Cuba … el sexto

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1Non aveva insegnato nulla oltre all’alfabeto, ai numeri, e ai verbi to be e to do ad allievi principianti. Prima di essersi trasferito a Miami non si era mai reso conto della sua incompetenza nella lingua ufficiale del paese. Solo in un paese comunista, dove gli studenti più dotati imparavano il russo, era stato possibile per lui insegnare l’inglese. Palladipelo rimuginò su questo per alcuni isolati prima di raccomandare a Raimond di stare alla larga da quell’idiota.
Dopo un’ora e mezza di ricordi comuni, barzellette e altri dieci minuti di storie inventate per spiegare perché avesse smesso di bere, Raimond sospettò che Tony Soto non fosse stato accolto nella polizia grazie alla sua conoscenza dell’inglese. La sua padronanza dello spagnolo colloquiale era buona, sebbene fosse pesantemente contaminata da americanismi. I suoi brevi, disinvolti scambi in inglese con il barista, evidentemente una vecchia conoscenza, rivelavano un vocabolario fatto di modi di dire e un accento appena passabile. Il giovane però doveva essere esperto nel gergo dei poliziotti. Dato che aveva evitato la comunità cubana per quasi quattro mesi, Raimond si domandò se le lacune linguistiche di Soto fossero presenti nella maggioranza degli immigrati.
Fino a quel momento la storia di Soto non era fuori dall’ordinario. Tutta la famiglia era immigrata nel 1986, quattro anni dopo aver fatto regolare richiesta all’Ufficio degli Stati Uniti all’Avana. Con la protezione di uno zio, la famiglia si era stabilita ad Albany, New York, dove Tony aveva terminato la scuola secondaria. Sebbene i suoi genitori si fossero procurati un lavoro ben pagato, Mr. Soto aveva trovato le tempeste di neve insopportabili e quindi si erano trasferiti al sud, prima a Jacksonville, poi a Miami. In una scuola di karate al Columbia Shopping Plaza, Tony aveva fatto amicizia con due giovani che avevano fatto domanda d’assunzione presso l’accademia. Si unì ai due e ora era l’unico a essere rimasto nella polizia. Mentre prestava servizio alla piccola stazione del centro, aveva sposato una divorziata cubana cinque anni più grande di lui. La sua prima (per lei seconda) figlia era nata mentre prestava servizio alla stazione del Distretto Sud nel Dipartimento Anticrimine, e il loro primo figlio era nato due giorni prima che Tony fosse trasferito alla piccola stazione di Biscayne Boulevard, distaccamento di Dayside. A ventisei anni, il loquace Tony Soto si descriveva come un uomo felicemente sposato, un padre orgoglioso, un ufficiale di polizia esperto e un debitore fiducioso che, Dio volendo, nel 2021 avrebbe estinto il mutuo di centoquarantamila dollari sulla sua casa con tre camere da letto a Coral Gables.
Ninni Raimond aveva propinato, nelle poche opportunità che gli furono concesse, a Tony Soto la sua storia, perfezionata al dettaglio. L’insegnante aveva capito che il modo migliore per evitare domande sul suo passato a Cuba era quello di raccontare le sue tribolazioni all’inizio della conversazione. Dopo aver saputo la sua nazionalità, la gente chiedeva invariabilmente: “Quando ha lasciato Cuba?”. Nella sua risposta tipica prima diceva la data e proseguiva con una edulcorata descrizione dei fatti: “Sono stato salvato in mare da sei persone su una zattera. La mia era affondata molte ore prima”. A parte Fidelia, le poche conoscenze che aveva fatto (i residenti dell’ostello, i colleghi di lavoro, il sorvegliante del palazzo, un vicino e Palladipelo) erano rimaste così affascinate dalla dura esperienza che non avevano mostrato alcun interesse nella narrazione del resto della sua vita.
Con Tony aveva un vantaggio in più: avendo conosciuto Raimond all’Avana come insegnante d’inglese, il poliziotto egocentrico credeva di sapere tutto quello che doveva circa il suo ospite.
Tony Soto uscì dal bagno tirandosi su la cerniera dei jeans scoloriti. Un cliente che gli ostacolava la strada fece finta di tirargli dei pugni e Tony a sua volta fece finta di dargli un calcio sul sedere prima di stringergli la mano e scambiare qualche parola. Sul fianco destro, il lembo della camicia a mezze maniche color cachi si gonfiava sopra la 38 Special Smith & Wesson a sei colpi. Era alto un metro e ottantacinque e i suoi capelli lisci, pettinati all’indietro, erano della stessa tonalità di marrone degli occhi dalle folte ciglia. Sotto il naso a uncino, un paio di baffi e un mento fermo incorniciavano le labbra ben disegnate. Nonostante l’ampia camicia nascondesse il suo busto, le spalle robuste, il collo grosso e i calli sulle mani rivelavano la presenza di pettorali e di bicipiti sviluppati, ottenuti con un allenamento regolare. Tony Soto era attraente in modo rozzo e minaccioso, fin tanto che non sorrideva. Quando sorrideva appariva innocuo e quando rideva era affascinante.
Raimond sovrappensiero ispezionò il locale. Gli otto clienti mattinieri, in un bar che poteva ospitarne comodamente quaranta, sicuramente non sfiniva-no il barista e il cameriere che sottovoce chiacchieravano all’estremità del solido bancone di mogano a forma di S. C’erano quattro clienti che occupavano le panche lungo due pareti del locale e, alla sinistra dell’insegnante, una coppia di mezza età che discuteva qualcosa in tono sommesso; alle sue spalle sedeva un signore anziano, e poi c’era il tipo che parlava con Tony sul retro vicino ai bagni. Sopra gli scaffali del bar, scarsamente assortiti, un grande specchio offriva una visuale completa di tutto il locale. Sulle altre pareti erano appesi alcuni quadri a olio di artisti dilettanti che rappresentavano dei paesaggi. L’odore del fumo di sigaretta e dell’alcol, raffreddato dal condizionatore d’aria, era ancora appena percettibile.
Tony tornò al bar e si appollaiò sul suo sgabello come un cowboy che monta a cavallo. Ordinò la sua terza birra mentre Raimond sorseggiava la sua seconda 7-Up.
“Conosci bene quel tipo che ti portava in giro in macchina ieri sera?” chiese Tony Soto all’improvviso, guardando il bicchiere nel quale stava lentamente versando la sua birra.
Raimond s’irrigidì e guardò lo schermo del televisore come se fosse stato interessato all’azione successiva.
“Veramente no.”
“Sai come vive?”
“Una volta mi ha detto che ha un’officina o una stazione di servizio. Non ricordo.”
“Dove e come lo hai conosciuto?”
Raimond spostò lo sguardo dalla potente battuta sullo schermo televisivo al volto di Tony, si girò un po’ a sinistra e sorrise. Il suo ex allievo aveva appena posato la bottiglia e stava per prendere in mano il bicchiere.
“Ehi, ehi qual è il problema?” chiese Raimond con un tono che cercava di essere evasivo. “Credevo che oggi fosse il tuo giorno di riposo.”
Tony sorseggiò la sua birra, posò il bicchiere sul bancone, si asciugò la schiuma dai baffi con il dorso della mano e ricambiò il sorriso.
“Lo è” confermò annuendo. “Voglio solo assicurarmi che non cadi in una trappola a occhi chiusi, capito?”
“È un criminale?” chiese Raimond, sperando di aver avuto un tono meravigliato.
“Come e quando lo hai conosciuto?”
Dato che stava parlando con un poliziotto, Raimond cercò di allontanarsi il meno possibile dalla verità: durante le sue prime settimane all’Esercito della Salvezza, il braccio rotto gli aveva impedito di cercare un lavoro e, dopo alcune giornate d’inattività, era diventato irrequieto. Per ammazzare il tempo, aveva passeggiato lungo la riva del fiume Miami, dove aveva conosciuto Palladipelo. L’uomo calvo era stato affabile e incoraggiante, ed erano stati spesso a pranzo insieme o avevano fatto una passeggiata.
“Ti ha offerto un lavoro?”
Mentre inclinava la testa per esprimere ambiguità, Raimond si stupì dei suoi progressi nella simulazione e nello stesso momento aveva un grande desiderio di bere qualcosa di alcolico. “Non chiaramente; me lo ha lasciato a intendere.”
Tony Soto annuì, facendo ruotare lo sgabello per guardare Raimond in faccia. “Allora, professore. Adesso ascoltami, perché ancora non conosci questo posto. Palladipelo è a capo di una banda di ladri di macchine.

