Nadiya Zaytseva XVI

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1Stefan si fermò nell’ennesimo villaggio sperduto e attese che Boris tornasse dalla locale osteria. Lanciò un’occhiata distratta alle botteghe di legno allineate lungo la viuzza sconnessa, quasi identica a quelle di tutti i paesi attraversati negli ultimi tre giorni.
Povera, triste e poco accogliente.
Nemmeno il sole pomeridiano raddolciva l’atmosfera cupa.
I tentativi riformisti di Alessandro Pavlovich erano falliti a causa dell’inflessibile rifiuto dell’aristocrazia e della costante minaccia di rivolte. A patirne le conseguenze era stato il popolo. Stefan sapeva che era solo una questione di tempo: prima o poi, il profondo scontento dei contadini avrebbe generato qualcosa di molto grave.
Mentre sorseggiava il brandy dalla fiaschetta, passò in rassegna i suoi dolori, compresa la ferita alla spalla, che guariva con una certa lentezza. Di colpo, però, sentì uno scalpitio di zoccoli e si voltò stupito.
“Avete fatto in fretta” disse a Boris, mentre gli giungeva al fianco.
Il servitore alzò le spalle. Sembrava esausto proprio quanto lui.
Le cavalcate quasi ininterrotte e il riposo insufficiente pesavano su entrambi.
“Non c’era bisogno di soffermarsi troppo.”
“Come mai?”
“Appena sono entrato nel locale, ho sentito alcuni paesani lamentarsi di una banda di malfattori che, da qualche giorno, saccheggia i loro terreni.”
Stefan mitigò l’improvviso sollievo. Si trattava di una notizia interessante, ma la campagna russa era infestata dai briganti. Forse non erano gli uomini che loro cercavano.
“Sanno dove sia il loro covo?”
“Un contadino ha accennato a una casupola abbandonata a nord del villaggio.”
“L’hanno ispezionata?”
“No” sbuffò Boris. “La terra appartiene al conte locale. Perché dovrebbero rischiare il collo battendosi contro una banda di ladri, in nome di un signorotto arrogante che non dimostra il minimo riguardo per loro?”
Stefan evitò commenti malevoli. Gli era impossibile immaginare che i suoi fittavoli permettessero ai banditi di scorrazzare per il suo territorio. Lui, però, li aveva sempre considerati come gente di famiglia, non come forza lavoro da sfruttare a piacimento.
“E il conte?”
“Se la spassa al Palazzo d’Estate.”
“Quant’è lontana San Pietroburgo?”
Boris si guardò attorno e, aggrottando la fronte, valutò la distanza.
“Un giorno di viaggio, con una buona cavalcata.”
Lui scosse la testa.
“Perché dovrebbero attardarsi in questo luogo isolato, quando potrebbero confondersi tra la folla cittadina?”
“Hanno in ostaggio una delle signore più note dell’intera capitale. Verrebbe riconosciuta persino dal più umile sguattero” gli fece notare Boris.
“Certo” ammise Stefan con un sospiro. Doveva essere più stanco di quanto non ammettesse. Una giovane con genitori così famosi, per non parlare della straordinaria bellezza, sarebbe stata identificata subito in città. Con impazienza, spronò il cavallo al trotto. “Andiamo. Voglio vedere con i miei occhi questi fuorilegge.”
Dopo circa un miglio, Boris rallentò l’andatura e osservò con perplessità la foresta sempre più fitta.
“Forse dovremmo evitare la strada” suggerì a bassa voce. “Se sono i criminali che noi cerchiamo, di certo stanno di guardia.”
Stefan rifletté un istante. Era pericoloso inoltrarsi tra gli alberi, poiché avrebbero potuto subire un agguato. Inoltre avrebbero impiegato molto più tempo a trovare la casupola.
Tuttavia era prevedibile che i banditi sorvegliassero la strada. In effetti, l’unica soluzione per avvicinarsi di soppiatto era usare la copertura del bosco.
“Avete ragione…” mormorò e guidò il cavallo fuori dal sentiero.
Il servitore lo seguì con un sorriso. “Pur essendo un duca, dimostrate un certo buonsenso.”
“Cosa farei senza di voi, Boris?”
“Magari potreste sussurrare all’orecchio di vostro fratello che mi sono rivelato utile.”
