Nadiya Zaytseva XXVIII

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1Ben conoscendo le insidie dei viaggi in mare, Stefan rimase seduto nella carrozza di Vanya, lontano dalla folla dei passeggeri in attesa e dagli odori sgradevoli, tipici dei porti.
Poche cose al mondo erano più rivoltanti del puzzo di pesce marcio e di corpi non lavati.
Dal finestrino vedeva la grande nave che l’avrebbe portato in Inghilterra, grazie a Dio. Per la prima volta dall’inizio di quella folle avventura, si accorse di quanto gli mancassero la vecchia dimora di famiglia e i campi ben curati. Era stato pazzo a partire.
Una volta rientrato a Meadowland, tra i familiari e i fidati dipendenti, avrebbe dimenticato in fretta Nadiya.
Si aggrappò a quella speranza per tenere a bada il profondo senso di vuoto.
Mentre osservava la ciurma indaffarata sul ponte, sentì Boris aprire la portiera e sospirò di sollievo. Non vedeva l’ora di partire.
E allontanarsi dalla tentazione incarnata da Miss Nadiya Zaytseva.
“Stanno per imbarcare i passeggeri.”
Stefan scese dalla carrozza e fece una smorfia di disgusto per gli odori pungenti.
“Avete controllato i bagagli?”
“Sono nella stiva, insieme ai servitori.”
Lui si cacciò il cappello in testa e sistemò con nervosismo i polsini della giubba verde muschio.
“Sono stato un idiota a venire in Russia.”
“No” lo rassicurò Boris con un’amichevole pacca sulla schiena. “Vi sareste pentito se l’aveste lasciata andare via senza battere ciglio.”
“L’ho persa in ogni caso.”
Boris si accigliò per il tono brusco. “Magari con il tempo tornerà a ragionare e capirà che non può vivere senza di voi.”
Il ricordo dell’espressione chiusa e ostile di Nadiya trafisse Stefan come una pugnalata.
“Forse” borbottò, pur sapendo in cuor suo che non sarebbe mai avvenuto. E la cosa lo faceva soffrire all’inverosimile.
Boris indietreggiò di un passo e indicò la banchina, ormai quasi deserta.
“Dobbiamo andare.”
“Certo.” Stefan si costrinse a camminare, ma subito dopo ruotò su se stesso sentendo un rapido battito di zoccoli. Il fiato gli mancò dai polmoni appena riconobbe l’uomo in sella. “Cosa diavolo…?”
Boris gli andò accanto. “Che c’è?”
“Pyotr.”
Il servitore gli afferrò un braccio. “Huntley, non abbiamo tempo da perdere.” Mormorò un’imprecazione quando Stefan si liberò dalla presa e si diresse a passi rapidi verso lo stalliere. “Huntley” lo chiamò ancora.
Lui, però, lo ignorò e raggiunse Pyotr, che era appena smontato dal suo cavallo.
“Cosa ci fate qui?”
“Nadiya è con voi?” gli domandò lui, senza curarsi di mascherare l’ansia.
Stefan aggrottò la fronte. Per quale strano motivo pensava che Miss Zaytseva fosse in sua compagnia? A meno che… fosse sparita.
Un terrore selvaggio si impadronì del suo cuore.
“No.”
“Speravo che…” Pyotr scosse la testa e si girò per rimontare in groppa. “Non importa. Bon voyage, Huntley.”
Stefan lo afferrò per la giacca e lo costrinse a ruotare su se stesso.
“Maledizione, Pyotr, spiegatemi cosa è successo.”
“Non lo so” ammise lui con riluttanza. “Era in giardino da sola, sconvolta per il colloquio avuto con voi. L’ho controllata da lontano parecchie volte, ma quando sono uscito dalla cucina con un vassoio di tè da portarle, non l’ho più vista.”
Il cuore di Stefan smise di battere. Conosceva troppo bene Nadiya per immaginare che fosse uscita a passeggio senza avvisare il fidato stalliere, ben sapendo che si sarebbe spaventato se non l’avesse trovata.
Santo cielo! Sir Charles doveva essere sopravvissuto alla ferita. E aveva rapito Nadiya.2
“Perché diavolo l’avete lasciata sola?” lo accusò.
