Nadiya Zaytseva XV

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San Pietroburgo
1Herrick Gerhardt stava davanti allo specchio ad annodare la larga cravatta, l’austerità dell’abbigliamento appena attenuata dalle numerose medaglie onorifiche appuntate sul petto della giubba nera.
La sua piccola dimora all’ombra del Palazzo d’Inverno era altrettanto priva del lusso chiassoso tanto apprezzato dai russi. I mobili erano sobri, acquistati da artigiani del posto, e le pareti, rivestite da pannelli di legno, apparivano ornate soltanto da pochi dipinti a soggetto militare, collezionati nel corso degli anni.
Dopo avere trascorso intere giornate presso la sfarzosa corte russa, per lui era un sollievo entrare in quei locali ordinati e confortevoli.
Aveva appena terminato la toeletta mattutina, quando sentì bussare alla porta. Si voltò mentre veniva aperta da un domestico in livrea, dall’aria piuttosto inquieta.
“Perdonatemi, signore, ma avete visite.”
Herrick inarcò stupito un sopracciglio. Invitava di rado ospiti a casa sua, e mai prima di avere studiato la pila di rapporti fornita ogni mattina dai suoi numerosi agenti. Non era il tipo da farsi prendere alla sprovvista.
“A quest’ora? Chi è?”
“Non saprei con certezza” ammise il domestico.
“Scusate?”
“Una gentildonna.”
Lui aggrottò la fronte, temendo una trappola. Non era la prima volta che i suoi avversari cercavano di porre fine al suo innegabile potere macchinando finti scandali.
“Una gentildonna?” ripeté.
“Con la veletta.”
Herrick rifletté in fretta. La soluzione più semplice sarebbe stata quella di mandare via l’importuna. I suoi domestici erano soldati bene addestrati, sempre felici di proteggere il comandante. D’altro canto, la sconosciuta aveva forse qualche comunicazione di rilievo da fargli.
“Dov’è ora?”
“L’ho fatta accomodare nel salottino della prima colazione. Spero di non aver sbagliato…”
“Niente affatto” lo rassicurò con un sorriso. “Scenderò tra un istante. Assicuratevi che non veniamo interrotti.”
“Non dubitate.”
Per distrazione, il domestico gli rivolse un saluto militare anziché un inchino e si allontanò a passi rapidi. Ridacchiando, lui prese da un cassetto una pistola carica e la ripose nella fondina all’interno della giacca, poi si diresse verso il retro della casa.
Mentre entrava nel luminoso salotto, arredato con un tavolo e una credenza di ciliegio, studiò la gentildonna, in piedi davanti all’ampia finestra.
Come aveva affermato il cameriere, aveva il viso nascosto da una veletta e indossava un abito di seta nera, abbastanza elegante da essere costato una piccola fortuna.
Sentendolo arrivare, lei si voltò di colpo, serrando un foglio tra le dita sottili.
“Finalmente…” sussurrò.
Herrick le andò incontro con calma. “Scusate se vi ho fatta aspettare, ma non immaginavo che insieme alla colazione mi venisse presentata una gentildonna sconosciuta.”
“Non tanto…” mormorò lei a quel punto, scostando con impazienza il velo nero e rivelando il volto pallido, incorniciato dai capelli lucenti, appena più scuri dei grandi occhi.
“Nadia.” Herrick era sbalordito. “Avete perso il senno?”
“Avevo bisogno di vedervi subito.”
“Avreste fatto meglio a recapitarmi un messaggio. Se qualcuno vi scoprisse qui, ne dovremmo rispondere entrambi all’imperatore.”
La contessa agitò una mano con noncuranza, indifferente come sempre alle norme sociali.
“Non lo saprà nessuno. Comunque non potevo aspettare…” borbottò lei.
Lui rinunciò a convincerla a prestare una maggiore cautela in futuro. Studiò invece il panico controllato a stento, rivelato dagli occhi scuri.
“Che cosa è successo?”
“Ecco.”
Senza aggiungere altro, gli porse il foglio. Un brivido di apprensione lo percorse prima ancora di leggere la2 richiesta di centomila rubli per il rilascio di Nadiya Zaytseva.