Avanzarono con cautela nel sottobosco, con i sensi ben vigili. Non c’erano soltanto i nemici da temere: lupi e2 orsi, infatti, attaccavano a volte i viaggiatori imprudenti.
“Non temete” gli rispose Stefan. “Mi assicurerò che Edmond paghi una cifra esorbitante per la vostra assistenza.” Sorrise all’idea del gemello trasformato, nel giro di poco tempo, da scapestrato a marito responsabile. “Poche cose al mondo mi divertono come rammentargli che ormai è un posato proprietario terriero, carico di responsabilità.”
“Mentre adesso siete voi a cercare l’avventura?”
Lui sbatté le palpebre, colto di sorpresa. “Non per scelta, vi assicuro. Non ho mai amato il pericolo come Edmond.”
“Credo che vi somigliate più di quanto non pensiate” insinuò Boris.
“In fondo siamo gemelli. Molti non riescono nemmeno a distinguerci l’uno dall’altro.” Ricordò i tempi in cui tormentavano bambinaie e precettori. “Cosa che, da bambini, ci divertiva un mondo.”
“Io mi riferivo al vostro rifiuto di ammettere ostacoli sul vostro cammino, una volta che avete posato gli occhi su una particolare dama.”
“Non permetto a una ladra di derubarmi e di sfuggire alla giustizia.”
“Mmh…” Boris era piuttosto scettico.
Non c’era da meravigliarsene: la risposta suonava falsa persino a lui. Nessun gentiluomo, in particolare un duca, dava la caccia a una donzella dal Surrey a San Pietroburgo perché si era forse appropriata di un bene.
“Non ne siete convinto?”
Il servitore alzò le spalle. “Cosa farete a Miss Zaytseva se riusciremo a salvarla?”
“Quando la trarremo in salvo” lo corresse.
“Certo. Intendete ricondurla a San Pietroburgo?”
Stefan cambiò posizione in sella, irritato dalla domanda. Le sue decisioni in merito non riguardavano nessun altro: Nadiya gli apparteneva.
La discussione era chiusa.
“Un problema alla volta, mon ami.”
Ignorando il tono conclusivo, Boris lo fissò con serietà.
“Perdonate se vi rammento che non è una popolana qualunque. I suoi potenti genitori si risentirebbero molto se non la riconduceste subito a casa.”
“Mi hanno inviato Nadiya. Potrebbero biasimare solo se stessi qualora decidessi di portarla via con me.”
“Vostra Grazia…”
“Comunque il futuro non conterà nulla se cadremo in una trappola” borbottò Stefan. “Magari dovremmo concentrarci meglio sull’operazione in corso.”
Boris serrò i denti, ma evitò di insistere sull’argomento. Riportò invece l’attenzione sul bosco che li circondava, lasciando il duca alla sua frustrazione.
Stefan non era tanto insensato da ignorare che Nadiya era una giovane rispettabile, membro di una famiglia in grado di offrirle ogni protezione.
Questo, però, non significava che fosse pronto a consegnarla senza batter ciglio.
Restava qualche questione in sospeso.
Finché non si fosse ritenuto soddisfatto, l’avrebbe tenuta con sé.
3Cavalcarono in silenzio per parecchi minuti, poi, attraverso i tronchi, Stefan scorse in una radura una piccola stalla e, dietro questa, una bicocca cadente.
“Laggiù c’è una casupola…” sussurrò balzando giù di sella. “Legate qui i cavalli. Voglio girarvi attorno, prima di avvicinarmi ulteriormente.”
Boris eseguì in fretta l’ordine, poi estrasse di tasca la pistola carica.
“Restate qui. Mi voglio assicurare che non ci sia nessuno di guardia tra gli alberi.”
Stefan sospirò, impugnando a sua volta l’arma. “Vorrei che vi liberaste una buona volta dell’abitudine di trattarmi come una donnetta indifesa.”
“E io sarei contento se vi ricordaste del vostro titolo. Non tocca a voi affrontare i criminali comuni.”
“Non sono libero di agire come voglio?” protestò lui e si avviò in testa, attraverso il fitto bosco.
Aveva scelto di lanciarsi in quell’assurda impresa e intendeva pagarne le conseguenze.
“Avete deciso di farmi evirare” brontolò il servitore.
“Coraggio, Boris. Verrete ucciso dai nostri banditi prima di subire quel triste destino.”
“È la mia unica speranza.”
