Cuba … el tercero

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1Il direttore di banca se n’era andato dopo un paio di minuti, e Raimond aveva maledetto la propria stupidità. Senza dubbio qualche ficcanaso aveva segnato il numero di targa della macchina a noleggio, e sarebbe stato facile scoprire che il nome di battesimo dell’americano non era Ralph. E se chi aveva dato l’allarme aveva assistito ai primi brevi scambi con Valdes? Persone che erano state insieme a una festa non sarebbero state così fredde.
Preoccupato, si voltò e si rivoltò nel letto prima di addormentarsi alla 1:58.
Quando Raimond aveva lasciato l’edificio la mattina seguente, aveva sospettato che dietro le finestre degli occhi seguissero tutti i suoi movimenti.
Dopo aver trascorso un’ora e mezza in bicicletta senza meta nelle strade deserte di Velado, l’insegnante, ormai convinto che nessuno lo stava pedinando, e si era diretto verso Miramar.
Attraverso una vetrina leggermente smerigliata, Raimond vide la Toyota Corolla grigio perla che entrava nel parcheggio del ristorante. Con un profondo sospiro di sollievo, si fece scivolare dallo sgabello e si diresse velocemente verso l’ingresso.
“Ehi, signore” gli gridò il barista in inglese.
“Torno subito” replicò Raimond senza fermarsi.
Spalancò la porta a vetri del bar e la tenne aperta. Valdes uscì dall’automobile, lo salutò e si chinò a chiudere la macchina. Indossava una polo bianca, una salopette a zampa di elefante e lo stesso paio di scarpe da barca. Mentre l’anziano americano si avvicinava, Raimond fu investito da un’ondata di gratitudine. Avrebbe potuto intascare i soldi e dimenticare il suo debito morale verso l’amico morto, e sarebbe stata la cosa più saggia. Ma, nonostante tutto, era lì, a correre dei rischi per un perfetto sconosciuto.
“Ciao, Raul.”
“Ciao. Camicia vistosa” disse Valdes con approvazione, guardando la chiassosa camicia di Raimond.
“Entra.”
Entrarono nel locale e Valdes ordinò una birra sedendosi alla destra di Raimond. Il barista stappò un’Hatuey, versò il suo contenuto in un boccale e si allontanò. Valdes ne scolò la metà, posò il boccale sul bancone, si asciugò la bocca con il dorso della mano sinistra e si voltò verso Raimond.
“Allora?”
“Si fa.”
“Congratulazioni. La vita qui non vale un soldo” disse Valdes, e poi tracannò il resto della sua birra. “Cosa aspetti?” chiese, dando un’occhiata al boccale quasi pieno di Raimond, mentre riponeva il suo sul bancone. “Andiamo a pranzo.”
L’americano interruppe Raimond due volte: alle fette di mango e mentre gustavano il piatto principale, un consommé di pollo. Tutto preso dal racconto delle sue scoperte, l’insegnante lasciò sul piatto metà della sua bistecca da due etti, che normalmente avrebbe divorato in sessanta secondi. Infine, al gelato di vaniglia, Valdes pronunciò le attese parole.
“Dunque, vediamo.”
Raimond posò il cucchiaino sul piattino, allontanò la tazza, si asciugò le labbra con il tovagliolo e informò Valdes che una delle ultime opere russe a Cuba era stata la costruzione di un grandissimo edificio a Miramar, in un posto prescelto tra la 5a Avenue, la 3a Avenue, e la 64a Strada, che sarebbe servito da ambasciata, consolato e quartier generale dei dipendenti. Valdes annuì, si scusò, andò nel parcheggio e fece ritorno con le sue lenti bifocali, una carta turistica dell’Avana, e un’economica penna a sfera.
“Segnala” ordinò.
Prima di riuscire nell’impresa, Raimond spiegò e ripiegò con difficoltà la spessa carta. Sorseggiando il caffè, l’insegnante indicò che l’edificio era sovrastato da un’inconfondibile torre calcarea di otto piani, della quale fece uno schizzo approssimativo sul margine superiore. Facendo scorrere l’indice sulla carta, Raimond aggiunse che, dallo spazio deserto di costa distante duecento metri dalla missione diplomatica, varie persone si allontanavano a nuoto per sei o sette metri, dove la profondità raggiungeva all’incirca i cinque metri. Infine l’insegnante indicò che i due punti neri sulla destra del posto scelto, segnati con due piccoli letti, erano gli Hotel Nettuno e Tritone, due torri gemelle di venti piani che rappresentavano due punti di riferimento ulteriori.
Annuendo ripetutamente, Valdes teneva gli occhi sulla carta e poi guardò l’orologio. Raimond notò che aveva un aspetto costoso. Valdes si sfilò gli occhiali, li ripose in un contenitore metallico, fece scattare la chiusura e se li mise nella tasca posteriore sinistra della salopette.
“Adesso, Ninni, per la mia e la tua sicurezza, voglio che tu mi dica la verità.”
“Su cosa?”
“Hai parlato con qualcuno di me o… della tua decisione?”
“Assolutamente no.”
“Hai detto addio a qualcuno? A una ragazza, forse?”
“No.”
“Bene. Il sole tramonterà alle 19:55, ma secondo le previsioni del tempo, la giornata resterà nuvolosa, e dopo le 19:30 un nuotatore solitario potrebbe attirare l’attenzione, così cercherò di passare da questo posto alle 19:25 circa, minuto più minuto meno.”
Valdes finì la sua terza birra, represse un rutto e iniziò a dare istruzioni a Raimond. “Quando vedi uno yacht bianco che arriva, preparati. Sei un nuotatore lento, quindi entra in acqua quando io sarò qui, esattamente accanto…”
Strizzò gli occhi sulla carta, e indicò uno dei punti neri.
“L’Hotel Nettuno?” suggerì Raimond.
“Quello più distante da te.”
“È il Nettuno.”
“Va bene. Allontanati più che puoi. Almeno cinquanta metri, sessanta sarebbe meglio, settanta perfetto. Più lontano riesci ad andare meglio è, per ridurre il rischio che la tua testa si veda dalla costa. Tra poco ti darò una cuffia gialla che ho in macchina. Infilala nel costume prima di immergerti.
Quando sarò a meno di cinquanta metri, indossala. Una scaletta di corda sarà appesa a poppa, aggrappati e resta in acqua. Lascia che la barca ti trascini per un po’, uno o due minuti, e stai lontano dalle eliche. Togliti la cuffia, e lasciala in mare; andrà a fondo. Poi sali a bordo. Capito?”
“Sì.”
“Io sarò al timone. Non mi parlare, non stare in piedi. Vai gattoni sotto il ponte. Troverai la cabina principale, una dinette e, sul tavolo, un asciugamano e dei vestiti. Vestiti e serviti al bar. Non venire sopra prima che io ti chiami dopo un paio d’ore. Se per caso una guardia costiera cubana ci dovesse fermare, la storia sarà che hai avuto un crampo mentre io passavo. Io ti ho invitato a venire a Varadero con me e a farmi da guida. Dopo saresti tornato all’Avana in autobus. Ti ho offerto di chiamare la marina via radio e tu mi hai risposto che non valeva la pena perché vivi da solo e non avevi parenti in ansia per la tua assenza. Per te sarebbe stata la possibilità di far pratica di inglese, visitare una bella spiaggia e magari guadagnare qualche dollaro portandomi in giro per la città.”
Valdes smise di parlare e fissò Raimond con gli occhi azzurri più gelidi che l’insegnante avesse mai visto. Gli ricordarono quelli di suo padre, tranne che per la temperatura: quelli di Fernando erano blu fiamma.
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“Domande?”
“Il mio orologio si è rotto ieri. Non era subacqueo e mi sono dimenticato di toglierlo prima di immergermi.”
“Prendi questo” disse Valdes, sfilando il cinturino in pelle del suo. “Ne comprerò uno a buon mercato alla marina e dopo ce li scambieremo.”
Mentre Raimond lo indossava, Valdes parlò nuovamente.
“Ti rimangono sei ore. Che cosa hai intenzione di fare?”
Raimond si schiarì la gola. “Andrò a leggere in biblioteca.”2
“Non torni a casa?”
“No.”
“E non vai al bar?”
“Naturalmente no” rispose Raimond, con una punta di fastidio.
“Non fare pazzie, non metterti nei pasticci e guida la tua bici con attenzione” disse Valdes in modo un po’ didascalico. “Se oggi il piano va in fumo, sono troppo vecchio per fare un altro tentativo.”