È specializzato in macchine estere. Un gran farabutto, sai? Prendi una Mercedes di prim’ordine. Prezzo al salone: sessantamila dollari. Il ladro2 che la ruba ne riceve quattromila, Palladipelo la vende al sindacato del crimine per dodicimila o quattordicimila. I professionisti la modificano fino a renderla irriconoscibile, la spediscono da qualche parte con carte perfettamente regolari e la vendono per trentacinquemila, forse quarantamila dollari.
Quando qualcosa non funziona, indovina chi è punito?”
“Il ladro?” tirò ragionevolmente a indovinare Raimond.
“Ci puoi scommettere. Palladipelo ingaggia proprio gente come te: profughi o clandestini che hanno un gran bisogno di soldi. Li addestra e gli dà le briciole. Sei… no, cinque mesi fa, uno dei suoi autisti è stato freddato.
Qualcuno si è incasinato e ha consegnato a quel povero bastardo le chiavi della macchina sbagliata. Era così disperato, continuava a cercare di aprire la portiera, finché il proprietario è arrivato alle sue spalle e gli ha sparato a sangue freddo.”
Tony Soto fece una pausa, bevve un lungo sorso e si asciugò nuovamente la schiuma dai baffi. Stupito nell’apprendere che aveva rischiato la vita e arrabbiato con Palladipelo che lo aveva imbrogliato, Raimond non si rese conto di aver abbassato la guardia. Invece di esprimere incredulità, indignazione o gratitudine, fissò la pubblicità sullo schermo televisivo, sebbene non la stesse guardando. Tony Soto afferrò la situazione perfettamente.
“Il mio collega vi ha visti ieri sera quando avete imboccato la 37a, e vi abbiamo seguiti” proseguì il poliziotto. “Tutte le pattuglie in città danno la caccia a Palladipelo. I pezzi grossi lo vogliono inchiodare, il Dipartimento Anticrimine lo vuole inchiodare, le compagnie d’assicurazione lo vogliono inchiodare. Quando tutti t’inseguono, non puoi farla franca a lungo. Quando ti ho visto in macchina con lui, non riuscivo a credere ai miei occhi.”
Raimond desiderava ardentemente qualcosa di alcolico. Per trattenersi aveva dovuto fare appello a tutta la sua forza di volontà e questo aveva indebolito la sua capacità di recitazione. I suoi occhi evitavano quelli di Tony e a un tratto schioccò la lingua, fece un sorriso forzato, scosse tristemente la testa e si guardò intorno. Tony Soto sembrava riconoscere vagamente la sua gestualità.
“Mi piaci, professore” disse. “In classe nostra piacevi quasi a tutti. Non ci facevi la predica, non facevi finta, lavoravi con noi nei campi. Adesso è il momento di pareggiare il conto. Stai alla larga da Palladipelo. Non voglio sapere se hai guidato per lui o no. Non riesci a sbarcare il lunario guadagnando quattro dollari l’ora? Vuoi guadagnare qualche extra? Va bene, è normale. Vieni da me, ti darò una mano. Nessun rischio, nessun problema.
Solo stai alla larga da Palladipelo, va bene?”
Mentre sorseggiava, il dubbio s’insinuava in Raimond. La storia di Tony su Palladipelo corrispondeva ai fatti e lui avrebbe dovuto dimostrare gratitudine, ma altri “nessun rischio, nessun problema” avrebbero potuto procurargli nuovi guai e lo avrebbero distratto dal suo scopo principale. Palladipelo lo aveva rassicurato, usando più o meno le stesse parole. Tuttavia, era possibile che un ex studente avesse un buon ricordo di un insegnante e in un secondo tempo gli volesse dare una mano d’aiuto nella vita. Allora, perché sentiva puzza di bruciato? Tony gli avrebbe proposto di fare l’informatore per il Dipartimento di polizia di Miami?
“Ora capisco dove voleva arrivare” disse l’insegnante con tono triste.
“Parlava spesso di come qui fosse facile per gente sveglia fare soldi. Aveva gettato l’esca, immagino.”
“Ti ha offerto un prestito o qualcos’altro?”
“Due volte” mentì Raimond. “Io ho rifiutato.”
Tony Soto svuotò il suo bicchiere, ruttò e si asciugò le labbra e i baffi con un tovagliolo di carta, prima di estrarre dal taschino della camicia uno spesso rotolo di banconote piegate. Il poliziotto diede una scorsa ad alcune banconote da cento dollari, poi ne scelse una da venti e la mise sul bancone. “Ehi, Jim!” gridò.
Il barista grasso che stava parlando con il cameriere magro interruppe la frase a metà per avvicinarsi. Prese la banconota e si diresse verso la cassa.
“Palladipelo non è un cretino, professore” disse Tony guardando Raimond dritto negli occhi. “Se all’improvviso non lo frequenti più e continui a inventargli delle scuse, lui capirà. Quindi, io credo sia meglio che la prossima volta che lo vedi tu gli riferisca esattamente quello che ti ho detto. Non si meraviglierà: sa che gli stiamo dando la caccia. Ma un nuovo avviso lo indurrà a comportarsi saggiamente e a stare calmo per un po’. Forse puoi dire anche che tu non hai creduto a una parola di quello che io ti ho detto, ringraziarlo per gli inviti a pranzo e dirgli che ti ho messo una paura del diavolo e che preferisci essere lasciato in pace.”
Il barista fece ritorno con il resto, e Tony Soto lo mise di lato. Raimond calcolò che la mancia era più del conto. Quanto guadagnavano i poliziotti in questa città? “E se dovessero saltargli i nervi?” chiese.
“Chi, Palladipelo? Oh no, mai” disse Tony, trattenendo una risata. “Palladipelo è un freddo delinquente, non perde mai il controllo. Ti cancellerà, come un investimento sbagliato. Ora devo scappare, professore. Ho promesso alla moglie che avrei portato i bambini al villaggio indiano di Miccosukee. Ci puoi credere? Un viaggio di cento chilometri d’andata e altrettanti di ritorno nel mio giorno libero?”
“Va bene. Ascolta, Tony, non ho parole per ringraziarti. Non avrei mai rubato per Palladipelo in ogni caso, ma non sapevo con chi avevo a che fa-re. Grazie per avermelo detto.”
Tony Soto si lasciò scivolare giù dallo sgabello e Raimond lo seguì. Mentre si dirigevano alla porta, Tony concluse: “Hai il mio numero di casa. Se vuoi guadagnare qualcosa in più, chiamami. Nessun rischio, nessun problema”.
“Per fare cosa?”