Mentre imboccava un sentiero che aggirava la radura, Stefan osservava con attenzione la casa, cercando di capire se fosse davvero abbandonata.
Cominciò ad abbattersi mentre si avvicinava alla facciata principale, poiché non scorse nessun segno di vita: né sentinelle appostate né fumo dal camino.
Ma si fermò di colpo quando vide un indumento bianco, appeso fuori dalla finestra del solaio.
“Cosa diavolo è?”
“Sembra biancheria femminile.”
Una ventata di speranza gli sorse in cuore.
“Devo andare più vicino.”
“Per l’amor di Dio, state attento.”
Giunto ai margini della piccola radura, Stefan rilasciò il fiato in un sibilo riconoscendo i graziosi fiocchi azzurri lungo l’orlo della sottoveste.
“La mia astuta Nadiya” mormorò. “È qui.”
“Come fate a esserne certo?” domandò Boris, poi notò il suo sorriso malizioso. “Oh!”
“Esatto.” Riportando l’attenzione sulla casupola, ne notò lo stato di abbandono. “È strano.”
Boris gli andò al fianco. “Che cosa?”
“La cameriera della locanda ha parlato di una decina di uomini. Anche ammesso che siano un po’ meno, come farebbero ad alloggiare tutti là dentro?”
“C’è anche la stalla.”
“Nessuno sta di guardia?” Stefan scosse la testa, rendendosi conto che non avrebbe trovato nessuna risposta rimanendo nascosto tra gli alberi. “Venite.”
Boris lo seguì verso la vecchia stalla borbottando un’imprecazione. Stefan ignorò il suo malumore: era già troppo impegnato a reprimere l’impulso di fare irruzione nella bicocca, sparando a chiunque tentasse di fermarlo.
Erano appena giunti a destinazione senza vedere nessuno, quando il servitore gli toccò allarmato un braccio.4
“Aspettate!”
“Che c’è?”
Boris indicò a terra. “Sangue.”
“No!” Le ginocchia di Stefan minacciarono di cedere. “Maledetti!”
Il servitore seguì la traccia rossa che si inoltrava tra gli alberi. L’espressione cupa di Boris rivelava che condivideva il suo terrore.
In uno stato ipnotico, Stefan lo seguì. Non voleva credere che fosse il sangue di Nadiya. Non era ammissibile!
Il fato non poteva essere stato tanto crudele da permettergli di avvicinarsi fino a quel punto per scoprire di avere fallito.
“Qui.”
Boris si fermò di colpo e iniziò a scostare i rami impilati nell’intricato sottobosco. Stefan cercò di prendere fiato mentre appariva una coperta strappata. Era chiaro che copriva due cadaveri.
Persino il temprato servitore esitò un istante prima di chinarsi per scostarla. Questa volta Stefan si lasciò cadere in ginocchio, ma per il sollievo: nella fossa poco profonda giacevano due sconosciuti.
“Dio mio…” mormorò con voce tremante.
“Due uomini” notò Boris aggrottando al fronte. “E nessuno dei due è lo stalliere di Miss Zaytseva.”
Superata la paura, Stefan esaminò i corpi.
Erano entrambi robusti e abbigliati da contadini. Sembravano abbastanza giovani, anche se segnati dal duro lavoro e dalle troppe bevute.
Alle tempie avevano un foro imbrattato di sangue, prodotto da una pallottola. Erano stati colpiti da distanza ravvicinata, la qual cosa significava che conoscevano l’assassino e si fidavano di lui, oppure che erano stati colti di sorpresa.
“Credete che, tra la gente del posto, ci sia qualcuno tanto imprudente da avvicinarsi alla casupola? O magari i rapitori hanno litigato tra loro.”
Boris rifletté per un lungo istante. “Questo spiegherebbe la mancanza di guardie.”
Stefan si rialzò e si diresse alla radura. “Allora speriamo che ci siano altri cadaveri nei dintorni.”
Il servitore gli andò accanto con aria contrariata. “Intendete entrare in casa?”
Lui abbozzò un sorriso.
Aveva appena affrontato i tormenti dell’inferno, nell’attesa di scoprire se Nadiya fosse morta. Ormai la sua pazienza era giunta al limite.
“Non solo. Ma ho anche il preciso intento di ammazzare chiunque si frapponga tra me e lei.”
