CUBA … el segundo

.

0

.

1Aprì a una donna di colore dai capelli bianchi, leggermente sovrappeso che teneva in mano una scatola di cartone e gli sorrideva.
“Congratulazioni, papà” disse allegramente.
“È questa?” Raimond chiese sorpreso.
La donna nera annuì.
“Entra. Sto morendo di fame.”
Sobeida integrava la propria pensione di centootto pesos facendo la spesa per sette famiglie. Per trenta pesos al mese per famiglia, si recava quotidianamente nel negozio del vecchio palazzo, consegnava il tesserino agli impiegati, e comprava quello che era in vendita. Una volta l’anno, per la festa della mamma, i panifici fornivano una torta per famiglia. Poiché ciò all’Avana significava mezzo milione di torte, la produzione e le vendite cominciavano a metà aprile. Una famiglia di cinque persone o un lupo solitario ricevevano lo stesso tipo di torta, dello stesso peso, prezzo, sapore.
Ai bambini sotto i tredici anni era venduta una torta il giorno del loro compleanno; alle ragazze il giorno del quindicesimo compleanno, e anche le coppie che si sposavano erano incluse nel piano dello stato. Dopo la festa della mamma, quelli che potevano permetterselo compravano torte al mercato nero.
Raimond si sciacquò le mani nell’acquaio del cucinino, le scosse e prese un coltello, due cucchiaini e due piattini da una credenza. Sollevò il coperchio della scatola e tagliò due grandi fette che gli fecero venire l’acquolina in bocca: sia la torta sia la glassa erano fatte di ricco cioccolato fondente.
L’insegnante tornò in soggiorno e offrì una porzione a Sobeida, che si era accomodata sul divano. Mentre assaggiava il primo boccone, Raimond lodò la torta mugolando con ammirazione.
“Buona, vero?” esclamò Sobeida.
“La migliore da anni” farfugliò l’insegnante.
Mangiarono in silenzio. Sobeida rifiutò una seconda porzione, mentre Raimond tagliò una fetta ancora più grande per sé, poi tornò alla sua poltrona.
Stava ripulendo attentamente il piattino con il cucchiaio quando Sobeida gli lanciò una proposta.
“Ho un pacco da cento grammi di caffè, Nì.”
8I vicini, così come la maggioranza delle sue amanti che non avevano mai letto il nome completo di Raimond in documenti ufficiali, avrebbero giurato che fosse Nì Raimond: una distorsione comprensibile. Nel suo palazzo era chiamato Nì oppure Prof. Per qualche motivo, Sobeida riteneva Prof poco rispettoso.
“Quanto?”
“Trenta.”
“Va bene.”
Sobeida tirò fuori dall’ampia gonna una busta di plastica sigillata e la porse a Raimond. L’insegnante si alzò, si diresse verso la camera da letto, e ritornò con duecentotrenta pesos, duecento per la torta sottobanco e trenta per il caffè; la donna piegò il denaro e lo infilò tra i seni.
“Devo scappare, Nì. Grazie per la fetta di torta.”
“Prego.”
Sobeida oltrepassò l’ingresso, si fermò come ricordandosi improvvisamente qualcosa, e disse a Raimond dal pianerottolo: “Hai sentito l’ultima?”.
Lui scosse la testa. La donna si guardò intorno e si avvicinò a Raimond, adottando un tono cospiratorio. “Un’insegnante di quinta ammonisce gli allievi mostrando una foto di Clinton: “A causa di quest’uomo, noi siamo a corto di cibo e medicinali; a causa di quest’uomo, noi non abbiamo abbastanza carburante per le nostre fabbriche, i nostri treni e i nostri autobus; a causa di quest’uomo, noi siamo a corto di tutto”. Dopo aver studiato la foto attentamente, Pepito alza la mano. “Sì, Pepito” dice lei. “Sa una cosa, signora? Quando è rasato di fresco e non indossa l’uniforme verde, sembra tutt’un altro uomo! “
Raimond fece una risatina e ammonì Sobeida, agitandole l’indice in faccia e guardandola con complicità.
L’insegnante preparò e sorseggiò due tazze d’espresso prima di andare a far riparare la camera d’aria. Di ritorno nell’appartamento, montò la ruota.
Dopo essersi rimesso gli stessi vestiti che indossava il giorno prima all’Istituto, cacciò il suo costume da bagno e un vecchio asciugamano in una busta di plastica e pedalò a lavoro. Quando a pranzo gli servirono riso, un uovo in camicia e cavolo grattugiato, si sentì certo di attraversare un momento favorevole. Durante la riunione del Dipartimento, che si tenne tra le 13:30 e le 14:47, rimase in silenzio, assorto nei propri pensieri. La sua indifferenza colpì Oscar Gayol, un ragazzo simpatico che si era inasprito a causa del proprio opportunismo.
