Cuba … el cuarto

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1Il tormento è un’altra cosa.
È inferto da qualcuno.
L’angoscia è mentale.
L’agonia è … l’ultimo scherno del destino verso gli uomini, la miseria finale in una lunga serie di miserie.
Alla fine del 1962, Carmen Raimond aveva perso ogni speranza. Sospettò che le recenti leggi del ministero del Tesoro americano, ampiamente coperte dalla stampa cubana, fossero il motivo per cui Fernando avesse smesso di mantenere suo figlio. Carmen abbandonò gli sforzi per mantenere viva l’immagine del marito in Ninni, rispose alle frequenti domande del ragazzo in modo evasivo e provò senza successo a superare il senso di colpa che l’avrebbe afflitta per il resto della vita. Era certa che Ninni sarebbe riuscito a condurre una vita perfettamente normale nonostante l’assenza del padre; il suo carattere spensierato ne era una prova.
Carmen aveva avuto torto. La somma dei cambiamenti radicali e la disintegrazione della famiglia causarono tacite svolte e tormenti nello sviluppo del ragazzo. All’inizio Ninni non riusciva a comprendere cosa fosse andato storto. Aveva rinunciato a capire la vita adulta, in particolare il matrimonio, ma si considerava tanto cubano quanto americano e rifiutava ogni tipo di comportamento xenofobo. Quelli che prima venivano chiamati americanos, yankees o johnnies, erano ora imperialisti che si preparavano a schiacciare Cuba, e, nonostante i cittadini americani fossero ormai fuggiti da Santa Cruz, striscioni dipinti a mano esposti ovunque intimavano agli americani di tornare a casa.
A Ninni sarebbe piaciuto potersi identificare con i rivoluzionari, marciare dietro i plotoni degli infiammati lavoratori della raffineria che imbracciavano Garands, M-1 e pistole automatiche Czech 9mm dall’aspetto obsoleto. Gli sarebbe piaciuto partecipare alla raccolta dei fondi per comprare aerei e armi e indossare un berretto nero, ma era guardato con disprezzo da alcuni ragazzi e ragazze che due o tre anni prima erano stati incantati dai suoi racconti sulla Florida. Il suo inglese non era più rispettato; adesso anche l’insegnante d’inglese della scuola pubblica sembrava vergognarsi della sua inclinazione per la lingua straniera. La figura paterna più vicina, il nonno materno, oltre ad avere altri sette nipoti, era divenuto un lavoratore stacanovista dopo che era stato promosso capo del laboratorio di controllo qualità della raffineria, e spesso criticava apertamente il fatto che la figlia avesse scelto un marito americano.
Tutto ciò rappresentò un terreno fertile per altri problemi quando sopraggiunsero i tumulti della pubertà, in coincidenza con l’ingresso al liceo.
All’età di tredici anni, Ninni si trovò sconvolto da un’acne improvvisa, preoccupato dai radi peli pubici e inorridito dal fatto che il suo pene eretto era lungo solo 13,4 centimetri. I ragazzi più grandi sostenevano che per soddisfare una donna veramente, fosse necessario avere un coso di almeno venti centimetri.
Nel nuovo ambiente scolastico, faceva vani sforzi in fisica e chimica, ed era perseguitato dagli sbruffoni. I controrivoluzionari erano chiamati vermi e un giorno Ninni fu etichettato verme yankee. Decise che era troppo, e in un mese si conquistò il rispetto del corpo studentesco con sette zuffe, in cinque delle quali fu miseramente battuto. Ma labbra gonfie e lividi non svelarono l’arcano mondo del moto uniformemente accelerato o dei legami covalenti, e fu bocciato in entrambe le materie. Dopo aver ripetuto la prima media, passò a mala pena la seconda e la terza, sebbene eccellesse in inglese e se la cavasse in spagnolo, storia e geografia. Insegnanti e amici concordavano unanimemente che il futuro di Ninni avrebbe avuto un indirizzo umanistico, in particolare in inglese. La scelta della professione per il ragazzo diciassettenne era ovvia, quando fu chiamato al servizio militare.
La sua vita militare si distinse in due fasi differenti: sei mesi di addestramento generale e due anni e mezzo di allevamento di bestiame. Come recluta di fanteria, Ninni era abbastanza accettabile. Si comportò in modo tranquillo, obbedì agli ordini, dimostrò abilità nello smontare le sue armi e ottenne buoni voti al poligono di tiro. Ma dopo aver marciato per un paio d’ore lamentava un forte dolore a entrambe le gambe. Le radiografie indicarono che le ossa del metatarso erano troppo corte, e gli furono consegnati degli stivali con una soletta ortopedica, prima che venisse trasferito in una fattoria di bestiame dell’esercito, ventiquattro chilometri a sud di Santa Cruz.
Lì Ninni trascorse le giornate più deprimenti della sua vita. Il futuro che aveva immaginato in veste di brillante professore di inglese con conoscenze altolocate, interprete e traduttore non apparve mai così distante come in mezzo all’allevamento di mucche Brown Swiss che doveva mungere, nutrire, abbeverare, vaccinare e portare al pascolo insieme a nove reclute e a un sergente capo, che aveva conquistato il grado occupandosi dell’inseminazione artificiale.
Dal momento che Ninni era un pessimo cavaliere, il sergente gli insegnò a guidare. Presa confidenza con il trattore della fattoria, conseguì la patente e passò a una jeep Russian Gaz, più tardi a un piccolo camion ZIL con il quale, durante gli ultimi cinque mesi di servizio, fece avanti e indietro dalle latterie al magazzino di approvvigionamento dell’esercito.
I bei ricordi degli Stati Uniti, i sentimenti conflittuali per il padre e l’amore per la lingua inglese fecero sì che Ninni non abbracciasse incondizionatamente l’antiamericanismo. Condivideva il misto di fiera indipendenza ed egualitarismo sociale alla base della politica contemporanea, sebbene non credesse ciecamente alla macchina propagandistica che ripetutamente dichiarava che il governo degli Stati Uniti esisteva al solo fine di cancellare Cuba dalla faccia della terra. Gli invasori della baia dei Porci erano stati cubani, così come lo erano gli incursori catturati e i ribelli, dai tempi della crisi missilistica veramente pericolosa dell’ottobre del 1962. Al giovane appariva evidente con chi simpatizzasse il governo americano, chi assistesse e chi appoggiasse, ma aveva l’impressione che Kennedy e Johnson nel passato e Nixon nel presente, volessero spodestare Castro, non distruggere il suo paese natio. Ciononostante, sapeva dentro di sé che si sarebbe battuto per il suo paese, nel caso in cui gli eventi futuri gli avessero dato torto.
Sfortunatamente, dentro di sé non era sufficiente. I vicini, gli amici e i compagni d’armi notavano che Ninni soffocava gli sbadigli durante i comizi politici, applaudiva poco, mormorava (invece di gridare) “Abbasso!” quando l’oratore gridava “Abbasso l’imperialismo americano!” alla fine di una filippica, e in generale non mostrava l’ardore che ci si aspettava da un giovane rivoluzionario. La maggior parte della gente minimizzava l’indifferenza di Ninni, alcuni la condividevano, e pochi ci scherzavano sopra, ma in ogni gruppo c’era almeno una persona che esprimeva preoccupazione per l’apatia dimostrata dal figlio di un cittadino americano. Ogni tanto un’osservazione non aveva conseguenze; in altre occasioni, veniva relazionata e archiviata.