In linea con il proprio stato d’animo, Raimond chiese La Tempesta di Shakespeare, e gli fu detto di aspettare venti minuti. Si sedette da solo a un tavolo rettangolare, facendo scivolare lo sguardo su una parte della città. Valdes non avrebbe mai immaginato le storie incredibili che era stato costretto ad architettare solo per camuffarsi da americano. Aveva noleggiato la camicia e si era fatto prestare i sandali da gente che lo avrebbe maledetto per sempre. Solo il cappello era stato comprato regolarmente a venti dollari nel negozio dello stato.
Raimond riconobbe di non essere pronto agli imprevisti. Non aveva mai fatto nulla di illegale prima. Persino le proprie avventure sessuali si erano limi-tate a donne nubili o divorziate. Mentre pensava alle donne, gli venne in mente la sua ultima conversazione con Natasha tre giorni prima. Non era stata una buona idea. La sua ex moglie aveva avvertito che qualcosa era cambiato radicalmente, qualcosa di sinistro, pericoloso, o sordido, e aveva continuato a chiedere di che si trattasse. Ma Natasha non era più la ragazza coraggiosa e spensierata che aveva sposato nel 1979. Era ancora instabile e le sue reazioni erano imprevedibili, così non aveva potuto fare ciò che desiderava maggiormente: togliersi la camicia e le scarpe, sprofondare sul suo divano e discutere tutta la faccenda con la sola donna che sapeva mantenere un segreto e capire ciò che sarebbe stato meglio per lui.
I pensieri di Raimond si rivolsero a Sobeida. Venerdì sera, mentre bevevano un caffè, aveva spiegato in modo protettivo al suo rifornitore usuale del mercato nero, che doveva recarsi per una settimana a Santiago di Cuba, e non riteneva sicuro lasciare a casa i 5.300 pesos risparmiati. Le chiese se potesse tenerli lei. Sobeida aveva inclinato la testa, lo aveva guardato con sospetto, e aveva risposto con un’affermazione sconcertante: “Sai che molti affogano, no?”. Si era sentito in dovere di recitare la parte dell’uomo frainteso, aveva fatto ruotare gli occhi, aveva alzato le braccia con pretesa esasperazione e aveva accusato Sobeida di essere pazza. Sobeida aveva ignorato le sue pretese di innocenza. Al momento di andar via, i soldi infilati in una scatola da scarpe, gli aveva tracciato un segno della croce sulla fronte e sulle labbra mentre due grosse lacrime le rotolavano sulle guance.
Prese il libro e un dizionario Webster, quindi ritornò al tavolo di lettura.
Nel primo atto, scena prima, Gonzalo sollevò lo spirito di Raimond quando, riferendosi al nostromo, scherza: “Non ha l’aspetto di chi deve finire annegato; ha una faccia da forca”. Sin dalla prima volta che aveva letto il dramma, da universitario, Raimond aveva apprezzato questo vecchio personaggio, la cui personalità racchiudeva allegria e saggezza. Adesso, le pagine che prima amava per ragioni letterarie, assumevano un significato nuovo.
Nel mezzo della tempesta Gonzalo si lamenta: “Ora darei mille stadi di mare per un acro di terra arida, fitta di eriche, scura di ginestre, di qualunque cosa”. Quando i passeggeri giunsero salvi nell’isola, l’insegnante era completamente assorto nell’opera immortale.
Alle 17:45, un cortese attendente gli comunicò che era orario di chiusura. Pedalò nuovamente fino a Miramar, parcheggiò la sua bici vicino al Tritone, e si sedette su una panchina all’angolo tra la 60a Strada e la 3a Avenue. Alle 18:28 Raimond esaminò l’orologio d’oro di Valdes. Aveva i numeri romani, le solite tre lancette, un quadrante per la fase lunare, un calendario, un mezzo quadrante per un altro fuso orario.
La tensione cominciava ad attanagliargli lo stomaco. Il cavallo dei pantaloncini riscaldato dalla cuffia, prudeva. Smise di grattarsi con discrezione quando gli si avvicino sorridendo una bella brunetta. La stretta minigonna nera mostrava tutta la voluttà di cosce perfette. Indossava una canottiera verde trasparente, scollata appena sopra i seni, e tacchi a spillo. Raimond dimenticò le sue pene e valutò la prostituta come un allevatore valuta il bestiame da acquistare. Non mostrava segni di malnutrizione, sprizzava sicurezza ed era nel fiore degli anni. La donna si fermò a mezzo metro di distanza e, sempre sorridendo, si mise una sigaretta tra le labbra. Dalla sua posizione, l’insegnante poteva vedere il morbido incavo tra i suoi seni.
“¿Me das candela? “
“Non parlo spagnolo, mi spiace” rispose l’insegnante in inglese.
“Hai da accendere?”
Raimond scosse la testa. “Il fumo è dannoso.”
Il vocabolario inglese della ragazza probabilmente non includeva la parola “dannoso”; parve confusa. Raimond notò gli anelli a buon mercato che portava alle dita e i pesanti orecchini di rame.
“Hai fuoco?” la punta della sigaretta andava su e giù.
“No fuoco.”
“Che ne dici di un bicchiere?”
Raimond scosse nuovamente la testa. “Non posso.”
La ragazza lo guardò con complicità, si tolse la sigaretta dalla bocca, e sussurrò maliziosamente al possibile cliente. “Forse con me puoi.”
Raimond ridacchiò. “Forse. Quanto?”
“Cinquanta dollari.”
“Quindici?”
“No. Cinquanta” ripeté la ragazza.
Raimond concluse che il divario d’entrate tra le ragazze cubane e quelle americane era meno forte di quanto avesse supposto. “Dove hai imparato l’inglese?” domandò.
“A scuola.”
“Al liceo?”
“Sì. Vuoi scopare o vuoi parlare?”
“Nessuno dei due.”
“Per te quaranta dollari.”
“No. Grazie lo stesso.”
“Va bene. Solo perché sei carino. Trenta.”
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Il divario cresce, pensò Raimond, prima di dare uno sguardo all’orologio di Valdes e alzarsi. La donna fece un largo sorriso, pensando di aver concluso un affare.
“Mi dispiace. Devo andare. Ciao.” Raimond si girò e si allontanò.
La prostituta aggrottò le sopracciglia. “Sei un finocchio?” gli gridò dietro.
Raimond annuì lentamente senza voltarsi.
Due ore e mezza dopo, con uno strano stato d’animo che teneva sotto controllo la totale euforia, Ninni Raimond sedeva sul cuscino di gomma espansa rivestito di vinile del sedile di una dinette nella cabina principale di uno yacht costruito nel 1960.
Sul tavolo c’era una bottiglia di rum cubano, piena per due terzi; un piatto con gli avanzi di due panini al prosciutto e formaggio; una bottiglia piena e una vuota d’acqua minerale Canadian; e due tovaglioli di carta usati.
Le mani dell’insegnante circondavano un bicchiere pieno fino all’orlo di una mistura cubano-canadese dalle proporzioni uguali.
Raimond era seduto dirimpetto ai cinque gradini che portavano al ponte, a scaffali che contenevano un’unità radio-telefono, un piccolo televisore, un VCR, un lettore di compact disc e alcuni libri. Alla sua destra, sotto una finestra con una tenda, c’era un registratore, una scatola di metallo nera, e quello che pareva essere la cassa acustica di uno stereo. Dall’altra parte, al-la sua sinistra, c’era un angolo cottura con due fornelli a gas, un lavandino d’alluminio, scaffali di cucina, un frigo sotto una tavola da carteggio, e un bagno dietro una porta chiusa.
Il motore a benzina ronzava rassicurante in sentina, e il mare era così calmo che i liquidi nei loro contenitori non si muovevano. Raimond rifletté che se questa era la navigazione tipica, sarebbe stato costretto a riconsiderare gli sport nautici.
L’insegnante sorseggiò dal suo bicchiere, poi si alzò e con tre passi raggiunse il bagno. Indossava un maglione grigio chiaro con onde disegnate davanti, pantaloncini corti blu, e ciabatte di gomma. L’orologio di Valdes ancora al polso. Quando rientrò nella cabina, fu preso dalla curiosità. Osservò i corrimano e le maniglie, chiedendosi a cosa servissero. Proseguendo avanti, Raimond aprì la porta della cabina del comandante e diede uno sguardo furtivo a una cuccetta doppia. Chiuse la porta e dedicò un minuto a ispezionare armadi vuoti, estintori e carte, prima di rientrare nella dinette. Stava sfogliando un libro quando udì tuonare la voce di Valdes.
“Adesso puoi venire su, Ninni.”

