Nadiya Zaytseva XXV

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1Stefan guardò Nadiya allontanarsi, tenendo i pugni stretti lungo i fianchi.
Gli sarebbe stato facile fermarla: in pochi passi l’avrebbe raggiunta e, dopo essersela caricata in spalla, l’avrebbe condotta nella dolce oscurità del frutteto. Era sicuro di non avere difficoltà a risvegliare in lei la passione.
Invece rimase dov’era, pervaso da un’ira bruciante.
Perlomeno cercava di convincersi che si trattasse di collera. Altrimenti avrebbe dovuto ammettere che in realtà era… angoscia.
Voglio più di quanto voi mi possiate offrire.
Serrò la mascella mentre le sue parole taglienti gli riecheggiavano nella mente.
Cosa diavolo pretendeva quella donna?
Stefan vantava una posizione invidiabile in società, immense ricchezze che era pronto a scialacquare a piacimento, un aspetto piuttosto attraente e un carattere gradevole.
Le sue amanti precedenti non si erano mai lamentate. Al contrario, avevano fatto ricorso a mille trucchi femminili per tenere vivo il suo interesse.
Dannata ragazza!
Solo nel buio, traeva profondi respiri per calmare il tormento. Soltanto Nadiya era capace di sconvolgerlo a quel punto, e il più delle volte senza nemmeno volerlo.
Allora perché non le diceva addio?
Scosse la testa. La domanda lo assillava sin da quando era partito da Meadowland e ancora non aveva trovato una risposta, poiché forse non esisteva.
“Huntley.”
Smarrito com’era nelle sue riflessioni, sussultò quando si sentì chiamare dal basso. Si avvicinò perplesso al parapetto e scorse nell’ombra Boris.
“Che cosa ci fate qui?”
Lui indietreggiò per permettere alla luce della torcia di rivelare la sua espressione torva.
“Credo che dobbiate vedere di persona una cosa.”
“Subito?”
“Sì.”
Stefan esitò un istante. Sapeva che Boris non si sarebbe spinto fino al giardino del palazzo se non avesse fatto una scoperta di rilievo, tuttavia l’idea di andarsene in quel preciso momento era tutt’altro che allettante.
Nadiya, intanto, doveva essere già tornata nella sala da ballo, dove l’aspettavano i corteggiatori.
E se per fargli dispetto si fosse lanciata in qualche stupida avventura? Le femmine erano imprevedibili. Quando si adiravano… impossibile stabilire cosa potessero combinare.
“Ha a che fare con Sir Charles?” si informò.
“Solo in parte.” Boris indicò con un gesto vago il fondo del frutteto. “C’è una carrozza in attesa dietro le scuderie.”
“Siete sicuro che non si possa rimandare a domani?”
“Sì” confermò lui in tono grave.
Stefan lanciò un’ultima occhiata al palazzo, poi emise un profondo sospiro. Forse era meglio non tornare nel salone. Nel suo stato d’animo avrebbe rischiato di compiere qualche follia.
“Bene, dunque.”
Senza curarsi di recuperare guanti e cappello, Stefan si diresse all’ampia scala che portava ai giardini.
Boris lo affiancò in silenzio e lo guidò nel buio verso le scuderie, eleganti quanto il palazzo. Tuttavia, mentre si avvicinavano, aggirò il cortile illuminato, dove numerosi vetturini giocavano a carte o a dadi, in attesa di riaccompagnare a casa i loro signori. Protetti dalle tenebre, raggiunsero il retro del grande edificio in pietra.
Stefan si domandò se la reticenza di Boris fosse dovuta all’abitudine di giocare alla spia per conto di Edmond, oppure a problemi più gravi. Tuttavia tenne la bocca chiusa e salì a bordo insieme a lui. Con un schiocco di frusta, il servitore fece partire i cavalli e li condusse per un vialetto stretto e buio che portava a un ingresso secondario.
Una volta oltrepassato il cancello e imboccata una strada che portava alla periferia, Stefan decise di interrogarlo.
“Mi spiegate dove stiamo andando, oppure deve rimanere un mistero?”
“Nessun mistero. Ho ricevuto il vostro messaggio e ho deciso di indagare su Nikolas Babevich.”
“Senza di me?”
Boris alzò le spalle. “Immaginavo che foste impegnato in attività più piacevoli.”2
“In effetti lo ero” confermò lui in tono secco.
