Nadiya Zaytseva XXII

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1Herrick permise al domestico in uniforme di fargli strada per il labirinto di sale e corridoi. Represse un sospiro quando si fermò davanti al locale che un tempo era stato lo studio privato dello Zar Pietro.
Per qualche istante aveva sperato che Alessandro Pavlovich lo avesse convocato per allontanare qualche noioso diplomatico che lo tempestava di domande inopportune: non sarebbe stata la prima volta.
Ma se lo riceveva in quella stanza significava che intendeva affrontare argomenti privati.
E lui già intuiva di cosa si trattasse.
Dopo aver preso in considerazione l’allettante ipotesi di infilarsi nella porta laterale che conduceva ai giardini, raddrizzò la spalle e varcò la soglia.
A che serviva rimandare l’inevitabile?
Mentre richiudeva il battente dietro di sé, Herrick vagò con lo sguardo per lo studio in penombra. Era uno dei locali che preferiva nell’intero palazzo. Qui, infatti, non c’erano dorature, stucchi e lampadari di cristallo, ma la sobria eleganza dei pannelli di quercia e del raffinato parquet. L’arredamento, altrettanto semplice, era costituito da una grande scrivania e da librerie che contenevano una notevole collezione di volumi rilegati in pelle. In un posto d’onore, sopra un piedistallo di legno, era collocato il mappamondo di Pietro il Grande, che dimostrava la sua competenza nella navigazione.
L’unico tocco di colore era dato dai tre ritratti appesi alle pareti. Il più grande era di Pietro in armatura scintillante, il secondo della Zarina Caterina a cavallo e il terzo di Alessandro Pavlovich in divisa militare.
Infine Herrick guardò l’imperatore, in piedi sotto il suo stesso ritratto, con un sorriso assorto sul bel volto.
La figura imponente indossava un’elegante giubba azzurra, della stessa tonalità degli occhi acuti, e pantaloni neri. I capelli avevano cominciato a diradarsi un poco, ma il fascino era rimasto intatto.
“Herrick.”
“Maestà” lo salutò lui, con un profondo inchino. “Desideravate parlarmi?”
“Sì. Brandy?” gli chiese lo zar, indicando con un gesto vago verso lo scrittoio.
“No, vi ringrazio.”
Alessandro si voltò per un istante a guardare il proprio ritratto, mentre l’ufficiale gli andava accanto.
“Mi servite con fedeltà da molti anni, mon ami.”
Herrick ridacchiò osservando il dipinto. Risaliva a poco dopo la vittoria su Napoleone, un periodo di gloria e orgoglio nazionale.
“In effetti è quasi difficile ricordare il giovane idealista che eravate un tempo.”
“Troppo idealista” ammise lo zar con un sospiro. “Se avessi immaginato il peso gravoso della mia corona, avrei permesso al mostro corso di tenersi Mosca.”
Herrick emise un verso di disgusto. Forse Bonaparte era davvero un genio militare, ma l’eccesso di orgoglio e la convinzione di essere invincibile avevano provocato la sua rovina e la vittoria della Russia.
“Alla fine quell’idiota non è riuscito nemmeno a conservare Parigi” commentò. “Così come spero che non ci avreste condannati al dominio di quel gradasso.”
A quelle parole lo zar spostò lo sguardo sull’imponente ritratto di Caterina.
“No. Mia nonna mi avrebbe maledetto di certo dalla sua tomba. Era determinata a tenere me sul trono.”
“Una scelta saggia.”
“Credete?”
“Non ne ho mai dubitato.”
Alessandro Pavlovich lo fissò con serietà. “Sarebbe bello poter condividere la vostra convinzione. Io sono tormentato dall’incertezza.”
Herrick mantenne un’espressione neutra. Gli attacchi di malinconia dell’imperatore diventavano sempre più frequenti. Purtroppo lui lo poteva difendere da società segrete, traditori e potenziali assassini, ma non dalle sue stesse paure.
“Avete qualche problema in particolare?” gli domandò a quel punto con tatto.
Con uno sforzo, Alessandro Pavlovich scacciò la tristezza.
“Sì, Herrick.”
“Come vi potrei aiutare?”
Lo zar andò con passo stanco alla scrivania e si versò un bicchiere di brandy.
“Spiegandomi una buona volta a che gioco sta giocando la Contessa Zaytseva.”
“Gioco?”
