Cuba … el quinto

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1“Posso esserle d’aiuto?”
“Io vedere Mr. Warner. Mr. White manda orologio” disse Raimond con un inglese dall’accento fortemente spagnolo.
“Solo un attimo” ribatté il commesso prima di lanciare uno sguardo d’intesa a una delle guardie giurate che stavano ai lati della porta di cristallo e poi fare marcia indietro. D’altro canto le guardie non avevano bisogno di essere spronate, entrambe conoscevano perfettamente il tipo di clientela e avevano notato che Raimond non ne faceva parte. Per quasi un minuto l’insegnante restò in piedi, col cappello in mano, guardando con curiosità un luogo dove compravano solo i ricchi e famosi. Piccole telecamere erano fissate al soffitto, raffinate tende bianche drappeggiavano le finestre, una spessa moquette copriva il pavimento. Nelle vetrine e nei banchi ricoperti di vetro, oggetti sfavillanti del valore di un paio di milioni di dollari erano poggiati con disinvoltura su velluto viola. Raimond notò che lo sguardo delle guardie sembrava superficiale e disinteressato, ma che in qualche modo controllavano ogni suo battere di ciglia.
Improvvisamente notò un uomo dai capelli argentati con la riga a sinistra che gli indicava un piccolo banco. Mentre Raimond si avvicinava al distinto Warner, dovette riconoscere la sua finezza. L’uomo aveva un aspetto raffinato nel suo costoso abito blu indaco indossato con una elegante camicia bianca e una cravatta di seta lilla; ma il suo abito di sartoria era abbastanza discreto da non surclassare quello di un ricco cliente che voleva essere la persona più elegante.
“Mr. Warner?” chiese Raimond arrotando le sue erre.
“Sì. Credo che lei abbia un orologio da mostrarmi.”
“Eccolo.”
Raimond gli porse la bustina di plastica trasparente, e il direttore sparì attraverso una porta laterale. Meno di un minuto dopo ritornò e restituì l’orologio al falso autista.
“Okay, amigo. Riportalo a Mr. White.”
“Sì, signore, grazie” disse Raimond mentre s’infilava l’orologio in tasca e si aggiustava il cappello in testa. Quindi si voltò e lasciò il negozio. In mancanza di qualcun altro più sospetto da tenere sott’occhio, le guardie lo osservarono salire sulla Rolls e allontanarsi.
Toltosi il cappello, l’insegnante trascorse il resto della mattina girando in quartieri che non aveva mai visitato: Golden Beach, Golden Shores, North Miami Beach, Hialeah Gardens. Per tenere a freno la sua impazienza, passò il tempo cambiando continuamente panorama. Si diresse a sud attraverso la Florida Turnpike, arrivò a Sweetwater, Westwood Lakes, Kendall e Cutler Ridge. Imboccò la Dixie Highway, si addentrò nella più familiare Coral Gables. Alle 13:15, l’insegnante scese dalla macchina nel parcheggio di un supermercato, camminò verso est per due isolati ed entrò in un bar di Alcazar Avenue. Aveva ordinato un panino cubano e una bevanda gasata rossa quando un uomo bianco sui quarant’anni, che indossava un paio di strettì jeans firmati, una camicia bianca da ballerino di flamenco sbottonata e mocassini di pelle di capra, si appollaiò sullo sgabello accanto al suo.
Raimond lo scrutò con la coda dell’occhio, poi tornò a guardare le belle gambe della cameriera.
“Come va?” chiese l’uomo in cubano.
“Non mi lamento” rispose Raimond.
“Vestito e cravatta; ti va di lusso” commentò l’uomo. Le guance e il mento rasati di fresco erano ombreggiati da densi peli neri. L’uomo aveva anche dei baffi ben curati e folte sopracciglia. Ciuffi di peli gli spuntavano dalle narici e dalle orecchie e pure le sue mani erano pelose, ma la testa dell’uomo era calva come una palla da biliardo. Due pesanti catene d’oro con le medaglie della Virgen de la Caridad del Cobre e di Santa Barbara spiccavano sul suo petto villoso. Tranne i familiari, tutti lo chiamavano Palladipelo.
“Va, non di lusso” specificò Raimond.
“Ho un affaruccio per te questa sera” disse Palladipelo.
“Stasera faccio il turno dalle quattro alle dodici al supermercato.”
“Per cosa lavori, amico? Puoi fare tutto il grano che vuoi se guidi per me.”
“A proposito, devo dirti una cosa” disse Raimond. “Voglio concordare un nuovo compenso. D’ora in poi mille dollari.”
“Scherzi?”
“No.”
“Scordatelo.”

