Nadiya Zaytseva XXVI

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1Stefan si svegliò tardi, dopo una notte agitata. A dire il vero, era strano che fosse riuscito a chiudere occhio: vedere cadaveri sanguinanti non era il sistema migliore per prepararsi a una notte riposante.
E aveva peggiorato il suo stato d’animo non trovare più Nadiya quando era tornato al palazzo imperiale.
Maledizione! Per quanto tempo ancora avrebbero giocato a quel gioco frustrante?
Se fosse stata sotto il suo tetto, non avrebbe più potuto nascondersi. Proprio per questo Stefan doveva escogitare un sistema per convincerla ad andare in Inghilterra.
Il prima possibile.
Un bagno caldo l’aiutò a rilassarsi un poco, ma un brutto presentimento lo colse mentre indossava la giacca color rame, il panciotto avorio, i pantaloni marroni e gli stivali lustri. Fissò la cravatta di seta con una spilla di smeraldi, unico ornamento, a parte l’anello di famiglia.
Uscito dalla sua camera, attraversò la spaziosa dimora e trovò Vanya che faceva colazione nel salottino privato, tappezzato di damasco verde e decorato da magnifici vasi cinesi.
Era assai graziosa, con l’abito da mattino e gli orecchini di perla.
“Buongiorno, Stefan.” Indicò un buffet carico di vassoi d’argento. “Gradireste fare colazione con me?”
“Molto volentieri.”
Con lo stomaco che brontolava per la fame, Stefan si riempì il piatto di prosciutto affumicato e uova strapazzate, poi si sedette di fronte alla sua ospite.
Mentre sorseggiava il tè, Vanya lo scrutava con attenzione da sopra l’orlo della tazza. “Siete pallido. Non avete dormito bene?”
“È stata una serata… difficile” le rispose con una smorfia.
“Spero non siate stato così imprudente da bisticciare con Alessandro Pavlovich.”
“Finora ho evitato questo errore, ma non posso dire lo stesso riguardo ad altre persone.”
“Immagino vi riferiate a Nadiya” arguì lei con un sorriso.
“Non capirò mai le donne.”
Vanya sbatté le lunghe ciglia.
“Non è necessario che impariate: ci spoglierebbe del nostro irresistibile manto di mistero.”
Dopo avere terminato il prosciutto, lui si versò una tazza di caffè. Non aveva voglia di scherzare. “E allora come diavolo fa un uomo a capire cosa desiderate?”
“Non è importante che l’uomo comprenda i desideri della donna, ma che sia pronto a offrirle quello di cui ha bisogno.”
Stefan tentò di ignorare la piccola inquietudine che gli punzecchiava il cuore. Nadiya aveva bisogno di lui e di nient’altro.
“Parlate per enigmi.”
“Oppure voi preferite non capirmi.”
Lui spinse da parte il piatto, poiché ormai l’appetito era scomparso.
Perché le signore complicavano sempre tutto? Nadiya apprezzava la sua casa, era attratta da lui, e quando si dimenticava di trattarlo come un nemico sembrava gradire la sua compagnia. Era soltanto a causa della madre se si rifiutava di diventare la sua amante.
“A quest’ora del mattino non sono in grado di seguire la vostra logica complessa, Vanya.”
“Siete davvero testardo come vostro fratello” gli rispose lei, scuotendo la testa. “Pensate come sarebbe stata triste l’esistenza di Edmond se si fosse lasciato sfuggire l’amore di Brianna.”
Stefan abbassò lo sguardo e si accorse di stringere forte il manico della tazzina. Perdere Brianna avrebbe significato rovinare la vita di Edmond; lui, però, godeva della libertà di innamorarsi come un pazzo, al contrario di Stefan.
“Non sono come lui. Per giunta non sta a voi lanciare la prima pietra” dichiarò fissandola negli occhi. Non aveva trascorso molto tempo in Russia, ma era al corrente della lunga relazione tra Vanya e Mr. Richard Monroe. “Da quanto tempo vi rifiutate di rendere Monroe un gentiluomo onesto?”