“Nadia ha molti talenti, ma non l’abilità di sapermi ingannare. Ho capito che era in difficoltà sin dal mio arrivo a San Pietroburgo. Non l’ho interrogata in proposito poiché speravo che avrebbe tratto conforto dal ritorno di Nadiya, invece la situazione sembra peggiorata.” Bevve un sorso di liquore. “Ormai si rifiuta persino di alzarsi dal letto.”
Gerhardt alzò le spalle, maledicendo in cuor suo Nadia per averlo costretto a quell’imbarazzante colloquio.
“A quanto mi avete riferito, vi ha comunicato di essere malata” osservò.
“Se fosse vero, non avrebbe declinato l’offerta di mandarle il mio medico di fiducia, né mi avrebbe pregato di non andarla a trovare fino alla completa guarigione. Di solito Nadia è felice quando gli altri si occupano di lei.”
“È vero.”
“Vi confesso che in un primo momento ho sospettato che avesse un amante.”
“La contessa vi è sempre stata fedele, Maestà” osservò Herrick con sincero stupore.
Un po’ rassicurato, Alessandro lo scrutò in viso con grande attenzione.
“Qualcosa la tormenta. Vorrei capire di che si tratta.”
“Allora non dovreste rivolgervi direttamente a lei?”
“No, se intendo scoprire la verità.”
Lui storse le labbra. In effetti Nadia Zaytseva non godeva fama di grande sincerità, se solo una menzogna le risultava più vantaggiosa.
“Volete che la interroghi?”
“Herrick, non siete tanto ingenuo da fingere di non godere della sua confidenza” lo ammonì l’imperatore. “Si è sempre rivolta a voi in caso di problemi. Inoltre a San Pietroburgo non succede nulla che non vi giunga alle orecchie.”
L’anziano ufficiale comprese di essere con le spalle al muro. Alessandro Pavlovich non era affatto stupido,2 nonostante l’abitudine di ignorare le questioni che preferiva affidare ad altri. Quando chiedeva una risposta, esigeva di ottenerla.
“Vi fidate di me, Alessandro?”
“Con tutta l’anima” ammise lui senza esitare.
“Dunque, nel vostro interesse, credo vi convenga ignorare i motivi precisi per cui Nadia è in difficoltà.”
Lo zar svuotò il bicchiere e lo ripose.
“È in pericolo?”
Herrick rifletté per un lungo istante. “Non credo.”
“E Nadiya? È coinvolta nella faccenda?” gli domandò lo zar preoccupato.
“Purtroppo.”
“Per questa ragione è andata in Inghilterra?”
“Sì.”
Alessandro Pavlovich gli voltò le spalle per celare le emozioni e si diresse verso il grande mappamondo.
“Non riesco a figurarmi a cosa sia servito il viaggio.”
“Soltanto a produrre qualche notte insonne” gli garantì il consigliere.
“Non mi sorprende che Nadia esponga la figlia a qualche folle avventura né che Nadiya non respinga una sua accorata richiesta di assistenza. In compenso sono un po’ deluso di voi, mon ami.”
“Non avevo idea del piano finché Nadiya è partita da San Pietroburgo. Ero…” Herrick scelse le parole con cura. Alessandro Pavlovich era molto affezionato a Nadia, forse anche per il suo carattere impulsivo e focoso, in contrasto con le tendenze malinconiche che lo caratterizzavano. “Dispiaciuto. Per fortuna, comunque, è tornata a casa sana e salva.”
“Già.” L’imperatore si voltò e lo fissò dritto negli occhi. “Ma non da sola.”
“Immagino vi riferiate al Duca di Huntley?”
“È curioso che abbia deciso di visitare San Pietroburgo in coincidenza con l’arrivo di Nadiya.”
“Non curioso: pericoloso” lo corresse Herrick.
“Mi dovrei inquietare?” gli domandò Alessandro inarcando un sopracciglio.
Lui evitò di pronunciare le parole che avrebbero fatto sbattere il duca fuori dalla reggia. Il suo fastidio personale per il serrato corteggiamento a Nadiya non valeva un conflitto con l’Inghilterra.
“Non c’è dubbio che abbia una fissazione per Nadiya, ma dubito che le farebbe del male” concesse a malincuore. “Anche se al momento sembra incapace di pensare con lucidità.”
“E lei? Ne è altrettanto affascinata?”
“Purtroppo.”
“Perché purtroppo? Loro due sarebbero una coppia pressoché perfetta.”
Gerhardt si stupì dell’inattesa approvazione. “Ammesso che il duca intenda proporle il matrimonio, la porterebbe con sé nel Surrey. La contessa se ne dispererebbe.”