Nadiya studiò la voluminosa sagoma del coltello da cucina che aveva infilato nella manica. Era ben visibile a uno sguardo attento, ma forse, tenendolo premuto contro il fianco, sarebbe passato inosservato.
“State per commettere qualche imprudenza: ne sono sicura” borbottò Sophy, camminando con nervosismo per il piccolo solaio.
“Al momento vorrei soltanto inventare un sistema per nascondere questo dannato coltello” ribatté lei.
“Pyotr, le direste per favore di non fare pazzie?” sbottò la ragazza, fulminando con lo sguardo lo stalliere, impegnato a ripulire il vassoio dell’anatra arrosto. “La uccideranno…” Si interruppe notando che Pyotr teneva gli occhi puntati sulla finestra laterale. “Cosa state guardando?”
Lui mise da parte il piatto.
“C’era qualcuno vicino alla stalla.”
Nadiya si scoraggiò. Stava sfumando la speranza che gli scagnozzi di Sir Charles si fossero stancati di aspettare la loro parte del riscatto e avessero scelto la fuga.
“Senza dubbio i malviventi spariti stanno tornando dalle loro avventure mattutine” mormorò.
“Non erano banditi.”
“Come fate a saperlo?”
Lo stalliere si voltò a guardarla con un sorriso ironico. “Non sarebbero capaci di annodarsi la cravatta.”
Un misto di speranza e di terrore sorse nel cuore di Nadiya. “Santo cielo.”
“Forse vostra madre ha mandato le guardie per salvarvi” ipotizzò Sophy, intrecciando le dita.
“Magari.” Conosceva abbastanza bene la madre da immaginare che avesse mostrato subito la richiesta di riscatto a Herrick Gerhardt. Per quanto fosse affezionata allo zar, in caso di gravi problemi si rivolgeva sempre al fidato ufficiale. E se qualcuno era capace di rintracciare una persona nella vastità della Russia, era proprio lui. Tuttavia Nadiya sospettava che gli uomini scorti da Pyotr, ammesso che fossero venuti a liberarli, non fossero agenti di Herrick. “Quanti erano?” domandò con una stretta allo stomaco.
“Due.”
“Sappiamo che Sir Charles e Josef sono a pianterreno. Hanno anche parlato di un altro.” Nadiya spostò con distrazione la lama che spuntava dal polsino. “Quindi sono almeno in tre. Se questi due intendono trarci in salvo, hanno bisogno del nostro aiuto.”
Come prevedibile, Sophy agitò le braccia in aria. “Non sarete contenta finché non vi farete tagliare la gola!”
5Lei rabbrividì. “È sicuro che finiremo tutti male se non scappiamo al più presto.”
“Ha ragione, Sophy” intervenne Pyotr con determinazione. “Dobbiamo fare ciò che possiamo.”
“Come volete” concesse di malavoglia Sophy. “Ma questo non significa che io sia d’accordo.”
Nadiya ignorò le sue proteste e concentrò l’attenzione su Pyotr. Non voleva che si esponesse a rischi assurdi.
“Cosa state tramando?” lo interrogò.
“Se riuscissi a scivolare fuori dalla finestra e a raggiungere quegli uomini, le forze sarebbero pari.”
Lei esitò un istante, poi rispose con un cenno affermativo. “State attento. Non abbiamo la certezza che non ci siano altri banditi appostati tra gli alberi.”
“Non mi farò prendere” la rassicurò con un sorriso.
“Tenete.” Nadiya fece per estrarre il coltello dalla manica. “Vi servirà un’arma.”
Lui la fermò posandole una mano sul polso.
“Spero che i nostri soccorritori abbiano avuto il buonsenso di venire armati.” La fissò con serietà negli occhi. Capiva fino in fondo cosa sarebbe successo in caso di fallimento. “Tenetelo con voi e non esitate a colpire per prima.”
Nadiya annuì e, con i nervi tesi all’inverosimile, guardò lo stalliere che si levava la giacca e poi, con notevole agilità, si infilava nella finestrella.
Non osò respirare finché lo vide sparire dietro l’angolo della stalla. Guardò fuori ancora per qualche minuto per assicurarsi che Sir Charles non lo avesse scorto.
Infine si voltò e attraversò la stanzetta.
“Dove andate?” sibilò Sophy.