“Ah!” Il servitore gli lanciò un’occhiata di sottecchi. “Problemi con Miss Zaytseva?”
“È lei stessa un problema.”
“Qualche ora fa non eravate di questa opinione. Certo, una donna è capace di rendere felice un uomo e, subito dopo, di tormentarlo.”
Stefan sbuffò e si voltò a guardare gli edifici ai lati della via. Per la maggior parte erano in pietra, attorniati da giardini e da fontane di marmo, tuttavia erano più piccoli e sobri di quelli vicini alla reggia. “Sante parole” borbottò.
“Vedrete che domani vi tornerà il sorriso” gli assicurò Boris, riducendo la velocità mentre attraversavano uno dei numerosi ponti cittadini.
“A meno che non decida di rientrare in Inghilterra prima di perdere del tutto la ragione.”
“Lo ripetete spesso, eppure siete ancora qui. Vi domandate mai perché?”
Stefan serrò le labbra. Sapeva che non era il caso di discutere di argomenti simili con Boris, che era fin troppo felice insieme alla moglie. Cosa sapeva di una femmina che ardeva di passione e, poche ore dopo, trattava l’amante come un nemico giurato?
“Stiamo andando a casa di Babevich?”
“Sì. Non manca molto” confermò Boris, svoltando in una viuzza laterale.
“Avete parlato con lui?”
“No.”
Stefan sospirò di impazienza. “Boris, se è un gioco, non è divertente.”
“Non è affatto un gioco” gli assicurò lui a quel punto con disgusto. “Credetemi.”
Un profondo disagio si impadronì di Stefan quando la vettura si fermò di fronte a una palazzina piuttosto stretta, dalla terrazza traboccante di ospiti e attorniata da molte carrozze.
Boris non si lasciava turbare tanto facilmente, quindi, se appariva così sconvolto, doveva avere scoperto qualcosa di molto grave.
“C’è una festa, a quanto pare” mormorò Stefan, cercando con lo sguardo eventuali segnali di pericolo. “Sir Charles è tra gli invitati?”
Boris saltò a terra e legò le redini in fondo a una lunga fila di carrozze.
“La casa di Babevich è dietro l’angolo” spiegò, mentre Stefan scendeva a sua volta. “Ci conviene passare a piedi dalle scuderie per non farci notare.”
Lui si lasciò guidare in un vicolo fangoso, ignorando il puzzo di rifiuti e di fognatura. Concentrato com’era su quello che l’aspettava, non si preoccupava certo per gli stivali lustri.
Sapeva bene che avrebbe trovato una scena a dir poco sgradevole.
Infine Boris aprì un cancelletto sul retro di un edificio e si portò l’indice alle labbra, sebbene non fosse necessario ricordare a Stefan di stare zitto mentre si intrufolavano in una proprietà privata. Edmond si era spesso dedicato a quei passatempi pericolosi, mentre lui si era sempre accontentato di fare il cittadino modello.
Tuttavia, da quando aveva conosciuto Nadiya, aveva dimenticato ogni regola sociale.
Sarebbe stato ironico se fosse finito nelle prigioni dello zar!
Scacciò dalla mente l’assurda immagine mentre schivava all’ultimo momento una delle panchine di marmo sparse per il giardino buio. Non riuscì, però, a risparmiare i pantaloni, che si impigliarono più di una volta nei rovi. Era chiaro che Babevich non assumeva da mesi un giardiniere.
Nemmeno la dimora sembrava molto curata. Persino al fioco bagliore lunare, Stefan notò che mancavano parecchie tegole e che una grondaia pareva sul punto di cadere.
Alla luce del giorno, il degrado doveva apparire ancora più evidente.
Il che spiegava perché il padrone di casa fosse così disperato da associarsi con Charles Richards. Soltanto un idiota sull’orlo della rovina avrebbe tentato di ricattare la Contessa Zaytseva.
Boris superò l’ingresso di servizio e girò dietro l’angolo. Stefan rallentò il passo appena si accorse che la portafinestra era illuminata.
Maledizione! Si era illuso di non trovare nessuno. Penetrare in una residenza altrui era molto pericoloso.
Senza curarsi del suo disagio, Boris salì la breve rampa di scale che conduceva al terrazzino di accesso ed estrasse di tasca la pistola. Stefan, invece, era disarmato e si sentiva assai vulnerabile. Impressione che si aggravò quando Boris, senza esitare, lasciò la protezione dell’ombra e si avvicinò alla porta a vetri.