“Forse lo intuisti, mamma. O forse qualcuno te lo consigliò. Dicesti che sarebbe stato meglio se fossimo partiti, se ci fossimo mischiati alla folla di2 una città di un milione e mezzo di abitanti e non ci fossimo messi in mostra, se ci fossimo comportati da cittadini dotati di senso civico e avessimo detto ai ficcanaso che il mio cognome derivava da un bisnonno, un americano morto all’inizio del secolo. Valdes non mi ha mai detto come fece a trovarmi. Mi chiedo se papà conoscesse il nostro nuovo recapito all’Avana.
Non mi sono mai sentito così deprivato. Questo è il Vuoto. Nessuna luce, nessun suono, nessuna terra, nessun fuoco, nessuna speranza. Solo acqua e aria. Mi hai preso in giro, mamma. No, tu fosti chiara dall’inizio e io ero già stanco dei pettegolezzi di una città piccola, così frustrato dalle difficoltà da iscrivermi a un’università a sessantaquattro chilometri di distanza.
Deve essere stato così all’inizio: galleggiare, elementi in decomposizione, nutrimento per nuove forme di vita. Non solo all’inizio: è stato sempre così, e lo sarà per sempre.”
Giacché la compravendita di immobili da parte dei cittadini privati era stata vietata, Carmen García scambiò la grande casa di due stanze comprata dal marito a Santa Cruz per un piccolo appartamento all’Avana. Senza dirlo a Ninni, mandò una lettera alla suocera notificandole il cambiamento di recapito, e dopo breve trovò lavoro come receptionist in un vecchio ospedale della città. Il figlio divenne un postino e nell’ottobre del ‘71 s’iscrisse a un corso serale all’Università dei Lavoratori e dei Contadini dell’Avana per completare la sua istruzione secondaria.
L’ancora vergine e sessualmente affamato Ninni Raimond fu prontamente sedotto da Daisy Loret, una divorziata in corrispondenza con un cugino che viveva a Santiago. La sofisticata cartografa, un’attraente trentaduenne, aveva una predilezione per i giovani inesperti. A ventun anni Ninni superava il suo tetto d’età massima, ma lei intuì una combinazione di inclinazione, ardore e una latente promessa che valeva la pena esplorare.
Sei mesi dopo, un nuovo vicino, un diciassettenne indiscutibilmente bello, ben proporzionato, dallo sguardo intelligente, le fornì la ragione perfetta per mollare Ninni. Per quindici minuti dopo la rottura, la cartografa provò la tristezza che prova un insegnante delle elementari quando vede allontanarsi il suo alunno prodigio. Daisy sapeva che poteva permettersi uomini più alti, più forti e di aspetto migliore, ma ebbe il sospetto che non avrebbe più trovato un talento naturale, il tipo d’uomo che ha una percezione acuta, innata della sessualità femminile e che si diverte enormemente a imparare i trucchi, a essere tenero, a dispensare piacere e a indugiare in esso; il perfezionista disinibito che si fermava diligentemente tutte le volte che doveva e faceva vibrare l’amante come uno strumento musicale; il povero dal buon cuore che era facile da amare e difficile da dimenticare; i nemici pericolosi che le ragazze intelligenti si godono per un po’ e poi mollano ai primi segni di dipendenza, concluse Daisy.
“Allora, è vero. Alla fine la vita è alleggerita. Daisy, una copia fatta persona del Kamasutra. Nessun coinvolgimento amoroso, un trasporto fisico totale. L’amante non innamorato. La prima a scoparmi, la prima a piantarmi. Poi ricevetti la borsa di studio. Credo che questo sia il crescendo, questo alternarsi quasi impercettibile di suuu e giuuù. La morte mi culla. ‘Le parole, le frasi, e le proposizioni sono appositive, o parentetiche, o indipendenti, come i nomi, le esclamazioni, le frasi assolute, hanno inizio con una o più virgole dettava Mr. Reedley. La settimana seguente lo avremmo confutato brandendo l’opera di un giovane, non più così giovane scrittore americano. Lui avrebbe letto il testo attentamente, e il suo tono canzonatorio lo avrebbe stimato non degno di seria considerazione. Suuu virgola giuuù. I migliori anni della mia vita. Libri, ragazze e sbornie. La scoperta di Steinbeck, Updike, Dreiser, Capote. La scoperta di Lidia, Margarita, Ada, Luz coraggiosa ma fragile. Cuor-di-leone o cuordileone? ‘La maggioranza degli aggettivi composti consistenti in due o più parole ha il trattino d’unione, sebbene in alcuni casi aggettivi particolari…’ Suuu…”
Fisicamente e intellettualmente esausto, Ninni Raimond si perse nell’oblio del sonno. Quasi un’ora dopo, aprì gli occhi all’alba, una gentile evoluzione nel banco di nuvole, dal grigio scuro all’argento scuro. Per un istante l’insegnante si domandò perché si sentisse così intorpidito, così profondamente esausto. Un urto improvviso alla sua spalla destra lo riportò alla realtà. Gli balzò in mente uno squalo gigante che lo dilaniava e la sua risposta istintiva fu un grido d’orrore. Movimenti convulsi delle braccia e delle gambe riportarono il torso in posizione verticale. Il suo braccio destro urtò qualcosa di duro, un dolore intenso gli trafisse il cervello. Un secondo grido risuonò rimbalzando sulla superficie calma del mare. Raimond con gli occhi fuori dalle orbite distinse una sagoma galleggiante occupata da sfuocati fantasmi. Poi svenne, e il suo corpo molle iniziò ad affondare.