“Troppo” ammise con prontezza lei e, con un amabile sorriso, aggiunse: “Proprio per questo noi due ci sposeremo l’estate prossima”.
“Davvero?”
Vanya ridacchiò della sua sorpresa. “Avevo programmato le nozze per Natale, ma sapendo che Brianna era incinta, le ho rimandate a quando lei e il piccolo saranno in grado di viaggiare.”
Lui si alzò di colpo in piedi. Non provava invidia: era solo incredulo.
Perché mai si sposava, dopo avere avuto per anni una relazione perfetta?
“L’intera città è impazzita.”2
Lei alzò le spalle con indifferenza. “Forse.”
Stefan si avvicinò a passi nervosi alla finestra, notando distrattamente che aveva quasi smesso di piovere. Doveva far piacere a Nadiya, che non amava la pioggia. Lui invece era contento che fosse una giornata grigia, poiché era adatta al suo umore.
Detestava la sensazione di rincorrere quella giovane donna, senza riuscire mai a raggiungerla.
E se gli fosse sfuggita per sempre?
No, non glielo avrebbe permesso. Intendeva farla sua a qualunque prezzo.
Il rumore della porta che si apriva lo fece voltare di scatto. Sulla soglia c’era un domestico con un vassoio in mano.
Vanya gli andò incontro. “Sì, Anton?”
“È arrivato un messaggio per Lord Huntley.”
Un brivido di eccitazione percorse la schiena di Stefan. Era da parte di Nadiya? Chi altri avrebbe potuto scrivergli a San Pietroburgo?
Si avvicinò in fretta al giovanotto e prese il foglio ripiegato. “Vi ringrazio” mormorò.
“È di Nadiya?” si informò Vanya.
“No” le rispose lui, spezzando il sigillo di ceralacca. “È una lettera di Edmond.”
Lei gli rivolse un breve inchino. “Allora ve la lascio leggere in pace.”
“Non vi preoccupate: mio fratello non riesce a stare seduto nemmeno per il tempo necessario ad appuntire la penna. Mi stupirei se avesse scarabocchiato più di qualche riga.” Aprì la missiva e scoprì che, in realtà, era lunga quasi mezza pagina. Decifrare la frettolosa calligrafia richiese, come sempre, un notevole sforzo. Passarono alcuni minuti prima che Stefan terminasse la lettura. “Maledizione!”
Vanya gli corse al fianco, allarmata.
“Si tratta di Brianna?”
“No, del mio fattore” si affrettò a rassicurarla. “Stava disboscando un terreno e un albero gli è caduto addosso.”
Lei non si tranquillizzò, anche se la risollevava sapere che Brianna stava bene.
“Si è fatto molto male?”
“Ha tutte e due le gambe fratturate. Comunque, a quanto afferma Edmond, secondo il medico, Riddle si riprenderà in pieno.”
“Grazie al cielo.”
“Sì, ha avuto fortuna.” Stefan era contento di sapere che le lesioni non fossero ancora più gravi. Riddle lavorava per lui sin dalla morte del padre e la sua indefessa efficienza aveva garantito la prosperità di Meadowland. Sarebbe stato impossibile sostituirlo, sia come fattore sia come amico. “Tuttavia dovrà restare inattivo per settimane, se non mesi.”
“Vi potrei aiutare?” si offrì Vanya.
“Temo di no. Debbo tornare a Meadowland” aggiunse facendosi forza.
“Certo. Vi occorre una carrozza?”
Stefan scosse la testa. “No: farò più in fretta con la nave. Manderò Boris al porto a verificare le partenze.”
“Tra quanto intendete partire?”
Il dovere gli imponeva di imbarcarsi al più presto. Senza Riddle, nessuno avrebbe sovrinteso ai lavori agricoli né affrontato i problemi, inevitabili in una tenuta così vasta. Non ci si poteva aspettare che Edmond si occupasse ogni giorno di Meadowland, poiché aveva le sue terre da amministrare, oltre alla famiglia da accudire.