3Il poliziotto aprì la porta e il calore li colpì violentemente come un sacco da box che rimbalza. Mentre si avviava verso la sua Buick, Tony Soto pareva a corto di parole, scuoteva la testa con incertezza, gli angoli della bocca inclinati verso il basso, e guardava il marciapiede in modo assente.
“Non lo so. Dovrò cercare qualcosa.”
Il poliziotto disinserì l’allarme e recuperò le chiavi dalla tasca dei jeans.
Raimond passò davanti al cofano mentre Tony gli apriva la portiera dall’interno. L’insegnante si sedette sul sedile, chiuse la portiera e si allacciò la cintura di sicurezza.
“Ti lascio a casa tua?” chiese il poliziotto mentre avviava il motore.
“Certo. Sono stanco morto. Devo sdraiarmi per un paio d’ore.”
Guardando nello specchietto retrovisore, Tony sterzò e si inserì con prudenza nel flusso di macchine.
“Sai una cosa, Tony? Dal punto di vista della sicurezza economica, io ho sprecato tutti gli anni della mia vita adulta. La maggior parte degli uomini della mia età possiede una casa, una macchina, un paio di migliaia di dollari in un libretto di risparmio. Non grandi cose, ma qualcosa. Io non ho nulla.”
Tony Soto non fece alcun commento e viaggiarono in silenzio per un paio d’isolati.
“La mia professione, quello che so fare, bene… tu lo sai” continuò Raimond.
“Ci sono migliaia di lavori che posso fare per tirare avanti, ma ho paura che finirò come la maggior parte della gente qui in città, che si racconta balle a vicenda, gioca a domino e poi vive con il sussidio.”
“La cosa più importante è mettere la testa a posto” disse Tony Soto mentre svoltava un angolo. “Hai rischiato la vita per portare la tua pellaccia qui e ci sei riuscito.”
Se solo sapesse, pensò Raimond. “Sì, ma ricordati il detto cubano: Nato padella, la merda ti casca dal cielo”.
Tony ridacchiò. “Non lo conoscevo.”
“Ci sono varianti” disse l’insegnante.” Nato male, il cartoccio del granoturco ti cade dal cielo.”
“Questo l’ho sentito.”
“Il significato è lo stesso. Il destino è stabilito alla nascita da forze misteriose.”
Tony Soto rifletté su questo punto per un momento. “Professore, con tutto il dovuto rispetto, lascia che ti dia un consiglio molto cubano: “Non mangiare merda”. Non puoi diventare quello che desideri se non sei abbastanza ambizioso e volitivo da correre i rischi necessari.”
A un semaforo rosso il poliziotto fermò la Buick dietro una Land Rover.
Raimond sapeva che non aveva inteso offenderlo e rimase in silenzio. C’era un significato nascosto nelle parole dell’uomo?
“Sei sopravvissuto all’impresa più rischiosa” disse Tony al parabrezza.
“D’ora in poi corri solo i rischi necessari.”
Raimond ritenne fosse saggio sondare un poco il terreno. “Un momento fa, tu hai detto “nessun rischio, nessun problema”.”
“Oh, dai, dacci un taglio” sbottò il poliziotto e guardò fisso il passeggero. “È un modo di dire. Farsi una doccia è un rischio. Puoi scivolare e fratturarti il cranio. L’ho visto succedere davvero, sai?”