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3L’insegnante fece cadere il libro sul tavolo, agguantò il suo bicchiere e salì i gradini del ponte, abbassandosi cautamente per evitare di sbattere la testa. Raggiunse Valdes in un piccolo pozzetto di timoneria con un parabrezza anteriore e laterale, e lanciò uno sguardo ai pulsanti, alle leve e ai quadranti luminosi dietro il timone.
“Benvenuto a bordo” disse Valdes, accogliendo Raimond con un ampio sorriso prima di far scattare due interruttori. Le tre luci pilota accese a poppa, a prua e sopra il pozzetto, si spensero.
“Non so cosa dire. Per fortuna il mondo è piccolo” commentò Raimond, mentre notava che anche la cabina era al buio. Valdes ignorò l’affermazione e girò il timone a sinistra. Quando spinse la leva dell’acceleratore in avanti e il motore aumentò di giri, lo yacht virò da nord-ovest-ovest a nord-ovest-nord. Raimond inspirò profondamente e alzò gli occhi a un cielo privo di stelle color grigio scuro. Una brezza leggera gli scompigliava i capelli.
“Hai festeggiato, eh?” osservò Valdes, guardando il bicchiere di Raimond.
Raimond meditò la risposta. “È come se…”
“Ti dispiace se ti faccio compagnia?”
“Al contrario” disse Raimond, porgendo il suo bicchiere al comandante.
“Credi di trovare la bottiglia al buio?” chiese l’americano, prendendo il bicchiere.
“Certo.”
Un momento dopo, Raimond tornò al pozzetto e trovò Valdes che stava bevendo un sorso. “Bevo direttamente dalla bottiglia. Al buio non sono riuscito a trovare un altro bicchiere” disse il cubano.
“Bene. Alla libertà.”
“Alla libertà” concordò Raimond prima di brindare all’occasione bevendo una lunga sorsata. “Siamo in acque internazionali?”
“Lo saremo presto.”
“Perché hai spento le luci?”
Valdes bevve un altro sorso dal bicchiere prima di rispondere: “Solo una precauzione. Non voglio attirare l’attenzione della guardia costiera americana. Se ci dovessero fermare, diremo che hai lasciato Cuba su una zattera due giorni fa. Al tramonto mi hai avvistato, e chiesto aiuto, e io ti ho soccorso. Racconteremo la stessa storia agli ufficiali dell’Ufficio Immigrazione a Miami, va bene?”
“Va bene.”
“Non ci siamo mai incontrati prima. Non c’è stato alcun contatto tra noi.
Capito?”
“Sì.”
“Beviamo alla memoria di Fernando.”
Vergognandosi, Raimond pensò che nelle ultime ventiquattr’ore non aveva dedicato nemmeno un momento di riflessione all’uomo che aveva reso la sua fuga possibile. Vide una grande mano che reggeva un pallone da calcio. Grazie, figlio di puttana, Raimond disse a se stesso. Gli occhi gli si riempirono di lacrime, e tracannò due sorsate per mettere a tacere la sua coscienza. Gli tornò in mente la sua visita di venerdì sera al cimitero di Colon. I negozi di fiori vicini non avevano nulla e quindi non aveva potuto lasciare un ultimo mazzetto sulla tomba di sua madre.
“Al Floridita ti ho detto che sono un insegnante d’inglese” disse, nel tentativo di rimuovere ricordi spiacevoli. “Come potrò guadagnarmi da vivere negli Stati Uniti?”
“Sicuramente non trasportando carbone a Newcastle” rispose Valdes.
Per quasi un’ora la conversazione e il rum scorsero tranquillamente.4
Scrutando l’orizzonte sopra la prua e sporadicamente guardando i quadranti, Valdes tenne quasi sempre la parola. Disse che le paghe degli insegnanti in America erano ridicole, e suggerì a Raimond un approccio in due fasi per pianificare il suo futuro. Disse che, poiché gli immigranti cubani illegali ricevevano subito un permesso di lavoro, a Miami l’insegnante avrebbe fatto meglio a evitare la comunità ispanica e ad accettare il primo lavoro disponibile in una piccola compagnia americana, anche se con un salario basso, dove la sua conoscenza sia dell’inglese che dello spagnolo sarebbe stata utile, poi gradualmente avrebbe potuto cercare di fare carriera verso una posizione di medio livello. Dopo due, tre anni di duro lavoro, quando avrebbe risparmiato dei soldi e acquisito la residenza, forse Valdes avrebbe potuto garantire per lui per un prestito o un mutuo per intraprendere una piccola attività in proprio. Un negozio d’alimentari, un rifornimento di benzina, un negozio di seconda mano, un ristorantino o una lavanderia, non era importante. La cosa essenziale era che avesse imparato tutti i trucchi del mestiere lavorando per qualcun altro.
Entrambi gli uomini bevvero due lunghe sorsate in onore del futuro imprenditore. All’improvviso Valdes spostò la conversazione sulle barche a vela. Mezzo stordito, e parzialmente inebetito dalla combinazione del liquore, della stanchezza per la nuotata fino allo yacht e della leggera oscillazione della barca, Raimond ascoltò una lunga tirata su corvette, tartane, serra-re e ammainare vele, come il pilota automatico rendesse possibile lunghi viaggi per navigatori solitari, e la discutibile gioia di confrontarsi con gli elementi naturali durante una tempesta. L’insegnante sentì le palpebre che si chiudevano, e fece un grande sforzo per riaprirle. L’essere stato in piedi con le ciabatte per cinquanta minuti gli aveva reso i piedi doloranti, e pensò alle cuccette dall’aspetto comodo che erano in coperta. Ma Raimond non voleva mostrarsi scortese verso l’uomo che stava facendo tanto per lui. Un minuto più tardi, la bottiglia quasi vuota di rum gli cadde dalle mani.
“Ehi, ti stai addormentando?” chiese Valdes, sorridendo divertito.
“Vuoi andare sottocoperta?”
“È solo che…”
“Oh, andiamo. Lascia che ti aiuti. Su. Andiamo.”
Raimond sentì le mani forti che lo afferravano ai bicipiti. Le sue gambe non rispondevano a dovere. Si chiese come avrebbe fatto lo yacht a tenere la rotta. Forse c’era una specie di pilota automatico, come sugli aerei.
“Sto bene” mormorò, cercando i gradini per andare sottocoperta.
“Certo.”
“Mi sdraierò solo un attimo.”
“Sicuro.”