Il panino e la bevanda di Raimond furono serviti, e lui cominciò a mangiare senza dire un’altra parola. Palladipelo ordinò una birra prima di rivolgersi2 nuovamente a Raimond: “Non dirai sul serio?”.
Raimond limitò la sua risposta ad annuire due volte mentre continuava a masticare.
“Sai una cosa?” sibilò Palladipelo. “Ogni giorno in questa fottuta città arrivano dieci nuovi profughi. La metà di loro sarebbe disposta a guidare per me per cento dollari.”
Raimond deglutì e bevve un sorso di bibita. Poi continuò a masticare. La cameriera dalle belle gambe tornò con la birra e Palladipelo rimase a riflettere per quasi un minuto centellinando la sua bevanda. L’insegnante finì il panino, tracannò l’ultimo sorso di bibita e si asciugò le labbra con un tovagliolo di carta. Poi fece un cenno alla cameriera e le porse una banconota da cinque dollari.
“Ascolta, Palladipelo” disse Raimond quando la cameriera si fu allontanata, facendo ruotare lo sgabello e fissando Palladipelo negli occhi. “Ero appena arrivato, non sapevo nulla. Non è più così. D’ora in poi voglio mille dollari. Tu sai dove trovarmi.”
“Che cosa ho fatto?” chiese Palladipelo.
La cameriera ritornò con il resto. “Tienilo, bellezza” le disse Raimond. “Solo guardarti vale dieci volte tanto.”
L’insegnante agitò le dita a Palladipelo a mo’ di saluto e se ne andò. Nella Rolls percorse lo stesso tragitto da Miami Avenue alla Collins. Alle 14:50, lasciò la macchina al posteggiatore dell’Eden Roc e chiamò Warner dalla cabina telefonica della hall, la penna a sfera puntata sul piccolo taccuino.
“Sì, Mr. White” disse il direttore.
“Ha saputo qualcosa da Ginevra, Mr. Warner?”
“Certo, signore. Questo Breguet in particolare è stato acquistato in una gioielleria di Sarasota dieci anni fa dall’uomo cui appartiene, Mr. Guillermo Raimond.”
Ci furono cinque secondi di silenzio.
“Pronto?” disse Warner. “Mr. White? Mi ascolta, Mr. White?”
“Sì, sì Mr.… ah, Warner. Stavo trascrivendo il nome della persona. A Sarasota.”
“Il nome le dice qualcosa?”
“No, oh no. Assolutamente no. No.”
“C’è qualcosa che non va, Mr. White?”
“No, nulla, no. La ringrazio vivamente per il suo prezioso aiuto.”
“Di nulla. Porti i nostri omaggi a Sua Signoria.”
“Lo farò senz’altro. Arrivederla.”
“Arrivederla, Mr. White.”
Per quasi due minuti Raimond rimase nella cabina del telefono rileggendo stupidamente il nome di un uomo e di una città più volte. Il desiderio di bere qualcosa di forte fu la sua prima reazione consapevole, la cosa che lo fece riemergere dal torpore. L’insegnante si diresse verso la piscina, notò il bar deserto, si sedette su uno sgabello e ordinò un Bacardi doppio. Dopo aver riempito un bicchiere fino all’orlo, la barista si tenne occupata alla cassa. Faceva questo lavoro da tanto tempo e sapeva quando qualcuno voleva essere lasciato in pace.
Con i gomiti sul bancone, pugni alle tempie, Raimond tenne lo sguardo fisso sul bicchiere per un minuto. L’odore del mare e il distante mormorio delle onde che si infrangevano sulla spiaggia fecero il resto. Fece schioccare la lingua, scosse la testa e si guardò intorno.
“Mi porti una Coca, per favore?”
Settembre è sempre così, pensava tra sé e sé la ragazza mentre staccava lo scontrino. Un mese morto, pochi clienti, le mance erano il dieci per cento di quello che tirava su a gennaio e a febbraio e, per completare il quadro, ogni tanto aveva a che fare con tipi strani, come questo alcolista pentito nel mezzo di una crisi.