Un clacson suonò, Tony Soto riprese a guidare. “Ma farsi la doccia è un rischio necessario, rubare macchine per un noto criminale con una fedina4 penale lunga un metro, no. Vuoi fare un piccolo strappo alle regole a tuo favore? Benvenuto nel club. È quello che fanno tutti. Ma assicurati che l’ambiente sia quello giusto, persone con amicizie, il tipo di gente che ti può dare una mano se sei nei pasticci.”
Trascorsero pochi secondi. Infine l’insegnante disse: “Ti chiamerò domani o dopodomani”.
“Fallo.”
Finita la sua Pilsen, Palladipelo si asciugò le labbra con un tovagliolo e spinse il piatto verso il centro del tavolo di formica prima di prendere in mano una tazza di caffè fumante. La sistemò dove prima si trovava il piatto, strappò la carta di due bustine di zucchero, ne versò il contenuto nel caffè e mescolò con decisione per quasi un minuto mentre rifletteva sulle novità.
L’insegnante che aveva dedicato tre interi minuti al racconto della parte della sua conversazione con Tony Soto che riguardava Palladipelo, stava ancora ripulendo la sua cena dal piatto e stava riflettendo che in quei giorni a Miami si trovavano i migliori piatti cubani. Natasha, la sua ex moglie, avrebbe gradito la cena: semplici chicchi di riso lunghi, una deliziosa minestra di fagioli neri, saporito maiale fritto e banane fritte. L’incubo di un igienista alimentare, preparato con tutti gli ingredienti necessari: olio d’oliva, cipolle, aglio, peperoni verdi, arance agre e altri prodotti al novantanove per cento non disponibili nelle zone urbane di Cuba.
Palladipelo mandò giù il suo caffè come un vero cubano: alcuni piccoli sorsi inframmezzati da schiocchi di lingua e di labbra per gustarne il sapore, poi rimise la tazza sul piattino. Osservò Raimond che terminava il suo pasto, in un silenzio che derivava dalla preoccupazione, non dalla cortesia. La cameriera servì il caffè di Raimond e ritornò in cucina.
“Allora?” chiese Raimond.
“Allora cosa?” ribatté Palladipelo.
“Che cosa hai intenzione di fare?”
Il capobanda si voltò per guardare la strada. Raimond zuccherò il suo caffè e lo bevve. La Carreta era all’angolo tra la 8a Strada e la 36a Avenue, circa un metro sopra il livello della strada, e le sue grandi finestre offrivano una buona visuale dei veicoli che passavano, dei negozi illuminati e dei pedoni. La superba cucina del ristorante superava le distinzioni di classe. Rispettabili anziani si abbandonavano ai propri ricordi con le lacrime agli occhi, ma non si mischiavano agli spacciatori di droga nati e cresciuti nell’isola. Questa era una zona della città dove gli anglofoni trovavano raramente una persona in grado di parlare abbastanza inglese da dare delle indicazioni. I cubani nostalgici che camminavano lungo la 8a Strada amavano illudersi di essere di nuovo all’Avana.
Un’autopattuglia in perlustrazione diede a Palladipelo lo spunto: “Io sono stufo di questo bersagliamento continuo, quindi la prima cosa che ho intenzione di fare è parlare con il mio avvocato. Mi prenderò qualche giorno di riposo e adotterò delle precauzioni straordinarie, poi riprenderò la mia attività. È il mio lavoro, Nì. Non posso mollare perché un vile poliziotto vuole farmi paura”.
L’insegnante annuì solennemente, tenendo gli occhi su Palladipelo. Il capobanda indossava una camicia bianca a pallini neri a manica lunga, scarpe traforate e ampi pantaloni bianchi.
“E tu? Vuoi tirarti fuori?”
“Mettiamola così” mormorò Raimond sottovoce, sebbene le panche adiacenti fossero vuote. “Se credi per un solo istante che io, dopo aver saputo quello che so, continui a rischiare la mia vita per quei quattro soldi che mi dai…”
“Ehi, ehi, ehi, calma, aspetta un attimo, amico” rilanciò Palladipelo.
“Non aspetto nulla, Pal” lo interruppe Raimond, alzando le mani per scusare l’interruzione. “Tu sei più che giustificato a coprire le spese e a fare un buon guadagno. Io non so come fai, ma trovi il posto e l’orario giusto, procuri l’attrezzatura e paghi alla consegna. È una grande macchinazione: complimenti. Ma tu vendi una macchina come la BMW dell’altra sera per sedici o diciassettemila dollari…”
“È quello che ti ha riferito quel figlio di puttana? Ascolta quello che ti dico, san Cristoforo” protestò Palladipelo, alzando gli occhi al cielo per ottenere l’intercessione del santo.
“Non voglio discutere” proseguì Raimond. “Ti sto solo dicendo che continuerò a guidare per te solo se mi sgancerai quattromila dollari a macchina.
Non puoi pagare la mia tariffa? Nessun risentimento. Tu vai per la tua strada, io per la mia… arrivederci e grazie.”
Palladipelo inspirò e lanciò un’occhiata alla strada, scuotendo la testa come se fosse costernato davanti all’ingratitudine umana o all’ingordigia o a entrambe.
“Tu hai parlato chiaro con me” disse, volgendo lo sguardo prima sull’insegnante, poi sulla tovaglia da cui aveva fatto cadere alcune briciole di pane con la mano. “Sono in debito con te, quindi devo ripagarti, o forse rimetterci un po’ di soldi…”
“Andiamo, Pal, quando la vuoi piantare di raccontarmi stronzate?”
“No, non è vero. Ma va bene. Mi fido di te, sei bravo, non ti tieni la merce, quindi ti darò quattromila per le importazioni di valore, tremila per i macinini americani.”
“Affare fatto.”
“Bene. Adesso, voglio che tu diventi veramente amico di questo poliziotto e scopri se…”
“No.”
“Che cosa vuol dire, no? Dobbiamo spremere quel bastardo, scoprire se c’è qualcosa in programma su di me.”
“Non contare sul mio aiuto” tagliò corto l’insegnante. “Questo tipo è stato onesto con me. Avrebbe potuto chiedermi di spiarti, ma non l’ha fatto.

5Oltre tutto ci ha dato un avvertimento giusto e molto probabilmente non lo rifarà.”
Palladipelo contrasse la bocca con disappunto, ma si trattenne dal discutere oltre. Il silenzio divenne insopportabile, così Raimond fece cenno alla cameriera di portargli il conto.
“Quando tu… riaprirai bottega” continuò Raimond “dovremo stare in guardia. Voglio dire non andare in giro insieme né incontrarci in luoghi pubblici.”
“Capisco. Questo è giusto. Sei fuori?”
Raimond aggrottò la fronte prima di comprendere la domanda, poi sorrise.
“Sei arrabbiato con me? È forse colpa mia?”
Ponendo l’estremità delle dita sul margine del tavolo, Palladipelo fece un respiro profondo, le guance gonfie, le sopracciglia alzate, lanciando uno sguardo seccato sulla strada. “Credo di no” disse alla fine.
“Benissimo. Sei d’accordo con me a limitare i nostri incontri in pubblico? Per la sicurezza di entrambi?”
“Sì.”
“Bene. Allora, sei in grado di procurarmi una patente di guida di un altro stato?”
Palladipelo strizzò gli occhi con sospetto. “Certo.”
“Quanto?”
“Cinquecento.”
“Va bene. Procuramela.”
“Uno stato in particolare?”
“No.”
“Un nome in particolare?”
“Uno molto americano. Come Richard Nixon, Gerald Ford, Jimmy Carter…”
Per la prima volta in tutta la serata Palladipelo sorrise.
Il conto era di 12,75 dollari. Raimond allungò una banconota da dieci e una da cinque alla donna e le disse di tenere il resto.
“Andiamo?” chiese l’insegnante.
“Filiamo” ribatté Palladipelo bruscamente.
Il mio giorno fortunato. Ho trovato lavoro e casualmente ho incontrato Nì.
Mi stavo sciacquando i capelli quando ho ricevuto una telefonata dallo studio legale di Robins Weinstein e Bencomo, con uffici al 3915 di Miami Avenue, suite 515. Fa impressione? Bene, le apparenze possono ingannare. Con l’aiuto di Mama, ho tamponato i capelli con un asciugamano in meno di dieci minuti, li ho spazzolati (presto li dovrò spuntare), mi sono vestita e mi sono data un po’ di trucco. Ho indossato un abito a manica corta, con il corpetto abbottonato e il colletto che mi ha dato Clara, un omaggio di sua nuora. Le ballerine mi fanno male da morire, ma sono il mio paio di scarpe migliori, un regalo di Regia, la signora che abita di fronte. L’uomo ha detto che voleva avere subito un colloquio, quindi ho chiamato un taxi. L’autista di colore non parlava una parola di spagnolo e sono stata costretta a scrivere l’indirizzo su un foglio di carta. Una tariffa di 8,75 dollari. Incredibile!

