lipsia, Stefan scese dalla carrozza e iniziò a percorrere a passi nervosi il cortile delle scuderie, in attesa che Boris tornasse da una breve indagine presso il personale di una vicina locanda.
Nel corso del viaggio aveva verificato che, al cospetto del Duca di Huntley, i servitori tendevano a tenere la bocca chiusa, oppure a dichiarare il falso pur di compiacerlo. Inoltre c’era sempre la possibilità che Re Federico ricevesse notizia di un importante aristocratico inglese in transito nel suo regno e gli recapitasse un invito difficile da declinare.
Era meno complicato incaricare Boris di raccogliere informazioni tra gli abitanti del posto.
Mentre guardava distrattamente le rovine di un castello su una vicina altura, Stefan tentava di ignorare le occhiate insistenti dei passanti. Non poteva criticarli per la curiosità: in quel villaggio sonnolento non capitava spesso di incontrare un’elegante carrozza trainata da due stalloni neri o un impeccabile gentiluomo in giubba color cannella, panciotto crema e pantaloni neri infilati negli stivali lustri.
Infine riconobbe i passi di Boris e si voltò a fissarlo con evidente impazienza.
“Ebbene?”
“Il mozzo di stalla ricorda una carrozza corrispondente alle descrizioni e una signora velata con due servitori. Avrebbero passato la notte alla locanda.”
“Quando?”
“L’altro ieri. Stiamo guadagnando terreno.”
Stefan strinse i pugni. “Troppo poco.”
“C’è anche altro” soggiunse Boris.
“Cosa?”
“A detta del ragazzo, la vedova avrebbe scambiato il suo veicolo con un altro, molto più economico. Tanto comune da passare inosservato.”
“Furba.” Per quanto irritato, Stefan era colpito dal coraggio di Nadiya e contento che riuscisse a sfuggire i nemici.
Incredibile quanto tempo passasse a preoccuparsi per lei. La notte precedente si era tormentato a lungo chiedendosi se avesse un fuoco per scaldarsi. Da quelle parti, le ore notturne erano fresche anche d’estate.
“Discende da un’antica famiglia di valorosi guerrieri” notò Boris, senza mascherare l’orgoglio. “Con la pura forza di volontà, lo Zar Pietro trasformò in un potente impero una terra dimenticata. Caterina, da parte sua, civilizzò la nazione.”
“E Alessandro Pavlovich?” gli domandò Stefan in tono un po’ provocatorio. In quel momento non aveva molto rispetto per l’imperatore.
Boris alzò le spalle. “Ci ha salvati da un pazzo.”
“Non era il solo a combattere contro Napoleone.”
“Già, quasi dimenticavo. Due pazzi” aggiunse lui con un sorriso.
Stefan inarcò un sopracciglio, accorgendosi in ritardo che Boris si era riferito al padre di Alessandro, Paolo I.
Questi, infatti, era opportunamente deceduto quando il figlio aveva solo ventiquattro anni. Nessuno aveva rimpianto il brutale monarca; tuttavia Alessandro era stato perseguitato per anni da voci che lo accusavano di avere contribuito alla sua morte e addirittura scavalcato il suo cadavere per salire al trono.
“È pericoloso nascere nella famiglia Romanov.”
“La Russia è un paese difficile, dove i deboli non sopravvivono a lungo.”
Stefan strinse gli occhi. “State cercando di comunicarmi qualcosa, Boris?”
“Le dame inglesi sono educate alla modestia e alla discrezione” notò lui. “Anche se alcune donne, come mia moglie, non tengono conto di simili insegnamenti.”
Stefan sapeva che Janet, che era anche cameriera personale di Brianna, esercitava una certa autorità su Boris. Con il suo carattere, infatti, sapeva piegare gli uomini più duri.
“Volete dire che in genere sono insulse e noiose?”
“Preferiscono ricorrere al fascino femminile per attirare gli uomini.”
“Invece quelle russe?”
“Sono appassionate, volubili e a volte pericolose. E soprattutto non esiterebbero a compiere qualunque azione per proteggere coloro che amano.”