3La mia prima reazione quando mi svegliai quella mattina fu di meraviglia per essere riuscita ad addormentarmi un po’. Dani stava ancora dormendo al mio fianco, con le braccia incrociate dietro la testa sulla camera d’aria, la sua vita era assicurata alla mia con una corda. Una fitta di rimorso m’inumidì gli occhi. Il mio orologio indicava le 6:11. Mi girai e vidi Papa e Tito che remavano lentamente. Mama mi offrì uno dei suoi sorrisi consolatori, versò una tazza di caffè tiepido dal thermos e me la passò.
Mario disse: “Buon giorno”. Io sorseggiai il caffè e guardai intorno il vuoto oceano. Eravamo stati sulla zattera per quasi trenta ore e la paura stava scavando buchi profondi nella mia vacillante sicurezza.
La mia attrazione per l’ignoto mi aveva portata a leggere molti articoli di giornali e riviste sul triangolo delle Bermuda, così quando Papa aveva parlato per la prima volta della fuga da Cuba con tutti i componenti della famiglia, mi erano venute in mente le storie di navi fantasma e di aerei scomparsi. Tenni la bocca chiusa perché desideravo più di tutto essere libera ed ero certa che, se avessi dato voce ai miei timori, sarei diventata lo zimbello della famiglia. Se avessi detto qualcosa di preoccupante, Mama avrebbe evitato il viaggio. Stavo restituendo la tazza vuota quando tu apparisti.
Sai una cosa? Non avevo mai sentito nessuno gridare così forte in vita mia. Sembravi un demone che emergeva dal fondo del mare per reclamar-ci, l’assistente di un mago, tagliato a metà con una sega nel corso di uno spettacolo folle. Avendo perso tutto dalla vita in giù, questa mezza appari-zione bagnata, raggrinzita, che strillava con tutto il fiato, ci avrebbe con-dotti nelle camere sottomarine dell’inferno. Preso alla sprovvista, ognuno di noi sbottò in una qualche imprecazione come coño o carajo. Papa deve aver detto la sua sola parolaccia, cojones. Poi tu perdesti i sensi e passarono alcuni minuti prima che ci rendessimo conto che stavi affogando. Ci guardammo a bocca aperta totalmente sconvolti. Come al solito Papa fu il primo a riprendersi. Piegò la gamba su una camera d’aria e ti afferrò per i capelli.
Tito andò ad aiutarlo. Mentre t’issavano, iniziasti a lamentarti piano.
Notai che ti riparavi il braccio e gridai: “Il braccio destro è rotto!”. Papa lasciò andare il tuo avambraccio, e il tuo volto apparve sollevato prima che svenissi nuovamente.
Adesso che ho visto su che cosa si sono avventurate alcune persone, capisco che zattera solida avesse costruito Papa. Ma la nostra era stata pro-gettata per sei persone e tu non potevi stare seduto o in ginocchio come noi. Dopo averti tirato su con molta fatica, riuscimmo a distenderti al centro, dove le camere d’aria si univano e presentavano una specie di luogo di riposo. La tua testa era tra me e Dani, che adesso era completamente sveglio, i tuoi fianchi tra Mama e Mario, i tuoi piedi dondolavano sulle camere d’aria di Papa e Tito.
Osservai il tuo viso attentamente. Respirando irregolarmente, tossivi e sputavi acqua di mare. Ti lavai la bocca con l’acqua fresca della mia bottiglia di plastica, e tu rinvenisti farfugliando qualcosa, mi guardasti e cercasti di afferrare la bottiglia con il braccio destro prima di chiudere gli occhi e lamentarti di dolore. Alla fine ti feci bere a volontà. Dani disse:
“Non ti muovere, mister”. Tu gli lanciasti un’occhiata, sorridesti e svenisti.
Per circa dieci minuti facemmo inutili supposizioni, poi tu ponesti i tuoi grandi occhi marroni iniettati di sangue su di me e mi fissasti prima di chiedere un bicchiere d’acqua. “Un bicchiere” dicesti. Papa e Tito avevano ripreso a remare. Era ovvio che non era il momento di fare domande.
Tu eri ferito, avevi avuto una crisi di nervi, senza dubbio, avevi bisogno di tempo per riprenderti.
Dopo aver tracannato acqua e sorseggiato caffè, ti addormentasti così profondamente che non vedesti i nostri sforzi per farti mangiare. Portavamo tutti un cappello a tesa larga, camicie a maniche lunghe, occhiali da sole e pantaloncini, ma non avevamo nulla di ricambio. Ti riparai il viso con la canottiera di Papa; t’immobilizzammo il braccio destro legandoti un capo del mio reggiseno al polso e l’altro al collo. Mama e Mario ti spalmarono una protezione solare fatta in casa per proteggere le tue gambe scarne e il braccio sinistro dal sole. “Morirà?” chiese Dani. Io scossi il capo e iniziai a preparare la colazione.
Eri caduto nell’oblio molto velocemente. Alle 7:30 stavamo tutti scrutando l’orizzonte da est a nord a ovest e ritorno. Sapevamo quando qualcuno orinava, perché riempiva il secchiello di plastica con acqua di mare e se lo tirava in grembo. Fino a quel momento solo Dani aveva defecato: fanciullezza disinibita. Mama e Mario stavano remando, tenendo la zattera in direzione nord ma la zattera non progrediva di molto. Papa pescava e Tito fumava una sigaretta. Avevamo acqua e viveri per una settimana, ma da quando aveva sperimentato la prigionia, Papa riteneva che non ci fosse mai abbastanza cibo, e aveva pianificato per gli uomini a bordo il maggior numero possibile di pasti a base di pesce crudo. Il tempo continuava a trascinarci verso il nulla.
A un certo punto, con la mano libera ti togliesti la canottiera dal viso.
“Per favore, potresti darmi qualcosa da mangiare?”
T’imboccai un uovo in camicia, un po’ di verdure verdi, tre cracker, ancora un po’ di caffè e una tazza d’acqua. A quel punto tu eri sufficientemente lucido da ringraziarci con il tuo tono di voce più solenne. Papa disse di lasciar stare e ti chiese cosa fosse accaduto. Tu iniziasti a dire qualcosa ma improvvisamente ti ammutolisti. Poi chiedesti dove fossimo diretti.