Era forse impazzito?
Per precauzione, Stefan si appostò a lato della portafinestra e spiò all’interno. Durante quell’avventura, era già stato ferito una volta: non aveva intenzione di farsi sparare ancora.
3A prima vista non notò niente di speciale: un salottino con miseri arredi disposti attorno a un tappeto da poco prezzo, che copriva in parte il pavimento consumato. Le pareti tappezzate, un tempo verdi, erano sbiadite in un giallo sporco e le lampade illuminavano una collezione di dipinti di dubbio gusto.
A Babevich non serviva solo una governante, ma anche qualche lezione di arte.
Mentre si domandava perché Boris fissasse con tanta intensità uno spazio in apparenza vuoto, Stefan fece un passo laterale per spiare in fondo al locale.
Solo allora scorse il cadavere riverso sul tappetino di fronte al focolare.
Trattenne il fiato mentre passava lo sguardo dal volto pallido, attorniato dalla chioma arruffata, al corpo immobile, chiazzato dal sangue che sgorgava dalla ferita al petto.
Trascurando ogni prudenza, afferrò la maniglia della portafinestra e imprecò scoprendo che non si apriva.
“Andate a cercare aiuto, Boris” incalzò.
Il servitore gli posò la mano sulla spalla per trattenerlo. “Ormai è troppo tardi, Huntley. È morto.”
Stefan impiegò qualche istante per accettare la verità, infine si arrese con un sospiro.
“È Babevich?”
“Sì.”
Non era necessario chiedere a Boris come facesse ad averne la certezza, poiché di sicuro aveva già perquisito la casa.
“Avete trovato qualcosa…”
Si interruppe in preda all’orrore quando si accorse, in ritardo, che dalla manica della vittima usciva soltanto un moncherino sanguinolento. Per tutti i diavoli! Qualche perverso criminale gli aveva amputato la mano.
Fu colto da un conato di vomito. Ecco perché Boris era così sconvolto!
“Dannazione.”
“Già.” A quel punto Boris serrò la presa sulla spalla del duca. “Andiamo via prima che arrivino le guardie.”
Stefan trasse un respiro profondo.
Era giusto abbandonare un uomo come un mucchio di immondizia? Sembrava… indecente.
Ma che altro si poteva fare? Babevich era morto e la presenza di Stefan nella dimora avrebbe attirato su di lui terribili sospetti. Era logico che le autorità volessero sapere per quali strani motivi si aggirasse nei dintorni. E cosa avrebbe risposto? Che quell’uomo ricattava la Contessa Zaytseva?
“Sì” confermò infine.
Si costrinse a distogliere lo sguardo dalla scena macabra e seguì Boris sulla via del ritorno.
In parte si accorgeva delle voci e delle risate provenienti dalle altre case e dell’abbaiare dei cani randagi, ma era troppo scosso dal ricordo del cadavere per prestarvi attenzione.
Riuscì a parlare solo dopo che la carrozza si fu avviata per le vie in penombra.
“Non avevo mai…” Rabbrividì. “Sir Charles è peggio di una bestia.”
Boris mantenne un passo lento ma costante, facendosi strada nel traffico sempre più intenso.
“Sono d’accordo, ma non credo sia responsabile dell’omicidio…” mormorò.
Stefan se ne stupì. Fino a quel momento non aveva preso in considerazione altre ipotesi.
“Chi altro voleva assicurarsi il suo silenzio? Escludendo, com’è ovvio, la Contessa Zaytseva e Alessandro Pavlovich.”
“È stato Tipov.”
“Tipov?”
“Dimitri Tipov, lo Zar dei Miserabili” spiegò Boris con un sorriso amaro. “Ma vi farebbe tagliare la lingua se lo chiamaste così.”
“Un criminale?”
“Peggio. Per la strade di San Pietroburgo non succede niente che possa sfuggire al suo controllo. Se Alessandro Pavlovich è l’imperatore dei nobili, lui è quello dei plebei.”
Stefan non si meravigliò. Anche a Londra chi lasciava la zona sicura di Mayfair si ritrovava alla mercé dei delinquenti.
“Per quale motivo sospettate dello Zar dei Miserabili?”
Boris esitò un momento.
Aveva forse qualcosa da nascondere?
Infine fece fermare i cavalli presso un piccolo parco e si voltò a guardare negli occhi Stefan.4
“La mano di Babevich era mozzata.”