3Raimond tracannò la bibita, pagò il conto e se ne andò senza aver toccato una goccia del liquore.
L’insegnante riprese la Rolls, per non andare al lavoro disse di essere ammalato e tornò al suo monolocale in affitto. Si spogliò sorridendo beffardamente alle bizzarrie della sua vita. Con indosso i boxer, le calze e le scarpe, sedette su una delle due sedie da regista di tela gialla in dotazione all’appartamentino. Scartò la possibilità che fosse un caso di omonimia. Il proprietario dell’orologio era lo zio paterno che non aveva mai conosciuto.
Forse da neonato o da bimbo, in quei primi stadi di vita quando la memoria dura solo poche ore, suo zio si era recato nell’appartamento che gli Raimond avevano preso in affitto a Sebastian, o nella piccola casa dei nonni. Si ricordava dalle conversazioni tra adulti che il fratello di suo padre lavorava in una gioielleria in un altro stato. Che l’uomo avesse fatto ritorno in Florida e avesse aperto una gioielleria era un’ipotesi realistica. Capire perché si fosse recato in barca all’Avana, avesse istigato il nipote alla fuga da Cuba e poi lo avesse spinto a mare andava oltre la capacità di comprensione dell’insegnante. Il fatto che l’aggressore fosse del suo stesso sangue diede alla sua sete di vendetta un amaro sapore di tristezza. Forse suo padre era ancora vivo da qualche parte, ignaro di quanto era accaduto. Confuso e scosso dalle emozioni, Raimond si fece una doccia. Con indosso i jeans e una camicia a mezze maniche rossiccia, si diresse verso una pizzeria sulla 36a Strada.
Sulla strada del ritorno a casa prese una copia dell’Herald sotto il coperchio di un contenitore di plexiglass.
L’insegnante si distrasse con il giornale per quasi un’ora prima di tornare al suo puzzle con un approccio diverso. Un viaggio a Sarasota era indispensabile, ma cosa avrebbe dovuto fare una volta lì? Una lunga indagine al buio non dava frutti. Dopo aver riflettuto a lungo riuscì a escogitare un piano che aveva qualche possibilità di successo. A tal fine aveva bisogno di denaro. Era il solo prezzo che doveva pagare in un ambiente in cui non aveva parenti, amici, relazioni e conoscenti cui poteva fare o restituire favori. Sarebbe stato costretto a guidare a lungo per Palladipelo prima di poter mettere in pratica il precetto ebraico di occhio per occhio.
Alle 22:55 Raimond spense la lampada sul comodino e cercò di dormire, ma la sua mente continuava a tornare sugli stessi ricordi, sulle stesse emozioni e sulle stesse congetture. Alle 23:45 accese la lampada e cominciò a leggere il taccuino di Fidelia, pagina uno.
Diciannove giorni e tento di superare il trauma culturale. Entro in un negozio e trovo uno scaffale pieno con dieci marche diverse di spazzolini da denti, ogni marca dieci modelli diversi; ogni modello, dieci colori; ogni colore, dieci spazzolini appesi a un gancio. Ci sono probabilmente diecimila spazzolini esposti e i clienti ci passano davanti ignari dell’abbondanza che li circonda; le diecimila boccette di smalto per le unghie, le diecimila mollette per capelli, i diecimila rossetti.
Non ci si può esimere dal fare paragoni. La maggior parte della gente, come Papa e Mama, reagisce con… vediamo, semplice paura? enorme semplicità? ingenuità economica? Loro scuotono la testa dubbiosi e sorridono e ripensano alle stesse battute cui ha già pensato un milione di cubani prima di loro. “Ha portato la sua tessera e il tesserino di riconoscimento di operaio-femmina?” “È oggi il giorno degli acquisti del suo gruppo?” “Ricordi che se ha già acquistato il deodorante non è possibile comprare lo spazzolino.”
E anch’io sorrido, con condiscendenza forse, e annuisco mentre penso che a due isolati di distanza c’è un altro negozio ugualmente rifornito. Poi considero tutta la città, tutto lo stato… non riesco a immaginare oltre. In tutta la nazione dovranno esserci… trilioni? di articoli nei negozi, quadrilioni se si includono le scorte dei grossisti e dei produttori. Sì, il comunismo è stato schiacciato dall’ American Way di quello che Lenin definiva “soddisfare i crescenti bisogni della popolazione”. Anche se tu personalmente cerchi la libertà, se sei ancora disoccupato e non vuoi dilapidare la tua unica banconota da venti dollari, ti vengono in mente i pietosi negozi cubani e senti, senti davvero, il fallimento di un materialismo privo di sostanza che c’è oltre il confine. Io ho finito con il comprare questo taccuino.
Il primo grande shock è stato quando ho scoperto che mio zio, dopo ventidue anni di duro lavoro mal pagato, che vive con la moglie grazie agli assegni familiari, dona ogni mese alla Fondazione dieci dollari, nonostante non possa sopportare i marpioni che la gestiscono. E mentre avvertivo il suo imbarazzo quando spiegava perché, guardando i suoi occhi che si spostavano evasivamente dal pavimento alle pareti e nuovamente al pavimento della sua piccola casa immacolata, mi sono resa conto che lui, e Dio sa quanti altri cubani a Miami, viveva ancora sotto la stessa atmosfera oppressiva imposta dal comunismo a Cuba, dove sei costretto a iscriverti e a pagare le quote del sindacato, del Comitato, della Federazione delle Donne e della guardia nazionale che ti piaccia o no. Altrimenti diventi un sospetto. Ho l’impressione che qui molte persone mandino clandestinamente soldi, abbigliamento e medicine ai loro parenti poveri, perché la Fondazione è contraria.
“E allora?” ha detto Tito cinque giorni fa prima di uscire. “Tu vuoi un mondo perfetto? Non capisci che dappertutto c’è qualcuno che comanda, ed è meglio piegarsi che spezzarsi?”
Mi sarei data un calcio per aver espresso il mio parere davanti a lui.
Lui è un camaleonte inaffondabile che si adatta ovunque, se necessario, capace di adattarsi al marxismo, al fascismo, al nazismo, alla democrazia, alla monarchia, all’oligarchia, persino al matriarcato o alle leggi di popolo. Sarebbe in grado di passare in dieci secondi da sostenitore della supremazia bianca a difensore del movimento anti-apartheid. È felice di leccare i piedi di quelli che stanno sopra e si aspetta lo stesso servizio da quelli che stanno sotto. Usa la gente come asciugamani di carta, poi la getta nella spazzatura.
La sua scomparsa è stata uno shock lieve. Naturalmente, ho finto di essere preoccupata e disperata, e torcendomi le mani sono andata alla polizia. Però le lacrime non scorrevano. I vicini che conosciamo da una settimana ci hanno commiserati nel modo caldo e affettuoso cui siamo abituati da bambini: portandoci una minestra calda; passandomi un fazzoletto profumato sulla fronte; tenendomi la mano come se fossimo stati a un funerale; ed esigendo la promessa che io non avrei esitato a riferire novità su dove si trovasse mio marito anche nel bel mezzo della notte (come se fosse stato rapito). La compassione del quarantenne sergente di polizia cubano-americano di servizio si era probabilmente esaurita, dato il risultato di tanti altri casi simili. Mi ascoltò con i gomiti appoggiati sul tavolo, il mento sulle mani, gli occhi nei miei. L’espressione solenne di laissez-faire sul suo volto sembrava comunicarmi che dovevo lasciar correre, come se avesse saputo che mio marito, con il quale non facevo l’amore da più di sei mesi, si fosse finalmente e volontariamente allontanato da me.
Riempì in stampatello gli spazi bianchi di un modulo per le persone scomparse, e le sue parole di conforto, che a Papa fecero aggrottare le sopracciglia per la confusione, furono quelle giuste: “In questo paese comincia una nuova vita per lei, signora. Ne approfitti”.
Mama non mi chiederà mai nulla a proposito di ciò che è successo a Tito, è troppo riservata, ma alla fine Papa lo farà. Io spiegherò perché spero di non rivederlo più e lui lo dirà a Mama. Ci siamo già messi d’accordo di dire a Dani che suo padre è andato a New York in cerca di un buon lavoro e ci farà visita tra un paio di mesi. Mi chiedo se sia possibile inoltrare una domanda di divorzio. Così forse sto in un limbo. Mi rivolgerò a un legale tra un paio di mesi. Per questa sera è abbastanza.
8Ho voglia di scrivere della mia vita quotidiana. Io sto… no, noi stiamo facendo cose che non abbiamo mai fatto: leggere gli annunci commerciali; riempire moduli d’immigrazione, di assistenza, di richiesta lavoro; imparare l’inglese; raccogliere informazioni sulla scuola primaria, su appartamenti in affitto, servizi sociali, tasse, autobus e metropolitana; e cento altre cose che ci sembrano inusuali e il cui costo ci sconvolge. A Cuba chi guadagna cinquecento dollari al mese è un milionario; qui chi guadagna cinquecento dollari al mese è un pezzente. Sta di fatto che, a Cuba, io ero pagata tre dollari al mese e quattro giorni fa Papa ha trovato un lavoro in una ditta della Habana che lo paga tredici dollari l’ora. E poi si parla di sfruttamento. Sono sconcertata: qui gli habaneri sono dei re e Papa è un habanero di prim’ordine. In qualità di avvocato io probabilmente mi dovrò accontentare di pulire i camion della spazzatura.
Anche le faccende domestiche sono ricche di sorprese. “Una macchina che lava i piatti? Non più strofinare e asciugare?” Il secondo giorno Dani diede voce alla meraviglia che noi adulti nascondevamo con vergogna.
“Un tritarifiuti? Un microonde?” Utilizzo elettrodomestici che avevo visto solo nei film alla televisione durante i fine settimana, nonostante mio zio e sua moglie ci dicano che sono di seconda mano e sono sorpassati. Un aspirapolvere. Spingere dei tasti anziché comporre il numero su una rotella. Un divano che si trasforma in un letto matrimoniale per Mama e Papa.
Sacchi a pelo. Cibi surgelati. Acqua corrente che si può bere senza prima farla bollire. Giornali di centouno pagine. La Chevy vecchia di otto anni di mio zio lascerebbe a bocca aperta le persone di qualsiasi città cubana.
La morale: duro lavoro mi può dare tutto questo. Non devo prendermi in giro come dovevo a Cuba e fare interminabili straordinari per supplire all’inefficienza degli incaricati e forse essere ricompensata dopo quattro o cinque anni con un buono per l’acquisto di un frigorifero o una televisione o una lavatrice decisamente superata. Il denaro detta le regole del gioco e io posso guadagnare il denaro che serve a comprare tutto ciò. Una piccola casa, una macchina usata, elettrodomestici, abiti, cibo. So che non diventerò ricca. Non sarò mai proprietaria di una villa con cinque stanze da letto, un garage per tre macchine e una piscina in un quartiere esclusivo, ma neanche dovrò sopportare un’esistenza amareggiata dalla mancanza delle cose essenziali o fare fronte all’ostracismo imposto a coloro che si oppongono al sistema.
Papa sembra dieci anni più giovane. Si alza alle 5:00, gusta la solita tazza di caffè dopo essersi lavato, poi verso le 6:00 va alla fermata dell’autobus, portando con sé un portavivande con due spessi panini imbottiti con prosciutto e formaggio avvolti nella carta argentata (“Allumino?” Dani è sbalordito) e un thermos con latte ghiacciato. Mama suggerisce invano di cambiare menu. Papa ribatte che non ha mangiato panini al prosciutto e formaggio per più di trent’anni e deve recuperare tutto il tempo perduto. Io sono così contenta per lui. Ha sofferto molto.
Mama mantiene il suo ruolo di angelo custode. Sa che non le permetteremo di accettare il lavoro di sguattera, che è l’unica posizione che può sperare di ottenere. Lei è certa che sarà il supporto domestico necessario quando Mario e io avremo trovato lavoro, e sospetta che a un certo punto la novità perderà il suo fascino e Papa desidererà fare una visita alla tomba dei suoi genitori, oppure Mario avrà nostalgia della dolce ragazza lasciata a Cuba, oppure io sentirò la mancanza delle piccole gioie e delle frustrazioni del mio studio legale. Lei dovrà ascoltarci tutti e confortarci senza lasciar trapelare che lei ha desiderio di visitare la tomba dei suoi genitori, la sua vecchia chiesa, di ascoltare i pettegolezzi dei vicini, l’abbaiare di Cachirulo quando qualcuno si avvicina al nostro cancello, di guardare ancora una volta il calmo circondario colorato e profumato della campagna della vecchia casa che il nonno costruì con le sue mani, piantando ogni chiodo nel legno tagliato grossolanamente e sistemando ogni singola tegola rossa sul suo tetto.