“Voglio essere pronta.” Scese i gradini in punta di piedi e fece una smorfia sentendo alle sue spalle i passi pesanti della cameriera. Poi, piano piano, girò la maniglia della porta in fondo alle scale. Purtroppo questa non si mosse. Forse era assurdo, ma Nadiya aveva sperato che Josef si fosse dimenticato di girare la chiave. “Maledizione! È chiusa: dobbiamo aspettare.”
“Bene” mormorò la ragazza.
Nadiya alzò gli occhi al soffitto, irritata dalla mancanza di coraggio di Sophy, quindi appoggiò l’orecchio al battente. Passò quella che parve un’eternità, in un silenzio rotto soltanto dal frenetico pulsare del suo cuore. Ma proprio quando iniziava a chiedersi se qualcosa fosse andato storto, udì grida attutite e un rumore di passi di corsa.
“Sento qualcosa” disse con un filo di voce estraendo il coltello dalla manica.
Sophy sussurrò una preghiera, non fidandosi troppo delle sue capacità di difesa.
E purtroppo non si sbagliava.
La porta, infatti, si aprì all’improvviso e Nadiya, che vi era appoggiata, si ritrovò tra le braccia di Sir Charles.
Con uno strillo di terrore, si sentì ruotare su se stessa e si ritrovò con il dorso premuto contro il petto del criminale e un braccio robusto attorno alla vita. Usando la mano libera, Richards le puntò il pugnale alla gola.
“Grazie per avermi aspettato, Miss Zaytseva” le disse con calcolata lentezza.
Pur essendo terrorizzata, lei ebbe il buonsenso di nascondere il coltello da cucina tra le ampie pieghe della gonna.
“Canaglia!”
Mentre la trascinava lungo lo stretto corridoio, lui premette tanto la lama da scalfirle la pelle.
“Mi sorprende che nessuno vi abbia ancora tagliato la lingua, Miss Zaytseva. Un errore cui provvederò presto.”
Nadiya si dibatté come una furia, ignorando il rivoletto di sangue che le scorreva sul collo.
Se il delinquente fosse riuscita a portarla fuori casa, sarebbe stata la fine.
Mentre si avvicinavano all’ingresso della cucina, un’ombra si profilò sul pavimento. Ma il profondo sollievo di Nadiya si spense quando comparve il Duca di Huntley, che sbarrò il passo a Sir Charles.
Cosa ci faceva là?
Nadiya si era sforzata in ogni modo di allontanarlo e tenerlo al sicuro. Era un duca, nel nome del cielo! Avrebbe dovuto stare a Meadowland e non nella campagna russa a rischiare il collo.
Indifferente alla sua occhiata furiosa, Stefan esaminò con un rapido sguardo la ferita alla gola con un’espressione tanto dura da essere quasi irriconoscibile.
In quel preciso momento non era un fascinoso aristocratico. Gli occhi blu erano gelidi come l’inverno siberiano e i lineamenti fini era contratti in una maschera di furia. Sembrava un animale feroce pronto a colpire la preda.
Quindi Stefan alzò un braccio e, con freddezza, puntò la pistola al viso del nemico.
“Lasciatela.”
Usando Nadiya come scudo, Richards si avvicinò al salotto con rapidi passi laterali. Ringhiando di rabbia, Stefan lo seguì, spalleggiato da Boris, il servitore di fiducia di Lord Summerville, e da Pyotr.
“Temo che non sia possibile, Vostra Grazia” rispose il criminale in tono di sfida, pur essendo accerchiato.
Stefan abbozzò un sorrisino arrogante. “Ci conosciamo?”
Sir Charles si irrigidì, come colpito in un punto debole.
In effetti era invidioso del titolo nobiliare di Stefan.
“Non posso vantare una posizione elevata come la vostra, ma è impossibile vivere a Londra senza sopportare la disgustosa eccitazione che si diffonde quando il Duca di Huntley si degna di apparire in società.” Strinse Nadiya ancora più forte quando Stefan si avvicinò di un passo. “Indietro!”
“Sparategli” gridò lei. Preferiva essere colpita per sbaglio, piuttosto che restare alla mercé di un maniaco.
“Lo stimato duca è troppo cavaliere per mettere a repentaglio la vita di una fanciulla indifesa” ironizzò il criminale.
Nadiya fissò Stefan negli occhi. “Mi ucciderà in ogni caso. Almeno vorrei consolarmi sapendo che morirà insieme a me.”
In modo del tutto inaspettato, lui sorrise con freddezza. “Non avete torto e mi dispiace sempre deludere le belle6 fanciulle” commentò.