Stefan serrò la mascella. Al diavolo il dovere!
Sarebbe tornato nel Surrey, ma con Nadiya.
“Appena avrò concluso gli affari in sospeso.”
Si avviò alla porta quasi senza accorgersene, ma la voce di Vanya lo fermò.
“Stefan.”
“Sì?” le chiese, guardando con impazienza oltre la spalla.
“Nadiya non è una popolana qualunque. Non potete costringerla ad abbandonare la famiglia.”
“Sottovalutate la mia capacità di persuasione” le rispose con un sorriso duro.
“Non vuole lasciarsi persuadere.”
“Mi desidera, e lo ammetterà.”
3Dopo una mattinata di pioggia costante, il sole era spuntato dalle nuvole e donava di nuovo calore alla città.
Ben felice del cambiamento, Nadiya scostò le tendine della carrozza e lasciò entrare la luce. Le mattinate che trascorreva all’orfanotrofio erano sempre penose. Avrebbe tanto voluto alleviare le sofferenze dei bambini, ma le sembrava di non fare mai abbastanza.
La consolava soltanto la speranza di riuscire a convincere il padre a fornire loro l’istruzione di cui quei piccoli avevano tanto bisogno.
La vettura si fermò davanti al palazzo di sua madre e la portiera venne aperta dall’immancabile Pyotr. Appena posò i piedi sul selciato umido, lei scorse un movimento tra le rose, a lato dell’edificio.
“Mon Dieu!” esclamò in un soffio, appena riconobbe Stefan che camminava con impazienza da un capo all’altro del giardino.
“Volete che proseguiamo in carrozza per un tratto?” le sussurrò all’orecchio Pyotr. “Prima o poi se ne andrà.”
“È quello che continuo a ripetermi, ma lui torna sempre.”
“Come un prurito fastidioso.”
Un sorriso le incurvò le labbra. “Esatto.”
“Non c’è bisogno che gli parliate: non avrei nessun problema a mandarlo al diavolo.”
Nadiya avrebbe voluto che fosse così semplice.
Per quanto fosse poco coraggiosa, era tentata dall’idea di evitare il confronto diretto con Stefan, soprattutto perché non era sicura di avere la forza necessaria per chiudere il loro assurdo rapporto.
La notte precedente aveva trascorso ore intere a camminare per la camera, elencandosi i motivi per cui le conveniva dire addio al Duca di Huntley.
Erano molti e tutti sensati.
Il problema era che le decisioni prese in solitudine le parevano irrealizzabili quando lo vedeva.
Quante volte aveva già stabilito di escluderlo dalla sua esistenza e si era poi lasciata coinvolgere di nuovo?
Accorgendosi dello sguardo preoccupato di Pyotr, Nadiya sollevò il mento e sistemò le pieghe dell’abito, stretto in vita da una fascia verde smeraldo.
“Apprezzo la vostra proposta, Pyotr, ma sono in grado di affrontarlo da sola” si costrinse a dichiarare.
“Ne siete sicura?”
Niente affatto.
Atteggiando le labbra a un sorriso, rispose: “Certo”.
“Non sarò lontano” le assicurò lui a quel punto con un sospiro rassegnato.
Dopo avergli dato una leggera pacca sul braccio in segno di gratitudine, lei aprì il cancello ed entrò in giardino.
Provò la solita stretta al cuore quando Stefan la scorse e le andò incontro a passi decisi.
“Era ora” ringhiò mentre si fermava davanti a lei presso una fontana di marmo, con le braccia tese lungo i fianchi come per resistere all’impulso di afferrarla. “Dove siete stata?”
Nadiya ricambiò il suo sguardo di fuoco con un’occhiata in apparenza tranquilla. In realtà sentiva il sangue ardere nelle vene e lo stomaco stringersi per l’agitazione.
Quell’uomo era fin troppo bello!
