Nadiya Zaytseva XXVII

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1Stefan trattenne la collera con uno sforzo notevole.
Maledizione! Perché permetteva a quella donna di farlo adirare con tanta facilità? Non che fosse un tipo molto calmo: al contrario. Ma in compagnia di Nadiya si ritrovava in balia di emozioni che fino ad allora aveva ignorato.
Per questo gli capitava fin troppo spesso di perdere il controllo della situazione.
Scrutò di malumore il bel volto d’alabastro. La bocca era serrata in un’espressione di ostinato rifiuto, ma gli occhi scintillavano di pianto. Le dispiaceva che lui partisse: era chiaro. Allora perché diavolo continuava a combatterlo?
“Intendete allontanarmi risvegliando la mia rabbia?” la provocò. “Rappresenta la vostra ultima difesa, quando qualcuno si avvicina troppo?”
Lei strinse le braccia al petto in un gesto protettivo.
“Ma voi non mi siete vicino.”
“Direi che tra due persone non potrebbe esistere vicinanza maggiore di quella che abbiamo avuto noi due” le rispose con una risata.
“L’intimità fisica può nascere tra perfetti estranei. È irrilevante” gli fece notare lei.
“Se ne foste davvero convinta, avreste già avuto una decina di amanti.” Provò un impulso omicida al semplice pensiero di un altro uomo insieme a lei. “Invece vi siete donata solo a me.”
“Mentre voi avete senz’altro giaciuto con molte altre nobildonne inglesi” ribatté stizzita Nadiya a quel punto.
Stefan sorrise, compiaciuto dalla punta di gelosia rivelata dal tono. “Non frequenterò nessun’altra, mentre noi due saremo insieme.”
“Non limitatevi per me.” Drizzò le spalle con dignità, fingendo un’indifferenza assai poco credibile. “Siete libero di avere tutte le amanti che volete.”
“Ne desidero una sola. Venite con me a Meadowland e ve lo proverò con i fatti.”
Avanzò di un passo per abbracciarla, ma lei si scostò con una mossa rapida.
“Basta, Stefan” gli intimò, ma la sua voce era incerta. “Non vi accompagnerò in Inghilterra: la vicenda è chiusa.”
Chiusa? No, non era possibile. Per quanto testarda, Nadiya non poteva negare la potenza dell’attrazione reciproca.
“Intendete davvero salutarmi senza alcun rimpianto?”
“È meglio così.”
“Bugiarda.”
“Vi prego, Stefan… andatevene.”
Per un folle istante la frustrazione minacciò di sopraffare in lui ogni logica. Se quella dannata ragazza si ostinava a negare le proprie emozioni, meritava di venire caricata a forza in carrozza e condotta alla nave.
Fu il ricordo delle parole di Vanya a salvarlo da quella fatale imprudenza.
Non è importante che l’uomo comprenda i desideri della donna, ma che sia pronto a offrirle quello di cui ha bisogno.
Serrò la mascella. Certo. Come diamine aveva fatto a essere così cieco?
Anche se Nadiya combinava una deliziosa innocenza con un coraggio straordinario, aveva un cuore femminile.
Stefan ruotò sui tacchi e si allontanò di qualche passo.
“Intendete forzarmi la mano, giusto?” l’accusò.
“Cosa state insinuando adesso?”
“Come al solito, quando si tratta di voi perdo la capacità di ragionare.” Si voltò verso il suo viso perplesso. “Strano, pensando a quante nobildonne mirano a sposarmi da quando ho ereditato il titolo.”
Nonostante l’indubbia intelligenza, lei impiegò qualche istante a comprendere il senso della frase.
“Mon Dieu!” esclamò, fingendosi sbalordita. “Credete davvero che…”
“Che, in cambio della nostra piacevole relazione, vi aspettiate di diventare la nuova Duchessa di Huntley” concluse lui.
Senza preavviso, lei corse avanti e lo prese a pugni sul petto con rabbia inusitata.2
“Bastardo!”
Sbalordito, Stefan le afferrò i polsi, fulminandola con lo sguardo.
Cosa le succedeva ancora?
Non era forse pronto a compiere l’estremo sacrificio? E Nadiya osava reagire come se l’avesse insultata?
“Se lo fossi davvero, non ci ritroveremmo in questa situazione” ringhiò. “Non si può nemmeno immaginare che Miss Nadiya Zaytseva sposi un cittadino comune.”
“La vostra arroganza supera davvero ogni limite…” sibilò lei di rimando.