Tre anni prima, Gayol aveva accettato la posizione di capo del Dipartimento dopo aver appreso con meraviglia che la nomina di Raimond era stata rifiutata dai superiori. A parte un’inflessione sudamericana lontana da quella che gli accademici consideravano una pronuncia corretta, Gayol stimava che Raimond fosse uno dei migliori insegnanti di lingua a Cuba. Conosceva solo tre persone, un professore dell’Università dell’Avana, un traduttore e un interprete del Consiglio di stato, la cui padronanza dell’inglese superava quella di Raimond. Gayol non riusciva a comprendere perché una persona di tale levatura rimanesse relegata in una posizione tanto bassa in un’istituzione oscura.
L’uomo era stato inoltre colpito dal modo in cui Raimond si teneva aggiornato apprendendo nuovi vocaboli sintonizzandosi su stazioni radiotelevisive americane, facendone partecipi i colleghi; dal fatto che Raimond era sempre disponibile nel sostituire un collega assente e dalla sua capacità di fare tutto ciò in modo sobrio e modesto. La biblioteca privata di Raimond, costituita quasi unicamente da edizioni economiche, era aperta ventiquattro ore al giorno agli studenti d’inglese, sebbene fosse scontato che, dopo le 22:00, solo ragazze particolarmente carine potessero estinguere la loro sete di sapere nell’appartamento dell’insegnante divorziato.
Per questi motivi, il giorno in cui Gayol apprese che la nomina di Raimond era stata respinta, salì due gradini alla volta per andare al piano amministrativo ed esprimere i suoi timori al direttore. Il suo capo ammise che, sì, il compagno Raimond era un bravo insegnante, ma c’erano delle gravi mancanze personali che impedivano la sua nomina. Per esempio, l’indagine di routine aveva rivelato che Raimond, oltre a seguire sempre le trasmissioni radiotelevisive americane, aveva l’ardire di dare lezioni private e di fare traduzioni, una deviazione considerata inaccettabile dall’indirizzo politico ufficiale dell’istruzione, da parte di un uomo che5 aveva ottenuto la sua laurea in letteratura inglese a spese dello stato. La sua esitazione durante le manifestazioni politiche era stata neutralizzata dal suo comportamento lodevole durante il mese di lavoro agricolo dell’Istituto, che si teneva annualmente, ma il compagno Raimond beveva troppo, aveva una vita sessuale promiscua e comprava cibo al mercato nero. Il compagno Raimond non si era offerto volontario per la missione internazionale in Nicaragua negli anni ‘80.
E, forse il compagno Gayol non sapeva che, il compagno Raimond, era il figlio di un cittadino americano e sarebbe potuto scappare in qualsiasi momento.
Quindi, aveva concluso il direttore, il Ministero dell’Istruzione aveva deciso che invece di assegnare il posto al compagno Raimond, era più saggio designare il compagno Gayol, un affidabile membro del Partito, un veterano della guerra in Angola, e anche un buon insegnante. Naturalmente, il compagno Gayol si rendeva conto che quanto aveva appena appreso non sarebbe dovuto essere rivelato al compagno Raimond. Si sarebbe potuto risentire, e in ogni caso era ormai troppo tardi per cambiare.
Il fatto che Raimond non avesse mai preso un dollaro per lezioni o traduzioni private fu trascurato in mezzo agli altri fatti veri e deplorevoli. Gayol provò dei sentimenti conflittuali per vari mesi, ma poi l’interesse personale ebbe il sopravvento. Durante la riunione del Dipartimento in cui era stato nominato il nuovo capo, Raimond limitò la sua reazione a quella che nel corso degli anni era diventata la sua espressione abituale di rassegnazione ogni volta che si scontrava con un comportamento umano incomprensibile: uno schiocco di lingua, un sorriso forzato, un triste scuotimento di capo e un’occhiata intorno.
Gayol si sentiva colpevole. Aveva cercato inutilmente un modo di discutere la faccenda candidamente e allontanare quella che sospettava essere una ostilità latente ma in costante crescita. Odiava essere classificato nella categoria dei bastardi opportunisti politici, ma nello stesso tempo capiva che l’accettazione dell’incarico aveva diminuito la credibilità di qualsiasi dichiarazione d’innocenza che avrebbe potuto fare.
Tuttavia, quel pomeriggio Gayol fece un altro dei suoi tentativi poco entusiastici di accomodare le cose. Gli9 altri insegnanti si erano dileguati dopo la riunione, e lui stava infilando delle carte nella sua valigetta, mentre Raimond si rimetteva i mocassini e prendeva la sua busta di plastica.
“Che hai, Ninni?”
Raimond fu preso alla sprovvista e, per sviare i sospetti, mise troppa enfasi in quella che voleva essere una risposta innocente: “Chi, io? Niente, no. Perché? Dovrei forse avere qualcosa?”.
Gayol la interpretò come manifestazione del malcontento di Raimond. Rimpiangendo l’iniziativa, richiuse la piatta valigetta in finta pelle. “No, naturalmente no. Buona giornata.”