“Non che la cosa vi riguardi, comunque sono andata all’orfanotrofio ad assicurami che gli stivali da me acquistati fossero stati consegnati ai bambini” sbottò. Cercava di risvegliare la collera nel tentativo di annullare l’involontaria eccitazione. “È incredibile come tanti mercanti cerchino di imbrogliare quei poveri innocenti, se non li tengo sotto controllo.”
Lui serrò le labbra. “Immagino non abbia senso farvi notare quanto sia pericoloso recarsi in luoghi simili.”
“Proprio nessuno.”
“Come mai non mi stupisco della vostra risposta?”
Lei si accorse in quel momento delle ombre sotto i magnifici occhi blu e della tensione che segnava i lineamenti regolari. “Qualcosa vi turba.”
Lui si irrigidì, come colto alla sprovvista, poi incurvò le labbra in un sorriso forzato. “Mi conoscete bene.”
“Mi volete spiegare cosa è successo?”
Per un magico istante, lui soffermò lo sguardo sulle sue labbra, poi tornò a fissarla negli occhi.
“Edmond mi ha comunicato che il mio fattore ha avuto un incidente.”
Nadiya si coprì la bocca con una mano. Sebbene fosse rimasta a Meadowland per poco tempo, aveva imparato a rispettare i dipendenti di Stefan, soprattutto il fattore, che le rivolgeva parole gentili ogni volta che la incrociava.
“Mr. Riddle?”
“Sì.”
“È grave?”
“Ha le gambe fratturate.”
“Oh no, poverino! Tornerà a camminare?” chiese lei con apprensione.
“A quanto riferisce Edmond, si riprenderà del tutto.”
“Grazie al cielo.”
Lui annuì, poi sembrò pensare ad altro. Nadiya si strinse le braccia attorno alla vita, colta da un’ansia4 improvvisa.
Intuiva che Stefan non era venuto soltanto per parlarle dell’incidente.
“Devo tornare a Meadowland.”
Pur avendo previsto l’inevitabile arrivo di quel momento, lei si stupì della fitta che provò al cuore.
Non vedere mai più il suo bel viso, non sentire più la sua voce seducente, non ricambiare mai più i suoi baci ardenti…
Si voltò di colpo a guardare l’acqua che sgorgava dalla ninfa in mezzo alla fontana.
“Capisco.”
Lui l’afferrò per le spalle.
“Non ho altra scelta, Nadiya.”
“Quando partirete?”
“Appena possibile.”
Lei strinse le mani a pugno, conficcando le unghie nei palmi. Non avrebbe pianto, non ancora.
Che cosa le restava, oltre all’orgoglio?
“Certo…” mormorò. “Salutate da parte mia Lord e Lady Summerville.”
“Non avete altro da aggiungere?”
“Vi auguro buon viaggio.”
Stefan le serrò le dita sulle spalle, poi, con un gesto deciso, la fece ruotare su se stessa per guardarla in volto.
“Dannazione, Nadiya!”
“Che cosa volete da me?” Scosse la testa con rabbia. “Che scoppi in lacrime? Che vi supplichi di rimanere?”
“Sapete cosa desidero.”
Nadiya abbassò le palpebre, incapace di sostenere il suo sguardo.
“No, Stefan.”
“Non ho tempo per giocare” dichiarò lui e la strinse al petto. “Intendo salire sulla prima nave per l’Inghilterra. E voi verrete con me.”
“Non è affatto un gioco.” Tentò di divincolarsi mentre lui l’avvolgeva in un caldo abbraccio, ma era uno sforzo inutile. “Vi ho detto e ripetuto che non sarò la vostra amante. Perché non accettate la mia decisione?”
Stefan chinò il capo per sussurrarle all’orecchio: “Forse perché siete già la mia amante”.
“No.”
“Vi devo forse portare in camera mia per dimostrarvi il contrario?” la provocò lui.
Lei represse un brivido di piacere, ma non poteva negare quanto la tentasse un ultimo, delizioso amplesso, prima della sua partenza definitiva.
“Stefan…”
Lui le posò la guancia contro la gola.