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E improvvisamente fu scaraventato fuori bordo.
5Una volta riemerso, Raimond riuscì a fare un sorriso imbarazzato. Era inciampato? Era stato uno scherzo? A ogni modo, Valdes lo avrebbe recuperato. Per circa dieci secondi, mentre lo yacht si allontanava, aspettò con fiducia, poi con angoscia per altri due o tre minuti, infine cominciò a gridare in modo convulso. È questione di minuti, mormorò a se stesso tra le grida.
Un’avaria del timone? Perché quel bastardo non spegne quel fottuto motore? Ma improvvisamente si rese conto che qualcosa non andava. Iniziò a vomitare violentemente e l’amara emissione di cibo semi digerito, alcol e bile interruppe le sue grida selvagge. Quando nel suo stomaco si fu ristabilita la calma, l’imbarcazione era scomparsa nella notte, si sentiva ancora il rumore del motore che si allontanava. Raimond urinò e stordito guardò il panino vomitato che ondeggiava lievemente sulla superficie dell’acqua.
Si raggomitolò abbracciandosi in attesa della mutilazione. Le dozzine di squali in perlustrazione avrebbero dato inizio al loro banchetto, prima i polpacci, poi le cosce, le palle, l’uccello… Ninni Raimond pianse a lungo. Le parole di Gonzalo gli tornarono in mente: “Ora darei mille stadi di mare per un acro di terra arida”. Rise istericamente prima di vomitare una seconda volta. Rabbrividendo esausto, perse ogni speranza e galleggiò fiaccamente, guardando il cielo coperto.
“È così che sono andato a finire? Sono caduto a mare? Credo mi abbia spinto. Sì, mi ha spinto. Perché? Cosa ho fatto? Non me lo ero inimicato.
Non anneghi un uomo solo perché si era assopito, dannazione! E questo… questo assassino era in debito con mio padre? Avrei dovuto controllarlo.
Ma come diavolo avrei potuto? Avrei dovuto chiedere ai servizi di sicurezza? Telefonare alla tomba di papà? Lo hai mandato tu, papà; è colpa tua. È sempre stata colpa tua. Io sono la tua colpa. Sai una cosa, papà? Ho sempre voluto avere una conversazione faccia a faccia con te. La mamma mi ha messo al mondo; tu stai facilitando la mia dipartita. Perché ci hai impiegato tanto? Voglio dire, c’erano i preservativi ai tuoi tempi, le schiume spermicida. Mi sono documentato. Era possibile abortire in caso ti fossi lasciato andare. Quindi perché ti sei preso un impegno che non avevi intenzione di rispettare? Il dispensatore costante di regole inderogabili si è dato alla fuga quando avevamo maggior bisogno di lui. Tu fottuto disertore, tu figlio di puttana. Perché? Che cosa ti ho fatto?”
Dai racconti di sua madre, aveva saputo che Fernando Raimond era nato il 20 aprile del 1926 in una piccola stazione ferroviaria otto chilometri a nord del confine della Georgia con la Florida, lungo i binari che collegano Valdosta a Jacksonville. Era quasi sicuro che il nome della stazione fosse Fruitland e che il corso d’acqua che scorreva a sudest, a cinquanta metri sul lato sinistro, aveva il melodico nome di Suwanooche.
Le informazioni sul resto dell’infanzia di suo padre erano minime. Sapeva che la stazione successiva a est era Headlight, ma non riusciva a ricordare il nome di quella a ovest. Era Harlow? Harwell? Harvey? La famiglia si era trasferita a Sebastian negli anni ‘30 o ‘40? Fernando aveva abbandonato il liceo? Da bambino Raimond aveva visitato questi posti, sentito i loro nomi, ascoltato le loro storie, ma alcuni particolari gli erano sfuggiti di mente.
E poi c’era una mistura inestricabile di realtà e fantasia. Fernando era alto un metro e ottantacinque, aveva messo a terra un peso massimo Golden Gloves campione a Palm Beach, eliminato sette crucchi a mani nude. O no?
Fernando poteva vantarsi, bere, parlare e fissare negli occhi più di ogni altro uomo. O no? Fino al 1957 era stato il padre più allegro e affettuoso dai tempi di Pat Boone. O no?
Un fatto indiscutibile era che il nonno di Ninni Raimond si era trasferito con la moglie e i due figli in Florida, richiamato dalla Associazione Produttori Zucchero di Fellsmere. La compagnia gestiva una fabbrica a venti chilometri a ovest di Sebastian, una piccola comunità nella costa orientale, e assumeva lavoratori stagionali che provenivano dalle coltivazioni di cotone della Georgia e della Carolina del Sud. Alla fine degli anni ‘30 Jose Raimond guadagnava quaranta centesimi l’ora per tagliare la canna durante il raccolto, e più o meno la stessa cifra durante i mesi di coltivazione. Jose pensava che se le cose si fossero messe male, si sarebbe guadagnato da vivere nelle piantagioni d’agrumi vicine, cosa che fu costretto a fare dal 1958 fino alla pensione.
Da ragazzo, Fernando Raimond accompagnava spesso il padre nei campi e lì prese dimestichezza con le dighe, le canalette di raccolta e quelle di scolo che controllavano il livello dell’acqua e l’umidità del terreno. Alla fine Fernando era divenuto un apprendista nella raffineria e quando fu chiamato al servizio militare, nel 1944, era perfettamente in grado di distillare superalcolici attraverso un processo con il carbone vegetale.
Quello che aveva dovuto affrontare durante il servizio di leva non lo sapeva nessuno. Aveva ammesso di essere stato in Europa, di avere combattuto, di essere stato un caporale, di essersi congedato onorevolmente, ma niente altro. Amici e parenti sapevano che per far arrabbiare Fernando Raimond bastava chiedergli di raccontare le sue esperienze di guerra.
Il suo ritorno a Sebastian era coinciso con la riconversione dell’economia nazionale in un’economia di tempi pacifici. Gli esperti avevano previsto licenziamenti di massa, e i sindacati avevano reagito con un’ondata di scio-peri nelle industrie chiave, dalla General Motors e la Allis Chalmers alla AT&T e alle ferrovie. I produttori di zucchero avevano congelato i loro programmi di espansione, e il giovane veterano aveva scoperto che il proprio posto era stato preso da un impiegato troppo anziano per essere licenziato. Un amico gli aveva detto che il suo ex capo della raffineria di Fellsmere lavorava ora per conto dello Zuccherificio e Raffineria Hershey a Santa Cruz del Norte, a Cuba, e che stava cercando un operaio specializzato e di fiducia. Fernando aveva scritto all’uomo e, il 6 giugno del 1946, era sceso da un vecchio taxi Plymouth del 1932 e si era intimorito davanti alla seconda raffineria più grande del mondo.
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A Fernando Raimond il posto piaceva. Dai piani superiori della fabbrica poteva guardare le acque settentrionali blu intenso dell’Atlantico. La vista a occidente era ristretta dai tetti delle villette, dei magazzini e degli uffici. Ma a oriente e a sud splendeva un’ampia valle; campi di canna da zucchero, pascoli, giardini di ortaggi, un fiume, e le fronde piumate di centinaia di palme che si muovevano nella leggera brezza. Il clima era più mite che in Florida, cosa che lui gradiva dopo aver sperimentato un crudele inverno in Germania. A cinque chilometri di distanza, Santa Cruz del Norte forniva un bel litorale e barche da pesca, un modesto bar e tre giovani, avvenenti e allegre prostitute.
La direzione di Hershey aveva fatto scivolare cinquanta dollari nella tasche del capo del sindacato, affinché spiegasse ai suoi compagni che l’americano non era stato assunto come un semplice operaio. Infatti, era un giovane dirigente in un programma di addestramento e sarebbe divenuto caporeparto non appena avesse imparato lo spagnolo abbastanza per farsi capire. Non avendo possibilità di scegliere, la massa brontolante aveva accettato l’inganno; dieci mesi più tardi, con meraviglia di tutti, la scusa pretestuosa divenne una realtà.
Con un metodo informale, divertente e pratico per imparare lo spagnolo, Fernando Raimond trascorreva molto del suo tempo libero con gli indigeni. Andava a pesca, beveva, giocava a baseball e partecipava a feste con i suoi colleghi cubani. Grazie al suo istintivo equilibrio, imparò a giocare a golf, andare in chiesa, parlare di politica e celebrare il 4 luglio con le basse leve della piccola comunità americana. L‘11 settembre, durante una festa in onore della Virgen de la Caridad del Cobre, protettrice di Cuba, Fernando incontrò la donna che avrebbe sposato esattamente un anno dopo.