“Come vi è arrivato?” le domandò spaventato.
“L’ho trovato stamattina sul tavolo da toeletta, quando mi sono svegliata.”
Un delinquente aveva osato intrufolarsi nella casa di una contessa?
“Avete interrogato i domestici?”
“Certo” gli assicurò Nadia stringendosi le braccia al petto per placare il tremito improvviso. “Sostengono di non aver sentito alcun rumore durante la notte e che porte e finestre erano ben chiuse. Herrick…”
Lui la prese a braccetto e la condusse con gentilezza verso un divano.
“Sedetevi, vi prego” la invitò. Prese posto al suo fianco e la tenne per mano con fare rassicurante.
“Non avrei mai dovuto mandarla in Inghilterra” sussurrò lei.
Sebbene fosse d’accordo, Herrick tenne per sé il suo parere. La priorità in quel momento era salvare Nadiya.
“Non potevate immaginare quanto fossero pericolosi i vostri nemici.”
Nadia percepì la nota di disapprovazione nel suo tono. “Non cercate di attenuare la mia colpa, caro Herrick. Ho pensato soltanto a me stessa nel chiedere a mia figlia di intraprendere questa folle impresa. Avevo paura che la mia mancanza di discrezione procurasse seri guai ad Alessandro e mi terrorizzava l’idea che lui non mi perdonasse. Adesso sono io a condannare me stessa” aggiunse piangendo.
“Struggervi così non serve” le disse con fermezza. Non voleva che, emotiva com’era, si abbandonasse alla disperazione. “Ci dobbiamo concentrare su Nadiya.”
Come sperato, la contessa si asciugò le lacrime e raddrizzò le spalle.
Forse era impulsiva ed egocentrica, ma amava con tutto il cuore la figlia.
“Avete ragione” ammise. “Ho chiesto alla cameriera di radunare i miei gioielli e ho convocato il contabile per sapere di quanto denaro dispongo. La somma non sarà sufficiente, ma forse soddisferà quei bruti.”
“No, Nadia, non potete pagare il riscatto.”
Lei aggrottò la fronte a quell’ordine perentorio. “Non ditemi cosa devo o non devo fare: Nadiya è mia figlia ed è mio dovere trarla in salvo.”
Herrick borbottò un’imprecazione. Non aveva altra scelta che rivelarle almeno in parte la sua peggiore paura. “Avrei preferito evitare di dirvelo, ma colui che vi ricatta è peggiore di un avido opportunista.”
“E cioè?”
“Ha la mente… turbata.”
Lei sussultò sgranando gli occhi con orrore. “È pazzo?”
“Sì.”
“Come lo sapete?”
Lui scosse la testa. Nadia non si sarebbe consolata sapendo che l’informazione proveniva da un noto criminale. “Vi prego, limitatevi a prestarmi fede.”
“Santo cielo.” Ondeggiò un poco. Il pallore rivelava quanto le costasse mantenere un minimo di contegno. “Temete che sia già…”
“No” dichiarò Gerhardt. Si rifiutava di prendere in considerazione l’idea. “Ha un bisogno disperato di soldi, quindi la risparmierà finché sarà sicuro di ottenere la somma richiesta. Ma ho paura che, una volta ottenuto il denaro, non la consideri più utile ai suoi scopi. Inoltre vorrà evitare che Nadiya riveli la sua identità.”
“Voi, però, la conoscete già, vero?”
“Lui lo ignora ancora.”
A quel punto Nadia si levò tremando in piedi e tornò alla finestra.
“Avete idea di come trovarlo?”
“Ho incaricato della ricerca parecchi agenti.”
Lei ruotò su se stessa e lo trafisse con un’occhiata.
“Non basta.”
“Fidatevi di me.” L’ufficiale le andò di fronte e le posò le mani sulle spalle. “Potreste?”
“Sì, ma mi è impossibile restare da parte senza far nulla…” borbottò lei.