A quelle parole Stefan distolse lo sguardo, colto da una strana fitta al cuore.
Non poteva negare che Nadiya facesse sbiadire al confronto tutte le donne di sua conoscenza. Non era un tipo impetuoso e appariscente, al contrario. Somigliava un po’ alla sua compianta madre: una bellezza rara che, sotto un atteggiamento calmo e composto, nascondeva un cuore generoso e un’ardente lealtà.
“La troverò” borbottò tra sé.
“Meglio prima che dopo.”
Stefan tornò a guardare Boris. “Non mi avete rivelato ancora tutto?”
“Non sono stato il primo a interrogare il mozzo di stalla riguardo a una giovane vedova russa.”
“Maledizione.” Un brivido gli percorse la schiena. “Avete scoperto chi altro si sia informato?”
“Un inglese dai capelli grigi, scortato da robusti servitori che, secondo il ragazzo, avrebbero terrorizzato i paesani.”
“Un inglese?” gli domandò stupito lui.
“Ne era abbastanza sicuro, a giudicare dall’accento.”
“La faccenda si complica di giorno in giorno. Quale inglese potrebbe interessarsi alle trame politiche russe?”
“Molti, direi.”
Stefan scosse la testa. Cosa importava? Chiunque fosse costui, non sarebbe riuscito a fare del male a Nadiya. Per impedirglielo, Stefan era disposto a ucciderlo a mani nude.
“Quando è passato di qui?”
“Nelle prime ore di questa mattina.”
Un profondo disagio gli serrò il petto.
Era forse troppo tardi?
“Procediamo troppo piano” sbottò. “Non raggiungeremo mai Nadiya di questo passo.”
“Sappiamo che è diretta a San Pietroburgo. Viaggeremmo più in fretta se non fossimo costretti a fermarci in ogni villaggio per sapere se lo ha attraversato.”
“No” rispose Stefan, intuendo la proposta. “I suoi avversari sono troppo vicini. Non possiamo rischiare di perderne le tracce.”
“Vi inquietate tanto per un’imbrogliona?” gli domandò il servitore con un sorriso.
Stefan non nascose i suoi sentimenti. “È mia e l’avrò.”
Per un istante Boris rifletté su cosa gli avrebbe ordinato Lord Summerville. Poi, rendendosi conto che l’unica soluzione per riportare il testardo duca in Inghilterra sarebbe stata quella di tramortirlo, emise un sospiro rassegnato.
“Non continuando alla nostra velocità.”
“È vero” ammise Stefan e si voltò a guardare le vicine scuderie.
“Che intenzioni avete?”
“Di noleggiare un cavallo. E vi chiedo di recarvi a San Pietroburgo con i miei servitori. Ci rivedremo laggiù.”
“No” ribatté Boris a quel punto, incrociando le braccia sul petto possente.
“Scusate?”
“Lord Summerville ha minacciato di farmi castrare se vi avessi perso di vista” borbottò lui, irremovibile. “Ho fallito già una volta: non succederà più.”
“Non avete nessuna colpa, Boris” lo rassicurò Stefan. “Sono abbastanza grande da fare a meno della balia, nonostante ciò che pensa mio fratello.”
“Se volete, mandate gli altri a San Pietroburgo con la carrozza. Io rimango insieme a voi.”
“E non credete che Janet mi punirebbe se dovesse accadervi qualcosa?”
Boris ridacchiò. “Mia moglie criticherebbe la mia stupidità e affermerebbe che me lo meritavo.”
Stefan alzò gli occhi al cielo. Non aveva nessuna speranza di liberarsi della sua ala protettiva.
“D’accordo, allora. Trovate due cavalli affidabili, mentre io parlo con gli altri.”
San Pietroburgo
Vasilevsky Ostrov
Nel maggio del 1703, quando lo Zar Pietro approdò all’isola, prese in considerazione l’ipotesi di edificarvi la1 nuova capitale russa. Tuttavia, nonostante la straordinaria forza di volontà, venne sconfitto dalla natura. Le violente tempeste, unite ai venti costanti provenienti dal Golfo di Finlandia, rendevano il sito inadatto a ospitare una grande città.