Sei minuti dopo, Raimond stava pedalando nella grande Santa Catalina Avenue, il paradiso dei ciclisti nei suoi tratti in discesa, ma un incubo nei chilometri in salita. Quasi alla fine, mentre l’insegnante costeggiava i verdi prati di un enorme centro sportivo, un trattore con un grosso rimorchio lo sfiorò di lato, e per i seguenti cinque minuti Raimond si concentrò sul pesante traffico pomeridiano intorno alla Luminous Fountain. Sentendosi una sardina in mezzo ai pescecani, abbandonò il solito percorso e si diresse verso la costa.
Sudando abbondantemente sotto il sole primaverile, si inerpicò sulla 26a Strada, guardando le case graziose e i piccoli palazzi che avevano urgente bisogno di una nuova mano di vernice. Alla periferia di Velado, i poveri abitanti di El Fanguito tornavano alle loro capanne dopo il lavoro. Tre isolati più avanti, mentre attraversava ansimando il ponte sul fiume, l’insegnante si riempì i polmoni con i gas di scarico di un inquinamento industriale che aveva trasformato le acque un tempo limpide dell’Almendares in un fiume sporco, scuro e privo di vita.
Poco prima delle 16:00, Raimond raggiunse il tratto di costa che Valdes gli aveva indicato. L’odore del mare, portato da una lieve brezza, lo incantò.
Pedalò lentamente sulla 1a Avenue e, dopo la 10a Strada, osservò curioso le grandi case che erano già state completamente rinnovate o che erano ancora in ristrutturazione. Si diceva che i veri ricchi avessero lasciato Miramar alla fine degli anni ‘40, primi anni ‘50 per i più verdi terreni del nuovo ed esclusivo complesso di Biltmore; tuttavia, gli immobili, lasciati alla classe media emergente, avevano un aspetto imponente.
Era da tre o quattro anni che l’insegnante non si trovava a passare in questa parte della città e fu sorpreso della sua trasformazione. Il contrasto tra le residenze decadute e quelle già restaurate era stridente. Nuove facciate imbiancate di recente, recinzioni con inferriate, cancelli scorrevoli, giardini ben curati, condizionatori montati alle finestre, veneziane o piccole tende parasole, antenne satellitari sul tetto; tutto rivelava un rinnovamento frenetico per ospitare i quartieri generali delle società straniere che facevano affari con Cuba e che portavano tanta valuta necessaria.
Le poche macchine che circolavano erano per lo più d’importazione recente con targhe straniere. Alcune ragazze abbronzatissime in bikini e ciabatte passeggiavano sul marciapiede a caccia di buoni clienti. Dato che i ciclisti erano considerati miserabili, le prostitute ignorarono l’insegnante che ammiccava. Raimond sospettò che il recente picco imprenditoriale doveva aver spinto alcuni residenti ad affittare camere a ore alle ragazze.
All’angolo della 20a Strada, trovò un parcheggio per biciclette, dietro i campi da squash di un malandato stabilimento balneare per cubani. L’unica guardia lo informò che gli spogliatoi erano in riparazione. Raimond schioccò la lingua, fece un sorriso forzato, scosse tristemente la testa e si guardò intorno. Gli avevano presentato la stessa scusa l’ultima volta che era venuto.
Si spogliò nei bagni degli uomini e, a piedi scalzi, attraversò una grande pista da ballo all’aperto per2 raggiungere il pontile a U del club. L’acqua era calma e trasparente, piccole onde si infrangevano contro la struttura di cemento. L’insegnante superò alcuni bambini che si tuffavano dal pontile e risalivano, e girò a destra sulla superficie scivolosa larga venti centimetri.
Si fermò a cinque, sei metri di distanza da due coppie anziane che discorrevano amabilmente, gustandosi un’altra giornata tranquilla del declino della loro vita. Gli sguardi curiosi dei perdigiorno da spiaggia avevano seguito il nuovo arrivato pallido, e Raimond si sentì un po’ impacciato e fuori posto.
“Per favore, potreste dargli un’occhiata?” chiese alle coppie mentre sistemava il fagotto di vestiti sul pontile coperto di muschio. Loro annuirono cortesemente, e Raimond si tuffò.
Suo padre era stato così accanitamente convinto che il nuoto fosse l’attività fisica più completa, che suo figlio aveva involontariamente sviluppato un’avversione per questo sport. Ma per una serie di ragioni, tra le quali erano in cima alla lista una paura che voleva celare e il desiderio di compiacere il padre, Raimond aveva imparato gli elementi fondamentali dello stile libero e della rana, i due stili che consentivano al suo viso di rimanere sopra o vicino alla superficie dell’acqua. Muovendo le gambe a rana con scomposti movimenti delle braccia, l’insegnante si allontanò di venti metri dal pontile. Quando fu preso dalla solita ansia, urinò. Questa era la sua reazione spontanea da quando aveva letto su una rivista un articolo secondo cui l’urina umana allontana gli squali. Nel suo immaginario, le bestie carnivore si nascondevano sotto la superficie dell’acqua, quando la profondità superava il metro e mezzo. Per distogliere il pensiero da Lo squalo e altri film del genere, rivolse lo sguardo a occidente.
