Nadiya Zaytseva XVII

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1Quando Nadiya si svegliò era ormai sceso il buio. E non era l’unico cambiamento sopraggiunto.
Mentre lei dormiva, la casupola era stata ripulita da cima a fondo. Opera, senza dubbio, di Sophy, che non aveva risparmiato nemmeno la sua persona.
Pochi istanti dopo, infatti, lei si accorse di essere stata spogliata dell’abito e del corsetto, lavata e rivestita con la sottoveste recuperata in solaio. Persino i capelli erano umidi.
Avrebbe goduto con gioia di quella sensazione di pulizia, oltre che del delizioso calore emesso dal caminetto di pietra, se la gola non le avesse fatto male da impazzire sotto la benda di lino che copriva la ferita. E se Stefan non avesse continuato a camminare avanti e indietro come un leone in gabbia per la piccola camera da letto.
Quando Nadiya aveva aperto gli occhi, lo aveva trovato in piedi davanti alla finestra, con le labbra serrate e le mani strette a pugno. Appena aveva avvertito un fruscio, si era girato di scatto verso di lei. L’espressione di sollievo era stata presto sostituita da una rabbia esplosiva nel vederla portare una mano al collo dolorante.
“Mai, in vita mia, avevo avuto la disgrazia di accollarmi una femmina così impetuosa, stupida, aggressiva…”
“Vi rammento che non vi ho mai imposto alcuna responsabilità, Vostra Grazia” lo interruppe lei, concentrandosi sull’offesa, piuttosto che sull’infinito sollievo di averlo accanto. Non voleva dipendere da lui per sentirsi al sicuro. “A dire il vero, ho fatto del mio meglio per starvi lontana.”
Stefan si passò una mano sui capelli scompigliati. Sembrava vulnerabile, con gli occhi cerchiati per la mancanza di sonno e il mento coperto da una barbetta ispida. O forse appariva tale perché si era levato giacca e panciotto ed era rimasto in camicia di lino e pantaloni, che aderivano alle gambe muscolose.
L’elegante duca si era tolto il costume ufficiale per mettere in mostra l’uomo.
“Non è il momento di ricordarmi che mi avete lasciato drogato e privo di mezzi in una misera locanda parigina” la rimproverò, senza indovinare, per fortuna, i suoi pensieri.
“Avete ragione” ammise con stizza. Intanto si alzò a sedere, ignorando il dolore bruciante della ferita. Sir Charles non rappresentava più un pericolo, ma le lettere di sua madre erano scomparse. E non sapendo con precisione come tornare alla locanda dov’erano rimaste, non c’era altra scelta che affidare la ricerca a Herrick Gerhardt. “Non ho tempo da perdere in stupidi bisticci.”
Fece per scostare le coperte ma lui, avvicinandosi con un lungo passo, le afferrò i polsi.
“Se tentate di alzarvi dal letto, giuro su Dio che vi faccio legare.”
Lei tremò a quell’inatteso contatto. “Non accetto ordini da voi.”
“Lo fareste, se aveste un minimo di raziocinio nel vostro cervello bacato.”
“Vostra Grazia…”
“Mi chiamo Stefan, come ben sapete” ringhiò lui. Nei magnifici occhi blu scintillò un’emozione. “E dopo avere passato lunghe settimane a darvi la caccia, terrorizzato dal sospetto che foste in mano nemica o peggio ancora, non intendo inquietarmi più per il vostro benessere.”
Lei sentì il cuore sussultare per quell’ammissione, ma non lo diede a vedere.
“Se vi preoccupate tanto per me, perché vi volete trattenere in questa catapecchia, dove Sir Charles e i suoi scagnozzi potrebbero tornare da un momento all’altro?”
Stefan allentò la presa e, con un gesto distratto, le accarezzò con il pollice la pelle sensibile all’interno del polso.
“Non siete in condizioni di viaggiare. Inoltre siamo più al sicuro qui che in mezzo alla foresta in piena notte. Boris e Pyotr staranno di guardia e non si lasceranno sfuggire nulla.”
“Non posso restare qui.”
“Perché?”
“Mia madre dev’essere fuori di sé dalla paura. Sir Charles le ha inviato una richiesta di riscatto” rispose lei, ammaliata dalle sue carezze.
“Sir Charles” ripeté perplesso. “Richards?”
Nadiya si meravigliò. “Eppure vi siete comportato come se non lo conosceste.”
