Cuba … el séptimo

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1L’insegnante rammentò quei giorni vergognosi nel 1980. Coloro che avevano chiesto ai parenti all’estero di richiamarli erano stati “ripudiati” dai rivoluzionari nel loro posto di lavoro e a casa. Una folla urlante li aveva bombardati con uova e talvolta con pietre per aver commesso il crimine di ammettere il proprio desiderio di emigrare. Erano chiamati vermi ed erano costretti a indossare cappelli con scritto: “Io sono feccia”.
“C’è sempre questo rischio” disse Raimond.
Lidia annuì. Da qualche parte nella casa una porta fu chiusa.
L’insegnante si stava preparando ad aggiungere qualcosa quando Tony Soto riapparve. “Vieni, ti voglio far vedere una cosa.”
“Solo un attimo, Tony. Lasciami raccontare una storia vera a tua moglie.”
Rivolto a Lidia cominciò: “Nel mio palazzo viveva un giovane economista. Nel 1980 aveva ventinove anni. Membro del Partito, sposato, un figlio. I suoi genitori se ne erano andati negli anni ‘70, si erano stabiliti qui.
Lui era rimasto a Cuba, sperando che le cose sarebbero migliorate. Quando fu annunciato il grande esodo, suo padre noleggiò una barca e navigò fino a Mariel. Tutt’ora non si sa se avesse preso la decisione da solo o se glielo avesse chiesto suo figlio. Una sera gli addetti all’immigrazione vennero nel palazzo e dissero all’economista che suo padre era a Mariel con un cabinato a motore. Voleva lasciare Cuba? “Ci può scommettere” rispose l’uomo.
Mentre l’economista e sua moglie impacchettavano l’essenziale, alcuni vicini seppero la novità. Una piccola folla li attendeva sul marciapiede. Li chiamarono vermi, controrivoluzionari, traditori… ben sapete, tutta la lista d’epiteti. C’era una donna sulla cinquantina avanzata particolarmente aggressiva. Tirava uova, lo chiamò frocio e figlio di puttana. Dodici anni dopo, l’economista tornò a Cuba a visitare i parenti. Adesso era calvo, ingrassato di quindici o venti chili, indossava begli abiti. La donna aveva settantuno anni, viveva con una misera pensione, era tutta pelle e ossa. Nessuno aveva uova da mangiare, tanto meno da tirare. L’uomo andò in un negozio riservato solo alla valuta straniera e comprò trenta uova. A quei tempi la maggior parte dei cubani non aveva libero accesso a quei negozi”.
“Me lo ricordo” disse Lidia. “Il possesso di valuta straniera era un crimine. Un mio amico dovette scontare una condanna di due anni di prigione per essere stato trovato in possesso di una banconota da venti dollari.”
“Esattamente. Dal negozio, l’uomo prese un taxi e venne nel mio palazzo, bussò alla porta d’ingresso della vecchia signora e disse: “Signora, ho un regalo per lei”. “Lei chi è, perché mi sta dando tutte queste uova?” chiese la vecchia signora. L’uomo disse: “Signora, io sono Tal dei Tali, non si ricorda di me? Dopo tutte quelle uova che mi ha tirato dodici anni fa? Forse ora ne ha bisogno, quindi io la sto ripagando”.”
Il sorriso di Tony si allargò in una risata. Sua moglie si coprì la bocca con entrambe le mani in segno d’assoluto stupore.
“E lei accettò le uova?” chiese Tony.
“Lei sostenne d’averle buttate via. Ma i vicini di pianerottolo giurarono di aver visto gusci d’uova nella sua pattumiera per due settimane. Lidia, è stato un vero piacere conoscerla.”
Raimond strinse la mano di Lidia e raggiunse Tony alla porta. Il poliziotto si avvicinò alla Ford sul viale. Sua moglie lo salutò un’ultima volta con un sorriso sulle labbra.
“Ho preso questo macinino due anni fa a un’asta della polizia veramente a poco” spiegò Tony. “Era stato sequestrato a uno spacciatore da strapazzo e Lidia aveva bisogno di una macchina, così un amico l’ha comprata per me e l’ha rivenduta a lei.”
L’insegnante ebbe una delle sue rare sensazioni di dejà vu. Non aveva più provato quella sensazione da quando era stato da solo accanto alla bara di sua madre dieci anni prima. Adesso prevedeva quello che stava per accadere.
“Due settimane fa le ho comprato una station wagon. L’ideale per portare in giro tre bambini. Sai, la scuola, la spesa. È lì dentro.” Il poliziotto indicò la porta del garage con il pollice. “Molto presto avrai bisogno di un mezzo, così credo che potresti guidare questa finché non starai in piedi da solo e allora forse mi potrai ripagare.”