A cinque o sei chilometri di distanza, la costa presentava una specie di promontorio, probabilmente dove lo yacht di Valdes era ancorato. Raimond considerò che se qualcuno avesse voluto davvero navigare fino a Varadero dalla marina, la rotta logica sarebbe stata di mezzo miglio, forse uno dalla riva. L’insegnante sputò un po’ d’acqua salmastra e guardò avanti. Era una zona densamente edificata con case adiacenti a uno o due piani, nessuna delle quali presentava caratteristiche tali da essere un punto di riferimento per i naviganti. Ma a circa un chilometro e mezzo da dove stava nuotando, una strana torre moderna poteva facilitare l’orientamento di un forestiero in crociera. Decise di ispezionare il luogo il pomeriggio seguente.
Raimond voltò il capo a sinistra, notando che la corrente lo aveva deviato un po’ a est. Con un paio di bracciate tornò alla sua posizione iniziale, di fronte alle due coppie. Si fece forza per effettuare la parte più difficile dell’esplorazione, poi fece un respiro profondo e s’immerse. Era sceso di quasi due metri, quando cominciarono a fargli male le orecchie. Stimò che il fondo fosse ancora a tre metri di distanza e riemerse. Il cuore gli batteva all’impazzata, e si sentiva svuotato ed esausto. Dopo aver ripreso fiato, nuotò fino al pontile, salì la scaletta rivestita di nichel, ringraziò i custodi del suo vestiario, e si sdraiò prono sulla superficie dura.
Per la prima volta pensò ai profughi sulle zattere. La gente che lasciava Cuba clandestinamente, via mare, lo faceva in modi diversi. Alcuni riuscivano a salire su yacht solidi con equipaggi specializzati e tranquillamente concordavano la distanza tra un dato punto della costa cubana e i paesi confinanti. Altri, invece, raccoglievano legname abbandonato, grandi scatole di poliuretano, fusti di petrolio, camere d’aria di trattori e camion, e ogni altro pezzo di rottame che potesse in qualche modo essere utile nel loro tentativo di costruire zattere e cubaimbarcarsi di notte. Sulle zattere sfidavano il maltempo, le correnti avverse, il sole bruciante, la sete, la fame, il mal di mare e gli squali. Periodicamente all’Avana circolavano storie di profughi seduti sul bordo delle loro imbarcazioni con le gambe penzoloni in acqua, quando… Raimond al pensiero scosse la testa e si girò. Quelli fortunati erano presi a bordo da navi merci, da imbarcazioni della guardia costiera americana, da quelle private, ma il numero di quelli che sparivano era in-calcolabile.
Raimond si rendeva conto che alcune persone avevano buoni motivi per mettere a repentaglio la propria vita: prigionieri evasi, uomini su cui pendevano condanne penali, persino gente cui era stato rifiutato un visto e che voleva disperatamente riunirsi ai familiari che vivevano all’estero.
Tuttavia, i casi che aveva sentito riguardavano in genere giovani indipendenti che erano stanchi delle ristrettezze economiche e della retorica comunista e che non vedevano prospettive migliori. Tutti avevano in comune un tratto distintivo: nove su dieci distinguevano con difficoltà una bussola tascabile da un orologio.
Guardando il bianco cumulo di nuvole, Raimond giunse alla conclusione che il rischio che lui avrebbe corso era minimo. L’atto d’amore di suo padre si era mostrato un po’ tardi, ma sarebbe potuto diventare quello più importante di tutta la sua vita. Suo padre aveva scelto la persona migliore per realizzarlo, tutto quello che Raimond doveva fare era superare la sua avversione per il mare, nuotare un poco e seguire alla lettera le istruzioni di Valdes. Il pomeriggio dell’indomani avrebbe ispezionato la torre moderna.
Con un movimento rapido, l’insegnante si alzò, prese i suoi vestiti, sorrise ai quattro anziani e, con qualche scivolone sul pontile, si diresse verso i bagni degli uomini.
Giovedì sera, Raimond aveva appena messo il sale nell’acqua che bolliva in una pentola, quando qualcuno bussò alla porta. Senza camicia, si asciugò le mani sui calzoncini e andò a vedere chi fosse.
6Fu accolto da grandi occhi neri e un sorriso d’intesa. L’insegnante rise sommessamente. La scritta bianca sulla felpa blu della ragazza diceva
“Just do me!”.
“Interrompo qualcosa?” chiese Susana maliziosamente.
“Un piatto di spaghetti.”
“Uh.”
“Entra.”