“Voi due sembravate rapiti in quelle scolorite foto in bianco e nero che la mamma conservava gelosamente. Tu non eri bello, lei non era bella, eppure lo sembravate mentre vi scambiavate quei sorrisi gloriosi o vi guardavate negli occhi. Prima di Natasha, non riuscivo a immaginare cosa provavate. Eravate come catturati l’uno dall’altra. “Come avrei potuto vivere senza di lei?” dicevi. Ci sono passato. L’amore muore o cambia semplicemente oggetto? Forse è stata la mia nascita ad alterare il tuo amore, o la mamma ti dedicava meno tempo, o io piangevo, chiedevo un bicchiere d’acqua, avevo incubi mentre vi stavate divertendo; forse ho succhiato via il turgore dei suoi seni. Eri arrabbiato con me? Sicuramente non mi lascia-sti perdere. Sarei un verme schifoso se, anche adesso, avanzassi le più piccole lamentele sulla mia infanzia. È stata meravigliosa. Ho avuto la tua attenzione in ogni momento, in particolare in tutte quelle vitali seppure piccole prime volte: pescare, andare in campeggio, far volare un aquilone, rilanciare la palla a baseball. Ho ancora davanti agli occhi la tua confusa meraviglia, il tuo divertimento soffocato, la sera che mi scopristi mentre mi masturbavo dietro il capanno degli attrezzi. Un paio di settimane dopo asciugasti le mie lacrime mentre guardavo gli spasimi mortali del primo uccello cui ho sparato con il fucile ad aria compressa BB, che Babbo Natale mi aveva fatto trovare sotto l’albero la sera prima. Nessuna lamentela fi-no ad allora, papà.”
Nel 1951 Fernando Raimond fece un buon affare con entrambe le raffinerie, l’Hershey e la Fellsmere: avrebbe trascorso la stagione del raccolto, da novembre a marzo, in Florida. Da aprile a ottobre avrebbe distillato superalcolici e affini a Cuba. Carmen Maria de la Caridad García Soto, Carmencita per i genitori e gli amici, Carmen Raimond negli Stati Uniti, arrivò all’aeroporto internazionale di Tampa il 5 dicembre del 1951, tenendo in braccio un bambino di quindici mesi. Era stato battezzato nella chiesa cattolica di Santa Cruz con il nome di Ninni. A quel tempo, la padronanza della lingua inglese di Carmen si sarebbe potuta generosamente definire elementare, e lei parlava e vezzeggiava il suo bambino in spagnolo. Fernando, comunque, si rivolgeva al bambino in inglese. A due anni, il vocabolario di Ninni includeva good morning, nino lindo, mami, daddy, caca, pee, papa, e son of a gun.
Gli anni passarono. Fernando Raimond scoprì il proprio fiuto per gli affari a ventisette anni, quando iniziò a scorgere delle opportunità. Prima di partire per il sud preparava due o tre valigie con abbigliamento da lavoro comprato a buon mercato negli spacci di rimanenze militari. Di ritorno negli Stati Uniti, trasportava scatole di sigari arrotolati a mano di prima qualità e le raffinate cravatte italiane che erano regolarmente contrabbandate a Cuba. I profitti venivano depositati in un libretto di risparmio.
Tornata a Cuba all’inizio di settembre del 1956, Carmen iscrisse Ninni alla scuola elementare di Santa Cruz. Non appena il bambino ebbe imparato le lettere m, a, e p in spagnolo, fu portato in Florida e iscritto alla scuola elementare di Sebastian. Una guida paziente lo aiutò nel cambiamento e il ragazzo se la cavò abbastanza bene fino a metà aprile del 1957, quando fecero ritorno a Santa Cruz nonostante la ferma sebbene cortese obiezione del preside. Preoccupato per il benessere del bambino, il preside della scuola cubana si rifiutò di riammetterlo a cinque settimane dalla fine del trimestre, ed entrambi i genitori iniziarono a prendere seriamente in considerazione l’educazione del figliolo.
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Santa Cruz era casa per Carmen. Visitava i genitori tutti i giorni, spettegolava quanto voleva con le amiche d’infanzia, comprendeva perfettamente gli intrecci degli sceneggiati della radio e della TV e trovava dei fagioli neri squisiti. Fernando non voleva rompere i suoi legami con la Fellsmere, specialmente da quando suo fratello minore aveva trovato lavoro a Tulsa, in Oklahoma, in una gioielleria e sosteneva di essere troppo occupato e benestante per visitare Jose ed Edna per più di ventiquattro ore l’anno.
A quel tempo la coppia aveva trascorso dieci anni insieme, e delle fiamme della passione iniziale restavano solo6 i tizzoni ardenti. Nonostante ci fosse una reciproca attrazione, non si rendevano conto che la responsabilità, l’abitudine e il figlio erano diventati i cardini del loro matrimonio.
Carmen dava per scontato che Fernando si trattenesse dall’andare a donne per la stessa ragione per cui lei avrebbe rifiutato improbabili ammiratori: fedeltà, virtù e amore. Fernando pensava che occasionalmente si sarebbe protetto con un preservativo e avrebbe scopato una prostituta, ma se glielo avessero domandato, avrebbe escluso la possibilità di mettere a rischio il proprio matrimonio per un’altra donna. Entrambi credevano di sapere quanto dovevano all’altro e, guardando con fiducia al futuro, pianificavano di trascorrere sempre insieme in Florida i Natali e le Pasque. Lui aveva trent’anni, lei ventisette.
“Deve essere stata una donna. Tu cambiasti. Non verso di me, no. Infatti tu mi ricoprivi di affetto durante quelle brevi vacanze. Mi portasti dappertutto, da Key West a Bainbridge. Ogni volta che rifiutavo la bistecca e le patatine con cui la mamma mi voleva ingozzare, mi viziavi con torte di mele e densi frullati di cioccolata al latte Howard Johnson. Tu eri diverso nei nostri confronti; la escludevi. Usando me come paravento, non le tenevi quasi mai la mano, non le cingevi mai la vita o le spalle. Forse di notte il vostro amore si riduceva ai pietosi e frettolosi meccanismi che si avviano con donne che non si desiderano più. Forse quello fu l’ultimo (o il primo) indizio che ebbe. Di sicuro lei cercò di riconquistarti. Mi ricordo i suoi ripetuti tentativi: ridendo dei dissapori, abbracciandoti, ritoccandosi il trucco a ogni stazione di servizio. Mi ricordo anche le tue reazioni contenute: sorrisi imbarazzati, contrazioni esasperate dei muscoli della mascella, fugaci sguardi di scusa. E quando arrivava il momento del nostro ritorno a Cuba tu sembravi così sollevato. Oh sì, tu sembravi improvvisamente contento che i dieci o quindici giorni fossero terminati, e tu potevi finalmente tornare a fare ciò che volevi disperatamente.”
Né Ninni né sua madre avevano il benché minimo sospetto di vedere Fernando Raimond per l’ultima volta, quando lo salutarono, il 14 ottobre 1959, dopo quella strana estate. Sarebbe andato a New Orleans in tre occasioni, adducendo vaghi impegni di lavoro.
La mattina dei 4 dicembre, il postino consegnò a Carmen una lettera del marito, nove righe scritte di fretta che avvisavano la moglie di annullare la solita visita di Natale a Sebastian poiché impegni importanti lo chiamavano in Louisiana. Le rimesse arrivavano puntualmente, ma nel 1960, a metà febbraio, l’avviso di annullare il viaggio di Pasqua si era ulteriormente ridotto alle due righe di un telegramma della Western Union. Carmen temeva un rifiuto totale, comprendeva che il suo matrimonio era sul punto di crollare e sperimentò la frequente e alquanto irrazionale risposta di un amore rinnovato. Le sue lettere sempre più preoccupate rimanevano senza risposta, e la sera in cui l’operatore telefonico per le chiamate internazionali la informò che il contratto telefonico di Fernando a Sebastian era stato disdetto, Carmen chiamò la suocera. Edna scusò il figlio, Dando la colpa alle lunghe ore di lavoro sette giorni la settimana, eppure Carmen colse una nota di commiserazione nella voce di Edna, mentre accampava spiegazioni e prometteva una mediazione. Il 14 aprile, Ninni corse entusiasta nel soggiorno della casa di Santa Cruz sventolando una lettera con il timbro postale di Cocoa Beach, Florida. Diceva:

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22 Marzo 1960
Cara Carmen,
spero che voi due stiate bene. Mi mancate molto ma non tornerò prima della caduta di Castro. Non lavorerò per i comunisti. Ci sono probabilità che presto qualcuno colpirà quel bastardo. Non ti preoccupare, continuerò a mandarti soldi. Per favore non telefonare più alla mamma, si è molto turbata e tu conosci le condizioni del suo cuore. Dà un grosso bacio a Ninni. Non scrivere, i Rossi leggono le nostre lettere. Mi metterò presto in contatto con te.
Con affetto,
Fernando

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7Gli intestini di Ninni Raimond brontolarono e si contrassero dolorosamente.
Scaricò spruzzi di diarrea. Il panico, il freddo e il rum facevano sì che urinasse frequentemente, e rifletté confusamente sul paradosso di morire disidratato nel mezzo dell’oceano. La sua gola era dolorante per le urla e la lingua e il palato erano secchi, ma si trattenne dal bere l’acqua salata. Considerando che non poteva fare nulla per salvarsi la vita, Raimond valutò le possibilità per abbreviare la sua agonia. Dal momento che essere dilaniato dagli squali dipendeva dalle bestie, rimaneva solo l’annegamento. Tuttavia non riusciva ad affrontare la più grande prova di volontà. Scendere a fondo più che poteva e ingoiare più acqua possibile era oltre le sue capacità. Questa conferma della sua codardia lo sopraffece, e ancora una volta le sue lacrime iniziarono a scorrere.
“Sono così stordito. O no? Questo è un utero. Sono sospeso nel silenzio, nell’ignoranza, nell’oscurità e nel gelo. No, gli uteri non sono freddi. Non riesco a credere a questa immobilità. È come una piscina. Dammi una stella, oh Dio, un fottuto segno che esiste un altro mondo. Oh, mamma. Questo è il tuo Ninni che invoca il cielo. Ti ricordi come odiavi il mio ateismo che pareva profondamente radicato, la mia soffocata esasperazione verso le tue benedizioni e preghiere a santa Maria? Bene, ecco il tuo Ninni che si lamenta con l’Onnipotente. Tutti i dietrofront improvvisi sono motivati dalla paura. Oh, come detesto questi fottuti spasmi. L’epilessia deve essere così, eccetto che gli epilettici non tremano in continuazione. Gli squali non si avvicineranno; non vanno matti per la gelatina, per quello che ne so. La paura mi ha fatto odiare papà. La paura della solitudine e la disperazione e l’abbandono e la disillusione. Idolo caduto o uomo ingiustamente giudicato? Difficile da stabilire quando hai dieci anni.”
L’insegnante alternò ricordi indistinti a frammenti del suo rischioso presente. La sua mente lavorava contemporaneamente su diversi piani. La sua consapevolezza era dedicata al timore per la sua vita; una piccola sebbene sostanziosa parte di sé registrava le sensazioni fisiche; una terza esaminava ricordi sfuocati; una quarta parte, la più piccola, ripercorreva in continuazione, come nelle sequenze di un film, gli ultimi giorni passati e in essi cercava indizi che avessero causato la sua condizione. Davanti alla morte, libero dalle inibizioni, mormorò tra sé e sé con una voce rauca e debole.