4Mi domando chi sarà il primo sconosciuto ad attraversare il pavimento di cemento, a togliere le ragnatele, a guardare la telenovela brasiliana sul vecchio televisore russo in bianco e nero. I parenti di un burocrate di mezza tacca? Un comandante di polizia o dell’esercito? Un pubblico ministero municipale o il direttore di una fabbrica? Un qualsiasi membro del Partito fermo nei ranghi più bassi del sistema, quelli che gli altolocati definiscono quadri del Partito. Quest’uomo e la sua famiglia probabilmente numerosa noteranno l’altalena nel patio già dal marciapiede; osserveranno le sedie a dondolo e le poltrone di mogano nel soggiorno, il cigolante letto di ferro e ottone dei miei genitori nella stanza da letto principale, i fornelli a kerosene in cucina, lo specchio incrinato nel bagno sull’armadietto dei medicinali. Forse la famiglia all’inizio si sentirà in imbarazzo, come coloro che violano la proprietà d’altri, ma sarà solo passeggero, perché la gioia di aver migliorato le proprie condizioni di vita avrà il sopravvento. In un secondo momento, quando i rappresentanti dell’Istituto Nazionale Abitazioni se ne saranno andati, dopo che il marxista-leninista devoto e la sua non meno rivoluzionaria moglie si saranno presentati ai vicini, la coppia s’inginocchierà sul pavimento e renderà grazie a Dio e accenderà una candela al santo protettore cattolico o alla divinità africana che protegge le case. Naturalmente, i loro figli non saranno presenti al culto, essendo troppo giovani per afferrare le aspettative conflittuali che la vita impone ai veri fidelistas.
Sorridendo l’insegnante chiuse il taccuino e spense la lampada.
Tre giorni dopo, mentre a Miami la luce si affievoliva in un bel tramonto, Ninni Raimond camminò fino alla Flager ed entrò nella zona sud-ovest della città attraverso la 38a Court. L’insegnante camminò lentamente tra le semplici villette a un piano con piccoli giardini frontali, finestre a vasistas, via-letti d’accesso ai garage e brevi sentieri verso verande coperte. Girando l’angolo sulla 4a Strada, gli si presentò uno scenario simile, a eccezione di tre case particolarmente grandi, ciascuna con un garage a due posti, macchina e antenne paraboliche sugli ampi prati curati. Nel viale d’accesso della grande casa color crema, il furgone di una ditta di ristorazione stava scaricando delle scatole di cartone. Raimond affrettò il passo, come un uomo che sa dove deve andare, fino a quando non raggiunse l’angolo tra la Le Jeune e la 4a, dove girò a sinistra. Due isolati più avanti, l’insegnante entrò in un piccolo ristorante e, sedutosi su una panca, ordinò una bistecca ben cotta, patatine fritte e un’insalata. Sorseggiando un succo di pomodoro mentre aspettava la sua cena, meditò sulla sua carriera criminale.
Raimond aveva conosciuto Palladipelo mentre si aggirava per il Circolo e Cantiere Nautico Dole sulla South River Drive, dove il cubano calvo teneva una barca di sei metri con un motore Yamaha.
Raimond non sapeva che Palladipelo, il cui vero nome era Blas Taboada, aveva iniziato la sua carriera di ladro d’auto a Little Avana due settimane dopo che gli ufficiali del carcere cubano lo avevano fatto salire a bordo di uno yacht con destinazione Miami ai tempi del grande esodo del giugno del 1980. Il Direttivo cubano aveva deciso che il presidente Carter doveva accogliere non solo le persone istruite, rispettose della legge, richiamate dai parenti che già vivevano negli Stati Uniti. Il governo americano doveva accogliere anche la feccia del socialismo: quelli che di professione erano scassinatori, stupratori, giocatori d’azzardo, ladri e molestatori di bambini.
Ai cubano-americani che avevano noleggiato imbarcazioni per prelevare i loro parenti fu detto che per ogni parente preso a bordo, doveva essere presa anche una persona che voleva emigrare negli Stati Uniti e non aveva i mezzi di trasporto. Un rifiuto avrebbe comportato che l’imbarcazione sarebbe tornata negli Stati Uniti senza passeggeri. Ecco come Blas Taboada, che stava scontando una condanna di due anni per aver rubato una motocicletta a Varadero, si imbarcò su una nave che aveva il nome appropriato di Seconda Opportunità.
Dopo quattordici anni e due condanne per furto d’auto di valore, Palladipelo era uno dei migliori operatori nel sud della Florida, un uomo devoto alla famiglia che in un periodo di dieci anni aveva speso quasi ottantaduemila dollari per mantenere e alla fine portare negli Stati Uniti i suoi parenti, due zii sposati, due zie, tre cugini con mogli e figli, per un totale di ventiquattro persone.
Palladipelo credeva alla differenziazione del capitale. Per mezzo dei parenti che gli facevano da prestanome, era proprietario di tre piccole attività: una discreta agenzia d’accompagnatori che operava ventiquattro ore al giorno e dava lavoro a nove donne e quattro uomini, un servizio di catering che occupava cinque persone, un’officina meccanica specializzata in costo-se macchine straniere con sei impiegati nel libro paga.
Palladipelo credeva inoltre nell’informazione. Gli onorevoli meccanici esperti che lavoravano nell’officina facevano lavori di prima qualità a prezzi ragionevoli, mentre il loro capo, lo zio paterno di Palladipelo, s’informava sul nome e l’indirizzo dei clienti e sul particolare tipo e marca d’antifurto d’ogni macchina. Il cugino che gestiva il servizio di ristorazione riferiva le feste private che avrebbero radunato all’imbrunire dieci o dodici macchine in un quartiere tranquillo. Gli accompagnatori informavano il direttore, lo zio materno di Palladipelo, sui loro clienti, includendo i loro rituali di guida, il sistema di sicurezza della macchina, e su come e quanto bevessero. Sebbene non avesse un’inclinazione per l’autoelogio, Palladipelo amava dire ai suoi amici intimi che non si era mai occupato di ricatti, nonostante il buon Dio sapesse che le opportunità non gli erano mancate.
Inoltre, se qualcuno per mezzo dei canali giusti avesse voluto sbarazzarsi di una macchina di lusso per incassare l’assicurazione, Palladipelo lo avrebbe aiutato. Molti cubano-americani, giovani rampanti di belle speranze, volevano far credere ad amici e colleghi di essere “arrivati”. Con il finanziamento istantaneo elargito dagli avidi trafficanti, molti divenivano proprietari dall’oggi al domani di una Mercedes, una Jaguar, un’Infiniti, o una Porche. Ma dopo alcuni mesi il peso finanziario si dimostrava insopportabile e una soluzione era quella di farsi rubare l’auto.
Palladipelo era un criminale di successo, prudente, affezionato alla famiglia, con un solo grosso difetto: spendere incontrollabilmente. Una volta coperte quelle che definiva le spese operative, tra le quali al primo posto c’era l’onorario dell’avvocato che lo aveva tirato fuori dai penitenziari americani dopo aver scontato solo un terzo di ogni sua condanna, ogni mese gettava via il suo denaro con belle donne e giochi d’azzardo. Nel febbraio 1994 si svegliò in un albergo di Miami Beach con i postumi di una sbornia, una ragazza e solo una banconota da cinquanta dollari nel portafoglio, dopo aver probabilmente stabilito, con una somma che si avvicinava a tre-centomila dollari, un nuovo record mondiale di soldi spesi in un solo giorno.
L’uomo calvo ammetteva di essere un donnaiolo sdolcinato e un giocato-re d’azzardo impenitente, oltre alla sua incapacità a correggersi. Sì, era proprietario di tre imprese legali, di una casa con due stanze da letto a Hialeah, di una barca e di una Camaro del 1991, ma non aveva conti in banca segreti, riserve di contante messe da parte. Se gli fosse capitato, in una giornata sfortunata, di finire tra le mani di un disperato che voleva un bigliettone da mille dollari, lui sarebbe stato costretto a cedere le sue amate medaglie e le sue catene, quasi trecentocinquanta grammi di oro puro a 18 carati.
Per questo motivo Palladipelo non aveva mai preso in considerazione l’idea di ritirarsi. Il suo stile di vita richiedeva un gettito inesauribile di denaro e, per quello che lo riguardava, c’era solo una fonte da cui attingere.
A ragione Palladipelo era molto prudente, tenuto conto del furioso dibattito nazionale sulla riforma giudiziaria “tre colpi e sei fuori” e la frustrazione del Dipartimento di polizia di Miami dopo che l’accusa di associa-zione a delinquere e furto d’auto che gli era stata mossa nel 1992 era stata respinta per mancanza di prove.
Lui personalmente non rubava macchine, aveva smesso nel 1987 per diventare un capobanda. A eccezione dei drogati e degli svitati, nel settore tutti sapevano che l’idiota che era veramente esposto e mal pagato era il ladro, che se fosse stato colto con le mani nel sacco avrebbe rischiato da due a cinque anni in gattabuia.
Palladipelo si riteneva il cervello di un’operazione realizzata da un primo cugino, il marito di una cugina di primo grado, lui stesso e l’instabile lista di autisti che era continuamente costretto a trovare, allettare e addestrare.
Infatti, l’avere a che fare con gli autisti era divenuta l’attività che gli richiedeva il maggior dispendio di tempo. Giacché evitava gli ubriaconi, i drogati, i matti, durante le ore dedicate alla ricerca di talenti, Palladipelo passava al setaccio gli immigrati, in particolare l’abbondante schiera di diseredati profughi cubani senza parenti o amici.
Ma Ninni Raimond ignorava tutto questo, e ciò che quella sera stava macinando, oltre la sua bistecca al ristorante di Le Jeune Road, era il pensiero che se avesse continuato a fare l’autista per Palladipelo presto sarebbe stato in grado di rintracciare quel bastardo. Grazie ai millecinquecento dollari guadagnati con il furto di tre auto, era stato in grado di affittare il monolocale e la Rolls, acquistare dei vestiti e svolgere la sua indagine al Tourneau Corner. Dopo che Raimond aveva preteso un aumento del compenso per ogni auto rubata, Palladipelo aveva sistemato le cose acconsentendo a raddoppiare la sua parte. L’insegnante aveva calcolato che con altri cinque o sei furti sarebbe stato in grado di andare fino a Sarasota.
A quel punto aveva già abbandonato i vaghi rimorsi morali che lo avevano afflitto per un paio di giorni dopo il suo primo furto: una Seville nuova di zecca lasciata aperta da una vecchia signora nel parcheggio di un centro commerciale. La svolta da cittadino rispettabile a ladro aveva suscitato in lui solo un modesto stupore. Aveva accettato le proposte e l’addestramento di Palladipelo senza battere ciglio. Raimond si era domandato se il basso livello di rischio, spiegato in modo molto convincente e tranquillo dal capobanda, confermava la teoria che il sistema penale americano attirava al crimine le persone con la prospettiva di eludere la punizione. Era vero che cubani docili sotto il comunismo diventavano ribelli in società li-bere? Oppure lui era troppo ostinato nei suoi propositi di vendetta? Quando rubò la sua seconda macchina, una Saab di un anno in perfette condizioni, Raimond non se lo domandava più.
Sorseggiando il caffè, dopo aver chiesto il conto, e mentre aspettava il resto, l’insegnante consultò l’orologio più volte. Lasciò il ristorante alle 20:06, attraversò la strada e si avviò lentamente verso una fermata d’autobus all’angolo tra la Le Jeune e la 5a. Seduto sulla panchina, Raimond appoggiò la caviglia al ginocchio e guardò le macchine che passavano. Alle 20:15
Palladipelo lo raggiunse. I riflessi delle insegne al neon si inseguivano sulla testa pelata dell’uomo. Indossava una giacca sportiva beige con baveri stretti sopra una camicia color porpora sbottonata, pantaloni cremisi, e stivali da motociclista. Raimond smise di schioccare la lingua, di scuotere la testa, e sospirò. Palladipelo poggiò con noncuranza sulla panchina una busta gialla 7×12 e prima di parlare si guardò intorno: “415, verde scuro”.
Raimond si allontanò infilando la busta nel taschino della camicia. Girò a destra sulla 4a e, dopo aver attraversato la 40a Avenue, guardò attentamente la grande casa color crema dove sembrava aver luogo una festa. Alcune belle macchine erano parcheggiate sui due metri e mezzo di selciato fatto di sabbia mista a erba tra il marciapiede e l’asfalto. Senza rallentare il passo, l’insegnante estrasse la busta, la strappò e fece scivolare nella mano sinistra una chiave e un telecomando a distanza. Individuò una berlina scura e notò mentre si avvicinava che gli ultimi tre numeri sulla targa erano 232.