“Vi renderete comunque utile” la rassicurò lui, riflettendo sulle indicazioni da darle. L’importante era impedirle di compiere azioni avventate che si rivelassero nocive per Nadiya. “Vi chiedo di continuare come adesso.”
“Sarebbe a dire?”
“Non è escluso che il criminale tenga sotto sorveglianza il vostro palazzo. In fondo è riuscito a farvi recapitare un messaggio in camera da letto.”
“Mon Dieu! non me lo ricordate…” gemette lei.
3Herrick la guardò con estrema serietà. Doveva farle capire l’importanza della sua richiesta.
“Bisogna lasciargli intendere che siete in preda al panico e che state procurando i soldi per il riscatto. Più a lungo riuscite a sostenere la parte, meglio è.”
“E voi, nel frattempo?”
“Andrò a cercare aiuto nel luogo più improbabile.”
Nadiya camminava avanti e indietro per l’angusto solaio, soffocata dalla frustrazione.
Gli ultimi tre giorni erano stati infernali. La corsa a perdifiato dalla locanda si era conclusa nella soffitta di una casupola abbandonata, dov’era stata rinchiusa insieme ai servitori.
Per giunta l’intera impresa si era rivelata vana. Infatti, le lettere recuperate con tanti sacrifici erano rimaste a miglia di distanza, nascoste tra i suoi miseri bagagli e alla mercé di chiunque.
In ogni caso sarebbe potuta andare ancora peggio, si disse con amarezza.
Perlomeno, da quando erano arrivati in quel luogo remoto, non era stata costretta a sopportare la compagnia di Sir Charles. E anche se due o tre scagnozzi si aggiravano spesso attorno alla bicocca, soltanto Josef entrava nel solaio con ciotole fredde di fiocchi d’avena, oppure li accompagnava alle fetide latrine, vicino alle stalle.
Lei, però, non riusciva a placare la paura.
Il giorno prima, poco dopo l’arrivo, aveva scorto tre uomini avviarsi lungo la strada per San Pietroburgo, probabilmente per portare in fretta un messaggio a sua madre. Forse, una volta presi accordi con la Contessa Zaytseva…
Scacciando quei pensieri malsani, si voltò verso Sophy e Pyotr. Questi si erano raggomitolati sul pavimento, dopo avere rifiutato di sedersi sulla stretta branda che rappresentava l’unico arredo dell’umido locale. Affermavano con insistenza che solo lei doveva usufruire della relativa comodità.
A Nadiya pareva assurdo rispettare simili convenzioni sociali, essendo tutti e tre prigionieri di un pazzo.
“Sophy…” esordì, ma tacque non appena la cameriera scosse con decisione il capo.
“No.”
“Nemmeno io” aggiunse Pyotr.
“Siete proprio testardi! La vostra nobiltà d’animo è sprecata.” Inspirò profondamente e raddolcì i toni. “Se riusciste a scappare, mi potreste aiutare a liberarmi. Non vi sembra un piano sensato?”
Sophy rifiutò con decisione la richiesta ragionevole. “Non si discute: né io né Pyotr vi abbandoneremo. Non c’è4 altro da aggiungere.”
Nadiya indicò la finestra affacciata su un lato della casa e sulla campagna circostante. Un’altra, più piccola, dava sulla parte frontale e sul cortile infestato di erbacce. Oltre questo correva un sentierino, dal quale non sembrava passare mai nessuno.
“Non possiamo rimanere qui ad aspettare che qualcuno ci trovi. È la prima volta che non si scorgono guardie: forse non si presenterà più un’occasione simile.”
“Dobbiamo attendere.” Sophy si alzò in piedi e si ripulì la gonna dalla polvere. “Vostra madre recupererà i soldi per pagare il riscatto e poi saremo liberi.”
“Vorrei essere altrettanto fiduciosa” rispose Nadiya, premendosi una mano sul ventre contratto.
“Ma certo…” esordì Sophy, ma si interruppe subito quando Pyotr si raddrizzò al suo fianco e le cinse le spalle con fare protettivo.
La sua espressione cupa rivelava che non escludeva le ipotesi peggiori.