“Non c’è nessuna superbia nel conoscere il valore della mia posizione sociale.”
“Forse le nobildonne inglesi sono abbagliate dal vostro ducato, ma vi rammento che ho trascorso la mia intera esistenza attorniata da membri della famiglia reale.” I suoi occhi scintillavano come zaffiri ai raggi del sole. “Se aspirassi a un titolo, avrei potuto sposare due conti, tre baroni, un duca francese o una mezza dozzina di principi.”
“Ognuno dei quali ridotto in misere condizioni economiche, nonché abbastanza vecchio da poter essere vostro padre…” insinuò lui.
“Ah.” Un sorriso stizzito le incurvò le splendide labbra. “Dunque, oltre che duca, siete anche molto ricco e bello. Come potrei mai resistervi?”
“Infatti non me lo aspetto.”
Nadiya strappò i polsi dalla presa, oppressa da un’emozione troppo vicina al dolore.
“State…” Si interruppe per schiarire la gola. “Mi state davvero proponendo il matrimonio?”
Era così?
Per quanto fosse assurdo, Stefan aveva la gola secca e il cuore che martellava in petto.
Per tanti anni aveva escluso l’idea di sposarsi, anche se, per un breve periodo, aveva cullato l’idea di prendere in moglie Brianna. In fondo la conosceva sin dall’infanzia e sapeva che amava Meadowland quasi quanto lui. E soprattutto immaginava che i defunti genitori avrebbero approvato la decisione.
Tuttavia non poteva fingere che l’attrazione per Nadiya avesse a che fare con le proprietà o il futuro della famiglia Huntley.
Si trattava di un puro desiderio egoistico.
“Vi ripeto che non tornerò in Inghilterra senza di voi” affermò con durezza. “Se vi devo sposare, che sia pure.”
Nel giardino calò un silenzio pesante, in attesa che Nadiya si pronunciasse. Stefan non prevedeva che svenisse o lanciasse grida di gioia: era troppo orgogliosa per abbandonarsi a simili manifestazioni.
Tuttavia sperava di scorgere almeno un lampo di soddisfazione nel suo sguardo. In fondo lei aveva ottenuto quello che desiderava.
Invece lei si indurì in volto.
“Che sia pure? Una proposta davvero romantica. Sto per svenire dall’emozione” ironizzò.
Stefan si irrigidì, offeso. “Se vi aspettate che cada in ginocchio davanti a voi, vi sbagliate di grosso. Non ho nessun bisogno di implorare una donna.”
“Non capisco come abbia fatto Edmond a conquistare Brianna, se è privo di tatto quanto voi.”
“L’ha rapita.”
“Mon Dieu! Tutti gli inglesi sono così barbari?”
“Quando hanno a che fare con femmine troppo cocciute” sbottò con rabbia Stefan.
Lei indietreggiò, spaventata dallo scatto d’ira. Faceva bene! In quel frangente, la collera che lo incendiava si faceva beffe della sua solita compostezza.
“Spero solo che stiate scherzando” mormorò.
“Mi avete chiesto di offrirvi di più. Cosa diavolo vorreste ancora, oltre a diventare mia moglie?”
“Il semplice fatto che me lo domandiate dimostra che siete incapace di offrirmi ciò che chiedo.”
Stefan si cacciò le dita tra i capelli. Quella donna lo avrebbe spedito nella tomba, o più probabilmente al manicomio.
“Vi ho promesso tutto quello che possiedo.”
“Già, lo immagino” sussurrò lei in tono rassegnato. “Addio, Stefan.”
3Incapace di comprendere, lui la seguì con lo sguardo mentre camminava a testa alta verso casa.
Lo stava lasciando.
Rimase immobile per parecchi minuti, respingendo l’impulso di seguirla. Le aveva offerto su un piatto d’argento il suo nome e il suo orgoglio, e lei glieli aveva sbattuti in faccia con disdegno.
Ormai Stefan si rifiutava di assecondare i capricci di Miss Nadiya Zaytseva.
Ruotò sui tacchi, attraversò di corsa il giardino e recuperò la carrozza dal cortile delle scuderie. Se quella dannata ragazza sperava di poterlo manovrare con i suoi giochini ridicoli, presto si sarebbe risvegliata alla realtà. Lui aveva finito di seguirla come un cane in calore.
Nonostante il traffico, riuscì ad arrivare da Vanya con una rapidità ammirevole. Certo, si era lasciato alle spalle gli insulti di molti passanti spaventati, oltre alla furia di numerosi vetturini, costretti a scansarsi in fretta per evitare incidenti.