Oltre alla felpa, indossava una gonna di jeans e delle ballerine consumate. I capelli erano ben tagliati e non un filo di trucco rovinava il viso vellutato e privo di rughe. Susana lasciò cadere la borsa di tela sul divano prima di dare un buffetto sulla guancia a Raimond. Odorava di pulito.
“Torno subito” disse, mentre rientrava nel cucinino. Susana lo seguì, e si appoggiò allo stipite della porta. L’insegnante aprì una credenza, tirò fuori una busta di carta marrone con la sua razione di pasta di giugno, e, prima di rivolgersi alla donna, versò l’intero contenuto di mezzo chilo nell’acqua.
“Come stai?” domandò, lanciandole un’occhiata.
Susana fece ruotare gli occhi e sospirò. Lui osservava gli spaghetti che lentamente si ammosciavano.
“Andiamo al cinema” lei suggerì.
Raimond scosse la testa. “Sono distrutto, Susy. Ho avuto sei classi oggi. E sono stato alla spiaggia.”
“Da solo?”
Raimond annuì. “Devo aver pedalato per almeno trenta chilometri.”
Susana scrutò la sua schiena nuda. “Sì, hai preso un po’ di colore. Mio Dio, Nì, sei un mucchio d’ossa.”
L’insegnante sollevò le braccia e s’ispezionò il busto. “Sto bene.”
“Quanti chili hai perso durante il Periodo Speciale?”
“L’ultima volta che sono salito su una bilancia, venti” rispose Raimond, guardando la pentola fumante.
Il sorriso complice di Susana riapparve. Con due passi era al suo fianco.
“Adesso ti si può suonare come un contrabbasso” disse facendogli scorrere le unghie sulle costole, mentre le sue labbra umide e carnose gli sfioravano la spalla.
“Mm, sei ancora salato.”
Raimond prese un mestolo e rigirò gli spaghetti.
“Ho fatto la doccia” si lamentò. “Ma devo stare attento al sapone.”
“Non mi sto lamentando” sussurrò la donna, poi si mise sulle punte e gli mordicchiò il lobo dell’orecchio. “Hai in programma di guardare quell’orribile uomo con le bretelle buffe, stasera?”
Raimond sorrise; era uno dei programmi televisivi che aveva preso in considerazione per la serata. Prima TNT, per vedere se il film era di suo gradimento; Larry King in caso contrario.
“Dipende dall’oscuramento” scherzò. Sapevano entrambi che quella sera il televisore sarebbe rimasto spento. Le mani della ragazza tracciavano cerchi sul suo torace, le dita sollevavano gentilmente i peli. Lui avvertiva i seni sulla sua schiena.
“L’ho saputo da un amico che lavora alla centrale elettrica” disse con tono allusivo, poi fece una pausa prima di baciarlo sul collo. “Hanno problemi seri a cinque impianti elettrici; nove o sei oscuramenti stasera.” La punta della sua lingua esplorava il retro dell’orecchio. “La cosa migliore che un uomo stanco dovrebbe fare è andare a letto presto, e fare una buona notte di riposo.” Scivolando sul diaframma, le sue dita s’insinuarono sotto i pantaloncini. “In particolare uomini malnutriti che hanno bisogno di preservare le loro forze. Soprattutto quelli che di pomeriggio vanno a nuotare. Oh, mio Dio, cosa ho trovato qua? Un membro del Gruppo Risposta Rapida, pronto a entrare nella caverna dove il nemico si nasconde e spara?”
Raimond scoppiò a ridere e perse l’erezione. Susana tornò alla porta sorridendo. Di buon umore e con frequenti risatine, Raimond spense il gas, scolò la pasta e la versò in una scodella. Mentre si dirigeva verso il soggiorno, chiese: “Ne vuoi?”.
Susana lo guardò a occhi spalancati. “Li mangi così?”
“Cosa c’è che non va?”
“Che vuol dire, cosa c’è che non va? Per l’amor di Dio, Nì, spaghetti sconditi?”
“Oh, mi scusi signora” sbuffò Raimond prendendo una forchetta. “Mi ero dimenticato che lei è appena arrivata da Miami. Vede, a causa dell’embargo…”
“Piantala” lo interruppe Susana. “So che non si trovano condimenti e che il formaggio non si ottiene a nessun prezzo, ma un po’ di pomodoro?
3Niente olio? Cipolla, aglio … qualcosa?”
“Susy. Io … non … ho … niente.”
Susana scosse la testa incredula e lo precedette in soggiorno, dove si sedettero sulle poltrone. “Ho avuto l’impressione che hai declinato l’offerta” le disse sorridendo.
Con un tono un po’ triste rispose: “Sì. Grazie lo stesso, Nì. Ho già cenato”.
Raimond cominciò a mangiare voracemente. Nel silenzio imbarazzato, lei lo osservò arrotolare gli spaghetti, ingozzarsi, trangugiare, masticare e inghiottire.
Susana Vila aveva trentacinque anni, era cassiera in un supermercato che, fuori da Cuba, si sarebbe chiamato submercato. Di professione era economista, aveva dato le dimissioni dal Consiglio Centrale di Progettazione per protesta verso quello che negli anni ‘80 era stato ufficialmente definito “il processo di correzione degli errori e delle tendenze negative”. A quei tempo, suo marito, si era schierato con il Partito, e il matrimonio già traballante era finito in pochi mesi. Nell’impossibilità di permutare il loro appartamento di tre stanze con due più piccoli, la coppia separata era stata costretta a dividere il bagno e la cucina, in quella che si rivelava essere una condizione di vita molto stressante. Il figlio di quattordici anni, in un collegio a trenta chilometri di distanza, trascorreva a casa tre giorni ogni due settimane.