“Non lo avevo mai visto, ma il suo nome mi dice qualcosa…” Scosse il capo. “Maledizione, non ricordo bene, solo che un brutto scandalo l’aveva spinto a lasciare l’Inghilterra.”
Dunque gli inglesi spedivano i pazzi in Russia?
Non c’era da stupirsi se Alessandro Pavlovich non aveva apprezzato il soggiorno a Londra.
“È un vero mostro. Dovrebbe essere rinchiuso in carcere e giustiziato.”
“Trasmetterò il suggerimento al sovrano” ironizzò con benevolenza lui.
Nadiya scostò il braccio.
Il contatto fisico la distraeva troppo.
“Non c’è niente da ridere. Mia madre dev’essere informata che sto bene.”
Tornato serio, Stefan si piantò le mani sui fianchi e si chinò su di lei.
“In realtà non state bene. E finché non sarò convinto che siete abbastanza in forze per viaggiare, rimarrete a letto. Domattina invierò un messaggio alla contessa.”
“No.” Nadiya soffermò lo sguardo sulle sue labbra sensuali, tanto vicine. “Debbo partire subito. Non capite.”
“Allora spiegatemi.”
Lei si girò verso la finestra buia. Come poteva concentrarsi, se era tanto turbata dalla sua presenza?
“Non è possibile.”
“Santo cielo, Nadiya! Ormai non è più un gioco.” Le afferrò il mento e la costrinse di nuovo a guardarlo. “Adesso mi direte la verità. E se per caso vi passa per la testa l’idea di versarmi del laudano nel tè o tramortirmi per scappare, sappiate che Boris ha il preciso ordine di catturarvi e riportarvi a Meadowland.”
Nadiya si sentì di colpo debole. Non soltanto per le terribili ore in cui aveva saputo con certezza che Sir Charles2 intendeva ucciderla insieme ai servitori, e neanche per la tensione della fuga.
Nemmeno per il lungo viaggio su strade dissestate, dormendo in sudicie locande e mangiando poco e male.
No: era soprattutto stanca di mentire.
“Non capisco perché siate qui” sussurrò, cercando la forza per mantenere ancora i segreti.
“Credete forse che io lo sappia?”
“Stefan…”
“Vi prego, Nadiya. Sono troppo stanco per le nostre piccole schermaglie. Sono qui per proteggervi e devo capire l’entità del pericolo.”
“Ho fatto una promessa a mia madre.”
Il suo viso si accese di collera. “Se la contessa non capisce che la vita di sua figlia vale più di qualche stupido segreto, non merita la vostra lealtà. Cosa che intendo rinfacciarle, nel caso ci dovessimo incontrare.”
Con un certo spavento, Nadiya si accorse di gradire quello sfogo. Sapeva quanto fosse ingiusto desiderare che il Duca di Huntley insultasse sua madre, tuttavia la rincuorava sapere di essere importante per lui.
“Non lo farete.”
“Sì invece, e con grande piacere.”
“Mia madre mi ama.”
“Può darsi, però non si occupa molto di voi.” Le sfiorò il labbro inferiore con il polpastrello, generando un brivido di piacere. “Io presterei più attenzione.”
“Non ho bisogno delle cure di nessuno.”
“Allora forse vi permetterò di occuparvi di me” ribatté lui, fissando con insistenza la profonda scollatura della sottoveste. “Dopo tutte queste fatiche, non mi dispiacerebbero due o tre coccole.”
“Cercatele altrove” mormorò lei.
“Vedremo.” Stefan distolse lo sguardo con riluttanza. “Per il momento mi accontenterò di scoprire per quale motivo siate venuta nel Surrey. Nadiya, ormai è arrivato il momento di spiegarmelo” aggiunse con durezza.
Lei tentò di elencarsi mille ragioni per evitare di confessargli la verità, non ultima la consapevolezza che quell’uomo si era fin troppo immischiato nella sua vita. Invece riuscì soltanto a emettere un sospiro rassegnato.
“Sì.” Si spostò per frapporre una certa distanza tra loro, cosa che non servì a molto, poiché la presenza di Stefan riempiva il locale. “Immagino di sì.”
Lui lasciò ricadere la mano. “Non eravate a Meadowland per venire introdotta nell’aristocrazia inglese né per trovare marito.”
“No.”
“Perché, dunque?”
Lei si leccò le labbra secche, cercando le parole adatte.