“A Key West” disse Papa.4
Annuisti, o almeno ci provasti dalla tua scomoda posizione, e rimanesti in silenzio, forse riflettendo se mentire alle persone che ti avevano appena salvato la vita fosse il modo giusto di mostrare la tua gratitudine. Evidentemente pensasti di sì, perché alla fine ci raccontasti la storia della fuga solitaria di un uomo su una minuscola zattera che era affondata dopo un paio d’ore. Papa voleva sapere cosa non aveva funzionato, il materiale che avevi usato, se le camere d’aria erano nuove, se erano assicurate alle tavole con corda o fil di ferro, la pressione dell’aria, il tipo di valvola, l’assemblaggio. Le tue risposte incerte, le tue esitazioni, resero evidente che stavi mentendo spudoratamente, perché era chiaro come il sole che tu non avevi la benché minima idea di come costruire una zattera. Papa, Tito e Mario sembravano seccati. A me e Mama non importava. Dal suo punto di vista di bambino di dieci anni, Dani concluse che eri uno sciocco.
Forse per riconquistarti la nostra fiducia, ci dicesti il tuo nome di battesimo, il tuo indirizzo all’Avana e altri dettagli, poi cercasti di fare conversazione con Dani e lodasti il caffè di Mama. Gli uomini t’ignorarono e tu tornasti al tuo silenzio. Il bagliore del sole era smorzato dalle nuvole, ma ti copristi il viso. Notai che ti toccavi leggermente il braccio destro con la mano e ti feci inghiottire due antidolorifici. Quindici minuti dopo ti assopisti.
Da allora tutti i profughi che ho incontrato concordano su una cosa: non lo rifarebbero più. Forse i fortunati tirati su dopo poche ore di navigazione sarebbero disposti a rivivere l’esperienza nel caso in cui fossero rispediti a Cuba. Io non ne ho incontrato nemmeno uno. Prima di imbarcarti credi di conoscere l’ansia, la disperazione e l’esasperazione. Non è vero. Così, mentre continuavamo a scrutare l’orizzonte, mi domandavo come ci si doveva sentire a galleggiare da soli nel mezzo dell’oceano, Dio solo sa per quanto tempo, di notte, senza viveri, acqua e speranza, e le lacrime mi rigarono il viso.
Verso mezzogiorno l’avvistammo. Gridammo e sventolammo in aria i nostri cappelli. Papa si levò la camicia bianca, legò la manica a un remo e cominciò a sventolarlo freneticamente sopra la sua testa. Tre sono le immagini custodite nella mia memoria che ricorderò per tutto il resto della mia vita: la prima volta che ho guardato mio figlio, il demone marino che urlava, e la splendida imbarcazione dell‘82 della guardia costiera americana che si avvicinava rapidamente alla nostra zattera.
Fummo accolti a bordo e un infermiere si prese cura di noi. La volta successiva che ti vidi fu mentre approdavamo a Key West, quando chiedesti ai barellieri di fermarsi accanto a noi, ci ringraziasti nuovamente e sorridesti tristemente. C’era qualcosa di pericoloso e seducente nei tuoi occhi. Papa era così esultante che o dimenticò o scusò il tuo inganno, chiese un pezzo di carta e una matita e scrisse velocemente il numero telefonico di mio zio. Tu dicesti che non potevi ricambiare perché non avevi parenti, ma ti saresti tenuto in contatto. La tua seconda menzogna.
Ninni Raimond chiuse il taccuino a spirale formato 25×20, lo posò al suo fianco sul comodino e fissò il soffitto del monolocale che aveva affittato tre settimane prima in un vecchio palazzo di Miami all’isolato 3500 della 18a Avenue nord-ovest. Verso le 18:30, prima di dargli un buffetto sulla guancia e di andare via, Fidelia aveva estratto il taccuino dalla sua borsa e lo aveva posato sul divano letto.
“Tu hai fatto irruzione nella mia vita a pagina ventuno” aveva detto mentre apriva la porta. La curiosità ebbe il sopravvento. Aprì il diario e lo sfogliò. I fogli erano numerati in alto a destra, i numeri circondati da cerchi perfetti. Poche parole erano state cancellate o sostituite. Dopo aver corretto compiti per tanti anni, Raimond era involontariamente diventato abile nell’identificare il genere di persona attraverso la grafia. La scrittura attenta era femminile, curata e per lo più arrotondata. Il suo spagnolo era contemporaneamente colto e semplice. Per sei minuti aveva letto lievemente sorpreso.
Mentre guardava il debole cerchio di luce tracciato dalla lampada del comodino sul soffitto, Raimond rievocò il suo passato recente. Sì, aveva urlato rabbiosamente, aveva agitato le braccia e aveva tirato calci come un matto, tanto che aveva consumato le ultime energie. Per l’ennesima volta si domandò contro cosa avesse urtato il suo braccio. Non lo aveva chiesto a Fidelia e non aveva più rivisto i suoi familiari. Doveva essere stata la solida piattaforma di legno al di sotto delle camere d’aria. Non aveva importanza.
Il risultato era stato un’ulna fratturata e aveva dovuto portare un gesso, dalle nocche al gomito, per trentadue giorni.
Per le prime due o tre ore, la stanchezza lo aveva sopraffatto al punto da sottrargli persino l’energia necessaria a sorridere, a mormorare la sua gratitudine infinita e a esprimere preoccupazione per dover attingere alle loro scorte di bevande e viveri. Le parole di Gonzalo avevano continuato ad attraversargli la mente: “Non ha l’aspetto di chi deve finire annegato; ha una faccia da forca”.
Sulla zattera, dopo aver bevuto il caffè, era accaduto qualcosa di strano.
Per un arco di tempo indeterminato non era riuscito a vedere il tessuto della canottiera o il pallido splendore del cielo nuvoloso, non era riuscito a sentire i profughi che parlavano e aveva un vago ricordo di essere stato accudito. Tutto ciò che riusciva a vedere e sentire era Valdes, i suoi commenti, i suoi gesti, i suoi sorrisi e i suoi consigli. Gli si rivelarono sentimenti che non aveva mai provato, che conosceva solo attraverso la lettura: odio cieco, furia, rabbia assassina. Questi sentimenti alimentarono il suo desiderio di vendetta. Quelle poche ore in mare lo avevano cambiato radicalmente, lo avevano trasformato in un’altra persona. Del tutto certo che nulla avrebbe potuto impedire il loro salvataggio e l’arrivo sicuro negli Stati Uniti, in quello stesso momento iniziò a progettare come vendicarsi.
Si sarebbe recato alla prima stazione di polizia e avrebbe raccontato la sua storia, la sua fantastica e incredibile storia. Il nome di quel bastardo era davvero Valdes? Lui aveva visto solo una patente di guida, una carta di credito e un biglietto da visita probabilmente con false generalità per evitare di lasciare tracce all’hotel e al noleggio della macchina a Cuba. L’assassino aveva pagato in contanti al Floridita e al Morambon. Aveva sentito che nel tentativo di aiutare i cittadini americani ad aggirare le leggi del ministero del Tesoro, gli ufficiali dell’immigrazione cubana non timbravano i passaporti, così era anche possibile che avesse utilizzato un passaporto falso, esaminato frettolosamente.
“Perché il vecchio ha cercato di ucciderla?” avrebbe chiesto un investigatore scettico nell’ufficio di polizia. “Le ha rubato qualcosa di valore, Mr. Raimond? Questo straniero le doveva dei soldi? Sapeva se l’uomo era coinvolto in traffico di droga, in rapimenti, grandi furti, rapine a mano armata, in contraffazioni o in qualche altro tipo di grave crimine? Non è possibile, Mr. Raimond, giacché ha ammesso di aver bevuto, che lei sia caduto fuori bordo accidentalmente? Forse anche Mr. Valdes era ubriaco e non si è accorto della sua caduta. In ogni caso, cercheremo di scoprire qualcosa su quest’uomo. Sosteneva di essere stato mandato dal suo defunto padre. Dove risiedeva ultimamente suo padre? Non lo sa? Di che cosa si occupava? Trentaquattro anni senza sue notizie? Va bene, la terremo informata.”
L’investigatore avrebbe compilato un modulo che avrebbe cestinato un minuto dopo l’uscita di Raimond. Nessun Dipartimento di polizia avrebbe dedicato un’ora del suo tempo o avrebbe speso i soldi dei contribuenti per rintracciare un americano accusato di aver gettato in acque internazionali un immigrante clandestino.
Alla fine, Raimond decise di non denunciare la vicenda alla polizia. Un infermiere aveva fatto degli apprezzamenti sull’orologio che aveva al polso.
Con un largo sorriso, il giovane cubano-americano aveva informato Raimond, con uno spagnolo colloquiale, che vendendo quell’orologio avrebbe potuto vivere tranquillamente a Miami per un anno. Raimond aveva sorriso e non aveva fatto commenti.
Quella era una prova.
Tutti, se non altro tutti in Florida, sapevano che nessun comune profugo cubano che viveva nel suo paese natale si sarebbe potuto permettere un orologio costoso. Quell’impostore aveva trascurato quel particolare; era troppo preso dal progetto. Quanto diavolo valeva? Secondo il costo della vita che Raimond aveva dedotto dai giornali americani, e tenuto conto dell’ottimismo dell’infermiere e della propensione all’esagerazione tipica dei cubani, quel pezzo doveva valere migliaia di dollari, se era davvero possibile che coprisse le spese di un uomo per un intero anno.