Raimond schioccò la lingua, scosse la testa e fece un sorriso forzato. Tony Soto riuscì a soffocare una risata. “Qual è il problema?” chiese.
“Tony, tu sei un vero amico” disse l’insegnante, infilando le mani nelle tasche dei pantaloni. “Apprezzo molto la tua offerta, ma non voglio impegnarmi per qualche cosa che non posso mantenere. Con Ruben potrebbe non funzionare, se mi ammalassi e perdessi il mio lavoro, tu resteresti con niente in mano.”
“Sai una cosa, professore?” replicò Tony. “Tu adesso prendi il macinino. Se fra tre mesi non mi avrai dato mille dollari, io ti darò ordine di reintegrazione del possesso.”
“Prego?”
“Ah, ah, ah” lo canzonò il poliziotto. “Il maestro impara dall’allievo. La reintegrazione del possesso è quando lo squalo mangia il pesce piccolo con vendite a credito.”
“Ho capito. Re-integro; re-integrare una proprietà. Credi che lavorando per Ruben guadagnerò mille dollari in novanta giorni?”
“Probabilmente li guadagnerai nel tuo primo mese.”
“Sei sicuro?”
“Sicurissimo” disse Tony Soto con un sorriso, mentre faceva ciondolare un portachiavi davanti al viso di Raimond.
Due minuti dopo, a dieci isolati di distanza, l’insegnante accostò la Ford, spense le luci e il motore. Rimase assorto nei suoi pensieri dietro al volante. In che cosa si stava cacciando? Con chi si stava mettendo? Nella sua mente l’immagine di Raul Valdes si fuse con quella di Scheindlin e quella di Tony. Il simpatico uomo anziano che metteva a repentaglio la propria libertà per esaudire l’ultimo desiderio di un compagno d’armi in punto di morte, il giovane ufficiale di polizia traboccante d’affetto per un ex insegnante, l’uomo d’affari che avrebbe assunto un perfetto sconosciuto per gratitudine nei riguardi di un poliziotto di ventisei anni. Improvvisamente Palladipelo appariva innocente come l’arcangelo Gabriele.
L’insegnante arrivò a un punto cruciale. Aveva intenzione di percorrere fino in fondo una strada sconosciuta e che puzzava di marcio? Rubare macchine era il sistema più sicuro per fare soldi prima di andare a Sarasota? La vendetta era l’unica motivazione per invischiarsi in affari loschi?
Non aveva risposte precise, ma prima di riavviare la macchina giunse a due decisioni: fare un tentativo e acquistare una pistola e un piccolo registratore non appena possibile.

2Adesso credo di sapere per chi sto scrivendo queste righe. Forse mi sbaglio. Non sono mai stata brava a giudicare le persone. Marta diceva sempre che io sopravvaluto le nuove conoscenze. Forse dopo tante delusioni ho abbassato le mie aspettative e tu sarai in grado di appagarle.
La prima prova significativa è il fatto che non stai cercando di fare colpo; non ti dai delle arie. Il silenzio non t’imbarazza quando è la sola alternativa a chiacchiere sciocche. Finalmente sembri rassegnato al fatto che la vita ti passi accanto.
Detesto essere presa in giro, ma tu lo stai facendo in un modo così sottile che mi fa sentire piacevolmente eccitata.
Anche il mistero fa la sua parte. Le donne impazziscono per gli uomini misteriosi e con te sono femmina al cento per cento. Non avresti quest’effetto su di me se ti fossi rifiutato totalmente di parlare del tuo passato. È il modo con cui minimizzi tutto: genitori, infanzia, studi, convinzioni, fallimenti, sogni. Come l’altro giorno quando quel misero ubriaco ci ha detto qualcosa, e tu gli hai risposto bruscamente in quello che a me è parso un inglese perfetto. “Tu parli inglese?” ti ho domandato, attonita. “Solo poche frasi” hai risposto.
Credo che comunichiamo bene quando facciamo l’amore. Ciò che per me è una novità è la costanza della tua tenerezza. Gli uomini che ho conosciuto erano insopportabilmente esigenti prima dell’atto, poi deludentemente distanti. Tu mi confondi con i tuoi lunghi prologhi, e mi sorprendi con i tuoi epiloghi languidi.
Devi avere esperienza. Sembra promettente.