6Il piccolo edificio malconcio aveva la hall divisa in varie sezioni. Gli ascensori erano molto vecchi, con grate di metallo scorrevoli. In tutto l’edificio c’era un odore tremendo: disinfettante, insetticida, fumo di sigaretta stantio, muffa e profumo. Lo studio era al quinto piano. Il tappeto con-sunto del vecchio corridoio mi portò davanti a una porta di vetro smerigliato su cui erano scritti i nomi dei soci. La parola “suite” è un po’ esagerata per un ufficio privato e una piccola sala d’aspetto separati da una porta. La sala d’aspetto aveva due divani dai braccioli eccessivamente imbottiti, due poltrone di pelle, una piccola scrivania con un telefono, una segreteria telefonica, una macchina da scrivere elettrica e una sedia da dattilografa su cui starò seduta dalle nove alle cinque.
Bencomo, un uomo sulla sessantina avanzata, mi fece accomodare nel suo studio vuoto. Sembrava il set di un film americano di seconda categoria su un piccolo imbroglione solitario, a parte il pappagallo in una gabbia. Quando sono entrata, il pappagallo ha fischiato con ammirazione, poi ha gracchiato qualcosa come: “Abbasso il comunismo!”. Sembra che l’uomo ci sia abituato, non ha sorriso e non ha mostrato alcun tipo di reazione. A pensarci bene, probabilmente io dovrò pure dargli da mangiare.
Bencomo si è seduto con cautela (come fa lo zio Ramon, che soffre maledettamente d’emorroidi) su una poltrona di pelle dirigenziale dietro la scrivania e mi ha fatto cenno verso una delle due poltroncine riservate ai clienti.
Lo studio opera nel campo dei danni alla persona. Se una persona viene investita da una macchina o cade e si rompe una gamba, uno sconosciuto ne è incolpato. Se qualcuno è curato male da un dottore o è avvelenato da una scatola di sardine, con l’assistenza del mio capo, lui o lei fa causa. Se la persona muore, il parente più prossimo fa causa. Lui prende una percentuale del risarcimento danni, i soldi pagati per la compensazione. All’Avana quest’uomo troverebbe centinaia di clienti a settimana, e vivrebbe lo stesso in assoluta povertà.
Bencomo è cubano di nascita, ma ha studiato legge qui ed è un cittadino americano “da tanti anni”. Mi ha mostrato la sua inserzione pubblicitaria sull’elenco del telefono. Deve essere costata una fortuna. Occupa tre colonne intere in una pagina a quattro colonne, e c’è una foto di un Bencomo sorridente, venti anni più giovane, in un bell’abito, affiancato da due soci più anziani, ben vestiti. “Sono andati in pensione” ha spiegato.
Io sarò la sua segretaria. Il mio inglese non rappresenta un problema dato che nel suo studio i clienti anglofoni sono rari. Sono stata scelta grazie alla mia laurea, e lui crede che io potrò divenire la sua assistente legale una volta che il mio inglese sarà migliorato. Contemporaneamente mi ha detto di dimenticare tutto il sistema legale spagnolo su cui si fonda il diritto a Cuba, giacché “questo è un altro paio di maniche”. Dovrò battere a macchina documenti sia in spagnolo sia in inglese. Quest’ultimo scritto a chiare lettere in stampatello o con copie dattiloscritte d’atti di citazione preparati per casi precedenti dove dovrò sostituire solo i nomi e gli indirizzi della parte civile e dell’imputato. In ogni caso, in questo sarò molto lenta.
Non c’è un fax, una fotocopiatrice o un PC, cosa incresciosa e segno evidente che questa è un’attività misera. A conferma della mia impressione, Bencomo mi ha offerto quattro dollari l’ora. Conosco una donna cubana che guadagna tra gli ottanta e i cento dollari al giorno per fare le pulizie in alcune case, così ho scosso la testa e ne ho chiesti sei. Poi ci siamo accordati per cinque; Bencomo appariva sollevato. Dal momento che era venerdì, mi ha lasciato andare e mi ha chiesto di presentarmi al lavoro lunedì mattina alle nove.
Sul marciapiede, ho spiegato la mia carta dei trasporti per scoprire quali mezzi dovevo prendere per tornare a casa in autobus, per risparmiare soldi e imparare la strada. Il numero 6 ha una fermata a due isolati di distanza dalla casa di mio zio, e io ero quasi in centro, dove l’avevo già preso altre volte. Non mi piace chiedere indicazioni, soprattutto qui, perciò mi sono guardata intorno per orientarmi e ho imboccato la Miami Avenue in direzione sud. Avevo percorso un paio d’isolati, quando ho notato un uomo di mezza età, dalle spalle larghe e dall’aspetto serio che veniva nella mia direzione. Aveva un’aria vagamente familiare, quindi lo ho guardato. Improvvisamente il nostro sguardo si è incontrato e lui mi ha rivolto un sorriso imbarazzato che ho riconosciuto nella frazione di un secondo.
Ci siamo baciati sulle guance e abbiamo conversato per circa quindici minuti. Io ero felice di vederlo ed era evidente. L’ho rimproverato per non averci chiamati e lui ha detto di aver perso il numero di telefono di mio zio. Molto probabilmente è vero. O forse vuole essere lasciato in pace. Io credo che Nì nasconda qualcosa. Forse scappa per qualche motivo misterioso, come un omicidio commesso a Cuba.
Io gli ho raccontato di noi e ho incluso la scomparsa di Tito, in un tentativo disgustoso e vergognoso di fargli sapere che sono libera. Non mi ricordo neanche più l’ultima volta che ho fatto la corte a un uomo. È ingrassato di dieci, quindici chili, e non è più il pietoso profugo scheletrico tre-mante di paura. Gli uomini alti hanno un aspetto emaciato quando pesano meno di settantacinque chili. Lui ha detto che tre giorni fa ha trovato un lavoro al supermercato Publix tra Biscayne Boulevard e la 48°, e che stava andando a lavorare.
Non avevo carta o matita, e neanche lui. Ho raccolto sufficiente coraggio (o forse è stato un morso improvviso dell’astinenza sessuale che mi ha reso cosi intraprendente?) da fermare un passante e chiedere a gesti una penna. Nì ha scritto il nostro numero sul palmo della sua mano e ha promesso di telefonare. Se non lo farà, credo che andrò a fare la spesa al Publix che, secondo la mia carta dei trasporti, non è distante dall’ufficio di Bencomo. Io voglio quest’uomo.
“Tony dice che sei un bravo insegnante” esordì Ruben Scheindlin all’inizio del colloquio. Parlava inglese con un forte accento slavo.
“Ci ho sicuramente provato per molti anni” ammise Raimond facendo sfoggio della sua pronuncia migliore. Tony Soto, seduto su una sedia girevole senza braccioli identica a quella su cui era appollaiato Raimond, aveva detto chiaramente che per il lavoro la conoscenza dell’inglese era un requisito indispensabile.
“Parlami di te” disse l’uomo di bassa statura con un sorriso statico.
Come al solito, Raimond cercò di dirottare l’interesse sul suo passato col racconto del profugo solitario. C’era un pallore malsano nell’ampio viso del grossista di ferramenta che stava per diventare calvo. C’era qualcosa di strano nei suoi piccoli occhi marroni. Dietro le spesse lenti bifocali con un’antiquata montatura di plastica, le sue iridi si sollevavano ogni quattro, cinque secondi, come per controllare qualcosa sospesa a mezz’aria.
Scheindlin indossava una camicia bianca a mezze maniche sopra una maglietta; il resto del corpo era nascosto dietro l’imponente scrivania di metallo. Quando il vecchio si era alzato per dare la mano a Tony Soto e a lui, allorché erano entrati nel suo ufficio nel cavernoso magazzino nella I7a Avenue e 171a Strada a North Miami Beach, Raimond aveva calcolato che Scheindlin doveva essere alto all’incirca un metro e cinquantacinque.
Il fabbricato senza finestre, alto dodici metri e lungo novanta, era la sede principale dell’Imlatinex, una società d’intermediazione commerciale con due soli azionisti: Ruben Scheindlin, che deteneva l’ottanta per cento delle azioni, e Samuel Plotzher, che aveva il resto. Il locale era disseminato di rocchetti di fil di ferro e cavi, bidoni su palette di caricamento e molte casse di legno di varie misure. C’erano anche tre carrelli elevatori a forcale caricati a batteria e una gru a ponte. I tre uomini si sedettero in un cubicolo senza soffitto alto due metri e mezzo, dalle pareti di vetro. Oltre alla scrivania di Scheindlin, la stanza conteneva varia attrezzatura d’ufficio e una cassaforte. Dal soffitto del magazzino pendevano due lampade con quattro lunghi tubi fluorescenti. Erano passati pochi minuti dopo le otto.
Ruben Scheindlin espresse una leggera meraviglia al termine della storia di Raimond. “Sei stato fortunato. Ma parlami della tua vita a Cuba: come mai parli inglese così bene? Dove insegnavi?”
Raimond rese la storia della sua vita il più breve e noiosa possibile. Suo padre era morto quando lui aveva dieci anni, sua madre ventiquattro anni dopo. Si era laureato in letteratura inglese all’Università dell’Avana e aveva insegnato in un istituto tecnico per gli ultimi diciassette anni. Il suo matrimonio senza figli si era concluso con il divorzio dopo cinque anni.
“Hai fatto il servizio militare?” volle sapere Scheindlin.