5Forse si poteva risalire all’orologio. E se lo avesse consegnato come prova d’accusa e fosse sparito dal magazzino della polizia, così come svanivano chili di cocaina e di eroina? Non sapeva che cosa avrebbe fatto, ma aveva la motivazione più profonda: quella della vittima.
Vittima, nemico, aggressore: prima di Raul Valdes queste parole non avevano avuto significato. C’era stata gente che non gli piaceva, persino che non poteva soffrire, persone che trovava disgustose, insopportabili, o arroganti, ma non aveva avuto nemici. Forse c’erano stati sconosciuti che avevano provato risentimento nei suoi confronti, che però si erano limitati a parlare male alle sue spalle. Con meraviglia scoprì un nuovo lato della sua personalità: quello dello “scovare quel figlio di puttana. A tutti i costi”. Se questo voleva dire essere vendicativo, va bene, era vendicativo e ossessionato.
Sin dal suo arrivo a Miami, Raimond era stato molto attivo. Con l’assistenza del Centro Emergenza Profughi Cubani, aveva formalizzato il suo stato.
Aveva osservato i modelli comportamentali, ascoltato la gente per la strada, fatto ricerche in biblioteca, aveva esaminato una carta stradale della contea di Dade e l’elenco telefonico di Miami, aveva curato il suo braccio fino alla completa guarigione e aveva smesso di bere.
Durante le ultime sei settimane l’insegnante aveva inoltre trasportato scatole di cartone, tirato binde cariche di palette e riempito gli scaffali in un supermercato. Nel tempo libero guadagnava dei soldi in modo illegale con uno scopo preciso. Furia, amarezza e vendetta lo spronavano. Non gli venne mai in mente che stava cercando di raggirare un assassino proprio nel suo territorio.
Riteneva che l’aver scandito in modo errato il suo nome all’infermiera di Key West fosse stata un’idea brillante. N-I-N-N-I-R-A-I-M-O-N-D, aveva dichiarato. Quel braccio rotto si era rivelato una fortuna. In ospedale aveva avuto più di quaranta ore a disposizione per pianificare le sue azioni prima del colloquio all’Ufficio Immigrazione e Naturalizzazione. Nascondere l’orologio di Valdes fu la prima. Alterare il nome la seconda. Se quel bastardo avesse domandato se un cubano di nome Ninni Raimond fosse stato soccorso in alto mare, il suo nome non sarebbe comparso in una stampata di computer ordinata alfabeticamente. Spostò in avanti la sua data di nascita di cinque anni, cinque mesi e cinque giorni; la sua residenza cinque isolati più a nord e cinque a est. Dichiarò che a Cuba era un impiegato d’ufficio, che aveva una conoscenza elementare della lingua inglese. Le sole quattro informazioni personali che rispondevano a verità furono la sua razza, il sesso, la nazionalità e lo stato civile. L’impiegato cubano-americano che lo ascoltò nel primo colloquio ufficiale due giorni dopo gli credette sulla parola. Non c’era modo di controllare la veridicità delle informazioni che Raimond forniva e cinque adulti e un bambino erano stati testimoni delle sue tribolazioni.
Non era mai stato tanto bugiardo e il soggiorno in ospedale era stato il luogo ideale per dare inizio alla sua trasformazione in un disonesto figlio di puttana dalla doppia faccia, tratti necessari per scovare quel bastardo.
L’assistente sociale dell’ospedale, nel sentire che non aveva amici o parenti negli Stati Uniti, si rivolse all’Esercito della Salvezza di Key West, e Raimond fu mandato nell’ostello maschile di Miami di South River Drive. Entrò nell’edificio con sentimenti contrastanti e il costoso orologio nella tasca sinistra.
Dopo essersi rivolto a Dio nel momento in cui la morte era stata una minaccia reale, si sentiva imbarazzato nel temere le coercizioni dei Suoi soldati. Raimond notò stupito che non gli furono imposti obblighi religiosi. C’erano funzioni, preghiere, canzoni e inviti al pentimento, ma nessuno disse mai una parola al cubano convalescente che, con un moderato senso di colpa, non attendeva alle pratiche religiose. Un commento casuale gli procurò gratuitamente abiti di seconda mano e un paio di scarpe ortopediche nuove di zecca. Fu felice di aver trovato un’organizzazione che non avesse reso l’osservanza delle regole obbligatoria. Più avanti e senza l’intervento esterno avrebbe dovuto aggiustare il suo conto in sospeso con l’Onnipotente.
Nell’ospedale di Key West, Raimond era ansioso e irritabile, poi si rese conto che ciò era dovuto all’astinenza. Smettere di bere gli rese possibile riflettere sul suo alcolismo. Ammetteva a se stesso d’essere dipendente dall’alcol e decise di smettere da solo. La lezione era stata troppo drammatica, non si sarebbe mai più trovato in una posizione tanto svantaggiata davanti a un amico o a un nemico.
Il comandante dell’ostello aveva detto a Raimond in uno spagnolo frammentario e a gesti che cercare un lavoro con un braccio ingessato era fuori questione. L’insegnante si tenne occupato con i tre grossi volumi dell’elenco telefonico. Non aveva motivo di ritenere che vi fosse uno Raimond o un Valdes che vivevano a Miami, ma ciononostante li cercò. Nessun cliente della Southern Bell con uno di quei due nomi compariva nelle pagine bianche, e nelle pagine gialle non c’era nemmeno un investigatore privato che avesse un nome simile. Controllò i gioiellieri che trattavano orologi, le società di noleggio auto e barche, le librerie e i club nautici.
Il suo primo pomeriggio a Miami, con la banconota da cinquanta dollari che gli era stata data da un gruppo di profughi cubani a Key West, comprò una carta stradale e salì su un autobus per andare alla biblioteca principale della città, al 101 della Flagler Ovest. Un assistente bibliotecario gli spiegò il sistema di catalogazione computerizzato e tre ore dopo scoprì che lo zuccherificio di Fellsmere era stato chiuso nel 1958. Aveva preso in considerazione un viaggio alla fabbrica di Fellsmere per verificare la data delle dimissioni o del pensionamento del padre, vedere se c’era qualche impiegato anziano che potesse metterlo sulle tracce di Fernando Raimond e tentare di rintracciare i coetanei con cui era in contatto e, in particolare, i vecchi compagni d’armi. I nonni paterni dovevano essere morti anni prima, ed era improbabile che i dati di un’attività cessata da trentasei anni fossero ancora conservati, quindi scartò l’ipotesi di recarsi a Sebastian. Di ritorno all’ostello, l’insegnante si domandò dove avesse vissuto il padre durante gli inverni del 1958 e 1959, quando lui e la madre lo ritenevano a Fellsmere.
La mattina seguente, Raimond acquistò un cappello da baseball dei Marlins e un paio di occhiali da sole di plastica a poco prezzo, e per due settimane trascorse quasi ogni giornata passeggiando intorno ai porticcioli e ai club nautici. Si svegliava molto presto, faceva una colazione sostanziosa all’ostello e a piedi andava in esplorazione. All’inizio s’aggirava per i porticcioli più vicini al fiume Miami, dove incontrò un cubano soprannominato Palladipelo, che si rivelò essere una parte essenziale del suo piano. Quando si diresse sulla costa a nord e a sud della baia di Biscayne, divennero necessari gli spostamenti in autobus. Alla fine si recò nei club nautici e di pesca di Key Biscayne e di Miami Beach.
Raimond riconosceva che la sua era un’impresa ardua. Non conosceva il nome o la targa dello yacht che stava cercando, e nessuno dei segni di riconoscimento esterni. C’erano migliaia di imbarcazioni, molte simili a quella di Valdes, e le rare volte che aveva chiesto il permesso di salire a bordo e dare un’occhiata in cabina, la sua richiesta era stata rifiutata seccamente.
Quando l’insegnante rientrava all’ostello, era affamato e stanco morto, e i piedi gli facevano male da morire, ma cercava sempre di leggere L’Herald e di guardare il telegiornale prima di addormentarsi.