Quello che mi dà fastidio è doverne tenere Dani al di fuori. Mama se n’è accorta subito. Quando sono tornata a casa il giorno che abbiamo fatto l’amore per la prima volta, lei mi ha solo guardata. Non ha detto una parola; non doveva. Lo sa anche Papa; non chiede mai perché arrivo tardi a casa dal lavoro o perché esco le domeniche pomeriggio. E le telefonate enigmatiche: “Posso parlare con Fidelia, per favore?”. Entrambi sospettano di te, perché ho raccontato loro del nostro incontro casuale. Sono stati contenti di sapere che stai bene e ti vogliono invitare a cena. Fino a ora sono stata capace di evitarlo spiegando che lavori di notte, ma mi piacerebbe se venissi fuori dal tuo guscio per un paio d’ore e ci facessi una visita.
La mia prima reazione quando mi svegliai quella mattina fu di meraviglia per essere riuscita ad addormentarmi un po’…
L’insegnante sfogliò le pagine che aveva già letto, poi chiuse il taccuino.
Nei giorni della settimana, poco prima delle 7:00, dopo due tazze di tè con biscotti inglesi, il modesto Ruben Scheindlin entrava nella libreria della sua casa di Miami Beach, accendeva la lampada da terra dietro una poltroncina marrone e si sedeva per esaminare il “Miami Herald”. Il sabato e la domenica leggeva “The Economist”. Quest’operazione richiedeva un grande impegno e forza di volontà, poiché Scheindlin soffriva di un disturbo raro e incurabile che lo costringeva a muovere gli occhi ogni secondo, così che perdeva ripetutamente il segno sulla pagina. Ma uno dei piaceri segreti del grossista era di considerarsi ben informato.
Scheindlin non aveva mai nutrito alcun interesse sullo strato d’ozono del pianeta o sul suo buco sull’Antartide fino a quando nel 1989 non venne a conoscenza della minaccia di bandire, dal 1990, a livello mondiale, la produzione di clorofluorocarburi: CFC, in gergo giornalistico. L’articolo spiegava che questo era il gas usato nei frigoriferi domestici, nei condizionatori e negli spray. Secondo gli scienziati, il CFC era fortemente responsabile della diminuzione dello strato d’ozono e la sua produzione sarebbe stata interrotta.
Scheindlin era un uomo d’affari serio, non un tipo da spiaggia, e si chiese se le migliaia d’unità di raffreddamento delle famiglie americane avrebbero funzionato con i gas sostitutivi. E altrimenti? La gente sarebbe stata costretta a buttare via elettrodomestici perfettamente funzionanti solo perché il gas era fuori produzione? E le fabbriche di celle frigorifere, i teatri, le piste di ghiaccio? Anche loro facevano affidamento sul CFC?
Giacché il relativamente curioso imprenditore non sapeva nulla di refrigerazione, cominciò a raccogliere informazioni. Si documentò sull’R-12 e l’R-22, sull’HFC e sull’HCFC, sul probabile ritorno a gas idrocarburi come il propano e il butano, sulle fabbriche di CFC negli Stati Uniti e all’estero, sui contenitori standard, sul loro trasporto e sui requisiti di magazzinaggio, sui prezzi per i grossisti e sugli argomenti inerenti. Alla fine del 1992, Ruben, nel suo archivio a quattro cassetti di casa, aveva riempito tre fascicoli sul CFC: uno con ritagli di giornali e riviste, un altro con informazioni sulle compagnie che operavano nel campo dell’assistenza e della riparazione di frigoriferi, congelatori e impianti di condizionamento d’aria nella zona di Miami e dintorni, e il terzo con informazioni tecniche e finanziarie sulla produzione mondiale e sulla distribuzione dei distruttori d’ozono.
La ricerca e la riflessione richiesero molto tempo, a causa dei numerosi altri affari di cui Ruben Scheindlin si occupava. Un anno dopo raggiunse tre conclusioni: gli impianti di raffreddamento esistenti basati sul CFC non sarebbero stati in grado di funzionare con gas sostitutivi che rispettavano lo strato d’ozono; nel solo sud della Florida, a causa del suo clima caldo, c’erano milioni di frigoriferi, congelatori e condizionatori d’aria che avevano bisogno di quella sostanza chimica che presto sarebbe stata bandita; e ultimo, non in ordine d’importanza, a meno che la natura umana non fosse cambiata a sua insaputa, la maggior parte dei proprietari non si sarebbe sbarazzata delle sue attrezzature nel caso in cui ci fosse stato qualcuno in grado di fornire il CFC. I prezzi sarebbero saliti alle stelle grazie alla domanda, e si sarebbero potuti realizzare grandissimi profitti: l’importante era accaparrarsi il mercato.