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“Se solo qualcosa mi tirasse giù e ponesse fine a questa agonia! Ah! Parole e significati. Un uomo potrebbe vivere cento anni e non conoscere mai l’angoscia. Io non avevo mai visto nuvole così spesse. Rivestimento perfetto per una bara d’acqua. Valdes aveva raccontato le storie giuste, momenti che solo papà e io avevamo condiviso. I lessicografi che la definiscono, gli studenti diligenti che riflettono sulla sua definizione, gli insegnanti intelligenti che insegnano il suo significato non si avvicinano mai alla comprensione dell’angoscia prima della morte. Forse neanche allora. Vedrò l’alba?
Mi piacerebbe dare un’occhiata al Dizionario dell’Accademia o al Webster.

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(Tutte le immagini utilizzate a corredo fotografico, sono state manipolate dall’autore e provengono, di massima, dalla rete – Programmi utilizzati: Adobe PS5 64, Topaz Professional, M Bullet Pro)
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22 pensieri su “Cuba … el tercero

  1. Buongiorno milord.
    No, non scriverò uno “strepitoso, oppure, bellissimo”.
    Scrivo cosa mi sta dando questo vostro nuovo romanzo.

    Mi alzo, mi sveglio, preparo la colazione ai bambini (ne ho due) mentre, con un occhio, seguo mio marito che si veste per andare al lavoro.
    Una vita grigia, monotona, ma bella nel suo sepolcrale svolgimento. Nulla di eccezionale.
    Ogni tanto un po’ di musica e tanto lavoro da sbrigare in casa.
    Poi, poi segue la mia giornata, mercato, spesa, un libro.
    Soldi pochi, sogni infranti tanti,

    Ultimamente, forse in un balzo di fortuna, metto a frutto la mia connessione internet, a buon prezzo della Vodafone, (che funziona un giorno si e un giorno no) e engo qua a leggere.
    Tutto bello, tutto normale.
    le storie d’amore, i sogni e perchè no, le delusioni.
    I castelli in aria.
    Tutti quei castelli che ho costruito io e che, crollando, mi sono caduti addosso mattoni compresi.

    Poi … poi il miracolo.
    Inizio a leggere il vostro romanzo “Cuba”. Mi attira e mi attardo nella lettura.
    Cosa strana, ci penso durante la giornata.
    ieri pomeriggio ne ho fatto leggere qualche brano ai miei figli e ieri sera, a tavola, ne ho parlato con mio marito. Fin qua nulla di strano, potrei dire.
    Tranne che, questa notte, alzandomi al buio, c’era una luce pallida che veniva dalla cucina.
    Era mio marito con la testa immersa dentro il PC.
    Mi sono avvicinata con la paura di scoprire chissà cosa e invece stava leggendo il vostro capitolo.
    Anzi mi ha detto che lo stava rileggendo.
    Poi abbiamo commentato alcuni commenti e siamo tornati a letto.
    l’ultima frase detta da mio marito, sorridendo, è stata: “Ese proprio in trappa, sto milord” (in genovese vuol dire: é proprio in gamba il milord).
    Ho sorriso e gli ho risposto: “Spen l’offisieu” (spegni la luce) e sorridendo ci siamo riaddormentati.
    Questa mattina leggo il terzo capitolo.
    Anzi l’ho riletto per la terza volta.
    State diventando una questione nazionale milord. Questo è il capolavoro, del capolavoro, del capolavoro…

    Non vedo l’ora che torni mio marito …
    Buona giornata
    Giorgia

    🙂

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    • Giorgia Mattei

      Mia signora,
      avete fornito uno spaccato di vita del quotidiano, accostata ad un capitolo, che è eccezionale.
      Si legge, proprio, la partecipazione.
      Ci avete tolto la parola. Fummo incantati e vi ringraziammo di cuore,
      Cordialità

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  2. emozionata è dire poco.
    Avere letto un capitolo così bello, adesso, mi rende dolcissima la giornata.
    mi associo alla signora mattei.
    Io non sono sposata ma il sentimento è uguale.
    Bravoooooooooooooooooo

    Buongiorno Milord.
    🙂

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  3. Intanto ti faccio tantissimi complimrnti per la nuova grafica.
    Bella, accattivante e nel tuo stile.
    Uno stile pulito e efficace, proprio come ilcapitolo che ho appena letto. Un capitolo bello, bellissimo e sentito.
    Un pezzo di letteratura
    bravissimo, mamma mia.
    Condivido tutto quello che ha scritto Giorgia.
    Un abbraccio? ma si …
    🙂

    Giovanna

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    • Giovanna A.