Non faceva un’attività fisica così intensa dai tempi del suo impiego come postino all’Avana, venticinque anni prima, e fu sorpreso quando, dopo il6 primo mese negli Stati Uniti, dovette tirare in dentro la pancia per abbottonare i jeans che gli avevano dato. Non chiedeva mai seconde porzioni e raramente mangiava gelato o altri alimenti ricchi di calorie, ma era come se il suo cervello avesse dato ordine alle cellule di accumularsi, nel caso in cui quello strano soggetto avesse deciso di ritornare a Cuba. Due settimane dopo, cercò il comandante dell’ostello e indicò con vergogna lo spazio intercorrente tra il bottone e l’occhiello dei jeans. L’uomo sorrise e a Raimond furono consegnati altri capi d’abbigliamento di seconda mano due taglie più grandi.
Gradualmente Raimond imparò ad apprezzare la gioia oscura e a doppio taglio della segretezza. Avendo tenuto nascosta la propria conoscenza della lingua del paese, era in grado di ascoltare impunemente le conversazioni di coloro che ritenevano che lui non avesse ancora dimestichezza con la loro lingua madre. Si esercitò mentalmente nella cadenza del luogo e imparò nuove espressioni, come il giorno in cui gli tolsero il gesso. L’insegnante era all’ostello e stava sfogliando le pagine dell’elenco telefonico bilingue ancora una volta, quando un ubriacone inglese dai capelli grigi disse a un amico: “Quel tale deve tenere il fottuto braccio fuori dalla finestra se vuole un’abbronzatura uniforme”. In altre occasioni, fare finta di essere incapace di comunicare in inglese era un peso. Alcuni assistenti bibliotecari, impiegati d’ufficio e commessi di negozi non conoscevano una parola di spagnolo, quindi era costretto a poggiare i polpastrelli delle dita alle tempie, strizzare gli occhi, e dire due o tre parole in un inglese stentato, come “comunità costiera”, “centro assistenza lavoro” e “taccuino”. Ogni tanto un cittadino che parlava spagnolo si rendeva disponibile a fare da interprete.
Di tanto in tanto si lasciava distrarre. Miami era un posto del tutto diverso dalla piatta e modesta città di medie dimensioni che aveva nei suoi ricordi infantili e il cambiamento più spiccato lo riscontrava tra la gente.
Abbondavano i cubani, i nicaraguensi, i salvadoregni, i guatemaltechi, i messicani e i nativi dell’America centrale e meridionale. In grandi zone della città, lo spagnolo era la lingua dominante. Raimond aveva esplorato anche il centro, il distretto finanziario, le banche di South Biscayne Boulevard e di Brickwell Avenue, i tribunali federali sulla 4a Strada nord-est.
Aveva gironzolato nei quartieri benestanti e nel campus principale dell’Università di Miami, aveva visitato la biblioteca pubblica di Key Biscayne e di Coconut Grove, e in questi posti aveva udito raramente parlare in spagnolo. Raimond si era domandato se la supposta integrazione dei latini non fosse una manovra pubblicitaria. I centri di vero potere nel governo dello stato e della federazione, la comunità d’affari, gli studi superiori sembravano rimanere fermamente nelle mani degli anglofoni. Una volta ogni tanto, venivano offerte delle briciole ai migliori e ai più intelligenti tra gli immigrati della prima e della seconda generazione. Farli entrare era una cosa, cedere il potere un’altra.
Anche le piccole cose lo distraevano. Era sorpreso che ora l’attività principale di Howard Johnson fosse nel settore alberghiero ed era sbalordito dal fatto che al Royal Castle fosse impossibile ordinare un piatto di minestra di verdure e cracker. I sex shops erano intriganti per un uomo che si era sempre dedicato a un amore fantasioso senza l’aiuto di accessori esterni. Strade ben pavimentate piene di macchine scintillanti, la luce che si rifletteva sugli irrigatori zampillanti o sui prati curatissimi, l’assenza di piccioni a Crandon Park, cinquanta o sessanta grattacieli in una costa che prima ne aveva solo quattro o cinque: le piccole cose venivano assimilate.
La luce del sole filtrava attraverso la finestra della stanza, coprendo il cerchio di luce sul soffitto. Raimond tolse le mani da dietro la testa, fece scrocchiare le dita, si stiracchiò e consultò l’economico orologio made in Hong Kong che indossava al polso. Si mise a sedere e s’infilò le ciabatte di plastica, spense la lampada sul comodino e si alzò in piedi.
Con tre passi sul pavimento di linoleum, l’insegnante raggiunse il piccolo bagno. Si tolse i boxer, urinò, tirò lo sciacquone ed entrò nella doccia.
Tre minuti dopo prese un asciugamano dal gancio e si asciugò. Davanti al lavabo macchiato di ruggine, mentre la vaschetta dello scarico si riempiva sibilando, si guardò riflesso allo specchio dell’armadietto dei medicinali, si rase, poi si lavò i denti e ritornò in camera. Aprì il primo cassetto della cassettiera e indossò un paio di mutande pulite.
Dal cassetto centrale l’insegnante prese una camicia nuova ancora confezionata, una semplice cravatta nera e un sacchetto dei magazzini Burdine.
Raimond fece schioccare la lingua, fece un sorriso forzato e scosse tristemente la testa, mentre toglieva nove spilli e una forma di plastica da sotto il colletto della camicia, al cospetto della superfluità del consumismo. Solo quelli che avevano vissuto nella privazione la potevano apprezzare veramente. L’insegnante fece un nodo Windsor alla cravatta e dall’armadio prese un abito leggero grigio chiaro. Posò la giacca sul letto e indossò i pantaloni che erano un po’ troppo ampi per i suoi gusti. Tornò all’armadio, sfilò la sua unica cintura dai jeans lisi e la inserì nei passanti dei pantaloni. Dopo aver messo calze nere e le sue scarpe ortopediche ben lucidate, indossò la giacca e tirò leggermente in giù i polsini.
L’insegnante raggiunse la lampada del comodino e la capovolse, le tolse con mosse esperte la base con l’aiuto della chiave della camera. Estrasse l’orologio di Valdes e lo fece scivolare nella tasca interna della giacca.
Raimond rimontò la lampada, poi prese un grande mazzo di bollette, un fazzoletto, una piccola busta di plastica trasparente e delle monete dall’unico cassetto del comodino. Infilò un piccolo taccuino e una penna nel taschino della camicia. Prima di uscire, prese il sacchetto del negozio, spense la luce del bagno e con un calcio tirò le ciabatte sotto il letto.
Raimond consumò due bagel e due tazze di caffè in un bar vicino alla stazione di Allapattah, poi prese un taxi. Il taxi lo lasciò all’angolo tra la 5a Avenue e la 26a Strada, dove un autonoleggio esponeva un cartello che diceva che non era richiesta la carta di credito. L’incaricato, non nutrendo un’eccessiva fiducia nel cubano che esibiva una patente di guida rilasciata di recente, aveva ignorato le cause contro la violazione dei diritti civili e aveva preteso un deposito di cinquecento dollari, oltre ai centotrentacinque dollari del noleggio per ventiquattro ore di una Rolls Royce d’epoca,  bianca.
Con grande meraviglia dell’uomo, il cliente aveva deposto sulla scrivania sei bigliettoni da cento e uno da cinquanta.