“Sì, l’ho notato” confermò lui con un sussulto di repulsione. “Stavo cercando di dimenticarlo.”
“È il segnale adottato da Tipov per indicare che è responsabile del delitto.”
“Santo cielo! Vuole forse rendere noto a tutti che lui è un selvaggio?”
“Certo. Un personaggio simile non governa con la legge, ma con la paura: un’arma che impugna senza pietà.”
Stefan fu colpito dalle considerazioni obiettive di Boris, che sembrava quasi giustificare le usanze a dir poco barbariche di Tipov.
“Come fate a saperlo?”
“Non ho lavorato sempre per vostro fratello” gli rispose Boris con un’alzata di spalle.
Lui impiegò qualche istante a cogliere il senso della risposta. “Eravate un fuorilegge?”
“Mi limitavo a sfilare qualche portafogli, ma è sicuro che avrei disceso la china se non fosse stato per un giovanotto che aveva scoperto i miei maldestri tentativi di rubare a un gentiluomo il bastone da passeggio” ammise il servitore.
“Dimitri Tipov?”
“In persona.”
“Cosa fece?”
“Mi trascinò ad assistere a un’esecuzione pubblica e mi assicurò che la prossima volta sarei stato io davanti al plotone, se mi avesse sorpreso di nuovo a rubare.” Un raggio di luna illuminava la sua smorfia disgustata. “Poi mi condusse da mia madre, che mi picchiò a sangue.”
Stefan capì perché si rifiutasse di giudicare Tipov alla stregua di una lurida canaglia. Infatti aveva dato prova di compassione per un bambino e gli aveva impedito di diventare uno dei tanti ladri che infestavano i quartieri poveri della città.
Certo, alcuni avrebbero giudicato criminali anche le sue attività per conto di Lord Summerville. Chissà quante regole aveva dovuto infrangere su indicazione di Edmond.
“Quanti anni avevate?”
“Dieci.”
“E Tipov?”
“Gli era da poco spuntata la barba.”
Stefan inarcò le sopracciglia. “E si dedicava già ad amputare mani?”
“Un ragazzo precoce e ambizioso.”
“Direi. Credevo che nulla potesse essere più pericoloso delle trame politiche russe” borbottò lui.
“Chi è saggio evita gli uomini assetati di potere, che siano ricchi o poveri.”
Due aristocratici ubriachi sbucarono barcollando dal parco, il che rammentò a Stefan che era ormai notte fonda.
“Ma per quale motivo Dimitri Tipov avrebbe compiuto questo delitto?”
“Forse Babevich gli doveva dei soldi, oppure era stato tanto incosciente da offenderlo.”
In preda alla frustrazione, Stefan guardò verso il parco buio.
Ogni volta che sperava di avvicinarsi a Sir Charles, veniva deluso.
“Dannazione. In casa non avete trovato nessun indizio che potesse rivelare il nascondiglio di Richards?”
“No.”
“Un vicolo cieco, dunque.”
Boris scosse le redini e rimise in moto la vettura,
“Sir Charles è incapace di agire con discrezione. Se si trova in città, presto darà segni della sua presenza.”
“E fino a quel momento, Nadiya resterà in pericolo.”
Dopo avere lasciato Stefan sulla terrazza, Nadiya non desiderava fare altro che rintracciare Sophy e rientrare a casa. Non si divertiva ai ricevimenti nemmeno nelle circostanze migliori; quello gli sembrava un’autentica tortura.
Per fortuna era troppo orgogliosa per cedere al vile impulso di rintanarsi e, atteggiando le labbra a un radioso sorriso, tornò tra la folla di invitati, decisa a non far capire a nessuno, men che meno a Stefan, che aveva il cuore infranto.
Perché concedergli la soddisfazione di sapere che l’aveva ferita? Il Duca di Huntley la considerava soltanto un’amante temporanea da allontanare prima o poi.
Tenendo ben presente quel pensiero, Nadiya ballò con un gentiluomo adorante dopo l’altro. Tuttavia, con il procedere della serata, cominciò a preoccuparsi per l’assenza di Stefan.
Se n’era andato senza salutarla?
5Era troppo adirato per rivolgerle la parola? Oppure, avendo assodato che lei non si sarebbe accontentata di ciò che le offriva, aveva deciso di abbandonarla al suo destino?
La semplice idea la colmava di sgomento.