7Raimond raccontò nei dettagli i suoi anni da mandriano. Tony Soto lasciò trapelare il suo divertimento con un grande sorriso, ma l’uomo anziano mantenne la sua espressione statica.
“Che genere di posto cerchi, Nì?”
“Quello che rende meglio, Mr. Scheindlin.”
“Ruben, prego.”
“Se vuole.”
“Vuoi recuperare il tempo perduto?”
“Certamente.”
“E… oltre all’insegnamento, che conoscenze puoi offrire a un’attività di import-export?”
Per un momento Raimond temette che il colloquio non stesse procedendo come sperato. “Bene, potrei tradurre, o trasportare cose, o guidare un camion, o…” la sua voce si affievolì.
Il sorriso di Scheindlin si spense. “Ma questi non sono lavori che rendono bene” osservò.
Raimond era a corto di parole.
“Va bene, Nì, adesso ascoltami” disse Scheindlin, sedendosi improvvisamente diritto e appoggiando gli avambracci sulla scrivania. “Il tempo andato è perduto per sempre. Se domani vinci alla lotteria, non puoi riacquistare il tempo passato, giusto?” L’uomo fece una pausa affinché le sue parole facessero presa.
L’insegnante avrebbe voluto spiegarsi meglio dicendo che tutto quello che voleva era mettersi al pari, ma gli venne in mente che tutti i capi che aveva conosciuto detestavano essere contraddetti, quindi tacque.
“Ora, tu sei qui perché questo giovane, questo caro amico mio che mi piace e rispetto, garantisce per te, dice che sei in gamba. Forse troverò qualcosa che fa al caso tuo. Ma intendiamoti subito: in questa città, un uomo con la tua esperienza di lavoro non può fare soldi rapidamente insegnando o traducendo o consegnando merce.”
Scheindlin lasciò passare alcuni secondi prima di puntare il pollice sinistro verso Tony. “Giacché il nostro comune amico è un ufficiale di polizia, mettiamogli il cuore in pace e chiariamo che non sto insinuando che tu debba violare la legge.”
Tony ridacchiò e Raimond sorrise.
“Per fare soldi alla svelta, devi fare qualcosa che” e Scheindlin alzò l’indice “la maggioranza della gente non sa fare” alzò il medio “o non vuole fare” il pollice si sollevò “o ha paura a fare perché implica qualche rischio che non è disposta a correre. Per quelli come noi, che non sanno cantare o tirare calci di rigore o recitare al cinema, fare soldi e correre rischi vanno di pari passo. Quindi, cerchi un’attività secondaria dove non si corrano rischi? Ti troverò qualcosa; lo devo a Tony. Ma non sarà un lavoro che ti farà guadagnare molto.”
Raimond si schiarì la gola e fissò il pavimento di linoleum per qualche secondo. Il vecchio e Tony si scambiarono una rapida occhiata.
“Mr. Ruben, mi piacerebbe molto un lavoro a basso rischio e che renda bene, se capisce cosa voglio dire. Tony ha detto che lei è un uomo d’affari dai solidi principi morali, quindi so che lei non commette illeciti, ma per chiarire la mia posizione voglio spiegarle il mio punto di vista. Io non di-venterei un criminale per una serie di motivi ma in particolare per due ragioni: paura e scrupoli morali. Ma, se nella vita di tutti i giorni devo fare un’eccezione alla regola per guadagnare un po’ di soldi velocemente, sono disposto a farlo.”
“Bene, dammi il tuo numero di telefono” ordinò il vecchio, prendendo un’economica biro dal taschino della camicia.
“Non ho un telefono.”
“Forse dovrai prenderne uno presto. Che turni fai al supermercato?”