7Guidando l’incredibile macchina con estrema cautela, l’insegnante imboccò Miami Avenue, alla 36a Strada girò a destra, proseguì lungo la Julia Tuttle Causeway fino a Miami Beach, rispettando prudentemente i segnali stradali. Lasciò Arthur Godfrey Road svoltando a sinistra nella Collins Avenue, e continuò fino alla 87a Strada, dove consegnò le chiavi della Rolls all’attendente del parcheggio del Surfside Beach Hotel. Raimond attraversò la hall fino alla cabina telefonica, chiuse la porta, inserì una moneta e compose un numero.
“Turneau Corner. Posso esserle utile?” sussurrò una garbata voce femminile quasi subito.
“Buon giorno” disse Raimond.
“Buon giorno a lei, signore.”
“Posso parlare con il direttore, per favore?” chiese l’insegnante con un passabile accento inglese.
“Chi lo desidera?”
“Mi chiamo Rupert White. Sono il segretario personale di Lord Covington.”
“Un momento prego, Mr. White.”
Raimond si inumidì le labbra mentre in sottofondo ascoltava una versione del Danubio Blu, e sentì che il palmo delle sue mani era bagnato. Secondo le cronache mondane della stampa locale, un tale Lord Covington stava trascorrendo alcuni giorni in una villa in affitto a Miami Beach. Possedeva uno Stephens Flybridge di venti metri che navigava nelle più prestigiose gare nautiche. Durante gli ultimi quattro giorni l’insegnante aveva studiato l’accento inglese sulle audiocassette della biblioteca centrale.
Erano trascorsi meno di venti secondi quando una vellutata voce maschile accarezzò la cornetta: “Sì, Mr. White. Il mio nome è John Warner. Posso essere utile a Sua Signoria?”.
“Lo spero, Mr. Warner. Lo spero vivamente, mi risparmierebbe duecento telefonate.”
“Così tante?” rise.
“Oh, sì. Ieri sera Milord ha tenuto un ricevimento e, quando l’addetto alla piscina si è presentato al lavoro stamattina, ha trovato un orologio costoso sul fondo della vasca.”
“Davvero?”
“Me lo ha consegnato. Una brava persona, devo ammettere. Bene, Milord mi ha dato istruzioni di restituire questo Breguet al suo proprietario. S’immagini, ieri sera gli invitati erano circa duecento.”
“Capisco.”