Infine l’imperatore aveva fatto costruire la sua fortezza sulla Zayachy Ostrov e i palazzi ufficiali sulla terraferma. Tuttavia non aveva mai rinunciato del tutto ai progetti relativi all’isola. Dopo averla dichiarata luogo di studio, aveva collocato sul lato orientale un museo, un osservatorio e la prima università di San Pietroburgo.
La parte occidentale era meno fortunata. Nel corso degli anni, infatti, darsene e magazzini avevano punteggiato il cupo paesaggio, attirando una folla poco raccomandabile di rudi marinai e rozzi lavoratori.
Non era certo un luogo frequentato dall’aristocrazia.
Mentre si inoltravano tra i vicoli maleodoranti, Herrick Gerhardt e la fedele guardia Gregor avvertivano gli sguardi sospettosi che li seguivano mentre si avvicinavano al deposito abbandonato, vicino a un molo.
“Se mirate a farvi tagliare la gola, vi posso suggerire parecchi nemici disposti a concedervi l’onore in ambienti molto più confortevoli” borbottò il soldato.
L’ufficiale sorrise e si fermò davanti allo stretto uscio del magazzino. Gregor si era opposto all’incontro con Dimitri Tipov nel cuore del suo impero criminale. In fondo, più di un ufficiale imprudente che aveva osato sfidare lo Zar dei Miserabili era scomparso nelle tenebre.
Purtroppo, però, Herrick non aveva potuto stabilire le condizioni. Aveva richiesto lui il colloquio, e poiché Tipov non intendeva correre il rischio di farsi intrappolare, non aveva avuto altra scelta che sottostare ai suoi termini.
“Immagino vi riferiate al Palazzo d’Estate” scherzò.
“Quello d’estate, quello d’inverno, il Palazzo del Senato, la Cattedrale di Kazan, l’Ammiragliato, la Fortezza dei Santi Pietro e Paolo…”
“Santo cielo” lo interruppe lui con una risata. “Ho così tanti nemici?”
“Non fingete di andarne fiero.”
Gerhardt alzò le spalle. “Se nessuno mi odiasse, significherebbe che non svolgo bene il mio dovere.”
“Se altri lavorassero bene, non avreste bisogno di esporvi ai pericoli.”
“Un’attraente fantasia, Gregor, ma niente di più” lo rimproverò in tono amichevole. Quali che fossero le sue opinioni sullo zar, l’anziano ufficiale gli dimostrava una fedeltà incrollabile e si aspettava lo stesso dai suoi sottoposti. “C’è sempre qualcuno assetato di potere, che non si dà pace finché non posa la corona sul proprio indegno capo.”
“E siete determinato a mantenerla sulla testa di Alessandro Pavlovich.”
“Meglio il diavolo che si conosce.”
La guardia confermò con un brusco cenno del capo. Non poteva negarlo.
Sebbene Alessandro avesse un carattere instabile che faceva infuriare i suoi ministri quanto i governanti stranieri e, nel corso degli anni, si fosse dimostrato sempre più distratto e disilluso, amava di cuore i sudditi e la patria.
“Come dite voi.”
Mentre Herrick alzava la mano per bussare, sussultò accorgendosi che il battente veniva aperto da un tipo tarchiato dal volto duro e dal portamento militare. Al momento indossava un camiciotto e un paio di calzoni flosci, ma non sembrava la sua tenuta abituale.
In passato doveva essere stato un cosacco.
“Siete Herrick Gerhardt?” lo interrogò squadrandolo da capo a piedi.
“Sì.”
Lui spostò l’attenzione su Gregor.
“Questa è la mia guardia: una persona di fiducia.”
“Voi potete entrare, ma lui resta fuori” aggiunse indicando Gregor.
“No” protestò il soldato.
“Rilassatevi, amico mio” lo tranquillizzò Herrick a quel punto, senza mai perdere di vista lo sconosciuto. “Se Dimitri Tipov intendesse uccidermi, mi avreste già trovato morto in qualche vicolo.”
L’uomo sbuffò. “Il capo elimina i nemici con maggior decoro. Solo gli stupidi lasciano il corpo in piena vista.”