8Quattro minuti più tardi l’insegnante e Tony Soto lasciarono il cubicolo e attraversarono il magazzino per raggiungere la grande porta scorrevole dove un guardiano li lasciò uscire. Sulla Buick del poliziotto percorsero la 167a Strada prima di girare a sud sulla 22a Avenue.
Quel pomeriggio, Raimond aveva accettato l’invito a cena di Tony dopo l’incontro. Il poliziotto chiamò la moglie dal telefono della macchina, ed era evidente che lei non era ancora stata informata dell’invito. Il vivavoce rivelò il tono impaziente e riluttante della voce di Mr. Soto che acconsentiva a riscaldare due pizze surgelate nel microonde. Raimond lanciò un’occhiata all’orologio digitale del cruscotto quando Tony chiuse la conversazione. 20:32.
“Ti è piaciuto il giudeo?” volle sapere Tony.
“Mi sono innamorato.”
“No, seriamente.”
Raimond si grattò la punta del naso per un momento. “Sembra un tipo a posto. Ha l’atteggiamento di chi sa tutto che noto in un sacco di gente di una certa età, ma è senza pretese.”
“Senza cosa?”
“Senza pretese. Sai, non cerca di apparire importante o ricco o potente.
Come si veste, il suo ufficio: tutto molto sottotono.”
“Tipico” tagliò corto il poliziotto.
“Di chi?”
“Degli ebrei. La maggior parte di loro non vuole apparire ricca.”
“Il nostro opposto” si beffò l’insegnante.
“Sì” convenne Tony Soto mentre girava a destra sulla 136a Strada.
“Gli ebrei comandano in questa città, lo sai? Forse il primo che è venuto ha gradito il clima, ha visto il potenziale. Si dice che hanno cominciato lentamente ad accaparrarsi gli immobili e che hanno continuato negli ultimi cinquant’anni. E sì, lo hanno inventato loro il sottotono. Conosco un ebreo che guida un’Honda, compra i vestiti dal grossista, ha una casa… senza pretese” il poliziotto lanciò un’occhiata a Raimond ed entrambi sorrisero “a West Wood Lakes. Se non lo sai, credi che guadagni quarantamila dollari l’anno. Il suo vero patrimonio non lo conosce nessuno. Alcuni dicono quattrocento, altri dicono seicento.”
“Milioni?”
“Che altro?”
Raimond rimase zitto per alcuni secondi. “E quello di Ruben?”
Tony Soto per un istante apparve perplesso e minimizzò la domanda.
“Non ne ho idea. Forse dieci, venti, trenta milioni. Chi lo sa?”
“Non è nato qui, non con quell’accento” osservò Raimond.
“Si dice che sia venuto dopo la Seconda guerra mondiale. È nato in Polonia o in Lituania o in qualche posto del genere. Non lo sa nessuno.”

9La conversazione si spense al raccordo tra la Le Jeune e la Douglas.
Dieci minuti dopo, Tony Soto parcheggiò sull’Asturia Avenue di fronte a una casa moderna con la facciata d’arenaria e le finestre a ribalta con una copertura di tegole d’ardesia. Una Ford Taurus del 1986 era parcheggiata nel viale. Il prato era stato tagliato di recente. Un sentiero portava a due gradini e a una piccola veranda, dove un malmesso divano di rattan coperto con cuscini appariva fuori posto. Tony aprì la porta d’ingresso e fece cenno a Raimond di entrare.
Il compito di allevare tre bambini e gestire la vita domestica sembrava avessero logorato la bassa e grassa Lidia Soto. Le sue labbra sottili regalarono a Raimond un sorriso ospitale. Aveva umili occhi marroni e capelli tinti di nero all’altezza delle spalle. Con la camicia senza maniche, calzoncini e ciabatte infradito di pelle, Lidia dimostrava dieci anni più del marito, e Raimond considerò che presto la si sarebbe potuta scambiare per la madre.
Tony la baciò con affetto sulla guancia, fece le presentazioni e apprese che i bambini erano già a letto. Il soggiorno era arredato con divanetti di pelle a due posti intorno a un tavolo da cocktail d’ottone e vetro. Accanto a una parete c’era un grande televisore. L’insegnante lanciò un’occhiata alla stanza, all’impianto stereo ad alta fedeltà, alle due piantane e alle tendine socchiuse sulla grande finestra che dava sul prato. La moquette al contatto dei piedi sembrava spessa. L’aria condizionata ronzava in sottofondo.
Attraversarono lentamente la sala da pranzo e gli uomini si sedettero sugli sgabelli di un tavolo davanti a una cucina ben attrezzata. Lidia servì le pizze con sopra salsicce. Quando Raimond rifiutò una birra fu meravigliata, e gli portò subito un bicchiere di succo d’arancia appena spremuta.
Dopo il caffè Tony rievocò alcune storie buffe della sua adolescenza all’Avana. Divertito, Raimond si girò un po’ per guardare il padrone di casa e notò alle sue spalle la sala da pranzo molto carina. Era composta da un tavolo con un piedistallo, quattro sedie laterali, due sedie con braccioli, una credenza intagliata e un mobiletto a vetrina; tutto era molto pulito. Quando rivolse lo sguardo a Lidia, la sorprese nel tentativo di reprimere uno sbadiglio.
“Devo andare, Tony” disse, guardando l’orologio. Poi, rivolto a Lidia:
“So che è maleducazione mangiare e scappare subito via, ma devo prendere servizio al supermercato a mezzanotte e devo andare ancora a casa a cambiarmi. Potrei usare il vostro telefono per chiamare un taxi?”.
“No, solo un attimo” ordinò Tony Soto, e scese dallo sgabello. Scomparve nel soggiorno.
“Grazie per la cena, signora” Raimond sentì una porta che si apriva e si richiudeva.
“Prego. Quando ha lasciato Cuba?”
“Quattro mesi fa.”
“Come vanno le cose da quelle parti?”
“Molto male.”
“La gente soffre la fame?”
Raimond notò vera preoccupazione nei suoi occhi. “Nessuno muore di fame, ma la maggioranza è magra. Io ho perso venti chili in quattro anni. Quando qui vedo gente fare diete e attività fisica per perdere pochi chili, non posso fare a meno di pensare che il nostro governo potrebbe guadagnare un sacco di soldi vendendo il suo programma a turisti sovrappeso. Basterebbe trasferirsi a Cuba e vivere con la razione della tessera.”
“Non è un’idea nuova” disse freddamente la procace Lidia Soto, e in un attimo Raimond comprese di essere stato maleducato e che la battuta era trita e ritrita, almeno a Miami.
“Temo di no” disse, arrossendo leggermente.
“Mia madre non vuole venire” si lamentò Lidia.
“Perché?”
“Ha paura che i vicini si possano adunare in un’assemblea di ripudio, le tirino uova come hanno fatto con noi, a me e al mio primo marito, quando si seppe che volevamo emigrare. Quel giorno fu presa dal panico e svenne.”
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10