I produttori di CFC e i fabbricanti d’impianti di raffreddamento aiutarono e sostennero Ruben. All’inizio, entrambe le industrie avevano cercato di rallentare l’applicazione del divieto, ma dopo aver trovato i gas sostitutivi giusti e avendo valutato le implicazioni del mercato, avevano cambiato strategia e avevano eliminato i nemici dell’ozono ancora più rapidamente di quanto dettato dalla legge. Improvvisamente tutti sembravano preoccupatissimi per la protezione del genere umano dai raggi ultravioletti. Presto il CFC non sarebbe più stato prodotto o importato negli Stati Uniti, quindi Ruben considerò che l’uomo che sarebbe stato in grado di contrabbandare il CFC a Miami avrebbe sbancato.
La sostanza chimica incriminata si sarebbe potuta comprare liberamente nei paesi del Terzo Mondo che ancora la producevano. Il solo rischio era l’operazione di contrabbando in sé. Ma come Ruben sapeva molto bene dopo tanti anni d’intrallazzi, c’erano i modi per risolvere il problema. I sistemi più assennati e senza difetti avevano costi elevati. D’altra parte, i sistemi a buon mercato erano rischiosi; se qualcosa fosse andato storto, la merce sarebbe stata confiscata e le persone implicate sarebbero finite in prigione. Ma Ruben Scheindlin tentava sempre prima l’opzione a buon mercato.
Ecco perché il 3 novembre, giovedì sera, Ninni Raimond ritornò alla Sala di Charlie e si sedette su una panca, dove ascoltò attentamente Tony Soto che gli dava istruzioni dettagliate sul suo compito nelle seguenti ventiquattro ore. Il giovane poliziotto diede a Raimond tre indirizzi battuti a macchina su un foglio di carta che doveva essere buttato nella tazza del gabinetto quella sera stessa, una busta gialla contenente documenti di spedizione e millesettecento dollari in contanti.
Dal bar, Raimond guidò fino a un edificio fatiscente di quattro piani sulla 24a Strada nord-ovest. Nel piccolo soggiorno dell’appartamento 34, assistette a un corso rapidissimo di due ore su bolle di consegna, ricevute di magazzino e procedure doganali, tenuto da un uomo emaciato che dalle 9:00 alle 17:00 lavorava in un’agenzia di spedizioni. Raimond infilò le carte nella busta, pagò duecento dollari all’istruttore e si diresse al secondo indirizzo, a Overtown, dove consegnò cinquecento dollari in anticipo a un negro dall’aspetto rude con la testa rapata a zero, spiegandogli cosa doveva essere fatto.
Il pomeriggio seguente, l’insegnante lasciò il porto di Miami nella cabina di un camion preso a nolo guidato dal negro, con un carico di venti fusti d’ingrassatore proveniente da Tampico, Messico. Da Port Boulevard, l’autista imboccò la Flagler, girò a destra sulla Palmetto Expressway e raggiunse l’indirizzo che Raimond aveva memorizzato, un magazzino di medie dimensioni mal illuminato tra la 31a Strada e la 97a Avenue, a pochi isolati di distanza dall’aeroporto internazionale. Il locale era quasi deserto, con solo pochi scaffali e ripiani riforniti di cuscinetti a sfera, attrezzi manuali e mole di tutti i tipi e di tutte le misure. Scaricarono il camion gli unici uomini che c’erano nel magazzino: uno guidava un elevatore e l’altro maneggiava i fusti d’ingrassatore come se fossero stati delle piume. Raimond e l’autista strinsero la mano al personale del magazzino e se ne andarono.

3Alle 17:35, dopo aver puntato la suoneria del suo orologio da polso alle 23:00 e dopo essersi preparato per andare a dormire, l’insegnante alzò la cornetta del telefono da poco installato, digitò il numero del cellulare di Tony e disse al poliziotto che non sarebbe stato in grado di andare alla partita di softball la domenica successiva per via di una slogatura al polso.
Dieci minuti dopo, l’ufficiale lasciò la stazione di polizia di Biscayne Boulevard, prese una tazza di caffè in un bar e chiamò da un telefono pubblico Ruben, il cui numero non era inserito nell’elenco, al magazzino di North Miami Beach. Coprendo la cornetta con la mano, Uri Gold, il segretario di Scheindlin, riferì al suo capo che la spedizione aveva fatto dogana e che era stata stivata nel posto concordato. Il vecchio annuì con approvazione, sebbene fosse già stato informato della novità da Samuel Plotzher un’ora prima.