5Come tutti gli ultimi arrivati da Cuba, l’insegnante non sapeva distinguere una Lamborghini da una Volkswagen; per evitare confusione, Palladipelo diceva ai novellini solo il colore della macchina e gli ultimi tre numeri di targa. L’insegnante si accingeva a rubare una BMW.
Dopo un momento, Raimond trovò la macchina tedesca. Era parcheggiata a giusta distanza tra l’Audi che aveva di fronte e la Seville che aveva dietro.
Puntò il telecomando e premette il bottone; l’impulso da sotto il cofano si sentì appena. L’insegnante aprì lo sportello del posto di guida, si piazzò al volante, a tastoni andò in cerca dell’accensione dove gli aveva insegnato Palladipelo. Un paio di secondi dopo, inserì la chiave e la girò. Il ronzio ingannevolmente debole del motore fece sorridere l’insegnante. Fece retromarcia per mezzo metro, sterzò, cambiò marcia e cautamente avanzò sul terreno asfaltato. Al primo angolo svoltò a destra sulla Fernando Adilla e, dopo aver molto armeggiato, accese le luci di posizione. All’isolato successivo girò a sinistra, si fermò dietro una Toyota Corolla del 1992 in sosta su Salamanca Avenue, spense i fari e posteggiò.
Lo sportello del lato passeggero della Corolla fu aperto nello stesso momento in cui Raimond scese dalla BMW. Il marito di una delle cugine di primo grado di Palladipelo si diresse verso la macchina mentre l’insegnante si avvicinava alla Corolla e si lasciava cadere sul sedile al fianco del guidatore. La portiera della BMW si chiuse mentre Raimond chiudeva la sua, si allacciava la cintura di sicurezza e lanciava un’occhiata al capobanda che teneva gli occhi inchiodati sullo specchietto retrovisore. La BMW li superò lentamente, accese le luci di posizione e girò a destra sulla 37a Avenue.
Palladipelo guardò Raimond divertito, ammiccando mentre girava la chiave d’accensione e innestava la marcia.
“Problemi?” chiese il capobanda.
“No.”
“Allora perché mi chiedi mille dollari per un lavoretto di cinque minuti?”
L’insegnante si girò un po’ a sinistra e fissò Palladipelo. L’uomo calvo scoppiò a ridere e colpì più volte lo sterzo con il palmo della mano, prima di fermarsi per rispettare un segnale di stop. Continuò a ridere e ad asciugarsi gli occhi dalle lacrime mentre aspettava il momento favorevole per inserirsi nel flusso di automobili.
“Sto scherzando, amico” riuscì a dire alla fine. “Non ti preoccupare, dai.
La vita è breve. Ecco la tua parte.”
Raimond finì di contare le cinquanta banconote da venti dollari mentre il capobanda girava a sinistra sulla 37a. “Quand’è il prossimo lavoro?” chiese mentre si metteva in tasca i soldi.
“Nel modo in cui lavoro io, non si può mai sapere” rispose Palladipelo con un tono improvvisamente pacato. “Ne ho quattro in lista, ma la sicurezza viene prima di tutto. Te lo farò sapere.”
“Va bene.”
“Ti lascio al solito posto?”
“Al solito” concordò Raimond.
Regnò il silenzio, e ancora una volta Raimond godette della sensazione di entusiasmo che seguiva il pericolo. Notò anche che lo strano retrogusto della trasgressione si era ridotto a un’ombra. Palladipelo era un guidatore eccezionale, e Raimond spesso studiava i suoi movimenti abili nel cambiare di corsia, nell’imboccare le curve e nell’attraversare gli incroci. Ma improvvisamente, mentre scorrevano sulla corsia sinistra lungo la Flagler in direzione est, una volante della polizia che viaggiava nella corsia centrale affiancò la Toyota. Raimond vide che il conducente gli lanciava delle occhiate senza perdere di vista la strada. Il suo compagno, accanto al posto di guida, avvolto nell’oscurità, guardava allo stesso modo.
“I poliziotti ci stanno guardando” disse.
Palladipelo si sporse leggermente in avanti, ruotò il collo, e diede un’occhiata alla macchina della polizia. “E allora? Questa macchina è regolare” sbottò dopo aver ripreso la normale posizione di guida.
I lampeggiatori della volante si accesero e i suoi raggi ruotanti aggiunsero un tono sinistro al bagliore dell’illuminazione stradale e al neon.
“Ci fanno segno di accostare” mormorò l’insegnante.
Palladipelo sospirò, mise la freccia a destra e cambiò corsia non appena la macchina della volante rallentò e rimase indietro.