“Quindi, ho pensato che forse lei ci avrebbe potuto aiutare. Milord è un affezionato cliente della Audemars Piguet.”8
“Cosa che conferma il buon gusto di Sua Signoria. E come possiamo esserle d’aiuto, Mr. White?”
“Questa sera navigheremo verso le Bermuda e Milord vorrebbe che questa faccenda fosse risolta. Giacché voi siete anche i rappresentanti della Breguet, mi domandavo se foste in grado di risalire al proprietario.”
“Un’identificazione è certamente possibile” disse Warner. “Per ovvie ragioni conserviamo i dati di tutti i nostri clienti in un archivio informatico. Ma dovremmo vedere l’orologio e chiedere a Ginevra chi ha acquistato questo particolare pezzo. Naturalmente, l’acquirente originale potrebbe averlo rivenduto o potrebbe averlo regalato a qualcun altro. Può venire il nostro fattorino a prendere questo Breguet?”
“Questo sarebbe di troppo disturbo per voi. Manderemo noi subito un autista al vostro negozio.”
“Come desidera. Per favore mi lasci il numero di telefono dove posso raggiungerla non appena riceverò il fax di risposta da Ginevra. Non dovrebbe richiedere più di un paio d’ore.”
“Credo sia meglio che la richiami io più tardi” disse Raimond senza la minima esitazione. “Andremo in elicottero a Isla Morada tra poco e non saremo di ritorno prima delle 17:00. Milord odia i cellulari, sa? La richiamerò verso le 15:00. Lei ha necessità di trattenere l’orologio o l’autista può riportarlo indietro dopo che lei lo ha visto?”
“Dobbiamo solo guardare il numero sul quadrante. I Breguet sono numerati individualmente. Lo restituiremo immediatamente al vostro uomo.”
“Eccellente. A proposito, quanto devo mandarle per il disturbo?”
“Assolutamente nulla, Mr. White. Servire un cliente così distinto e aiutarne un altro a tornare in possesso di quanto ha smarrito è un piacere, non è una questione d’affari.”
“Grazie tante, Mr. Warner. Il nostro uomo sarà da lei tra un quarto d’ora.”
“Di nulla, signore. Arrivederla.”
“Arrivederla.”
Raimond agganciò la cornetta ed emise un sospiro di sollievo. Uscì dalla cabina, entrò nel quasi deserto bagno degli uomini e, facendo finta di lavarsi le mani, immerse l’orologio di Valdes sotto l’acqua e poi lo mise nella piccola busta di plastica trasparente e lo lasciò cadere nella tasca della giacca.
Si asciugò le mani sotto l’asciugatore elettrico, ripercorse la hall dell’albergo e porse una banconota da cinque dollari e la ricevuta del parcheggio all’attendente.
Tre minuti dopo percorreva lentamente la Collins indossando un cappello da autista grigio carbone che aveva estratto dal sacchetto del negozio.
Parcheggiò la Rolls davanti ai lussuosi negozi di Tourneau Corner a Bal Harbour, chiuse la macchina ed entrò togliendosi il cappello. A quell’ora il negozio era vuoto e un commesso di mezza età leggermente sorpreso si avvicinò prontamente.

(Tutte le immagini utilizzate a corredo fotografico, sono state manipolate dall’autore e provengono, di massima, dalla rete – Programmi utilizzati: Adobe PS5 64, Topaz Professional, M Bullet Pro)
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19 pensieri su “Cuba … el cuarto

  1. Il capitolo è un capolavoro. Sul serio. Una qualità letteraria non comune.
    Eccoti Ninni con la sua mania per la perfezione.

    Mi stai facendo respirare l’aria salmastra e calma dell’Avana.
    Ne sento i profumi e ne colgo i brusii, mentre in lontananza una musica accattivante scandisce i ritmi.

    Bello bello

    🙂

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    • Maxim

      Grazie lord Maxim, mio signore.
      L’aria habanera non è, esattamente salmastra. Un’aria marina, dolce e mite, che rinfresca e rende gradevole il soggiorno. La vicinanza del mare caraibico, poi, offre un’arietta che si presta, benissimo, alla vita serena.
      Di contro, è da dire, che proprio quell’arietta gentile permette di affrontare con serenità, in quotidiano.
      Che non è poco.
      Grazie per esserci

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  2. Avevo iniziato a leggere come fosse un racconto breve, sai uno di quei racconti estivi che, facilmente e semplicemente si leggono?
    A metà ho capito.
    Ho iniziato, nuovamente, con più attenzione.
    Stupefacente.
    Vado a leggere il primo, il secondo e il terzo, ma so che mi terrai qua incollato.
    🙂

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    • Alessandra Bianchi

      Un privilegio non da poco, milady mia signora, se questa “enorme” affermazione venne da voi prodotta.
      Anche per noi, leggervi, ci procura una grande soddisfazione
      Abbiate le nostre cordialità

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  3. L’ho letto rapita.
    L’aria.
    E’ l’aria quella che colpisce. Mi colpisce la purezza, la scorrevolezza e il disincanto di “Raimond”. Potente, forte e umano.
    Che bello.

    Una nota;
    Mi piace tantissimo come hai sistemato il blog.
    Ho visto le pubblicazioni di “Cuba”. Il prossimo capitolo, allora, è domani?
    “Lunedì, Giovedì, Sabato” Giusto?

    Bravo … e che penna…
    Buon pomeriggio

    🙂
    Elena

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