Mon Dieu! Cos’aveva combinato?
Nadiya si portò verso i margini della folla e si avviò all’uscita. Aveva già sostenuto fin troppo a lungo la messinscena.
“Nadiya.”
Concentrata com’era sul tentativo di fuga, impiegò un momento ad accorgersi che gli ospiti si erano fatti da parte per lasciar passare Alessandro Pavlovich.
Meravigliata, lei posò lo sguardo sull’impeccabile uniforme dello zar, decorata dalla croce di San Giorgio, poi lo riportò sul suo sorriso angelico.
“Maestà” mormorò, sprofondandosi in un inchino.
In attesa che si rialzasse, lui le tese il braccio.
“Verresti con me?”
“Certo.” Fin troppo consapevole delle occhiate curiose che la seguivano, lei guardò di soppiatto il profilo del padre. Non accadeva spesso che la chiamasse in disparte in un’occasione pubblica. “Una splendida serata” commentò infine con un filo di voce.
Lo zar occhieggiò gli invitati con un sorriso ostile. “Avvoltoi. Sono pieni di ossequi e lusinghe, ma intanto complottano per sottrarmi la corona. Non mi fido di nessuno. A parte te, ma petite” aggiunse voltandosi verso di lei.
“Vi sono sempre fedele.”
“Hai un cuore così generoso.” Diede una pacca affettuosa alla piccola mano posata sul suo braccio. “Mi domando se Huntley ne sia degno.”
Nadiya rischiò di inciampare, ma si riprese subito. Perché avrebbe dovuto stupirsi? A volte Alessandro pareva non accorgersi del mondo che lo circondava, ma in realtà non gli sfuggiva quasi nulla.
E anche se Stefan le aveva risparmiato una scenata davanti a tutti, non aveva dato prova di grande discrezione.
“Non ha importanza” ammise, tentando di celare l’emozione. “Il mio cuore non gli interessa.”
“Desideri che liberi San Pietroburgo della sua presenza?”
Avrebbe dovuto augurarselo, invece la prospettiva la spaventava non poco.
“Non è necessario: presto tornerà in Inghilterra.”
Lo zar emise un profondo sospiro. “Avevo dimenticato cosa significhi essere giovani e ingenui.”
Nadiya abbozzò una smorfia ripensando alle ultime settimane. Come avrebbe reagito suo padre se avesse scoperto le sue avventure?
“Non sono sprovveduta come molti credono.”
L’imperatore la condusse in un localino appartato, poi la fece voltare per studiarla meglio in volto.
“Ho notato come ti guarda il duca: è ammaliato.”
“Un’infatuazione passeggera.”
“E tu?”
Lei non poté impedirsi di arrossire. “Io?”
“Lo ami?” le domandò con dolcezza.
“Io…” La menzogna le morì sulle labbra. Gli occhi dello zar esigevano la verità. “Sì. Sono una vera idiota” aggiunse con un sospiro.
“Non c’è niente di stupido nell’amore, solo nelle decisioni che si prendono.”
Nadiya era perplessa. Alessandro Pavlovich non le aveva mai dimostrato tanta confidenza. Perché iniziava proprio quella sera?
Herrick gli aveva rivelato più del dovuto?
“Intendete forse mettermi in guardia?”
Invece di rispondere, lui la condusse verso un divanetto a strisce oro e avorio.
“Accomodati. Qui non ci ascolterà nessuno.”
Nadiya si sedette sull’orlo del cuscino e si irrigidì quando lo zar prese posto al suo fianco. Erano a poca distanza dalla sala da ballo, ma il chiasso era molto attutito.
“Immagino che riceverò una predica.”
“No, soltanto una dimostrazione di affetto paterno.” Sorrise notando la sorpresa di Nadiya all’esplicita ammissione. Non aveva mai negato la paternità, ma nemmeno dichiarata ad alta voce. “Non voglio che tu sia infelice.”
Lei rifletté su quelle parole. Forse Alessandro Pavlovich si rivolgeva a lei come a una figlia, ma era pur sempre6 lo zar. Se avesse stabilito che il Duca di Huntley l’aveva in qualche modo offesa, si sarebbe sentito costretto a cercare giustizia.
E questa era l’ultima cosa che Nadiya desiderasse.
“Non temete” lo rassicurò con un sorriso. “Non sono il tipo da perdere tempo a struggermi per quello che non posso avere.”