“Come sapete, le nostre madri erano molto amiche, prima che la vostra diventasse Duchessa di Huntley. Anche in seguito, comunque, mantennero una fitta corrispondenza.”
“Se non sbaglio, l’avevamo già stabilito.”
“Volete che vi riveli la verità, oppure no?”
“Proseguite” la invitò lui con un cenno della mano.
“Poco dopo la partenza della duchessa da San Pietroburgo, mia madre attrasse l’attenzione di Alessandro Pavlovich. Com’era naturale, voleva confidarsi con l’amica più cara.”
“La relazione non era affatto segreta.”
“Forse no, ma mia madre era così imprudente da voler riferire particolari… intimi del rapporto.”
Stefan inarcò le sopracciglia e abbassò lo sguardo sulle sue forme perfette.
“Forse sarò stupido, ma gli aspetti intimi dei rapporti mi sembrano deliziosamente chiari” osservò lui tornando a fissarla negli occhi.
“Intendo dire che raccontava le conversazioni private tra lei e lo zar.” Dopo una breve pausa, aggiunse: “Discorsi che non sarebbero mai dovuti uscire dalle camere private di Alessandro Pavlovich”.
Dopo un lungo istante, Stefan si alzò in tutta la sua statura e la guardò.
“Sono un vero idiota” ammise con voce venata di collera. “Non lo avevo capito: siete venuta a Meadowland per rubare la corrispondenza di mia madre.”
D’istinto, lei assunse un’espressione difensiva. “Le lettere erano indirizzate a vostra madre, ma erano scritte dalla mia. Ho diritto ad averle tanto quanto voi.”
Lui sbuffò. “Se aveste davvero creduto a questo pretesto inconsistente, non avreste mentito a mio fratello e sua moglie né vi sareste intrufolata con l’inganno a casa mia per poi fuggire nel cuore della notte.”
Stefan la vide sbiancare in volto e abbassare le lunghe ciglia per celare lo sguardo colpevole.
Bene. Era giusto che si sentisse in errore.
Non soltanto perché aveva approfittato dell’ospitalità per frugare tra i beni privati di sua madre.
“Ho fatto ciò che dovevo fare” mormorò Nadiya.
Lui strinse gli occhi e serrò i pugni. “Perlomeno adesso so cosa cercavate a casa mia.”
“Sì.”
“Dove le avete trovate?”
“In una cassaforte nascosta nel pavimento della camera della duchessa” gli spiegò lei.
“Ah…” Stefan ricordava bene la piccola botola tra le assi di legno, anche se non l’apriva da anni. “Avete preso anche altro?”
Lei lo fulminò con lo sguardo.
“Certo che no.”
“Perché diavolo non le avete chieste a me?” sbottò lui, rivelando, senza volerlo, la vera origine della sua collera.
3Nadiya si morse un labbro. “Mia madre temeva che la vostra lealtà al sovrano vi spingesse a un rifiuto.”
Stefan si irritò ancora di più. Dannata Contessa Karkova!
“E per quale ragione il Re d’Inghilterra avrebbe dovuto interessarsi a lettere scritte più di vent’anni prima?”
“Non ha mai nascosto la sua antipatia per Alessandro Pavlovich.”
In effetti i due potenti monarchi non sarebbero mai diventati amici. Il sovrano inglese era un tipo socievole, amante della mondanità e felice di concedersi ogni capriccio, per quanto stravagante potesse essere. Alessandro Pavlovich, da parte sua, era riservato e austero e detestava lo sfarzo e i convenevoli che lo attorniavano.
“Il mio re è vanitoso e suscettibile” ammise Stefan. “Lo zar non avrebbe dovuto disdegnare i ricevimenti organizzati in suo onore durante la visita a Londra.”
Lei serrò le labbra, dimostrando così che solidarizzava con Alessandro.
“In ogni caso, non dubito che il re sarebbe ben contento di cogliere un’occasione per mettere in imbarazzo l’imperatore.”
Era vero, ma non era questo il punto.
“E pensavate che io avrei collaborato a un simile complotto?” le chiese a mezza voce.
“Non ne avevo idea.”
“Mia madre era rimasta fedele alla Russia fino alla morte” le fece notare lui.
“Mentre voi servite l’Inghilterra, com’è giusto.”
Stefan strinse i denti. Non voleva darle ragione. Del resto non si sarebbe esposta a tanti rischi se si fosse fidata di lui.