Pyotr tentò di dissimulare il senso di colpa dietro un’espressione offesa.
“Era evidente che in quel momento non gradiva compagnia. Inoltre ero abbastanza vicino per sentirla, se solo lei avesse gridato.”
“E credete davvero che un criminale le avrebbe consentito di invocare aiuto?”
Pyotr lo fulminò con lo sguardo. “Non sono stato io a lasciarla da sola a piangere in giardino.”
Lui strinse le mani a pugno, colto da un rimorso atroce. Non era necessario rammentargli ciò che era ovvio.
Non avrebbe dovuto abbandonarla, sapendo che esisteva la possibilità che Sir Charles fosse vivo e in cerca di vendetta.
Se n’era andato per orgoglio, offeso dal suo rifiuto. E dire che le aveva offerto tutto ciò che possedeva! O, perlomeno, così ripeteva a se stesso.
Intendete forzarmi la mano…
Stefan fece una smorfia mentre rammentava le sue parole sprezzanti. Cielo! Non c’era da stupirsi se lei aveva tentato di picchiarlo.
Edmond avrebbe riso nello scoprire che la sua prima proposta di matrimonio era stata disdegnata. Soprattutto perché Stefan non cessava di rammentargli i suoi goffi tentativi di corteggiare Brianna.
Stefan credeva di essersi sentito obbligato a chiederle la mano. In quel momento, però, capiva che in realtà era… terrorizzato. Poiché teneva troppo alla risposta di Nadiya, aveva finto che non gliene importasse nulla.
E aveva ricevuto quel che meritava.
Eppure Vanya aveva tentato di metterlo in guardia.
Nadiya non era certo il tipo da usare il proprio corpo per ottenere prestigio e potere. E non si sarebbe mai accontentata di una passione transitoria.
L’aveva persino avvisato.
Non sono come mia madre…
Boris lo affiancò e lo strappò dalle sue riflessioni.
“Huntley, dobbiamo salire a bordo” insistette. “Il capitano minaccia di partire senza di voi. Come se non gli avessi pagato i biglietti il triplo del loro valore.”
“Nadiya è scomparsa” gli annunciò Stefan in un tono gelido che rivelava un profondo terrore.
“Dannazione!” Boris si schiarì la gola e aggiunse: “Credevo che la questione non vi riguardasse più”.
“Ha ragione, Vostra Grazia” intervenne Pyotr. “Andate sulla nave. Cercherò io la mia padrona.”
“Tanto per cominciare, non avreste dovuto lasciarvela sfuggire” lo rimproverò lui.
Boris lo guardò accigliato, come se avesse perso il senno. “Huntley.”
Stefan trasse un respiro profondo nel tentativo di calmarsi. Doveva pensare con chiarezza: ne andava della vita di Nadiya. “Tornate pure in Inghilterra, Boris. Dite a Edmond che arriverò il prima possibile.”
“Sapevo che quella donna sarebbe riuscita a trattenervi qui.”
Pyotr strizzò gli occhi. “State forse insinuando che si tratterebbe di uno stratagemma per…”
“Non insinuo niente, Pyotr” lo interruppe Boris, usando la sua notevole stazza per intimorirlo. “Se sospettassi che Miss Zaytseva stia tendendo una trappola, lo dichiarerei a chiare lettere.”
“Basta” sbottò irritato Stefan. “Sapete qualcos’altro, oltre che è sparita?” domandò allo stalliere.
Pyotr alzò le spalle. “Una domestica afferma di avere visto una carrozza nera dietro le scuderie e…”
“E…?” lo incalzò.
“Che vicino al giardino si aggirava un tizio di bassa statura, con una cicatrice sul volto.”
“Non si tratta di Sir Charles.”
“No, ma forse del suo affezionato scagnozzo.”
“Josef!” esclamò Stefan.
“Già.”
3Stefan si voltò di scatto e sferrò un pugno a un vicino muro, senza curarsi del dolore alla mano. Era terrorizzato dal pensiero di Nadiya nelle grinfie del folle criminale.
Boris gli afferrò il braccio per impedirgli di farsi ancora del male.
“La troveremo, Huntley.”
“Come?” Stefan ruotò su se stesso, fremente di terrore. “Non sappiamo nemmeno dove iniziare le ricerche. Sir Charles potrebbe averla portata ovunque.”