Una volta giunto alla palazzina, lanciò le redini a un domestico e salì di corsa i gradini d’ingresso. Durante il breve tragitto si crogiolò nel risentimento per quello che considerava un vero e proprio tradimento da parte di Nadiya.
Preferiva bruciare di collera, piuttosto che ammettere il penoso senso di perdita.
Non salutò nemmeno il maggiordomo che gli aprì la porta e attraversò l’atrio con l’intenzione di chiudersi subito in camera. Prima partiva dalla Russia, meglio era.
Era appena arrivato alla base dello scalone, quando Vanya spuntò da un salotto.
“Stefan.” Si fermò di colpo accorgendosi del suo aspetto scarmigliato. “La vostra espressione rivela che il colloquio con Nadiya non è andato bene.”
“Quella donna è…” Serrò subito le labbra. Aveva già fatto abbastanza scenate per quel giorno. “Non ha più importanza, Boris è rientrato?”
“Sì. Vi aspetta nelle vostre stanze.”
Lui fece per allontanarsi. “Grazie.”
“Stefan.”
A fermarlo fu il tono inquieto della matura dama. Si voltò a guardarla con impazienza.
“Ho piuttosto fretta, Vanya.”
“Spiegatemi cosa è successo tra voi e Nadiya.”
“Le ho chiesto di accompagnarmi in Inghilterra e lei ha respinto la mia proposta.”
Vanya sussultò per la durezza del tono. “Le avete dichiarato i vostri sentimenti?”
“Le ho proposto di diventare mia moglie” rispose con una risata cinica.
L’amica scosse la testa con aria contrariata. “Ma le avete parlato di amore?”
Un improvviso senso di allarme gli trafisse il cuore. Non aveva nessuna intenzione di discutere delle sue emozioni confuse. Le aveva trascurate per settimane e intendeva continuare a farlo.
“Apprezzo il vostro interessamento, Vanya, d’altra parte devo preparare i bagagli. Con un pizzico di fortuna, mi imbarcherò presto per raggiungere l’Inghilterra. E recuperare la mia salute mentale” aggiunse con una smorfia.
“Stefan…”
Lui la ignorò e salì in camera. Non intendeva perdere più tempo in nome di Nadiya Zaytseva.
Ben presto avrebbe dimenticato lo spiacevole episodio.
Spalancò il battente ed entrò nel salottino privato. Trovò Boris che beveva da una fiaschetta d’argento, seduto su un sofà vicino alla finestra. Appena lo vide varcare la soglia, scattò in piedi e gli lanciò la bottiglietta.
“Sembra che abbiate bisogno di un goccio, Huntley.”
Senza esitare, lui bevve un lungo sorso di vodka. L’alcol gli bruciò la gola ed esplose nel suo stomaco.
“Santo cielo!” esclamò restituendogli la fiaschetta. Se avesse bevuto ancora, non sarebbe più stato in grado di reggersi in piedi. “Avete gli orari?”
Boris annuì. “C’è una nave in partenza tra due ore.”
“Possiamo salire a bordo?”
“Per una cifra adeguata” spiegò lui con una smorfia.
Stefan se l’era aspettato. Quale capitano non si arricchiva forse con i soldi passati sottobanco? Di regola lui disprezzava simili pratiche, ma in quel caso sarebbe stato disposto ad acquistare l’intero vascello e scacciare i passeggeri, pur di lasciare in fretta quel maledetto paese.
“Il prezzo non conta.”
Boris ripose in tasca la fiaschetta e incrociò le braccia sul petto poderoso.
“Dunque la domanda è: quanti biglietti devo acquistare?”
Stefan serrò la mascella di fronte a quella richiesta a dir poco provocatoria.
“Facciamo un patto, Boris.”4
“Vi ascolto.”
“Vi comprerò tutti i barili di vodka che vorrete per il viaggio, purché non pronunciate più il nome di Miss Zaytseva.”
Lui sorrise. “Mai sentita nominare.”
Dopo avere atteso che la carrozza di Stefan fosse partita a tutta velocità, Nadiya tornò in giardino. Sarebbe morta piuttosto che mostrare ai domestici che stava piangendo per il Duca di Huntley.
Inoltre non sopportava l’idea di restare chiusa in casa, non in quel momento. Aveva bisogno di sentire sulla pelle la brezza e il calore estivo. Cos’altro avrebbe potuto sciogliere il gelo che le attanagliava il cuore?