“Torneremo dopo sull’argomento. Perché le lettere della contessa avrebbero dovuto mettere in difficoltà Alessandro Pavlovich?”
“Lo ignoro.”
“Credevo che il gioco fosse finito” borbottò lui.
“Vi dico la verità” ribatté stizzita.
“Vi siete recata in Inghilterra, avete agito da ladra e vi siete scontrata con un pazzo senza sapere per quale motivo rischiavate il collo?”
Lei cambiò posizione sul letto. Il tessuto della sottoveste si tese e mise in mostra le rotondità dei seni. Stefan trattenne il fiato, cercando di ignorare le pulsioni che provava da quando Nadiya aveva riaperto gli occhi.
Fino a quel momento non era riuscito a pensare ad altro che al pugnale che le feriva la gola. Che orrore! Temeva di non riprendersi mai più dallo spavento.
Invece in quell’istante rammentava la delizia di stringerla tra le braccia.
“Mia madre ha rifiutato di spiegarmi cosa ci fosse scritto e, a dire il vero, non ho insistito per saperlo” confessò. “È meglio che certi segreti restino nascosti.”
Lui studiò il suo volto pallido e, seppure a malincuore, confermò con un cenno del capo. L’ascesa al trono di Alessandro non era stata priva di sacrifici.
Né di scandali.
“Già, immagino sia vero.” Fece una pausa, figurandosi cosa sarebbe successo se le missive fossero cadute nelle mani sbagliate. “Ma ancora non capisco.”
“Perché?”
“Quelle lettere sono rimaste nascoste per anni. Diavolo, non sapevo nemmeno che esistessero. Per quale strana ragione vostra madre ha voluto di colpo riaverle?”
Emozioni diverse si alternarono sul bel viso di Nadiya, prima che decidesse di rivelare la verità.
“Era stata ricattata.”
“Santi numi.”
“Ne ero sconvolta quanto voi.”
“Non siatene tanto sicura” borbottò Stefan, andando verso la finestra. Gli risultava difficile concentrarsi avendo davanti agli occhi il corpo seminudo di Nadiya. “Cos’è avvenuto di preciso?”
“È stata avvicinata da uno sconosciuto che affermava di avere le lettere e di essere pronto a consegnarle agli avversari di Alessandro Pavlovich, se lei non avesse versato una cifra esorbitante.”
“Sir Charles?”
“No, un russo. Tuttavia è evidente che il mandante era lui.”
“Il ricattatore affermava di possederle?”
“Sì, però mia madre non gli credeva.”
Lui si voltò accigliato. “Come mai?”
“Intanto le avrebbe mostrato una prova per convincerla a pagare. E poi non ha fatto cenno al codice segreto usato in alcuni passaggi.”
Stefan tossicchiò. Gli era difficile immaginare la raffinata duchessa che scriveva alle amiche in un linguaggio cifrato.
“Codice segreto?”
“Conoscendo mia madre, dubito che i trucchi fossero più ingegnosi di qualche parola scritta al contrario o delle iniziali al posto dei nomi completi” ammise lei. “Comunque il malvivente sembrava sapere soltanto che le lettere erano indirizzate alla Duchessa di Huntley e che contenevano alcune informazioni riservate, relative ad Alessandro Pavlovich.”
“Notizie che, a vostro parere, provenivano da Sir Charles Richards?”
“Avete idee migliori?”
Lui tornò con impazienza al letto. Le missive erano rimaste nella camera di sua madre sin dalla sua morte ed4 era assai improbabile che Sir Charles Richards avesse messo piede a Meadowland. Dunque come poteva essere al corrente della loro esistenza?
“Non ha senso.”
“Almeno in questo siamo d’accordo.”
Stefan storse le labbra. Non era certo l’unico punto sul quale concordavano, compreso il desiderio di unirsi in un amplesso sfrenato.
“Chi sapeva delle lettere, a parte vostra madre?”
“A quanto afferma, nessuno tranne la duchessa.”
“E come le avrebbe scoperte Sir Charles?”
“Magari vostra madre le aveva mostrate a qualcuno.”
Stefan si irrigidì. Conosceva troppo bene la madre per capire che era impossibile.
“È inconcepibile che raccontasse ad altri le confidenze di un’amica. Di sicuro non a una persona disposta a riferirle a un individuo della sua risma.”
Lei si accorse di quanto lo irritasse l’insinuazione che sua madre fosse, pur senza volerlo, coinvolta nel ricatto.