“Non crediate che io stia fingendo” sibilò Sir Charles, piuttosto stupito.
“Cosa volete da Miss Zaytseva?” lo sfidò Stefan.
“Quello che ogni uomo desidera: denaro.”
“Bene. Quanto?”
“No, Stefan…” esordì lei, ma gridò di dolore quando la lama penetrò più a fondo.
“Zitta, megera. Gli uomini stanno trattando.” Ripreso il controllo su Nadiya, annunciò: “Centomila rubli”.
Un lampo funesto brillò negli occhi di Stefan, ma il suo viso rimase impassibile.
“È una cifra considerevole.”
“Non per un duca. Inoltre sua madre pensa che valga questa somma.” Una risata cinica rivelò la sua opinione contraria. “Siete disposto a pagare?”
“Sì” confermò senza esitazione.
“Quanto avete con voi?”
Stefan alzò le spalle. “Solo qualche sterlina. Ma se liberate Miss Zaytseva, una volta a San Pietroburgo…”
“Appena giunto in città, vi dirigerete al Palazzo d’Estate. Mi considerate un idiota?” ringhiò Richards, spingendo avanti l’ostaggio. “Spostatevi” intimò a Stefan, che gli bloccava il passo. “Toglietevi o le taglio la gola.”
Lui serrò la mascella. “Non uscirete di qui.”
“Allora guarderete morire la vostra sgualdrina.”
Costretto ad ammettere la serietà della minaccia, Stefan indicò a Boris e Pyotr di allontanarsi. Poi, tenendo puntata la pistola al viso del malfattore, indietreggiò lentamente.
“Non vi seguirò, se lascerete libera Miss Zaytseva” promise con voce arrochita dalla frustrazione.
Con una risata, Sir Charles attraversò il salotto camminando all’indietro e si avvicinò alla porta principale, sempre facendosi scudo con il corpo di Nadiya. Infine allungò una mano dietro la schiena e abbassò la maniglia. Pochi passi dopo, lei sarebbe stata del tutto in suo potere.
“Miss Zaytseva resterà con me finché non otterrò ciò che chiedo” dichiarò, trascinandola nella piccola veranda.
“È questo che chiedete…” mormorò lei. Con una mossa veloce, estrasse la mano dalle pieghe della gonna e, senza nemmeno riflettere, sferrò un colpo alla cieca, conficcando la lama nel fianco di Sir Charles.
Lui lanciò un grido straziante e incespicò all’indietro. Nel brusco movimento, la ferì alla gola con il pugnale. Quindi lasciò la presa e afferrò il manico del coltello che sporgeva dalla ferita.
Ben sapendo di disporre di pochi istanti per scappare, lei corse avanti gridando, ma sentì le gambe cedere e si ritrovò in ginocchio.
Il terrore che aveva sopportato per giorni, unito alla perdita di sangue per la ferita alla gola, le aveva tolto le forze.
“Nadiya” la chiamò spaventato Stefan. Uscì di corsa, poi guardò oltre la sua spalla.
Temendo che Sir Charles intendesse colpirla, lei si voltò di scatto.
E vide Josef che sosteneva Sir Charles con un braccio attorno alla vita, puntando verso di lei la pistola.
“Occupatevi della donna” ordinò a Stefan. Intanto indietreggiava verso la carrozza che aveva portato fuori dalla stalla e che aspettava a poca distanza. “Sir Charles non vi deve più preoccupare.”
Sorpresa com’era dalla conclusione inattesa, Nadiya si accorse appena che Stefan si era inginocchiato al suo fianco. Il suo sguardo era fisso su Josef che gettava a bordo il corpo inerte, prendeva posto sul sedile del vetturino e, con un fischio acuto, ordinava ai cavalli di partire.
In parte, lei si infuriò al pensiero che il pericoloso criminale sfuggisse alla legge: meritava piuttosto di essere fucilato sulla pubblica piazza. D’altro lato, però, provava un enorme sollievo.
Era viva e contenta di sapere che il tentativo di ricatto verso sua madre stava fallendo. E magari la ferita che gli aveva inferto al fianco si sarebbe infettata e rivelata mortale.
Cullata da quel pensiero confortante, perse i sensi.
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(Le immagini sono tratte dai dipinti di Eliseo d’Angelo Visconti, 1866 – 1944)
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