Scelse una panchina di marmo verso il fondo e lasciò scorrere le lacrime. Prima o poi, la sofferenza sarebbe svanita. Forse occorreva qualche giorno, oppure qualche settimana.
O anche qualche mese.
Comunque era convinta della propria scelta.
Mon Dieu! Niente al mondo l’attirava più del matrimonio con Stefan. Non le importava affatto del titolo nobiliare, men che meno del prestigio in società. Era solo animata dal desiderio di unirsi a un uomo che amava da impazzire.
Tuttavia aveva ragione Alessandro Pavlovich.
Anche se Stefan era disposto a prenderla in moglie in nome della passione, presto Nadiya avrebbe sofferto per la mancanza di sentimenti profondi. Oppure, peggio ancora, lui stesso si sarebbe pentito di avere scelto una sposa che non amava.
E per lei sarebbe stata la fine.
Infine, dopo alcuni lunghi minuti, smise di piangere. Presto avrebbe recuperato il suo abituale contegno e sarebbe entrata in casa. In fondo la vita non era finita solo perché Stefan partiva dalla Russia.
La contessa era in pericolo e lo sarebbe rimasta fino al ritrovamento delle lettere. Inoltre Sir Charles era ancora in circolazione: andava arrestato per la sicurezza dell’intera città.
Mentre si preparava a rientrare, sentì aprirsi il cancello sul retro.
“Pyotr?” chiamò alzandosi in piedi. “Cosa state…” Si interruppe terrorizzata appena riconobbe il tipo smilzo, con una cicatrice sulla guancia. Come avrebbe potuto dimenticarlo? Aveva aiutato Sir Charles a tenerla prigioniera. “No!”
Aprì la bocca per gridare, sperando di richiamare l’attenzione di un domestico. Ma prima ancora che riuscisse a emettere un suono, l’uomo le tappò la bocca con una mano e puntò la pistola con l’altra.
“Perdonatemi, Miss Zaytseva, ma non vi posso permettere di rivelare la mia presenza.” Un sorriso malvagio gli piegò le labbra. “Toglierò la mano, ma vi informo che non esiterò a sparare se doveste tentare di chiamare qualcuno.”
Tremando di paura, lei attese che le liberasse la bocca. Sebbene si fosse rasato e avesse indossato degli indumenti puliti, Josef aveva sempre un aspetto minaccioso. E Nadiya non dubitava che, se necessario, avrebbe premuto il grilletto.
“Che cosa ci fate qui?” gli domandò con voce spezzata.
“Il mio padrone desidera la vostra compagnia.” Indicò con un cenno del capo il piccolo veicolo a poca distanza. Lei era talmente immersa nei suoi pensieri da non averlo sentito avvicinarsi. “Se mi accompagnate senza troppe storie, vi assicuro che non vi farò del male.”
“No” si oppose con veemenza lei. “Preferisco che mi spariate subito, piuttosto che ritrovarmi di nuovo tra le grinfie di Sir Charles.”
Con sua sorpresa, Josef storse il viso sottile in una smorfia. “Sir Charles! Non lavorerei mai per quel vile depravato.”
“Mi prendete per stupida? Non ho dimenticato nemmeno un orribile istante trascorso insieme a voi.”
“Nient’altro che una messinscena” le rispose con un’alzata di spalle. “Il mio vero capo voleva tener d’occhio l’inglese. Non sarebbe stato il caso di lasciarselo sfuggire, prima di portarlo davanti alla giustizia.”
Messinscena? Giustizia? Nadiya non capiva. Collera e confusione presero il sopravvento sulla paura. Doveva trattarsi di una trappola.
“E vi ha lasciato del tutto indifferente il rapimento di una donna e la minaccia di tagliarle la gola?”
“Ho fatto del mio meglio per proteggervi: lo dovete ammettere” dichiarò fissandola negli occhi.
Lei serrò le labbra. Non intendeva riconoscerlo, nemmeno con un’arma puntata al petto.
“So soltanto che viaggiavate insieme a Sir Charles e che lo avete portato via, prima che io lo sbattessi nella tomba.”
“Avete avuto la vostra soddisfazione, ma la sua vita spettava a un altro.”
Nadiya sussultò. “È morto?”
Josef scosse la testa, come se avesse già rivelato troppo.
“Avrete la risposta se salirete in carrozza.”
“Non mi fido di voi.”
“E fate bene. Ma in questo caso mi è stato raccomandato di trattarvi con i guanti. Sempre ammesso che siate disposta a collaborare.”
“Cosa volete da me?”