Alessandro Pavlovich alzò le spalle con aria pensierosa.
“Forse è ora che Nadiya persegua la propria felicità, invece di compiacere in continuazione gli altri.”
“Non avreste nulla da obiettare se sposasse un inglese?”
“Finora io e Nadia siamo stati troppo egoisti” ammise con un sospiro. “Il mio unico desiderio è che si unisca a un uomo che la ami come merita.”
Herrick si trattenne dal protestare, rendendosi conto all’improvviso che il possessivo attaccamento a Nadiya gli offuscava la mente.
Era abituato a sentirsi trattare da lei quasi come un padre; l’idea che richiedesse protezione a un altro gli comunicava un profondo senso di vuoto. Non c’era da stupirsi se avrebbe sparato volentieri all’altezzoso duca.
Tuttavia era ironico che fosse il vero padre di Nadiya a notare quanto sarebbe stato malvagio impedirle di essere felice con uno sposo innamorato.
“Senza di lei, la città sembrerà vuota” notò afflitto.
Un sorriso incurvò le labbra dell’imperatore. “Sapete, Herrick, forse dovreste cercare una moglie e generare figli vostri. Sareste un genitore pieno di attenzioni.”
Lui alzò le spalle e si servì del brandy.
“Non sia mai.”
Il viaggio per San Pietroburgo aveva messo a dura prova la resistenza di Sir Charles.
Mentre scappava dalla casa abbandonata, era riuscito a malapena a fermare l’emorragia prima di perdere i sensi. Si era risvegliato in uno squallido fienile, così bruciante di febbre e dolore da non poter fare altro che tremare sul pavimento di terra battuta e maledire la propria debolezza.
Peggio ancora, era assillato da incubi infantili e a volte piangeva di paura nel sentire all’orecchio la voce bisbigliante di sua madre.
Non capì di preciso quanto tempo fosse trascorso quando la febbre diminuì e Josef lo caricò di nuovo in carrozza per proseguire il penoso viaggio.
Era spossato, ma con il passare delle ore i suoi pensieri si distolsero dalla sofferenza fisica e si concentrarono invece sui piani per vendicarsi.
Ora che raggiunsero San Pietroburgo, si era già figurato un centinaio di modi diversi per uccidere Nadiya Zaytseva.
Ognuno più soddisfacente dell’altro.
Quando infine si fermarono, la collera aveva ormai resuscitato una certa forza. Sufficiente almeno per scendere da solo dalla vettura e per guardarsi attorno con sospetto.
Aggrappandosi alla portiera, studiò il misero magazzino, sinistro sotto il cielo sereno e contro la banchina, esposta alla furia del mare.
Era una zona di San Pietroburgo che nessun gentiluomo della sua classe sociale avrebbe mai frequentato.
E per buoni motivi.
“Dove diavolo mi hai portato?” ringhiò, fulminando con lo sguardo Josef mentre terminava di legare le redini del cavallo. “Ti avevo ordinato di accompagnarmi a casa.”
Sul volto segnato di Josef comparve un sorriso di scherno. “Immagino che la febbre vi abbia annebbiato la mente. O forse preferite che vi consegni alle guardie della contessa? È chiaro che vi stanno aspettando laggiù.”
“Non essere arrogante, Josef” sbottò lui.
“Volete che vi tenga lontano dal carcere o no?”
3Sir Charles imprecò contro la ferita che lo rendeva dipendente dal servitore. Il senso di vulnerabilità aggravava il suo umor nero.
“Meglio la galera che cadere nelle mani di Dimitri Tipov” borbottò.
Sebbene avesse sempre trattato con Tipov tramite i suoi numerosi tirapiedi, sapeva che il capo dei criminali si nascondeva tra i relitti della società.
“E non credete che Tipov faccia sorvegliare casa vostra?” gli chiese Josef. “Dubito che un uomo temuto dall’intera città sia stupido.”
E aveva ragione. Era probabile che chiunque lo cercasse tenesse d’occhio la sua dimora. Tuttavia doveva trovare un sistema per recuperare il contenuto di un cassetto segreto dello scrittoio. Non solo comprendeva i documenti falsi che gli avrebbero consentito di lasciare per sempre la Russia e i pochi fondi rimasti in suo possesso, ma anche i cimeli delle vittime, raccolti nel corso degli anni: una collezione pressoché insostituibile.