Quando Raimond aveva incontrato Susana nel 1990, era stato subito attratto dalla brunetta fiera e ribelle. La mattina presto, mentre pedalava verso l’Istituto, spesso la vedeva correre in un parco vicino. I pantaloncini bianchi mostravano belle gambe e un sedere pieno. Non aveva un filo di pancia, e i seni di media misura si agitavano liberi sotto la maglietta.
Si erano incontrati per caso un sabato, quando Raimond era entrato nel supermercato per comprare una bottiglia di rum non razionato. Dopo quella volta, si erano salutati per un paio di settimane quando l’insegnante pedalava al lavoro e lei correva. Poi lei era sparita per due giorni e Raimond era tornato al negozio.
“Non ti ho vista più” disse. “Troppo allenamento?”
Lei aveva sorriso amaramente. “Correre troppo e una dieta forzata non vanno d’accordo.”
“Giusto. Il problema è: che cosa darà luce alle mie mattine d’ora in poi?”
Il sorriso che seguì era civettuolo.
“Che ne dici di un cinema sabato sera?”
La loro relazione durava da circa quattro anni, in modo molto libero. All’inizio s’incontravano spesso, facevano l’amore una o due volte la settimana, parlavano molto. A un certo punto Susana era giunta alla conclusione che l’insegnante avesse bisogno di una donna impegnata, fortemente motivata, un tipo molto innamorato che lo tirasse fuori dall’alcol e dalle altre donne, ottimi rimedi in pratica per una vita vuota e di scarso successo.
Lei non era quel tipo di persona. Susana non prendeva minimamente in considerazione l’idea di risposarsi, non aveva la vocazione a consolare i perdenti e aveva deciso di impostare la relazione da un punto di vista7 prettamente sessuale. Aveva smesso di fare dissertazioni sull’economia cubana, non si lamentava più di dover dividere lo stesso tetto con l’ex marito, e non nominava quasi mai suo figlio e i suoi genitori, le tre persone che lei adorava profondamente; invece aveva iniziato a comportarsi come una ninfomane, un ruolo che l’insegnante pareva gradire enormemente.
Quando arrivava inattesa e Raimond imbarazzato le comunicava d’avere visite, faceva finta di arrabbiarsi e sussurrava dal pianerottolo che avrebbe fatto meglio a conservare qualche cosa per lei, perché sarebbe tornata la sera seguente. Naturalmente, non manteneva mai la minaccia. Lo aspettava al negozio e, entro una settimana, uno Raimond sorridente, che si divertiva a fare la parte dell’amante ferito, passava a chiedere se per caso lo avesse piantato. Raimond non sospettava minimamente d’essere l’unico uomo con cui Susana andava a letto, da quando, cinque anni prima, aveva divorziato.
“Ora il dolce” disse l’insegnante, con gli occhi che gli brillavano, una volta che il piatto fu vuoto.
Lei accettò una fetta di torta, poi lui preparò il caffè. Mentre Raimond si lavava i denti e cambiava le lenzuola, Susana lavò i piatti. Si stava asciugando le mani quando l’insegnante lanciò il suo solito ululato d’accoppiamento dalla camera da letto. Lei si spogliò in bagno, si lavò e appese i vestiti, prima di spegnere la luce ed entrare nella stanza.
Appoggiato alla spalliera, nella luce soffusa della lampada da 40 watt, Raimond la osservò avvicinarsi al letto. Susana era una delle poche donne, tra quelle che aveva incontrato, che dava il meglio di sé nuda, e lui non riusciva a distogliere lo sguardo da lei. Assolutamente incantevole, osservò mentre si sfilava le ballerine e si sdraiava accanto a lui. Lei si appoggiò sui gomiti e studiò la spalliera distrattamente, facendo oscillare una gamba in aria. Raimond si girò e le fece scivolare la mano sulla schiena, prima di tastare i glutei solidi. Alla radio, un quartetto jazz suonava I Love You Just The Way You Are di Billy Joel.
Improvvisamente fu colto dal pensiero che quella era la prima volta in cui era sicuro di fare l’amore con una donna, per l’ultima volta. Quasi sempre, le rotture erano imprevedibili, e i sentimenti svanivano gradualmente.
La fuga definitiva rappresentava una certezza che nessun’altra situazione offriva. Il pensiero di dover tenere nascosto quello che stava per fare lo faceva star male. Poi peggiorò.
“Nì?”
“Sì?” rispose baciandole la schiena.
“Ho riflettuto.”
“Su cosa?”
“Non puoi andare avanti così.”