6“Quel figlio di puttana mi darà una multa per eccesso di velocità. Ti pare che stavo andando troppo veloce?”
“No, assolutamente” concordò Raimond mentre un triste presentimento gli oscurava la mente.
“Certo che no. La prima cosa che si impara in questo giro è che mai, in nessuna circostanza, si devono commettere violazioni del codice della strada” aggiunse Palladipelo mentre si fermava sul ciglio della carreggiata.
La volante li seguiva a dieci metri di distanza; il conducente rimase al volante mentre il suo collega scese, sbattendo la portiera.
Palladipelo aggrottò le sopracciglia quando notò nello specchietto retrovisore che il poliziotto che si stava avvicinando si teneva sul lato del marciapiede, come per dirigersi verso il suo passeggero anziché verso di lui.
Dopo un paio di secondi Raimond fu abbagliato dal raggio di una torcia a cinque pile.
“Bene, bene, il mio fottuto insegnante d’inglese!” disse una voce piacevolmente meravigliata in cubano. Ho paura che Dani avrà difficoltà ad adattarsi. È sempre stato un bambino timido timoroso di essere preso in giro quando sbaglia. “Proprio come te” mi ricorda Mama. Ho letto da qualche parte che la timidezza è genetica.
I tempi cambiano. Andare in bicicletta, sui pattini e giocare a palla sembrano essere poco popolari ora, almeno in questo palazzo. I videogiochi, gli skateboard e i cartoni animati sono di moda. Alcuni bambini di nove anni giocano a poker. I bambini in età scolare parlano solo inglese.
Lo spagnolo è concesso solo agli adulti. Ma Dani non conosce una parola d’inglese, così non si può integrare e trascorre quasi dodici ore al giorno guardando la televisione, per lo più in spagnolo.
Clara sostiene che è un comportamento normale per i bambini appena arrivati. Dice che non ci saranno ripercussioni a livello scolastico poiché a Cuba la scuola elementare è di livello superiore. A questa affermazione ho ridacchiato e ho detto: “Certo, i nostri bambini sono esperti in storia del movimento comunista internazionale”. Lei ha scosso la testa e non ha neppure sorriso. La vicina di mio zio dice che circa il cinquanta per cento dei figli degli immigrati cubani è molto più avanti dei coetanei americani in materie di base come matematica, biologia e ha la preparazione idonea per una classe superiore. Anche il loro livello di scrittura e lettura è al di sopra della media se paragonato a quello dei bambini che parlano inglese.
Ma uno su quattro resta allo stesso livello, e il rimanente è messo un anno indietro. Nel caso in cui dovesse avere ragione, Dani comincerà dalla prima media. Ha avuto sempre ottimo sin dalla prima elementare.
Ho accennato qualcosa a proposito dei frequenti articoli sul “Granma” riguardo la violenza nelle scuole americane. Lei ha annuito con gravità.
In qualche modo i bambini alla fine delle elementari riescono a portare di nascosto a scuola coltelli, marijuana, riviste pornografiche e persino armi.
Alcuni bambini sono morti durante episodi di violenza negli ultimi anni.
Secondo Clara, la violenza nella scuola è uno dei problemi peggiori che questa città deve affrontare. Quando le ho chiesto come sia possibile, lei ha sospirato, ha risistemato i suoi occhiali e si è stretta nelle spalle. Pensa. Centinaia di autopattuglie fiammanti con a bordo uomini robusti armati fino ai denti, e non sono in grado di controllare le sparatorie in una scuola elementare. L’arma più pericolosa che sia mai stata trovata in classe di Dani a Cuba fu una lametta di rasoio per fare la punta alle matite; la droga più pesante, un puzzolente mozzicone di sigaretta.
Tempo fa, quand’era un rivoluzionario fanatico, Papa soleva dire che l’America confonde la libertà con il libertarismo. Forse aveva ragione. Il mio paese natio e questo affrontano lo stesso problema sociale di base: i limiti del controllo. A Cuba ci sono leggi, norme e disposizioni che stabiliscono più o meno tutto quello che una persona può fare, e si finisce con il sentirsi schiavi. Negli Stati Uniti, il rispetto per il diritto della persona ha trasformato, in alcuni strati sociali, la libertà in una forma d’anarchia.
Mi domando se vi sia in questo pianeta una comunità dove si possa vivere una vita normale. In Svezia? In Svizzera? Forse in uno di quei paesi di cui non si sente parlare mai, come la Nuova Zelanda, la Norvegia o la Danimarca; un posto dove si possa vivere in modo decoroso, possedere una piccola casa ed esprimere la propria opinione senza il timore di rappresaglie. Un posto dove quando si è giovani si riceve un’educazione conveniente, quando si è vecchi un’assistenza decorosa e, nel frattempo, si è giustamente tassati. Se non si pagano le tasse per quello che ci è offerto, si diventa o un parassita o uno schiavo di demagoghi assetati di potere e burocrati senza volto.
Mi faccio trascinare. Clara dice che le scuole private hanno un sistema di sicurezza interno e in pratica non c’è violenza. Quello che esclude questa opzione è la retta, tra i trecento e i cinquecento dollari al mese.
“Figlia mia, ascolta, quello che devi fare è trasferirti nel posto giusto.”