      Lady Giovanna, vi ringraziammo per aver apprezzato uno sforzo “grafico” non comune.
      Un’impostazione moderna, semplice ed efficace.
      Un’impostazione che, nella produzione, è molto d’ausilio.
      I caratteri sono al punto giusto, senza ulteriore modifica. Come la colonna laterale.
      Nella vista d’insieme si ha in evidenza il post attuale con, a seguire su quattro colonne, verticali, con rispettivo corredo fotografico, i precedenti e a seguire, in forma orizzontale i precedent … dei precedenti.
      Una visione d’insieme e di riferimento.
      il tutto, nella descrizione, semplice ma elegante.
      Un tema scalabilissimo che riserverà molte sorprese.
      Grazie per le vostre parole.
      Cordialità

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  4. Se è possibile questo terzo capitolo è mooooolto più bello del secondo che era mooooolto più bello del primo, che era bellissimo.
    🙂

    BRAVISSIMO.
    Bello e vivo e pieno di realtà.
    M’interessa tantissimo …

    Dalla partenope Capitale

    Dudù

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  5. Un passaggio degno della migliore scrittura italiana.
    Pathos, storia e svolgimento scorrevolissimi. Hai dato un inprinting, agli avvenimenti, di taglio verista.
    Quest, caro milord, è un romanzo importante.

    Prezioso.

    Buona serata

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    • Isabella Ozieri

      “della migliore scrittura italiana.” … addirittura.
      Vi ringraziammo milady. L’impegno, profuso, è struttulalmente versato nella ricostruzione empatica e personale.
      Per il resto …. ci soffermammo ad osservare, trascrivere e informarVi.
      Grazie e buon sabato.

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  6. Finocchio????
    Dissociandomi dagli elogi per la configurazione del post, rimango però ammaliata dallo spessore dello stesso. Conoscenza “reale”, abilità di scrittura, senso della suspense. Che dire di più, se non radiosissime congratulazioni.

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    • Alessandra Bianchi

      1) “Finocchio”
      Già.
      Sarebbe poco “veritiero” se adeguassimo alle conquiste odierne, quella che fu una bandiera del “machsmo” cubano. Non dimentichiamo che è una prostituta che parla. Da che mondo è mondo, una prostituta, negli anni cinquanta, sessanta, settanta e forse ottanta, discerneva tra finocchi e uomini, ovvero tra chi poteva pagarle e chi no.
      Ci attenemmo al più assoluto verismo (Come voi propugnate: Strade, associazioni di categoria, bar, ristoranti, appartamenti, case, autovetture, prezzi e laddove possibile anche le persone, cariche e politica, sono rigorosissimamente reali!.)

      .

      2°) Ce ne duole molto che non abbiate gradito la nuova grafica.
      Essa fu frutto di un grandissimo e intenso lavoro per rendere, il tutto, molto più elegante e funzionale (sfondo bianco, colori di scrittura grigio perla scuro con una gradazione al celeste, colonna laterale discreta, menu, in alto immediati e improntati alla pulizia delle forme).
      La vostra critica, comunque, vuol dire che si “è visto e valutato”. In un mondo lanciato sull’esserci a tutti i costi, come sui social (non è un mistero la nostra totale avversione, opposizione e nausea per Fake Book), una critica, genuina, è sempre bene accetta.
      (Stiamo lavorando sui menu, in alto … ).

      3°) In ultimo, ma non per ultimo, Vi confermammo che, sì, trattasi di vita reale, realissima, vissuta, vissutissima, odiata e amatissima, vituperata e colma di nostalgia

      Il socialismo cubano non è il comunismo sovietico. E’ una rivoluzione sociale del popolo per il popolo, d’ispirazione Marxista-Leninista (occhio, parlammo d’ispirazione …) e confortata dal migliore e sansepolcrista Benito Mussolini e Giovanni Gentile (attenzione, dicemmo confortata!). Con l’ideologia ha ben poco a che spartire. Anzi è un propugnatore di nuove forme a carattere sociale. Certo non è la perfezione, assolutamente. I difetti, connessi a tutte le forme di governo, sono sotto gli occhi di tutti. Fummo convinti, come siamo, che una Revolución Permanente faccia sempre bene. Giusto per ricordare i motivi per cui, un popolo, coprendosi della parola “Basta!“, inizia ad essere il decisore dei propri destini.
      Il socialcomunismo sovietico si è avvicinato moltissimo, commettendo, però, degli errori non veniali, ma gravissimi: ovvero prevedere che era la Nazione a formare il popolo e non l’inverso.
      Nella revoluciòn cubana, come in quella “proletaria e fascista” italiana, si ebbero “quasi” gli stessi paralleli motivi e motivazioni.
      Un sociaismo forte, sentito, chiaro e genuino – che avemmo in Craxi come grande uomo politico di genere e che riuscimmo a bruciarci, come nella migliore tradizione nefasta italiana.
      Le giuste aspettative del nostro fratello cubano, allo stato attuale, in clima di Revoluciòn Permanente, porta ad una evoluzione più morbida del socialismo collettivista, in considerazione dei tempi più maturi – fortunatamente Fulgencio Batista è un lontano ricordo.
      L’avvicinamento agli States ne è una palese conquista.
      Ci augurammo che il popolo e i suoi leader non si facciano incantare dai “mirikani” pronti a fagocitare un mercato vergine, come quello cubano.
      Cuba y Fidel faro e misura per una socialità che sia da battistrada alla normalizzazione delle situazioni estreme.
      Un parallelismo tra Cuba e l’Italia (nel momento della sua rivoluzione del ventennio), sebbene con “colori e appellativi diversi”, esse furono parallele.
      In Italia apparve il germoglio, per poi tristemente soccombere.
      A Cuba, nacque asfittica e disperata, per svilupparsi e fare scuola sociale nel mondo.

      Una buona lettura possono essere i quaderni di Fidel Castro, nella versione italiana, del giornale ufficiale del gobierno cubano, Granma, a questo indirizzo elettronico:

      http://www.granma.cu/ – Qua in lingua spagnola…

      http://it.granma.cu/ – Qua in lingua italiana

      http://it.granma.cu/articoli-e-riflessioni-di-fidel qua i quaderni di Fidel, in italiano, ma tradotti in “automatico”.

      Nel ringraziarVi per spunto e riflessioni, Vi augurammo un sereno sabato.

      Cordialidad

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