La sua lingua lasciava una traccia umida lungo la colonna vertebrale della donna, dalle spalle fino al sedere. La sua mano destra le accarezzava il polpaccio. “Andare avanti come?”
“Morendo di fame.”
“Non sto morendo di fame. Girati.”
Susana obbedì. Le circumnavigò il capezzolo sinistro con la punta del naso.
“Ascolta, so che il direttore del negozio vende della merce sotto banco.
“Riso, olio, piselli, fagioli.” Susana rimase zitta per qualche secondo. “Io ti presenterò. Dirò che ti conosco personalmente, che sei un tipo a posto e che non farai la spia. Nì, ascolta!”
Appoggiato sull’avambraccio sinistro, Raimond aveva spostato la mano destra tra le sue gambe e le baciava l’ombelico. “Giuro che ti sto ascoltando attentamente.”
“Ti costerà, lo sai. I prezzi sono incredibili, venti pesos per mezzo chilo di riso, quindici mezzo chilo di fagioli rossi, cinquanta mezzo litro d’olio da cucina. Ma almeno sopravvivrai. L’essenziale è sopravvivere.” Senza volerlo Susana aprì le gambe. “Te lo puoi permettere?”
Non vi fu risposta. La lingua di lui stava esplorando i suoi peli pubici.
Susana piegò le ginocchia, con la pianta dei piedi sul materasso. “Nì, te lo puoi permettere?” La donna fece un respiro profondo.
L’insegnante sapeva che, di regola, fare una domanda e non ricevere una risposta era una cosa che mandava4 in bestia Susana.
Ma dopo quasi un minuto: “Nì, tesoro, un po’ più in basso, per favore. Tesoro … ”.
Raimond concluse che l’eccezione conferma la regola.
Alle 11:55 del 4 giugno 1994, un sabato mattina nuvoloso, caldo e umido, Ninni Raimond entrò con sicurezza nel Morambon Bar deserto, si sedette su uno sgabello e ordinò una birra.
Parlando inglese, indossando larghi pantaloncini bianchi di cotone, una camicia hawaiana, sandali di pelle e un berretto bianco, l’insegnante sarebbe potuto essere scambiato per un turista. Tuttavia uno sguardo più attento avrebbe rivelato che il cliente poco abbronzato non aveva la disinvoltura tipica degli spensierati turisti. Sotto le sue ascelle, ampie macchie di sudore tradivano un recente sforzo fisico oppure ansia. Il suo sorriso appariva forzato e nei suo occhi vi era una traccia d’apprensione.
Raimond aveva solo due dollari e una banconota da cinque pesos. Nel suo appartamento erano rimasti la sua carta di identità, il portachiavi e l’orologio rovinato dall’immersione in mare. La sua bicicletta era a sei isolati di distanza, nel giardino di un privato che aveva scoperto che gestire un parcheggio di bici era molto redditizio.
Mentre l’insegnante beveva piccole sorsate dal boccale, giunse alla conclusione che se, per qualche motivo, Valdes non si fosse presentato, avrebbe dovuto lasciare i due dollari sul bancone, scappare dal locale … e fare cosa? Raimond guardò con desiderio alcune bottiglie di rum Havana Club riposte dietro al bar in un frigorifero color argento. Sapeva che avrebbe potuto svuotare l’intero boccale in due sorsate.
La sera precedente, Raimond aveva ricevuto una visita. Virgilio Toca era un cinquantenne che viveva nello stesso palazzo dell’insegnante. Era il direttore di una piccola filiale della Cassa di Risparmio gestita dallo Stato; fumava tre pacchetti di sigarette al giorno, amava giocare a domino e divideva l’appartamento di due stanze con la moglie, due figlie sposate, i rispettivi mariti e cinque nipoti. Toca era anche un membro del Partito ed era stato incaricato della sorveglianza del palazzo dal Comitato per la Difesa della Rivoluzione. Ebbe la cortesia di dedicare cinque minuti a tre argomenti banali (il clima, gli oscuramenti e il prossimo campionato di calcio di Coppa del Mondo) prima di arrivare al vero motivo della sua visita.
“Ehi, mio nipote ha detto che hai avuto visite l’altra sera, un americano che guidava un macchina noleggiata. Come mai?”
Sorridendo, mentre eludeva lo sguardo indagatore dell’uomo, e tentando di sminuire l’importanza della visita con un tono scherzoso, Raimond disse a Toca che sabato sera aveva incontrato un americano a una festa e, dato che il turista non parlava una parola di spagnolo, era stato costretto a fargli da interprete. Si erano scambiati l’indirizzo e, inaspettatamente, il turista lo aveva invitato a cena martedì sera in segno di gratitudine. Toca voleva sapere il nome dell’americano. Raimond aveva esitato prima di rispondere che era Ralph qualcosa, e aveva cambiato argomento, offrendo un sorso di “Scintilla del treno” al coinquilino.
(Tutte le immagini utilizzate a corredo fotografico, sono state manipolate dall’autore e provengono, di massima, dalla rete – Programmi utilizzati: Adobe PS5 64, Topaz Professional, M Bullet Pro)
.
Annunci