“Sir Charles non ci avrebbe mai rivelato la sua identità se avesse inteso liberarci” notò Nadiya. “Per lui sarebbe una rovina.”
La ragazza si portò una mano alla bocca.
“Santi benedetti!”
“Adesso capite perché è importante che scappiate?”
“Non vi lasceremo sola.”
Mentre Nadiya prendeva in considerazione l’idea di sbatterla, volente o nolente, fuori dalla finestra, si irrigidì vedendo che Pyotr alzava una mano.
“Arriva qualcuno.”
Si udì un rumore di passi per la stretta rampa di scale, poi Sir Charles si presentò con un impeccabile pastrano grigio e un sorriso cinico sulle labbra.
“Spero di non disturbarvi.”
Lei mascherò il terrore, non volendogli dare soddisfazione.
“Per nulla.”
“Bene. Allora vi posso invitare a pianterreno per uno spuntino?” le propose Sir Charles.
Il cuore di Nadiya mancò un colpo. Sua madre aveva già pagato? Era la fine?
“Non ho fame.”
“Non era una richiesta, Miss Zaytseva.”
Un piccolo movimento di Pyotr suggerì che stava per compiere un’imprudenza.
Nadiya si frappose tra lui e Richards.
“Molto bene” accondiscese a testa alta. “Posso avere qualche minuto per sistemarmi?”
“Vanità, il tuo nome è donna” scherzò lui. “Vi concedo cinque minuti, poi ordinerò a Josef di venirvi a prendere. Vi assicuro che non apprezzereste i suoi metodi.”
Seguì un silenzio carico di tensione, nel quale il baronetto si sprofondò in un ironico inchino, poi girò sui tacchi e se ne andò.
Mentre lo guardava allontanarsi, Nadiya tentava con disperazione di concepire un piano. Doveva fare qualcosa.
L’orgoglio le impediva di obbedire senza opporsi.
“Cosa credete che voglia?” domandò Sophy con la voce incrinata dal terrore.
“Non ne ho idea, ma temo che non sia nulla di buono.” All’improvviso le si avvicinò. “Aiutatemi a levarmi questo brutto abito, Sophy.”
“Cosa state tramando?” le chiese lei, apprestandosi di malavoglia a slacciarglielo.
5Nadiya ignorò la risatina di Pyotr, che si voltava in fretta per non guardare.
“Temo proprio che non serva a nulla, ma perlomeno voglio fare un tentativo.”
Si sfilò il vestito, aprì il corsetto e infine si tolse la sottoveste. Poi, con grande sorpresa della cameriera, si rimise corsetto e abito e le chiese di allacciarglielo di nuovo.
Afferrò la sottoveste e andò alla finestrella sulla facciata della casupola. La spalancò e, sporgendosi un poco, appese l’indumento a un chiodo conficcato all’esterno del telaio.
Sophy la raggiunse e le domandò perplessa: “E se i banditi la vedono?”.
“Sono troppo impegnati a tenersi nascosti. Comunque posso sempre dire di averla appesa ad asciugare.”
“Credete che qualcuno la noterà?”
“Forse no, con la sfortuna che mi ritrovo. Tuttavia non mi viene in mente nessuna idea migliore.”
Lanciò un’occhiata al sentiero deserto. Anche se, per miracolo, un viaggiatore lo avesse percorso, era improbabile che si incuriosisse al punto di investigare. L’unica vera speranza era che, se davvero qualcuno la stava cercando, scorgesse l’indumento appeso e capisse che la casupola era occupata.
Il bel volto di Stefan le affiorò alla mente.
Aveva affermato di non volerla perdere e di avere intenzione di inseguirla fino in capo al mondo. Possibile che fosse davvero sulle sue tracce? Sarebbe arrivato prima che Sir Charles decidesse di eliminarla? Scuotendo il capo, Nadiya tentò di scacciare le vane illusioni.
Quale uomo ragionevole sarebbe partito in cerca di una bugiarda che lo aveva derubato e drogato, nonché esposto al rischio di essere ucciso?