Lui le prese la mano. “Temo piuttosto che, cedendo alle emozioni, ti coinvolga in un rapporto di cui ti pentirai.”
“Maestà…”
“Lasciami finire, ma petite” la interruppe. “Non intendo immischiarmi nella tua vita privata, però ti prego di riflettere sul futuro.”
“Il futuro?”
“Hai ereditato da tua madre il fascino e la bellezza, ma non molto altro.”
“In effetti” ammise lei.
“Del resto è comprensibile” aggiunse lui in tono pensieroso. “L’infanzia di Nadia è stata tanto triste e solitaria da spingerla a cercare con ansia l’affetto e la gioia che le erano stati negati.”
Nadiya fece una smorfia. Quante volte, nel corso degli anni, aveva criticato l’esuberanza della madre, che sfidava a volte le regole del buon vivere?
Spesso il comportamento sfacciato di Nadia l’aveva costretta a nascondersi nell’ombra.
Solo in quel momento capiva che la fragile joie de vivre materna rappresentava un mezzo per negare lo spiacevole passato.
“Non mi aveva mai parlato della sua infanzia, fino…” Si interruppe in tempo, prima di rivelare le recenti preoccupazioni della madre. “Fino a poco tempo fa. In effetti spiega il suo bisogno di attenzioni.”
Alessandro Pavlovich si raddolcì in volto. “Sì. Nadia impedisce al bel mondo di morire di noia. È proprio il suo disprezzo delle convenzioni ad affascinarmi. Rappresenta uno dei motivi che rendono duraturo il nostro rapporto.”
“Mia madre vi è molto affezionata.”
“Sì. Credo che si accontenti di quello che le posso offrire” affermò con un’ombra di malinconia nella voce. Non era un mistero per nessuno che, per quanto le volesse bene, non le era mai stato fedele. “Ma tu hai esigenze ben diverse dalle sue. Non sarai mai soddisfatta con un uomo in grado di fornirti soltanto una bella casa e una buona posizione sociale.”
Nadiya abbassò lo sguardo per studiare le forti dita virili che le stringevano la mano. Si sentiva all’improvviso abbattuta. Lo zar aveva ragione. Parte di lei era disposta a sacrificare tutto pur di restare accanto a Stefan, ma nel suo animo qualcosa sarebbe appassito.
“No, infatti.”
“C’è un gentiluomo che ti aspetta, pronto ad amarti di tutto cuore. Non accontentarti di meno.”
“Grazie” sussurrò lei.
Un’ombra si profilò sulla soglia. Tutti e due si voltarono e videro un lacchè che salutava con un profondo inchino.
“Ah…” Con un sospiro, lo zar si portò alle labbra le dita della figlia. “Il dovere ricompare con il suo brutto muso. Prenditi cura di te, ma petite.”
Nadiya si alzò e raddrizzò le spalle.
Sì. Se non si fosse occupata di se stessa, chi altro lo avrebbe fatto?
(Tutte le immagini sono tratte da alcune opere del maestro Carlo Carrà, 1881-1966)
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8 pensieri su “Nadiya Zaytseva XXV

  1. Un capitolo denso di sentimento e forza filiale.
    Come non notare la dolcezza di un padre?
    La bellezza del capitolo è data dalla forza umana che da voi promana, caro milord.
    Incantata, vi mando un bacio sul nasino.
    🙂

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  2. Magnifico. Mi sembra di guardare in bel film di quelli dei tempo di mia madre. Di quelli per intenderci dove si resta col fiato sospeso. Anzi mi sembra proprio di essere dentro il racconto, come se fossi un personaggio dello stesso

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  3. Una nota elegante che spezza, inesorabilmente, quel filo “esteriore”.
    Note comuni, a molte famiglie, anche se sono di sangue imperiale.
    Bella la descrizione, emotiva, dello Zar.
    Lei è proprio bravo dottore.

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    • Lady Alessandra,
      come un’arpista, siete voi che muovete le corde dell’essere quando scrivete.
      Noi ci limitammo a registrare colloqui che avvennero nel corso del tempo.
      Comunque sia, tali generosissime espressioni formulateci da una grande scrittrice quale voi siete, ci riempiono di gioia, ma anche di terrore.
      Saremo attentissimi nelle prossime nostre scritture: voi, attenta Notaia delle vicende letterarie e del racconto, siete sicuramente un faro e riferimento.
      Cordialità

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