7Io sono “figlia mia” o Fidelita per tutte le mie amiche e le mie vicine di casa con più di cinquant’anni, esattamente come a Cuba. Secondo Clara, nelle comunità bianche benestanti dove possiamo permetterci di vivere, la violenza nella scuola pubblica è minima; nei quartieri poveri prevalentemente di colore, gli affitti sono bassi ma la criminalità è elevata. Quindi il posto giusto per i nuovi immigrati con bambini in età scolare è quello che è moderatamente sicuro ma con prezzi che ci si può ancora permettere.
La scuola comincia fra tre settimane e Mario e io abbiamo veramente bisogno di trovare un lavoro. Quando riusciremo ad aggiungere un’altra entrata a quella di Papa, potremo affittare un appartamento e comprare dei mobili e degli utensili da cucina a credito. Quando lavoreremo tutti e tre, staremo bene. Più curricula vitae batto a macchina, più vado nelle agenzie di collocamento, più mi convinco che l’unico sistema sia quello in vigore a Cuba. L’amico di qualcuno viene a sapere che l’amico di un amico ha bisogno di un aiuto. E dobbiamo affrettarci, perché una nuova ondata d’immigranti invaderà presto il mercato del lavoro.
Ieri, dopo le rivolte all’Avana, i miei connazionali cubani hanno autorizzato coloro che vogliono espatriare negli Stati Uniti a imbarcarsi liberamente dalla costa settentrionale dell’isola. In migliaia costruivano zattere sulle strade. Il telegiornale ha fatto vedere gli stessi ufficiali di polizia che il giorno prima avevano ordine di arrestare i profughi per emigrazione illegale, che sovrintendevano cortesemente sciami di persone che in modo febbrile segavano tavole, legavano corde, gonfiavano camere d’aria e galleggianti. La flotta più strana e più debole dai tempi in cui è stata scoperta la navigazione è sul punto di prendere il largo.
Miami è terrorizzata. I commentatori della radio che conducono programmi in spagnolo a Cuba stanno praticamente implorando i loro connazionali di non imbarcarsi. Parlano di correnti traditrici, onde immense, squali feroci, morsi di fame e sete, mal di mare e di come queste avversità colpiscano i bambini piccoli, gli anziani e le donne in gravidanza. Forse tra questi vi sono dei veri filantropi preoccupati, ma io ho il sospetto che la maggioranza sia portavoce di una comunità che teme, più di tutto, una nuova ondata di criminali disperati che farà risorgere il terrore seminato dai marielitos all’inizio degli anni ‘80, oltre alla nuova pressione economica che questa inondazione di persone causerebbe.
Sono esausta.
Appollaiato su uno sgabello, sorseggiando una 7-Up e guardando occasionalmente la TV sintonizzata su una partita di baseball dei Marlins, Ninni Raimond cercò di richiamare ancora una volta alla mente un ricordo dell’uomo che un minuto prima si era scusato ed era sparito nel bagno degli uomini per scaricare le due birre che aveva scolato in quarantacinque minuti. Raimond rifletté che era del tutto normale che non gli venisse in mente nulla. Aveva insegnato inglese per diciassette anni a più di tremila studenti. Gli unici di cui si ricordava erano quelli particolarmente dotati, forse otto o nove in tutto; due punk che gli avevano avvelenato la vita; sei o sette ragazze estremamente belle. Inoltre, la sostanziale trasformazione di alcuni dei suoi alunni dall’adolescenza all’età adulta li aveva resi del tutto irriconoscibili.
La notte prima sulla Flagler, quando le pacche sulla spalla e l’allegria ebbero fine, Tony Soto aveva con insistenza richiesto l’indirizzo di Raimond, e l’insegnante aveva obbedito imbarazzato. L’euforico poliziotto lo aveva trascritto sul suo taccuino e aveva insistito per una rimpatriata l’indomani a pranzo alla Sala di Charlie, un ampio bar sulla 27a Avenue. Più tardi Raimond aveva dovuto rassicurare Palladipelo, che voleva sapere perché non avesse mai sentito Raimond pronunciare una parola d’inglese o candidarsi a un lavoro in linea con la sua qualifica tanto ragguardevole.
L’insegnante aveva sminuito per quanto possibile la sua conoscenza.