5Josef notò la sua istintiva occhiata verso la casa e le afferrò un braccio per trascinarla verso il cancello aperto.
“Ammiro il vostro tentativo di trattenermi qui, nella speranza di farvi notare da un servitore, ma vi ripeto che è ora di andare.”
Sotto la minaccia della pistola, lei non aveva altra scelta che arrendersi. Quand’anche fosse riuscita a invocare aiuto, non voleva esporre al pericolo i domestici.
Quando giunsero al veicolo in attesa, Nadiya ebbe appena il tempo di vedere il robusto vetturino prima di essere sbattuta a bordo, dietro le tendine tirate. Purtroppo quel rapido sguardo le era bastato per notare l’atteggiamento marziale e inflessibile dell’omone: non avrebbe trovato nessuna compassione in lui.
Si raggomitolò sul sedile di cuoio stranamente pulito e tenne lo sguardo fisso su Josef, che aveva preso posto di fronte a lei. Brandiva ancora la pistola, ma non gliela puntava contro. Tuttavia c’era poco da illudersi: le sarebbe bastato un movimento imprudente per ricevere una pallottola nel cuore.
Partirono in un silenzio rotto soltanto dal battito degli zoccoli sul selciato. Nadiya era ammutolita dal terrore di venire consegnata a Sir Charles e Josef non era il tipo da convenevoli. Infine, quando si rese conto che stavano attraversando uno dei ponti che collegavano la città alle isole più esterne, uscì dallo stato di stupore.
“Mi volete spiegare dove siamo diretti?”
“No.”
Lei serrò i pugni, in preda alla collera. La stava conducendo in un luogo isolato, dove nessuno avrebbe udito le sue grida? Oppure laggiù sarebbe stato più comodo buttare in mare il suo cadavere?
Il panico rischiava di sopraffarla.
“Non ha importanza” dichiarò infine a denti stretti. “Appena si scoprirà la mia sparizione, l’intero esercito perlustrerà la città alla mia ricerca. Voi e il vostro misterioso padrone capirete cosa succede a chi fa adirare lo zar.”
Josef le rivolse un sorriso inatteso. “Avete una certa forza d’animo per essere una ragazza di buona famiglia.”
“Definitela pure stupidità” lo corresse con una smorfia.
“No. Ho notato il vostro coraggio” le rispose con una certa ammirazione. “Non molte femmine sarebbero sopravvissute a Sir Charles.”
Nadiya deglutì a fatica, più spaventata che rassicurata da quella parole.
“Le vostre lusinghe non vi salveranno dal plotone d’esecuzione…” borbottò.
“Verrete riportata a casa prima ancora che lo zar abbia convocato le guardie.”
“Lo vedremo” mormorò lei.
Calò di nuovo un silenzio carico di tensione. Nadiya strinse i denti per tenere a bada il panico.
Non si sarebbe abbassata a inutili isterie.
Dopo quella che parve un’eternità, la carrozza si fermò e Josef aprì la portiera. Nadiya si costrinse a scendere e si guardò attorno. Lungo una banchina malconcia erano allineati magazzini e depositi.
A prima vista sembrava un luogo abbandonato, invaso dalle erbacce e dai rifiuti, ma Nadiya non si lasciò ingannare. Persino da lontano, infatti, distingueva le sagome di molti uomini appostati dietro le finestre.
Stavano di sentinella. “Cos’è questo posto?” si informò, reprimendo l’istinto di divincolarsi dalla stretta di Josef, che la sospingeva verso un ingresso secondario.
“Venite.”
Come se avesse avuto possibilità di scelta.
Concentrata com’era nell’evitare di inciampare nell’orlo della gonna, lei non si accorse subito delle voci e delle risate infantili.
“Sono bambini?” chiese stupita all’arcigno profilo di Josef.
Lui si voltò con un sorriso. “Credevate che solo i nobili generassero marmocchi?”
Lei aggrottò la fronte.
Il suono proveniva da dietro il magazzino, come se i piccoli stessero giocando al sole, in un cortile.
“Come mai non sono in orfanotrofio?”
“Noi ci occupiamo dei nostri figli, quando possiamo.”
Noi? Niente faceva supporre che Sir Charles si interessasse all’infanzia. Era un mostro dal cuore di ghiaccio.
Dunque a chi si riferiva Josef? Si trovavano forse in un covo di criminali?
“Addestrandoli al furto?” azzardò.