Per quanto ostinato, il Duca di Huntley era in pieno possesso delle sue facoltà mentali. Ormai doveva essere rientrato da tempo in Inghilterra ad amministrare il podere e a godersi gli ultimi libri acquistati. Se mai pensava a lei, era con il sollievo di essersi liberato di una seccatrice.
Per giunta, Nadiya era scappata da lui proprio per non esporlo ad altri pericoli.
Stefan era innanzitutto un uomo d’onore, mentre Sir Charles non avrebbe esitato a sparare nella schiena di una persona indifesa. Quel criminale era disposto a tutto, pur di salvare il suo spregevole collo.
Come se avesse intuito i suoi cupi pensieri, Pyotr le prese una mano.
“Ne usciremo” dichiarò con convinzione.
Nadiya si sforzò di sorridergli. “Spero tanto che abbiate ragione.”
Strappandosi alla sua stretta rassicurante, si costrinse a scendere le scale.
Il pianterreno non era molto più accogliente del solaio.
Comprendeva uno stretto corridoio che conduceva a un salottino e a due camere da letto. Sul capo opposto si aprivano la cucina e la dispensa. Proprio di fronte a lei, una porta dava sul cortile.
Ignorò l’assurda tentazione di tentare la fuga.
Non solo sarebbe stata riacciuffata nel giro di pochi secondi, ma avrebbe esposto i domestici a un’ingiusta punizione.
Assunse quindi un’espressione impassibile ed entrò in salotto. Sir Charles si alzò del divano sfondato e le indicò la tavola al centro del pavimento di assi.
Sarebbe potuto sembrare ridicolo, così elegante in un misero locale dai muri scrostati e pieni di ragnatele, invece appariva solo minaccioso.
“Col vostro permesso, Miss Zaytseva.” Scostò una sedia e rimase a guardarla con un sorrisino mentre lei, con rigida riluttanza, prendeva posto e si metteva un tovagliolo in grembo. Quindi girò attorno alla tavola e si sedette a sua volta. “Spero perdonerete le cibarie contadine, ma al momento sono privo di cuoco.”
“Apprezzo la semplicità” mormorò Nadiya, fingendo un certo interesse per il pesce affumicato, l’anatra arrosto con salsa ai funghi, le mele cotte e le focacce rafferme.
A dire il vero erano poco attraenti quanto la vodka che aveva nel bicchiere.
“Davvero? Strano. Io amo il lusso: non saprei proprio farne a meno” le confidò lui.
“Immagino sia il motivo per cui mi tenete in ostaggio.”
“In parte. Negli ultimi tempi, lo stile di vita che ho scelto si sta rivelando troppo costoso.”
Lei prese un boccone dal piatto, rifiutando di interrogarsi sull’esistenza di quell’uomo.
“Avete inviato la richiesta di riscatto a mia madre?”
“Certo. Prima concludiamo questa spiacevole faccenda, meglio è.”
“Sono d’accordo. Ma come potete essere sicuro che la contessa sia in grado di darvi la somma richiesta”
“Avete così poca fiducia in lei? Vergognatevi” la rimproverò con una risatina raggelante.
Nadiya si costrinse a sostenere il suo sguardo.
“Non è questo il problema, ma sono consapevole che mia madre è incapace di mettere soldi da parte.”
“Non vi crucciate. Da quanto so, la contessa sta radunando i gioielli, l’argenteria e persino i preziosi arazzi. Una donna così intraprendente scoverà di certo il sistema per sottrarre la figlia alle mie grinfie malvagie. In caso contrario…” Alzò le spalle e svuotò il bicchiere in un sorso. “Ebbene, c’è sempre vostro padre. Non ho dubbi che possieda denaro sufficiente per esaudire la mia richiesta.”
Lei sollevò il mento, infuriata dall’idea che quell’essere indegno ricevesse un singolo rublo. Meritava soltanto un posto davanti al plotone di esecuzione.
“Se mio padre scoprisse il vostro reato, non vi lascerebbe nemmeno un angolo per nascondervi nell’intera Russia.”
“Allora è un bene che io mi stia stancato del vostro triste paese. Con i mezzi necessari, potrò trasferirmi ovunque desideri nel mondo intero.”