(Tutte le immagini utilizzate a corredo fotografico, sono state manipolate dall’autore e provengono, di massima, dalla rete – Programmi utilizzati: Adobe PS5 64, Topaz Professional, M Bullet Pro)

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17 pensieri su “Cuba … el quinto

  1. Che bella scrittura! Molto scorrevole, ineccepibilmente corretta. Non ho il tempo di leggermi i quattro capitoli precedenti, non adesso almeno, ma ho apprezzato lo stile 😉
    Complimenti anche per il blog, anzi definirlo blog è riduttivo: è un vero sito personale, le cui varie sezioni sono intelligenti e originali 😉
    Per restare in blog-style… Cordialità! 😛

    http://www.wolfghost.com

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    • wolfghost

      Ma che bella sorpresa milord Wolf ghost mio signore. leggemmo delle vostre peripezie. Una diaspora che ci augurammo possa aver trovato una fine. intanto vi augurammo un grande benvenuto su Word Press.
      La più grande piattaforma di Bloggin del pianeta.
      Molto solida e collaudata; soprattutto semplice nella sua struttura e configurazione (Certo è da dire che, la configurazione, corretta, passa da molta pazienza e circospezione – giusto per prendere la mano).
      Dopo, una volta sistemato e esaustivate le proprie esigenze, lo spazio web va da solo è questo è importante in quanto, chi scrive, non dovrebbe essere distratto da allegati e collegati vari.

      Con la nostra, umilissima, conoscenza di questa piattaforma, ci mettemmo a Vostra disposizione per suggerimenti e/o interventi diretti (Già sperimentato: approntate una password semplice e per il periodo, temporalmente ristrettissimo, alla bisogna).

      Vi ringraziammo, altresì, per le generose espressioni al nostro indirizzo che ci confortano e rallegrano.
      Abbiate, Lord Wolf, i sensi della nostra migliore stima.
      Cordialità
      🙂

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  2. Senza le donne non c’é Rivoluzione.
    Non dovrei dirlo, in quanto donna, ma hai ragione.
    Cuba es Libre, grazie alle donne che … hanno nascosto i propri uomini.
    Propri, sì propri, Le donne sono gelosissime dell’uomo che le ama.

    Questo capitolo, caro e dolce Milord, mi ha colmata di emozioni. Emozioni fiere e complesse.

    Non dico altro, mentre asciugo qualche lacrima…

    Un bacio

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  3. Abbiamo la/una manifestazione di pienezza di stile.
    scorrevolezza neanche a parlarne.
    Parliamo, invece, dell’impianto e della forza evocativa.
    Ci sono tutte e tutte hanno il potere di farci vivere i momenti habaneri, come quelli della Florida.

    Bello, poi, il risultato dei dialoghi.
    Proprio,reali e verosimili.

    Che stoffa dottore.

    Buona giornata

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    • PickWick

      Vi ringraziammo signore per le gentilissime espressioni.
      Impegno costante e immedesimazione, oltre la pazienza per osservare e ascoltare i protagonisti e/o il protagnista.
      Grazie

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  4. Capitolo potente e importante.
    Un capitolo che scende dentro le emozioni di chi è in terra “straniere”.
    Un capitolo splendido.
    Mi è piaciuta, ovviamente, la tua dedica grafica ai temi al femminile, come mi ha fatto sorridere l’ultima foto “Ops …”-
    Ciao milord, un bacio

    L.

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