“Non posso partire dalla Russia senza i miei beni personali…” mormorò.
Josef gli cinse la vita con un braccio e lo condusse verso il magazzino. Nel silenzio echeggiava soltanto il fracasso delle onde che si schiantavano contro il molo.
“Vi ci vorrà almeno una settimana per riprendervi al punto di affrontare un viaggio. Per allora avremo escogitato un modo per recuperare ciò che vi occorre” gli assicurò.
Charles inciampò sul selciato irregolare e il movimento brusco generò una fitta acuta al fianco.
“Tutta colpa di quella sgualdrina” imprecò. “La spedirò all’inferno.”
“Quando verrà il momento.”
“Tienila d’occhio. Non riuscirà a sfuggirmi ancora una volta…” borbottò.
Josef si diresse a un ingresso laterale, aggirando un mucchio di spazzatura.
“Ora che è a casa, si considera protetta. Non avrete difficoltà a trovarla, quando sarete pronto a punirla.”
L’immagine di Nadiya Zaytseva che implorava pietà mentre lui le tagliava la gola risvegliò una ventata di eccitazione.
“Un castigo che sarò felice di gustare.”
“Assaggeremo tutti e due la fucilazione se verremo arrestati dalle guardie.” Josef spinse il pesante battente. “Sperando di non venire catturati prima dagli uomini di Tipov.”
Mentre entrava nel grande ambiente vuoto e polveroso, Charles abbozzò una smorfia disgustata.
“Cos’è questo posto, oltre a un nido di topi?”
Con un’espressione illeggibile, Josef lo guidò verso il centro dello spazio semibuio.
“Mi rifugio qui quando ho bisogno di sparire per un po’ dalle strade.”
“È sudicio.”
“Non è poi così male.”
“Sei ammattito?” ringhiò Charles. “Non sono un plebeo contento di crogiolarsi nella sporcizia.”
“Mi dispiace tanto che non apprezziate la mia dimora, Sir Charles” notò una voce profonda. “Tuttavia, com’è noto, i poveracci non hanno molte possibilità di scelta.”
Allarmato, lui si voltò di scatto e vide emergere dall’ombra un uomo snello dai capelli corvini, raccolti in un codino, e sorprendenti occhi dorati.
Un miserabile, disse a se stesso, tuttavia non poté ignorare il taglio impeccabile della giacca rosso scuro e i lineamenti aristocratici. Persino gli stivali erano abbastanza lustri da soddisfare il nobile più meticoloso.
Senza dubbio aveva rubato gli indumenti per ingannare la gentaglia del quartiere.
Charles non si lasciava raggirare con tanta facilità, anche se non poteva negare la profonda apprensione.
“Chi diavolo siete?”
A quelle parole lo sconosciuto gli andò incontro con un sorriso sprezzante. “Ho avuto nomi e sembianze diverse nel corso degli anni.”
“Non sono dell’umore adatto per giocare.”
“Peccato, poiché il gioco è appena cominciato. Ed era tanto tempo che lo desideravo.”
Richards combatté l’impulso di indietreggiare. Non si lasciava intimorire da un plebeo!
“Mettete in soggezione la marmaglia della zona fingendovi un gentiluomo?” lo dileggiò.
“La gente di qui è abbastanza assennata da detestare i veri aristocratici.” Si fermò a poca distanza da lui e incrociò le braccia al petto. “Faccio piuttosto leva sulla prontezza nell’uccidere chiunque osi suscitare la mia collera.”
“Se sperate di farmi paura, vi sbagliate di grosso.”
“Chi di noi due sta fingendo, Sir Charles?”
Lui strinse i denti. Se non fosse stato ferito, avrebbe già ammazzato quell’idiota arrogante.
“Io non ne ho alcun bisogno.”
L’altro si avvicinò ancora.
“Fate lo spaccone come se aveste coraggio, mentre invece siete solo un codardo che infierisce sui deboli.”
Charles sussultò a quell’accusa. No: costui non poteva conoscere il suo segreto. Era inammissibile.
“Basta sciocchezze. O ve ne andate, oppure il mio servitore vi pianterà una pallottola nel cuore” minacciò e provò un certo sollievo quando vide Josef estrarre di tasca la pistola.
Lo sconosciuto si limitò a ridere, senza curarsi dell’arma puntata al petto.
“Dunque vi nascondete dietro un povero diavolo?” lo sfidò. “Tra i gentiluomini è considerato un atto coraggioso?”
“Josef, liberami da questo idiota” gli ordinò con astio.