“Torno verso casa per interrogare i vicini” decise Pyotr a quel punto. “Magari uno di loro ha notato qualche particolare importante.”
Stefan annuì. Considerata la curiosità di molti, valeva la pena di tentare.
“Molto bene.”
Pyotr balzò in sella e gli lanciò un’ultima occhiata.
“Cosa intendete fare?”
Stefan storse le labbra in una smorfia. C’era forse una possibilità di scelta? Non avrebbe avuto senso vagare per la città nella vana speranza di incrociare Nadiya. Serviva aiuto, e soltanto una persona era in grado di fornirlo.
“Mi rivolgerò a Gerhardt.”
“Credete che possa sapere dove si nasconde Sir Charles?” gli domandò lui, animato da un’improvvisa speranza.
“In caso contrario, può radunare abbastanza guardie per perlustrare la città casa per casa, se necessario.”
Seduta sull’orlo di un divano, Nadiya sorseggiava il tè da una raffinata tazza di porcellana e lasciava vagare lo sguardo per l’elegante salottino.
Percepiva su di sé lo sguardo insistente di Tipov, ma non se ne curava troppo, essendo impegnata nel tentativo di conciliare l’arredamento raffinato con il misero esterno del magazzino. Chi avrebbe mai sospettato che quell’edifico cadente nascondesse inestimabili dipinti di Rembrandt, oltre a una collezione di statuine di giada che avrebbero fatto schiattare di invidia sua madre? Per non parlare dei libri, che sembravano sciupati dall’uso e non in semplice esposizione.
Dimitri Tipov era un uomo di una complessità a dir poco straordinaria.
Oltre che pericoloso, come le suggeriva una vocina interiore. Non bisognava lasciarsi incantare dal suo fascino, poiché, a modo suo, poteva rivelarsi spietato quanto Sir Charles.
“Ancora tè?”
Mentre riponeva la tazza, Nadiya riportò l’attenzione sul gentiluomo rilassato, seduto di fronte a lei.
“No, grazie.” Asciugò i palmi sudati sulla gonna. Non c’era modo di nascondere la paura. “Mi spieghereste, per favore, perché volevate vedermi?”
“Certo, ma belle…” mormorò lui, lanciando un’occhiata alla porta che dava sull’appartamento privato. “Potete andare, Josef.”
Lui inarcò un sopracciglio. “Ne siete sicuro? È piccolina, ma è furba.”
Dimitri ridacchiò. Sembrava contento che il suo ordine venisse messo in discussione: una qualità rara.
A dire il vero l’unico altro uomo di sua conoscenza che trattasse i dipendenti con estremo rispetto era Stefan.
Nadiya si affrettò a scacciare il pensiero del duca appena le affiorò alla mente. Non doveva distrarsi proprio in quel momento.
Nella situazione in cui si trovava, poteva dipendere soltanto da stessa per salvarsi. Stefan non sarebbe accorso in suo aiuto.
“Penso che ci intenderemo” affermò Dimitri con voce calma e profonda. “Tenete d’occhio la strada, Josef. Non vorrei ritrovarmi circondato dalle guardie imperiali.”
“Molto bene. Miss Zaytseva…” la salutò Josef con un profondo inchino.
Dimitri attese che la porta si richiudesse, poi le indicò una piccola scatola legata con un nastro, posata su un tavolino d’avorio.
“Ho un regalo per voi.”
“Di che si tratta?”
“Aprite e guardate.”
Con una certa riluttanza, lei prese la scatola e slegò il nastro argentato. Sollevò il coperchio e guardò dentro.
Con grande sorpresa, vide un diamante brillare contro il velluto nero.
“Un fermacravatta?” mormorò perplessa, poi, all’improvviso, lo riconobbe. “Mon Dieu! Era di Sir Charles.”
“Già. Ormai non gli serve più.”
Nadiya rialzò il capo e notò la crudele soddisfazione che scintillava negli occhi dorati.
“È morto?”4
“Esatto.”
Un fremito di sollievo la scosse. “Grazie a Dio.”
“Immaginavo che vi avrebbe fatto piacere.”
“Infatti” confermò, poi gli porse con orrore la scatoletta, come se avesse contenuto la peste. “Ma non voglio nessun ricordo di quel mostro.”