Lui parve offendersi. “Fornendo un tetto, viveri sufficienti e la possibilità di imparare a leggere e scrivere” la6 corresse. “Più di quanto non offra il vostro istituto.”
Nadiya non si curò di celare la meraviglia. “Insegnate a leggere e scrivere?”
“E a far di conto.”
“Anche alle femmine?” chiese quando distinse una risata acuta che non poteva essere maschile.
“Certo.” Josef tirò il vecchio battente e le indicò di entrare. “Dopo di voi.”
Nel tentativo di distogliere il pensiero dal potenziale nemico in agguato, Nadiya si concentrò su Josef.
“Chi è il responsabile dei fanciulli?” si informò mentre varcava la soglia.
“In mancanza di meglio, sono io” rispose una voce maschile dal vasto interno in penombra.
Lei si fermò sui suoi passi, portandosi una mano sul cuore impazzito. “E chi sareste?”
Lo sconosciuto si portò nel fascio di luce di una finestra. Sembrava fuori posto in quell’ambiente squallido.
Era alto e snello, con i capelli neri raccolti in un codino che valorizzava il bel volto abbronzato. I luminosi occhi dorati contrastavano con l’elegante giacca di velluto nero e le labbra erano atteggiate a un sorriso affascinante. Ai raggi del sole, un diamante scintillò tra le pieghe della larga cravatta di seta.
Sarebbe stato meglio al Palazzo d’Estate che in un magazzino abbandonato.
Come se avesse intuito il suo stupore, le andò incontro e, dopo averle sollevato con delicatezza una mano, se la portò alle labbra.
“Dimitri Tipov” si presentò infine, trattenendole le dita un po’ più a lungo di quanto imponesse l’etichetta. “È un vero piacere fare la vostra conoscenza, Miss Zaytseva.”
Era il famoso Zar dei Miserabili?
Meravigliata per quell’incontro inatteso, lei dimenticò quasi la paura.
“Avete un viso noto. Ci siamo già visti?”
Gli occhi d’oro scintillarono di divertimento.
“Non frequento il vostro ambiente elevato, ma senza dubbio avete incrociato mio padre.”
Lei arrossì di imbarazzo. “Oh.”
“Non tutti i figli illegittimi vengono bene accolti come voi, ma belle.” Lanciò un’occhiata verso il resto del deposito. “Per questo ho aperto la mia piccola scuola.”
Nadiya liberò la mano dalla presa e studiò con circospezione il fascinoso criminale.
“Perché mi avete fatta portare qui?”
“In parte perché desideravo conoscervi” le rispose percorrendole il corpo con lo sguardo.
“Come mai?”
Lui ridacchiò dei suoi sospetti. “Tra i poveri siete considerata una specie di santa.”
“Santa?”
“La vostra generosità verso i bisognosi è ben nota.”
Nadiya lanciò un’occhiata nervosa dietro la spalla e vide Josef che aspettava con pazienza accanto alla porta. Era forse un incubo?
Tutto sembrava più vicino al sogno che alla realtà.
“E per questo mi avete fatta rapire?”
“Un male necessario, per il quale spero mi perdonerete. Purtroppo c’è una grossa taglia sulla mia testa. Non mi sembrava prudente venirvi a trovare a casa. Se però avessi saputo che eravate ancora più bella di quanto non immaginassi, magari avrei deciso di correre il rischio.”
“Che cosa desiderate da me?”
“Ne parleremo tra un minuto, ma belle.” Con la mano lunga e sottile, le portò dietro l’orecchio un ricciolo ribelle. Per quanto fosse strano, il gesto confidenziale non la intimorì né la offese. Alimentò piuttosto la sua curiosità. “Innanzitutto vi debbo comunicare una notizia che penso vi interessi.”
Qualcosa nel suo tono di voce le fece correre un brivido lungo la schiena. “È relativa a Sir Charles?”
“Intelligente quanto bella: una combinazione ricca di fascino.” A quel punto Dimitri Tipov la prese a braccetto e la guidò verso una porta sul fondo. “Il tè è pronto. Discuteremo della triste fine di Sir Charles gustando qualche biscotto appena sfornato.”
(Tutte le immagini sono tratte da alcune opere del maestro Henri Matisse, 1869-1954 )
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11 pensieri su “Nadiya Zaytseva XXVII

  1. Che ragazza testarda e incontentabille!
    Dimentico sempre di dirvi una cosa cui tengo molto, complimenti per la “galleria” di splendidi quadri che ornano come gemme preziose i vostri scritti. Io adoro la pittura, gli impressionisti in primis, ma anche altri.

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