L’altro rise con divertimento ancora maggiore. “Sì. Josef. Liberiamoci dall’idiota.”4
“Era ora” borbottò Josef e girò sui tacchi per puntare l’arma contro Charles.
Lui arretrò di un passo, troppo sconvolto per capire cosa stesse succedendo.
“Che diavolo stai combinando?” gli chiese con furia.
La risata dello sconosciuto echeggiò ancora nel magazzino vuoto.
“Non vi sarete forse illuso di poter uscire da San Pietroburgo senza che vi facessi sorvegliare? Abbiamo importanti questioni in sospeso.”
All’improvviso Richards si accorse di essere caduto in trappola come un imbecille. Il panico gli serrò lo stomaco e gli rese malferme le ginocchia.
“Tipov” sussurrò senza fiato.
Il capo dei criminali gli rivolse un ironico inchino. “Al vostro servizio.”
“Bastardo.”
“In effetti lo sono e me ne vanto.”
“Immagino vi consideriate tanto intelligente.”
“Abbastanza.” Dimitri lanciò un’occhiata al traditore. “Cosa ne pensi, Josef?”
“Sì, abbastanza” confermò.
“Sincero e sfacciato come sempre.” Gli occhi d’oro scintillarono di ironia. “Spero che si sia dimostrato relativamente rispettoso mentre vi serviva, Sir Charles.”
Lui si leccò le labbra secche. La rabbia per essersi lasciato ingannare lasciò il posto al puro terrore. Dimitri Tipov non si era preso la briga di portarlo in quel magazzino soltanto per minacciarlo.
Doveva escogitare in fretta un sistema per uscire da quel pasticcio.
“Perché mi avete fatto condurre qui?” lo interrogò con un imbarazzante tremore nella voce.
Tipov strinse gli occhi.
“Non fate lo stupido: lo sapete molto bene.”
“Procurerò il denaro…”
Charles venne interrotto da un violento pugno sulla bocca.
Ricadde all’indietro, gemendo di dolore. Il labbro si era spaccato e il fianco bruciava da impazzire. Tanto era il male, che la vista si annebbiò per un istante.
Quando riprese a vedere, si dispiacque di non essere svenuto. Sopra di sé, infatti, scorse Tipov con il volto atteggiato a una maschera d’odio.
Non sembrava soltanto adirato per la perdita dei soldi o irritato per il fastidio di dover sostituire le sgualdrine morte.
La sua profonda avversione era tangibile e non ammetteva alcuna compassione.
“Lo squallido tentativo di ricattare la Contessa Zaytseva non ha prodotto altro che la vostra umiliazione” affermò con infinito disprezzo. “Ormai potete offrirmi solo una morte lenta e dolorosa.”
Raggomitolato al suolo, Charles si aggrappò a un ultimo brandello di speranza.
“Verrete fucilato per questo…” sibilò. “Sono nobile. Non potete farmi del male senza risponderne all’imperatore.”
Tipov si accovacciò al suo fianco con una luce minacciosa negli occhi.
“A dire il vero mi è stato assicurato dalle autorità che sono libero di fare di voi ciò che voglio. Non è stata una buona idea sequestrare la figlia dello zar.”
“Mentite.”
Fissandolo con freddezza, Tipov gli premette un ginocchio contro il fianco ferito, generando uno spasmo di dolore.
“È stata Miss Zaytseva ad accoltellarvi?” mormorò spingendo ancora più forte. “Una ragazza di carattere. Voglio fare la sua conoscenza.”
“Le taglierò quella gola schifosa” ansimò lui.
“Vi offende essere stato sconfitto da una donna. Le vorreste tutte alla vostra mercé, vero? Vi sentite meno insignificante quando terrorizzate una creatura indifesa.”
“Andate all’inferno.”
Tipov gli sfilò di tasca il pugnale preferito.
“Prima o poi ci andrò, ma intanto mando avanti voi” mormorò, passandogli la lama affilata sulla guancia.
Charles piantò i calcagni nelle assi marce del pavimento, tentando inutilmente di sottrarsi alla tortura.
“Vi prego” piagnucolò. “Giuro che troverò il denaro da darvi.”
“Troppo tardi.”
Charles Richards lanciò un urlo disperato mentre la lama gli tagliava il viso.
a
(Le immagini sono tratte dalle opere pittoriche del maestro Maurice Utrillo, 1883-1955)
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13 pensieri su “Nadiya Zaytseva XXII

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