“So io dove mi piacerebbe mandarvi” sbottò lei, incapace di frenare la lingua.
Un lampo di puro odio si accese nei suoi occhi.
“Che carattere! Peccato che non mi piacciano le femmine troppo ardite.”
“Ci sono forse donne che ammirate?”
“Touché.” Sir Charles si riempì di nuovo il bicchiere e lo alzò in un ironico brindisi. “In effetti le considero per la maggior parte creature disgustose, sempre pronte a mentire con il sorriso sulle labbra e a barattare la propria anima per…” Abbozzò una smorfia. “O a vendere persino i propri bambini per qualche gingillo.”
Nadiya represse un brivido, domandandosi cosa gli fosse accaduto durante l’infanzia per trasformarlo in un6 mostro. O forse le conveniva ignorarlo. Non era tanto innocente da non sapere che alcune madri erano crudeli con i figli.
“Esistono delle donne egoiste e malvagie, così come degli uomini” notò, rinunciando a fingere di mangiare. “Ciò non significa che la maggior parte della gente non sia animata da buoni sentimenti.”
“Non crederete a simili sciocchezze!” ridacchiò lui, spingendo da parte il piatto.
Nadiya si immobilizzò scorgendo il coltello da cucina, dimenticato sotto il vassoio dell’anatra.
Se solo fosse riuscita a impadronirsene…
Appena si accorse di fissarlo con troppa insistenza, riportò lo sguardo sul perfido sorriso di Richards.
“Perché non dovrei?”
“La vostra stessa madre si è servita del suo grazioso fisico per incastrare la preda più ambita dell’impero. Pensate forse che abbia riflettuto sulle conseguenze che la sordida relazione avrebbe avuto sulla piccola bastarda?”
Lei si rifiutò di battere ciglio mentre ascoltava quelle squallide accuse. “Non sono una bastarda.”
“Certo che no. La contessa ha sedotto un altro idiota per farsi sposare, salvando così la preziosa reputazione e assicurandosi un’esistenza lussuosa che peraltro non merita.” Dopo una pausa studiata, aggiunse: “E non si può negare che, quando si è sentita minacciata, non ha esitato a gettare in pasto ai lupi la sua cara figliola”.
Nadiya scattò in piedi e andò adirata alla finestra, così sudicia da impedire quasi di vedere fuori. Lo fece per indurlo ad alzarsi a sua volta e consentirle di manovrare per afferrare il coltello. Tuttavia non poteva negare di essere irritata dal fondo di verità dell’affermazione.
Nel corso degli anni si era rassegnata all’idea che sua madre aveva sempre messo al primo posto Alessandro Pavlovich e il suo potere. Tuttavia non rinunciava al sogno di diventare per qualcuno la persona più importante al mondo.
“Non resterò qui ad ascoltare queste gravi offese a mia madre” sbottò.
Come sperato, Richards si levò in piedi e le andò accanto, incapace di resistere alla tentazione di dileggiarla.
“Ho forse toccato un nervo scoperto?”
“Mi avete invitata a pranzo solo per oltraggiarmi?”
Si pentì di avere parlato appena scorse negli occhi di Sir Charles una luce crudele.
“Mi piacerebbe fare molto altro, mia cara.” Il criminale le strinse il mento in una morsa feroce. “Non avete idea di quanto mi costi evitare di… toccarvi. Inoltre, com’è ovvio, sono stato costretto a minacciare di morte i miei uomini per impedire loro di salire in solaio. Mi dovreste essere grata.”
Lei strinse i denti, rifiutando di implorare pietà. Accidenti all’orgoglio!
“Grata? Mi avete rapita e mi tenete prigioniera con i miei servitori in una sudicia soffitta…”
Con una mossa fulminea, lui le lasciò il mento e le strinse il collo al punto da mozzarle il fiato.
D’istinto, lei lo colpì al petto per allontanarlo.
“Così va bene, dolcezza” le sibilò all’orecchio. “Dibattetevi, urlate.”
“No” riuscì a rispondergli.
Sir Charles la scosse con violenza e indietreggiò con il capo per godersi la smorfia di dolore.