Dimitri si protese in avanti e, con gentilezza, le richiuse le dita.
“Allora vendete il diamante e donate i soldi all’orfanotrofio. Mi sembra una conclusione adatta a Sir Charles.”
Sotto il suo sguardo intenso, lei soffocò l’istintiva ripugnanza. Aveva ragione. La minaccia rappresentata da quel losco individuo era sparita e la gemma valeva molto. Nadiya avrebbe potuto acquistare molte provviste per i bambini.
“D’accordo, vi ringrazio.”
Dimitri si appoggiò allo schienale della sedia. “Vi assicuro che il piacere è tutto mio.”
A quel punto lei studiò il volto affilato, lasciando libero sfogo alla curiosità.
“Perché?”
“Richards era un cane rabbioso che andava abbattuto.”
Lei non si meravigliò della descrizione. Ma cosa sapeva di lui Tipov?
“Ha fatto del male a qualcuno cui tenevate?”
“Io tengo a tutti coloro che non sono ritenuti degni di protezione da Alessandro Pavlovich e dalle sue guardie” dichiarò con fermezza. “Sir Charles torturava e uccideva le donne con piacere perverso. Era intollerabile.”
Nadiya fu abbastanza assennata da non tentare di difendere lo zar. Si concentrò piuttosto sulla rassicurante considerazione che quell’essere mostruoso era stato eliminato.
“Ha sofferto?”
“Molto” le rispose con un sorriso.
“Bene.”
Stupito dalla sua reazione, lui emise una profonda risata.
“Avete l’animo di un guerriero e il cuore di una santa.” La scrutò di nuovo con intensità. “Peccato che non vi possa tenere con me.”
Nadiya si alzò di scatto in piedi. Non era sicura che fosse uno scherzo.
“Se questo è tutto…”
“No” la fermò. Nella sua voce c’era una sfumatura minacciosa. “Accomodatevi, vi prego.”
Col cuore che martellava in petto, lei tornò a sedersi sul divano. In ogni caso non avrebbe potuto andarsene.
Almeno finché Tipov non le avesse accordato il permesso.
Ammesso che glielo concedesse.
“Di che altro dovremmo discutere?”
“Secondo le mie fonti, Sir Charles non agiva da solo per tentare di ricattare vostra madre.”
La paura lasciò di nuovo il posto allo stupore.
“Come fate…”
“Mi sfugge ben poco di ciò che accade in città. E Nikolas Babevich non aveva il dono della discrezione.”
Lei rabbrividì. Esisteva qualche segreto che lui ignorasse?
“Mia madre non gli darà mai la cifra che pretende” gli assicurò in tono difensivo.
“Non temete, Miss Zaytseva: Babevich ha allegramente raggiunto il suo complice all’inferno. Be’, forse senza tanta allegria. Se non ricordo male, ha urlato come un animale.”
5Gocce di sudore freddo le imperlarono la fronte. Quanto sangue chiazzava le mani di quell’uomo?
“Cosa è successo?”
“Babevich era tanto stupido da dovere parecchi soldi alla mia casa da gioco.”
“Capisco.”
Lui sorrise con ironia del suo evidente disagio.
“Non compiangetelo, ma belle. Era un ladro e un bugiardo che tramava di uccidere la propria sorella per ereditare.”
Nadiya si irrigidì. Non era dispiaciuta per la morte di un uomo che aveva terrorizzato sua madre. Per giunta, chiunque avesse collaborato con un perverso criminale come Sir Charles era malvagio.
No. Il suo turbamento derivava piuttosto dalla leggerezza con la quale Dimitri Tipov parlava di un omicidio.
Non era molto rassicurante per una donna che era appena stata rapita.
“Come mai non vi auguravate che ottenesse l’eredità, se vi doveva del denaro? Mi sorprende” mormorò.
“A volte la mia fastidiosa coscienza prende il sopravvento sul senso degli affari” ammise lui. Con un movimento elegante, si alzò e si avvicinò al caminetto. “Come, per esempio, adesso.”
“Adesso?”
Dimitri aprì una scatola smaltata appoggiata sulla mensola e ne estrasse un fascio di lettere, legate con un nastro sfilacciato. Poi si girò verso il suo volto esterrefatto.