“Mi fate impazzire.”
“Allora dovreste essere contento di allontanarvi da me.”
“No, mai.”
L’assoluta sicurezza rivelata dal suo tono la convinse a strapparsi all’abbraccio. Era un uomo insopportabile.
“Non potete costringermi ad accompagnarvi.”
Si fissarono negli occhi, in un muto duello di volontà.
5“È una sfida?” sbottò Stefan.
“È la verità.” Nadiya sollevò il mento con fierezza. Si rifiutava di lasciarsi intimorire. “Come ben sapete.”
“So soltanto che mi volete, che intendiate ammetterlo o meno.”
Lei ignorò la fitta al cuore.
“Non vorrete insinuare che non posso vivere senza di voi? Vi posso assicurare che finora me la sono cavata piuttosto bene da sola.”
“Davvero?” ironizzò.
“Sì.”
Lo sguardo di Stefan si rabbuiò, esprimendo una profonda solitudine che Nadiya conosceva fin troppo bene.
“No, colombella, vi siete sempre negata la vera vita. Fingete di appartenere a un certo ambiente sociale, ma non vi sentite affatto inserita.”
Lei si voltò di scatto per nascondergli il viso.
“È assurdo.”
“Vi ho osservata” insistette lui. “Ho notato come sorridete e conversate amabilmente, ma tenete sempre gli altri a debita distanza.”
Come faceva a conoscere così bene le sue debolezze?
“Anche se non amo le mondanità, non significa che ignori le soddisfazioni e la felicità.”
“Felicità?”
“Sì, sono…” Le labbra si rifiutarono di pronunciare la bugia. “Contenta.”
“Siete sola.”
“Ho una famiglia.”
“Una famiglia?” ripeté Stefan con sarcasmo. “Forse è proprio questa a indurvi a respingere tutti.”
Lei si voltò e lo fulminò con lo sguardo.
“Cosa vorreste insinuare?”
Con un gesto tenero, lui le posò una mano a coppa sotto il mento. Tuttavia la fissò con durezza.
“Avete già subito fin troppe delusioni. Temo che, aggiungendone un’altra, vi ridurrete a un semplice strumento dell’egoismo altrui.”
L’amara risata di Nadiya echeggiò per il giardino.
“Un rischio che si corre con molti gentiluomini.”
Stefan arrossì un poco, punto nel vivo.
“Io voglio prendermi cura di voi.”
“No: volete usare il mio corpo finché non ve ne sarete stancato.”
Lui abbassò lo sguardo e lo soffermò un istante sulle rotondità dei seni, poi lo riportò al volto acceso.
“Dimenticate che in cambio vi offro il mio fisico, come e quando desiderate. Potete approfittare di me in qualunque momento. Non vi sembra uno scambio equo?”
Un intenso calore le bruciò nel ventre e minò la sua determinazione. “Non per me” dichiarò indietreggiando.
La risposta spezzò il suo fragile autocontrollo. “Dannazione! Cosa posso fare per convincervi ad ammettere che volete questa relazione tanto quanto me?”
“Più di quello che siete disposto a offrire.”
“Lo ripetete in continuazione. Ma come potete saperlo, se non mi spiegate nemmeno di che si tratta?”
Lei si abbracciò la vita, trafitta da una pena intensa. Come avrebbe reagito Stefan se gli avesse confessato che ambiva al suo cuore? Era l’unica cosa che le avrebbe sempre negato.
“Sostenete che vivo in solitudine, ma lo stesso vale per voi” lo attaccò, cercando di cambiare discorso. “A quando risale l’ultima volta in cui avete frequentato l’aristocrazia londinese e riempito di invitati Meadowland?”
“Ho doveri…”
“Già: le vostre preziose responsabilità” ironizzò lei a sua volta. “Le usate come scudo per evitare di guardarvi nell’anima e scorgerne il vuoto.”
(Tutte le immagini sono tratte da alcune opere del maestro Umberto Boccioni, 1882-1916)
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