“Allora, magari, qualcuno le ha trovate nella cassaforte e glielo ha riferito.”
“Nessuno le ha mai viste…” iniziò, poi si sedette sul letto, colto da un lontano ricordo. “Dannazione!”
“Cosa?”
“Howard Summerville.” Pronunciò il nome come un’imprecazione. E, per molti versi, lo era. Quello smidollato, infatti, insultava il nome della famiglia. “Il mio spregevole cugino” spiegò con rabbia. “Lo sorpresi diverse volte mentre commetteva furtarelli a Meadowland. L’ultima fu quando lo trovai a frugare nella cassaforte di mia madre; non esitai a riempirlo di botte.”
Lei annuì. Non se ne stupiva.
“Sarebbe il tipo da frequentare un uomo come Sir Charles?” indagò Nadiya.
Stefan emise un verso di disgusto.
“Howard farebbe comunella con Belzebù, se sperasse di ricavarne qualche moneta.”
Lei aggrottò la fronte, alquanto colpita da quella descrizione impietosa.
“Questo spiegherebbe perché Sir Charles Richards era a conoscenza delle lettere” osservò lei a quel punto.
“Ma non per quale motivo avrebbe aspettato così a lungo prima di ricattare la contessa: è partito da Londra anni fa.”
“Ha accennato alle ingenti somme richieste dal suo stile di vita. Mi rifiuto di pensare a cosa si riferisse di preciso” aggiunse con un brivido di terrore. “Immagino che abbia contratto molti debiti.”
D’istinto, lui le posò la mano sotto il mento per rassicurarla. Non voleva che avesse mai paura in sua presenza.
“Forse ha parlato con mio cugino solo in tempi recenti” ipotizzò. Era pronto a caricare sulle spalle di Howard la responsabilità dell’intera vicenda. “Secondo le ultime notizie, si era nascosto a Parigi per sfuggire ai creditori.”
Lei spinse indietro i lunghi riccioli biondi. Stefan represse un gemito. Moriva dalla voglia di affondare le dita in quella massa serica, invece si accontentò di portarle una ciocca dietro l’orecchio.
“Non ha molta importanza sapere come Sir Charles abbia scoperto l’esistenza delle missive” notò lei con voce un po’ tremante.
“Non adesso” concesse Stefan. “Anche se mi pare strano che abbia osato minacciare una delle dame più influenti di Russia, basandosi sul semplice sospetto che avesse scritto frasi compromettenti.”
“Sperava senz’altro che mia madre si spaventasse al punto di cedere al ricatto senza discutere. Dopo il suo rifiuto, ha inviato i suoi uomini nel Surrey, incaricandoli di trovare le lettere prima di me.”
Lui le posò le mani sulle spalle e la fissò negli occhi, infastidito dall’inattesa rivelazione.
“Ha mandato qualcuno a Meadowland?” la interrogò, ma prima che lei potesse rispondere si ricordò di un episodio non ancora chiarito. “Certo: gli intrusi scoperti da Benjamin. Perché diavolo non me ne avete mai parlato?”
“Abbiamo già affrontato l’argomento.”
Nadiya tentò di indietreggiare, ma Stefan non intendeva allontanarsi. Si chinò su di lei, sfiorandole quasi il naso con il suo.
“E lo affronteremo ancora” la minacciò, ma si raddolcì appena il delicato profumo della sua pelle gli stuzzicò le narici. La desiderava sempre, persino quando lo faceva ammattire. “Imparerete a fidarvi di me.”
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(Le immagini sono tratte dai dipinti di Ottone Rosai, 1895-1957)
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25 pensieri su “Nadiya Zaytseva XVII

  1. Mi metto in coda dietro Cip-Alessandra. Letto tutto d’un fiato. Avvincente ma mi permetta un appunto, come si fa a parlare di cose serie quando si ha davanti una femme fatale discinta e provocante?

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    • Bengiunta presso queste umilissime pagine, Lady Suzie, mia signora.
      Grazie per aver letto “d’un fiato” (avete il fiato lungo).
      Il vostro appunto, mi signora, è più che legittimo. Infatti lo girammo al “personaggio” di dovere.
      Noi, alla femme fatale discinta e provocante per esempio, (come si usa dire) le saremmo zompati addosso.
      Abbiate una serena giornata e le nostre riconoscenti cordialità

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