“Credo che siano di vostra madre.”
Lei si alzò lentamente in piedi, con il cuore che si rifiutava di battere.
Le lettere. Dunque Josef le aveva davvero trovate. Altrimenti come se ne sarebbe impadronito Tipov?
La domanda era cosa intendesse farne.
Nadiya si sforzò di ricambiare il suo sguardo intenso ed enigmatico. “Che cosa chiedete per restituirmele?”
Dimitri inarcò le sopracciglia con alterigia. “Io non tratto come un comune mercante, Miss Zaytseva. Vi offro le lettere con i miei omaggi.”
Lei ammetteva di essere a volte ingenua, in compenso non era stupida.
“Non mi avreste portata qui se non aveste desiderato qualcosa in cambio.”
Con una risatina divertita, lui le andò di fronte.
“Che ragazza intelligente! Ammetto che quando faccio un favore a qualcuno, mi aspetto di essere contraccambiato.”
“In che maniera?”
“Chi lo sa?” le rispose con un’alzata di spalle.
“Esercito ben poca influenza su Alessandro Pavlovich.”
“Non vi preoccupate. Non vi chiederò nulla che non siate in grado di fornire.”
Nadiya continuava a diffidare. Dimitri si era comportato da cortese padrone di casa, ma allo stesso tempo si era assunto la responsabilità di due omicidi senza battere ciglio.
Voleva davvero sentirsi in debito con lui?
Anche se significava recuperare le dannate lettere?
“Io…”
Nadiya si interruppe di colpo vedendo che la porta dell’appartamento privato si apriva e ne spuntava Josef.
“Si sta avvicinando qualcuno” annunciò.
Dimitri rizzò le orecchie, ma sembrava più divertito che terrorizzato.
Doveva essere sicuro di poter affrontare qualunque pericolo, dimostrando una tranquillità conquistata a caro6 prezzo.
“Guardie?” si informò con calma.
“Un drappello. Guidate da Gerhardt. E dal Duca di Huntley” soggiunse, ammiccando verso Nadiya.
“Stefan?” domandò sbalordita lei. Josef si sbagliava: il duca era in viaggio per l’Inghilterra. E in ogni caso aveva chiarito che non intendeva più interessarsi al suo destino.
Per quale motivo avrebbe dovuto rischiare per soccorrerla?
“A quanto pare è arrivata la vostra scorta. Porgete i miei migliori saluti.” Dimitri le mise in mano le lettere, quindi ordinò a Josef: “Accompagna giù Miss Zaytseva”.
Senza lasciarle il tempo di protestare, lui l’afferrò per un braccio e la trascinò alla porta.
“Venite con me.”
Nadiya non poteva opporsi alla sua forza. Si lanciò alle spalle un’occhiata disperata e vide Dimitri in mezzo al locale, con le braccia conserte.
“Il favore?” gli chiese.
“Vi manderò un messaggio se un giorno avrò bisogno di voi” le rispose con un sorriso.
“Non è molto rassicurante.”
La sua risata profonda la seguì mentre usciva e scendeva le scale, sospinta da Josef.
“Au revoir, ma belle.”
(Tutte le immagini sono tratte da alcune opere del maestro Vittorio Monese , 1905-1973)
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18 pensieri su “Nadiya Zaytseva XXVIII

  1. Sento il profumo e il colore di una composizione che si autoalimenta. Una storia che (ho visto il -2) in un costante crescendo, intensifica l’emozione.
    Ninni, adesso che sto leggendo particolari note, la conclusione che arriva, mi rende triste.
    Cazzo

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    • Mia signora,
      le vostre parole ci consolano per l’attenzione profusa.
      Sì, è vero e corrisponde a verità: mancano due capitoli … e poi, l’oblio, sarà il leitv motiv di Nadiya.
      Cordialiy

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    • Milady mia signora, orbene – come tutto – anche questo “romanzo” giunse al termine. Ancora due capitoli e gireremo a Lord Dimenticatoio, anche, questa esperienza.
      Vi raccomandammo, vivamente, il frescone.
      Vi ringraziammo, altresì, per le graditissime espressioni sul corredo pittorico/fotografico.
      Abbiate le nostre, sentitissime, cordialità.

      Liked by 1 persona

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