“Rassicurante” notò Herrick con amara ironia. “Aspettatemi qui, Gregor.”
“Giocate con il fuoco” lo mise in guardia lui.
“Non sarebbe la prima volta.”
Il cosacco spalancò la porta e gli indicò di farsi avanti. “Di qua.”
Nonostante la piccola pistola nascosta in una tasca interna del pastrano e il pugnale infilato in uno stivale, Herrick provò un certa apprensione mentre attraversava il pavimento di assi sconnesse. L’immenso locale era rischiarato soltanto dai raggi della luna che filtravano dalle finestre rotte e poteva nascondere nel buio ogni sorta di insidie.
Senza dire una parola, l’uomo lo condusse verso un’altra porta, sorvegliata da due figuri scarni, che lo studiarono con l’attenzione tipica dei ladri. Si fecero subito da parte, ma Herrick fu contento di aver lasciato il portafogli a casa.
Proseguirono per una stretta rampa di scale che portava al piano superiore del magazzino. Dopo aver superato l’esame di altre due guardie armate, Herrick fu condotto nel covo privato di Dimitri Tipov.
Non sapeva con certezza cosa si fosse aspettato di trovare: magari un’accozzaglia di criminali disperati, radunati attorno a un fuocherello, oppure un locale polveroso, infestato dai topi.
Di certo non aveva previsto una squadra di sentinelle esperte e disciplinate né uno squallido deposito trasformato in un accogliente appartamento che comprendeva un salotto, una piccola sala da pranzo e una biblioteca con una collezione di volumi da fare invidia a molti nobili.
Per quanto sbalordito, Herrick finse di non prestare attenzione all’ambiente mentre la sua guida si ritirava e richiudeva la porta. Ammirò invece l’inconfondibile Rembrandt appeso sopra il caminetto di marmo.
“Santo cielo…” mormorò tra sé.
“Lo intenderò come un complimento” notò una voce profonda. “Sono sicuro che non vi fate cogliere tanto facilmente di sorpresa.”
Lui si voltò e studiò la figura che sbucava da un passaggio nascosto dietro un pannello di legno lucido.
Era un gentiluomo snello e di bell’aspetto, con lunghi capelli neri, legati in un codino da un nastro di velluto. Aveva lineamenti fini e aristocratici, con occhi dorati che brillavano di un’intelligenza inquieta alla luce dei lampadari di cristallo.
Sfoggiava una giacca di velluto blu, un panciotto ricamato d’argento e calzoni neri. Non avrebbe avuto alcuna difficoltà a inserirsi in un ricevimento del bel mondo. A dire il vero, Gerhardt colse una netta somiglianza con un personaggio influente, visto la sera prima al Palazzo d’Estate.
Forse non era tanto strano.
Molti gentiluomini riempivano le strade cittadine con figli nati da madri sbagliate.
In ogni caso, Herrick capiva di non avere azzeccato le previsioni riguardo a Tipov e allo svolgimento della serata.
Con languida eleganza, lo Zar dei Miserabili si avvicinò a un sofà di mogano, rivestito di broccato di seta. Un sorriso incurvava le belle labbra.
L’ufficiale gli rivolse un rispettoso inchino.
“Dimitri Tipov, immagino?” mormorò.
“Al vostro servizio.”
Quando rialzò il capo, Herrick si sentì trapassare dal suo sguardo acuto.
“Grazie per avere acconsentito al colloquio.”
2“Accomodatevi, prego.” Mentre aspettava che l’ospite si sedesse nella poltrona dai braccioli intagliati, Tipov giocherellava con la spilla di brillanti che fermava la larga cravatta di seta. “Temo che il mio peggior difetto sia la curiosità. Mia madre affermava che mi avrebbe portato alla rovina.”
“E vostro padre?”
Lui non batté ciglio. “Mio padre, con una certa saggezza, suggeriva di annegarmi alla nascita.”
“Eppure ha pagato per la vostra istruzione?” Nessun russo di modeste origini, per quanto intelligente, parlava così bene il francese se non aveva ricevuto un’educazione adeguata.