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(Tutte le immagini utilizzate a corredo fotografico, sono state manipolate dall’autore e provengono, di massima, dalla rete – Programmi utilizzati: Adobe PS5 64, Topaz Professional, M Bullet Pro)
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16 pensieri su “Cuba … el sexto

  1. Sono incantata.
    Vedere con gli occhi, lato cubano, cosa succede e il quotidiano che ti distrugge.
    un mondo.
    Si apre un mondo, abituati come siamo a parlare del “terzo” mondo, qua vediamo una cultura occidentale dividersi sulle proprie idee.
    Bello bellissimo.
    Un pezzo di vita, malavita compresa, che fa riflettere caro Milord.

    Buona giornata
    (ma torno perché voglio rileggerlo e in questo momento non ho tempo).

    Eleonora

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    • eleonorabisi

      Già, è una trasposizione, in chiave moderna, dei sogni e bisogni di un popolo dopo il proprio riscatto morale.
      Avete detto bene, mia signorina.
      un terzo mondo, vile e negletto, che vuole soltanto fa sapere – ai lorsignori che siedono sui troni del pianeta, che ci sono e sono vivi e in certo qualmodo vegeti.
      Una delle accuse più pesanti che vengono sbattute in faccia, al popolo cubano e ai loro leader è che “tengono affamato” il popolo.

      Chi ha tenuto affamato quel popolo?
      Fidel, el Che, Martì che hanno rischiato la morte per liberarli da un’oppressione fatale? Si veda che fine ha fatto el Che. tagliate le mani.
      Questa è la cultura occidentale?
      Questo è il buonismo di maniera di lorsignori?

      Assistiamo alla classica politica del “due pesi” e due misure.
      A Cuba, i Lìder (Compreso Castro) affamano il popolo con le tessere di distribuzione del cibo e dei beni essenziali? Io voglio dire che non è pensabile che, se non si fosse in stato di bisogno, adeguando la società alla “costrizione internazionale”, mantenere un popolo in uno stato di costante vita, rallentata rispetto al resto del pianeta.
      Cuba è stata depredata dei suoi sogni e senza materie prime, ne denaro, né cibo, è stata mantenuta dalla collettività occidentale nella massima indigenza.
      Su questo alzo il mio braccio contro gli USA che, con un’embargo medievale e scellerato, hanno tenuto nella fame uomini, donne e bambini.
      Senza vergogna proprio.

      Grazie miss e cordialità

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  2. Leggo.
    Semplicemente leggo. Non trovo nessuna parola adatta per commentare.
    Cosa dico verso la perfezione?
    Bello.

    Leggo.
    Semplicemente leggo e sono un po’ intimorita da tanta bellezza che, se penso alla mia inadeguatezza, mi nascondo e leggo soltanto.
    Buona giornata milord.

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    • Giorgia Mattei

      grazie milady mia signora.
      Alcune volte la semplicità, proprio come la si concepisce, è migliore di qualsiasi altra forma di scrittura in una risposta, e/o commento, e/o apporto ad un post, articolo ecc. ecc.
      Alcune volte, leggendo delle vere perle di letteratura di classe, facemmo come voi: ci nascondemmo leggendo in silenzio.
      Abbiate le nostre cordialità non scevre dall’augurio per un’ottima e proficua giornata.

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  3. Una bella fatica milord, cercare di tenere annodati tutti i fili del discorso, mantenere lo spessore e continuare da dove si era interrotto.
    Questa è letteratura.
    Una letteratura belle e sostanziosa.

    Come capitolo mi è piaciuto molto.
    Buon pomeriggio

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    • Furioc

      Scritto da voi, preg.mo sigg. Furio, è un grandissimo compimento e riconoscimento per la “produzione” di un’opera di fantasia “legata” e rispondente alla realtà.
      Abbiate una serena giornata

      Mi piace

  4. Mi emozioni, milord. Mi ecciti, mi fai diventare viola con tutta quella scarica ormonale che mi fai venire addosso.
    Adesso, per esempio, ti sto sognando mentre mi parli di Cuba e del pensiero cubano.
    Divinamente bello.
    Un bacio e un abbraccio sul mio cuore.

    LMR

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  5. Il passo su Soto è sicuramente degno di Forsyth, ma è tutto il capitolo a risultare bello e avvincente. Ammiro in particolare conoscenza e precisione, oltre allo stile naturalmente.
    Radiosissime congratulazioni, Milord.

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    • Alessandra Bianchi

      Oddio milady, Forsyth? (ditelo a bassa voce che, se vi sente il buon Frederick, prima scanna voi e dopo noi, ballando la danza delle spade sui miseri resti mortali).
      Vi ringraziammo, sul serio, per quello che notaste: la “conoscenza” e “precisione”.
      Ormai ci conoscete bene: mai affrontammo argomenti “sconosciuti”.
      Futuristici, attinenti alla fantasia sì, ma con solidissime basi.
      Altrimenti non se ne fa niente.

      La vita, di per se, è già tanto difficile che, complicarla, rende simili a una bestia (affermazione elargita con immenso affetto per le simpatiche bestiole)

      Vi ringraziammo, comunque, per gli sconsiderati elogi, che vi pongono fra le paladine della generosità.
      Salutazioni e cordiaziosità

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