“Urlate.”
Quando ormai stava per perdere i sensi, Nadiya distinse un vago rumore di passi. Poi una voce parlò al suo fianco, facendole capire che non erano più soli.
“Scusatemi…”
7Con un ringhio di frustrazione, Richards lasciò la presa e spinse Nadiya da un lato.
“Come osi interrompermi?”
Mentre si portava una mano alla gola e cercava di riprendere fiato, lei riconobbe il volto impassibile di Josef.
Doveva essere molto ardito, oppure era pazzo come il suo capo.
“Mi sembrava importante informarvi che Mikhail e Karl sono scomparsi” spiegò in tono privo di emozioni.
“Assurdo. Devono essere a caccia, oppure, com’è più probabile, si sono ubriacati nella stalla. Stupidi zoticoni.”
“Sarebbe il loro turno di guardia, ma quando sono andato a controllare, non li ho visti. Ho anche scoperto che hanno portato via i loro bagagli e due cavalli.”
Sir Charles si irrigidì, infuriato dal sospetto che i servitori lo avessero tradito.
“Dannazione. Vado a parlare con Vladimir.” Indicò con un gesto noncurante Nadiya, ancora sconvolta. “Riportate in solaio la piccola megera.”
Josef chinò il capo. “Subito.”
Con un profondo senso di sollievo, Nadiya guardò Sir Charles uscire dal locale, sicura di essersi appena salvata dalla morte.
Tuttavia non era tanto ingenua da non capire che si trattava soltanto di una tregua temporanea.
Una volta affrontato il problema dei dipendenti, Richards avrebbe portato a termine l’opera iniziata.
Del tutto indifferente al suo stato pietoso, Josef le indicò la porta.
“Per di qua.”
Lei avanzò di qualche passo, sapendo che sarebbe stato inutile chiedergli aiuto: sebbene si fosse sempre mostrato cortese, in caso di necessità non avrebbe esitato a ucciderla insieme ai suoi compagni di sventura. Quando arrivò vicino al tavolo, si fermò.
“Posso portare un po’ di cibo ai miei servitori?” domandò. Aveva la gola così dolorante che parlava a fatica. “Temo stiano morendo di fame.”
Lui alzò le spalle. “Come volete.”
“Grazie.”
Mentre prendeva il vassoio con l’anatra, si frappose tra Josef e il tavolo. Con una mano afferrò le mele cotte e con l’altra si impadronì del coltello. Senza farsi notare, impilò il tutto e coprì la lama con le focacce.
Quando infine si voltò con il cuore martellante, notò lo sguardo attento di Josef.
Si era accorto del coltello?
Preparandosi ad affrontare la sua collera, si stupì del misterioso sorriso che gli incurvò le labbra.
“Dopo di voi, Miss Zaytseva.”
(Le immagini sono di Antonio Donghi, 1897 – 1963)
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16 pensieri su “Nadiya Zaytseva XV

    • San Pietroburgo

      Una delle città del mistero, ancora oggi non risolti.
      Sapevi che la sua, propria, rete fognaria era costituita (in parte anche adesso) da alcune cavità naturali di un fiume sotterraneo?
      Buon pomeriggio

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    • Personalmente non mi consta che, il popolo russo, difficilmente offra la propria ospitalità.
      Anzi, per esperienza (nel nostro caso) è vero il contrario.
      Un popolo che misura la propria diffidenza sulle “parole” e un forte razzismo (più apartheid) su tutto quello che non è russo.
      Vi ringraziammo per le gentilissime espressioni.
      Cordiaità

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    • OT:
      La storia dei Cookies si concluderà alla mezzanotte e un minuto del 3 Giugno.
      Nei fatti, sembrerebbe (il condizionale è d’obbligo) che per i fruitori di Blog (già forniti dall’Editore – nel nostro caso WordPress) l’utilizzo del banner, non sarà necessario. Suggerisco comunque un semplicissimo avviso, in forma semplice, posto all’inizio del Blog (Colonna in alto) con tutte le frasette di rito.
      Tanta perplessità, però …
      Cordiality

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