“Non di sua spontanea volontà.” Negli occhi d’oro balenò un lampo di ironia. “Tuttavia mia madre era molto determinata e coltivava grandi ambizioni per me.”
“Immagino sia fiera di voi.”
“È morta.”
“Oh…” Impossibile stabilire se Tipov soffrisse sotto l’apparente distacco. Forse ben poche persone conoscevano i suoi veri sentimenti. “Mi dispiace.”
“Brandy?” gli domandò avvicinandosi a un piccolo buffet di ebano. “Oppure preferite un tè?”
“Brandy, grazie.”
Lo Zar dei Miserabili versò due bicchieri di liquore ambrato e gliene porse uno, prima di tornare a sedersi sul sofà. Levò il calice e sorrise.
“A votre santé.”
“Alla vostra salute” rispose lui.
Sorseggiarono il brandy stagionato alla perfezione, poi Tipov stese le lunghe gambe e incrociò le caviglie.
“Adesso sareste così gentile da spiegarvi cosa vi ha portato al mio modesto angolo dell’impero?”
“La convinzione che abbiamo un nemico in comune.”
“A dire il vero ne contiamo molti.”
Herrick strinse gli occhi, comprendendo quanto avrebbe potuto rivelarsi utile un infiltrato nei bassifondi.
“Davvero?”
Dimitri si limitò a muovere la mano snella, soddisfatto di avere instillato un dubbio nella sua mente.
“Una conversazione per un altro giorno.”
“Benissimo” concesse Herrick, già deciso a tornare da lui.
“Questo comune nemico ha un nome?”
“Sir Charles Richards.”
Per la prima volta, l’insolito criminale si mostrò sorpreso. Poi rise divertito.
“Sapevo che non mi avreste deluso, Gerhardt.”
“Lo conoscete?”
Lui estrasse di tasca un sigaro sottile e lo accese con una candela posata sul tavolino intarsiato di giada.
“Prima desidero che mi spieghiate perché vi interessa tanto l’inglese.”
“Mi garantite la discrezione?”
“Vi fidereste della mia parola?” gli domandò a sua volta Tipov, inarcando un sopracciglio sottile.
Herrick non aveva dubbi in proposito. Il suo maggior talento era sempre stata la capacità di cogliere il carattere delle persone.
“Sì.”
Gli occhi dorati si accesero di un’emozione indefinita.
“L’avete.”
Lui andò subito al punto. “È possibile che Sir Charles stia ricattando un membro di spicco della corte imperiale.”
“Capisco.”
“Noto che la cosa non vi sorprende.”
“Ammetto di essere vizioso, mon ami. Amo il lusso e le belle donne, a volte sono spietato e non mi commuovo troppo per le disgrazie altrui.” Fece una pausa. “Tuttavia non sono perverso. Non c’è nulla che mi possa meravigliare riguardo a Sir Charles.”
“Perverso” ripeté Gerhardt, colto da un profondo disgusto. Se le voci riguardo a Richards erano veritiere, meritava di essere spellato vivo. “Una definizione perfetta.”
“Inoltre sospettavo che stesse tramando qualcosa del genere” aggiunse Tipov, con un amabile sorriso che mascherava la collera.
“Come mai?”
“Poiché, stimato Gerhardt, lo sto ricattando a mia volta.”
Lui non finse di stupirsene: aveva richiesto il colloquio proprio perché l’aveva immaginato.
“Sareste disposto a spiegarmene il motivo?”
“Soltanto se mi ricambiaste il favore.”
L’intuito impedì a Herrick di esporgli il problema. Tipov dedicava la sua esistenza a beffare le leggi e sfidare le autorità, che minacciavano in continuazione di arrestarlo.
Meglio tenerlo all’oscuro.
“Sapete che non mi è possibile” rispose.
“Dunque siamo giunti a un punto morto.”
L’ufficiale tentò una nuova tattica.
“Sapevate che Sir Charles è partito da San Pietroburgo?”
“Lo supponevo.”
“Avete idea di dove sia andato?”
“Forse sì.”
“Mi passereste l’informazione?”