30 pensieri su “CUBA … el segundo

    • Giorgia Mattei

      Grazie mia signora.
      Un po’ di serenità interiore, di concentrazione meditata e di saper ascoltare il mondo che sussurra e il gioco è fatto.
      Grazie per le parole generose e buona notte

      Mi piace

  1. Vivo, vero e bello.
    Si sente proprio che … lo senti.
    BRAVISSIMO come sempre, ma io me lo rileggo e mirileggo anche l’altro.
    Bellissimo!
    Ciao buon pomeriggio.

    PS: è arrivato il comunista?
    Ah ah ah, ho paura che ne vedremo delle belle.
    Bacin bacetti
    🙂

    Mi piace

    • Isabella Ozieri

      Isy, siete sempre la benvenuta.
      Si, corrisponde al vero: si tratta di un “assunto” sentito e profondamente “radicato”.
      In merito al Vs PS, avete ragione, ne sono arrivate delle belle,
      Grazie e buona notte

      Mi piace

    • Alessandra Bianchi

      Vi ringraziammo per la sintetica e stringatissima, gentile, espressione.
      Della quotazione, però, non ne comprendemmo né il merito, né i motivi (tutti e soltanto vostri, ovviamente) .
      Grazie per essere passata.

      Buona notte

      Mi piace

  2. “Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine,
    ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
    chi non cambia la marca o colore dei vestiti,
    chi non rischia,
    chi non parla a chi non conosce.

    Lentamente muore chi evita una passione,
    chi vuole solo nero su bianco e i puntini sulle i
    piuttosto che un insieme di emozioni;
    emozioni che fanno brillare gli occhi,
    quelle che fanno di uno sbaglio un sorriso,
    quelle che fanno battere il cuore
    davanti agli errori ed ai sentimenti!

    Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
    chi è infelice sul lavoro,
    chi non rischia la certezza per l’incertezza,
    chi rinuncia ad inseguire un sogno,
    chi non si permette almeno una volta di fuggire ai consigli sensati.

    Lentamente muore chi non viaggia,
    chi non legge,
    chi non ascolta musica,
    chi non trova grazia e pace in sè stesso.

    Lentamente muore chi distrugge l’amor proprio,
    chi non si lascia aiutare,
    chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna.

    Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
    chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
    chi non risponde quando gli si chiede qualcosa che conosce.

    Evitiamo la morte a piccole dosi,
    ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di
    gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare!

    Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di
    una splendida felicità.”

    Poesia di Martha Medeiros, brasiliana di Porto Alegre, pubblicitaria e cronista per Zero Hora (fls).

    Punto!

    Mi piace

  3. Ho messo giù il telefono, una mezz’oretta fa. Mi ha telefonato la signorina col baffo per dirmi:
    “vai sul blog di Ninni. ha scritto un capolavoro”.
    Beh, subito al mattino ti lascia un po’ così. per cui, molto distrattamente, te lo confesso, ho aperto Lord Ninni e … ho letto il secondo capitolo di un capolavoro.
    Forza, descrizione, vissuto, impeto e psicologia.
    Mi hai costretto, praticamente, a rileggere il primo capitolo e rileggermi il secondo.
    Bellissimo!
    Sul serio, una qualità superiore.

    Ringrazio la Sig.a Emilia di Roccabruna.
    (Non commento i provocatori, pronti a fuggire)

    Ciao e buona giornata

    Mi piace

    • Valerio B.

      Vi ringraziammo, nostro buon amico. Come ringraziammo la “signorina col baffo”.
      Il vostro interesse per questo secondo Capitolo ci riempì di gioia e orgoglio.
      Grazie e buona notte

      Mi piace

  4. Un capitolo che ti prende e ti fa girare la testa.
    Bello in ogni particolare e con che cura hai colorato i momenti della tua vita .. ops… della vita di Nì.
    Superlativo mio milord.
    Bacetto e bacini Nì

    Lilly

    Mi piace

    • Lilly Sim

      Colorare i momenti di un vissuto, romanzandoli, è cosa molto ardua, simpaticissima milady.
      Quando ci si riesce; quando si comprende quanto si è scritto, offrendolo a terzi, beh allora la vita assume una colorazione diversa.
      Abbiate una serena nottata Lady Lilly.

      Mi piace

  5. Signor Ninni… Ma lo sfigato sinistrato, ha bisogno di attenzioni, di aiuto?
    Che non se lo fuma più nessuno?
    Gliela troviamo una fidanzata o un fidanzato?
    Che pena leggere i suoi commenti pseudo provocatori.
    Rovina l’allure della pagina.

    Buonasera.

    Pipino il Breve

    Mi piace

    • Pipino il Breve

      Grazie per il riferimento “all’allure”.
      Per il resto, come su descritto, Netiquette e Disclaimer sono chiarissimi.

      Questo è un commento da “Luogo delle Chiacchiere”.

      Buona notte

      Mi piace

  6. Nikolaij Kuznetsov

    In fin dei conti potrei interpretare questo commento in modo positivo, considerata la limitatezza linguistica e l’enormità dell’impropero che non consento, proprio ad alcuno.
    Non apprezzo, minimamente, tali estemporaneità.
    Nel ricordarti una Netiquette e un Disclaimer che sono un obbligo di lettura, preventiva, per poter continuare a frequentare questo blog, ti informo che essendo il gestore di questo spazio web e in quanto tale e non tollerando, come mai fatto, ingiurie, offese o improperi estemporanei; nel tentativo di mantenere la qualità, civiltà, educazione, cultura e proprietà, ti ricordo che non sei né tenuto a transitare da questo luogo, mentre io sono nelle condizioni di praticare ban, blocco personale e di indirizzo IP; di posta, fino all’informativa presso l’Autorità postale e informatica, sia per te, sia chi ti fiancheggia.
    Ho pagine e pagine piene di questi mezzi di salvaguardia dello spazio web Lord Ninni.
    Vale come ultimo avviso.
    Per ulteriori e varie informative, leggi attentamente le già citate Netiquette e Disclaimer.
    Buonanotte

    Mi piace

Volete partecipare alla discussione? Scrivete ed esprimete il Vostro parere, grazie.

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...