“Dipende.”
“Da cosa?”
Dimitri si alzò in piedi con eleganza e gettò il sigaro nel fuoco. Infine gli offrì un esempio della brutale ambizione che lo animava.
“Sir Charles mi ha oltraggiato. Un genere di offesa che esige un castigo.” Storse le labbra. “Poiché voi siete coinvolto nel caso, dubito che riceverò il denaro che gli ho chiesto.”
“Già.”
“Dunque mi occorre un altro sistema per ottenere giustizia…” borbottò.
“Che cosa desiderate?”
“Sir Charles” rispose Tipov con un gelido sorriso.
“Intendete impartirgli una lezione?”
“È incapace di imparare. I suoi istinti non potrebbero essere frenati nemmeno se lo volesse; e vi assicuro che non lo desidera.” Lo fissò negli occhi. “La lezione varrebbe per altri gentiluomini tanto stupidi da schernire le mie leggi.”
Herrick si levò in piedi. “Credete forse che vi consegnerei un baronetto inglese, condannandolo a morte sicura?”
“Conoscete il vostro dovere, Gerhardt. Avete consacrato l’intera vita a difendere gli interessi dei Romanov.” Dalla sua voce trapelava un’ombra di cinismo. “Uno scopo ammirevole, forse. Ma chi protegge le povere anime che non godono delle attenzioni delle vostre guardie?” gli domandò.
“Voi?”
“Deridetemi pure, ma non permetto a nessuno di fare del male ai miei bambini.”
Herrick non poteva negare di ammirarlo. Era un peccato che non potesse vantare qualche goccia di sangue blu nelle vene: era molto più coraggioso e intelligente della maggior parte degli aristocratici che ingombrava le sale della corte.
Mentre si avvicinava a un tavolino sul quale era posata una collezione di scatolette smaltate, rifletté per qualche istante sulla scandalosa proposta.
Da un lato era restio a consegnare un nobile inglese a un dichiarato criminale. Le relazioni tra lo zar e Re Giorgio erano già piuttosto tese. Non era da escludere che il grasso sovrano britannico decidesse di sollevare un vespaio.
D’altro canto, però, era sull’orlo della disperazione.
Nelle ultime settimane Nadia era stata assillata con insistenza da Nikolas Babevich, che esigeva denaro con la2 minaccia di rendere nota la sua corrispondenza privata. Lui aveva tentato di rassicurarla, affermando che non aveva nulla da temere: era evidente che Babevich non possedeva le lettere, altrimenti gliene avrebbe fornito la prova. Tuttavia la contessa non si era lasciata consolare e aveva dato segni di nervosismo persino davanti all’imperatore. E così Herrick era stato costretto a seguire qualunque indizio potesse condurre al mandante del ricatto.
Il che significava che doveva catturare Sir Charles Richards, in un modo o nell’altro.
Si voltò con lentezza e rivolse a Tipov un piccolo cenno del capo. “Bene.”
“Mi consegnerete Sir Charles?” gli domandò lui a quel punto in tono trionfante.
“Sì.”
“La vostra parola?”
Herrick sorrise. “Ve ne fidate?”
“È strano, ma mi fido. Davvero curioso.”
“Lo penso anch’io.”
Si scambiarono una lunga occhiata d’intesa, poi Tipov unì le mani dietro la schiena e si portò al centro del pregiato tappeto persiano.
“Sir Charles era a Parigi.”
“Parigi?” ripeté lui, chiaramente perplesso. “Che interessi ha in Francia?”
“Magari sta tentando di sfuggire alla mia furia: un errore madornale.” Dopo un pausa aggiunse: “Oppure aveva saputo che l’affascinante Miss Zaytseva si trovava in Inghilterra e intendeva tenerla d’occhio con molta discrezione”.
Herrick si raggelò. Non era possibile che qualcuno, in particolare un fuorilegge, fosse al corrente dei suoi segreti. Si trattava di un duro colpo all’orgoglio e soprattutto di una potenziale minaccia.
“Non siete immune dal rischio di essere trascinato davanti a un plotone d’esecuzione, Tipov” gli rammentò con fredda determinazione.
“Non sono stupido, mon ami. Per me le informazioni sono preziose come questi tesori.” Accarezzò con i polpastrelli un vaso cinese. “Li colleziono per diletto e li vendo soltanto quando sono sicuro di trarne profitto senza correre rischi.”
“Un passatempo pericoloso.”
Lui ridacchiò. “Suvvia, Gerhardt, non voglio entrare in conflitto con voi. Per dimostrarvi la mia buona volontà, vi offrirò una notizia che potrebbe rivelarsi importante.”
“Di che si tratta?”
“Prima di venire a San Pietroburgo, Sir Charles si è concesso un piacevole soggiorno a Parigi insieme a un vecchio amico.”
“Un vecchio amico?”
“Un certo Mr. Howard Summerville, costretto a rifugiarsi nel continente, dopo che gli esattori erano diventati troppo insistenti…” mormorò.
Herrick aggrottò la fronte. “Parente di Lord Summerville?”
“Primo cugino del Duca di Huntley, anche se, a quanto pare, non sono in buoni rapporti.”
“Dunque è così.” Gerhardt sorrise, chiaramente soddisfatto di avere identificato un collegamento tra San Pietroburgo e Meadowland. “Sir Charles è ancora a Parigi?”
“Secondo le ultime segnalazioni, ne è partito in fretta e furia e si è diretto a nordest.”
“Verso San Pietroburgo?”
“Così pare.”
Una paura improvvisa si impossessò del cuore di Herrick. “Perché tornerebbe adesso?”
Dimitri lo fissò in volto.
“Perché sta rincorrendo una preda.”
Nadiya.
Herrick rimase un istante senza fiato.
Maledizione. Per quale assurdo motivo Nadia aveva incaricato della missione la figlia innocente? La contessa era sempre stata impulsiva, ma in questo caso aveva esagerato.
Purtroppo lui lo era venuto a sapere solo dopo l’arrivo di Nadiya in Inghilterra, dove non la poteva proteggere.
Doveva rientrare subito in ufficio a organizzare le ricerche di Charles Richards: bisognava impedire a quella canaglia di fare del male a Miss Zaytseva.
Salutò il padrone di casa con un leggero inchino. “Vi ringrazio dell’informazione, Dimitri Tipov. Sono in debito con voi.”
“Sì” confermò lui con un lampo divertito negli occhi d’oro. “E io riscuoto sempre i miei pagamenti.”
.
Annunci

24 pensieri su “Nadiya Zaytseva XIII

    • Grazie milady.
      La parte storica venne osservata attraverso l’ottica della storia stessa e con le sue proprie finalità
      Alcune volte, quelle, sono verità che condividiamo. Altre osserviamo, le stesse verità, da una luce differente. Entrambi i risultati, a un tempo, ci soddisfano.
      Grazie e cordialità

      Mi piace

  1. che bella sorpresa. Non me l’aspettavo.
    Ho letto e l’ho letto d’un fiato. Bellissimo e avvincente.
    Un capitolo bellissimo. Hai dato una immagine della russia che fu, con una proprietà che mi ha stupita. sei un maestro.
    Ciao Milord
    🙂

    Mi piace

  2. E qua iniziamo con il difficile milord.
    Le fortune e le alternanze nella vita europea-zarista.
    Mi sto perdendo, felixissimo, dentro i meandri di questa storia bella, intrigante e recisa.
    Dalla partenope Capitale

    Dudù

    Mi piace

    • L’alternanza dell’Europa – zarista. Ecco un punto importante. Lo zarismo collezionò, ai tempi, il più irrazionale nazionalismo e il più sfrenato occidentalismo.
      Probabimente dovuti al miraggio dei “paesi” civilizzati senza, però, perdere òa propria identità. Giova ricordare che l’Impero di tutte le Russie, all’epoca in esame, era una superpotenza … ricchissima!
      Grazie, un saluto alla partenope capitale e cordialità

      Mi piace

Volete partecipare alla discussione? Scrivete ed esprimete il Vostro parere, grazie.

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...