Il socio e amico intimo di Ruben era il braccio destro della società d’intermediazione commerciale. Sapeva fare di tutto in un magazzino, dall’inventario a manovrare una gru a ponte. Quel pomeriggio, mentre Ruben faceva scivolare una busta sigillata nelle tasche di un ispettore della dogana di Dodge Island, Plotzher aveva guidato un elevatore e, quando l’insegnante era già a casa e dormiva, stava liberando l’ultima bombola da venticinque litri di R-12, il gas usato per i frigoriferi domestici, dalla copertura di plastica dell’ingrassatore. Plotzher trasportò il fusto nella piccola stanza chiusa con un lucchetto sul retro del magazzino, dove erano conservati gli altri trentanove identici contenitori.
Ruben Scheindlin aveva motivo di sentirsi compiaciuto. Altre quattro spedizioni sarebbero arrivate prima della fine dell’anno, i documenti perfettamente legali non sarebbero potuti essere ricollegati alla sua società, e Plotzher era la sola altra persona a sapere cosa fosse contrabbandato. Non sapeva che il nuovo arrivato che aveva iscritto sul libro paga aveva motivo di essere diffidente di tutti e che l’indomani mattina presto avrebbe noleggiato una cassetta di sicurezza in una banca di West Flagler per depositare un orologio costoso, due audiocassette e le fotocopie dei documenti di spedizione che aveva avuto tra le mani il giorno precedente.
Fidelia indossava jeans, un maglione marrone fatto in casa sopra una camicia a maniche lunghe color caramello e scarpe da ginnastica. Non era abituata a vedere uomini che pulivano tazze di gabinetto e lavabi. Guardò Ninni dalla sua sedia di tela con un misto di rispetto e compassione, tenendo in mano una tazza di caffè bollente con un atteggiamento piuttosto impaziente. Un’altra tazza aspettava Raimond sul comodino.
“Il tuo caffè sta diventando freddo” disse, mentre sorseggiava il suo.
“Solo un attimo.”
Suo padre aveva aggiustato vaschette di scarico, sostituito rosette di rubinetti e tubi di scarico, ma la pulizia era sempre stata un compito femminile svolto da sua madre e, in misura minore, da lei sin dall’infanzia. Nella sua esperienza, gli uomini odiavano i lavabi che gocciolano e le vaschette di scarico del gabinetto che sibilano, ma non si curavano per nulla dei lavandini con macchie di ruggine o delle piastrelle coperte di muffa. Il suo amante sembrava rimanere imperturbato davanti al permanente gorgoglio e al fischio della sua vaschetta di scarico, ma teneva il bagno pulitissimo. Un tipo d’uomo diverso. Dovette fare uno sforzo per combattere la tentazione di togliergli lo straccio di mano e finire lei il lavoro, cosa che non avrebbe fatto mai se glielo avessero chiesto.
Il Partito cubano aveva chiesto ai media di descrivere l’avanguardia femminista. Sin dalla prima adolescenza Fidelia aveva letto avidamente gli articoli di giornali e riviste sull’argomento e aveva visto numerosi film e programmi televisivi che condannavano il maschilismo. Senza risultati aveva provato a convincere suo padre e suo fratello ad aiutare nelle faccende domestiche. Durante gli anni all’università, era stata presa in giro dagli studenti maschi e aveva ricevuto sorrisi di condiscendenza dalle colleghe a causa delle sue opinioni estremistiche sulla parità delle donne. I suoi primi partner sessuali avevano cercato invano di adeguarsi alle sue vedute. Lei li aveva piantati senza troppe cerimonie. Poi, quando Fidelia si era innamorata perdutamente del padre di Dani, aveva messo da parte le sue idee femministe per un paio d’anni, ma le sue convinzioni erano riaffiorate quando il matrimonio aveva cominciato a disintegrarsi.
Sebbene fosse una donna eloquente e colta, il legale aveva perso la fiducia nelle parole. Era giunta alla conclusione che una delle più grandi tragedie dei suoi tempi era quello che lei definiva “la perdita di significato”. A Cuba, Fidelia aveva conosciuto persone che a parole esprimevano gli ideali più alti in modo commovente, ma che nella vita di tutti i giorni si comportavano all’opposto di come predicavano. Nondimeno, capiva che l’ipocrisia non era ristretta a un paese, a un Partito politico, a una professione o a uno strato sociale. Era un fenomeno di portata mondiale che valicava i confini, i sistemi finanziari, le culture e persino le religioni. L’eccezione che confermava la regola sembrava essere la scienza pura: non vi era ipocrisia dove le parole erano poche e regnavano i numeri e i simboli.
Fidelia era estremamente sensibile alla perdita di potere delle parole perché amava il linguaggio. Per lei, il linguaggio era la più grande conquista dell’umanità. Ma se un bastardo corrotto e dissoluto che aveva un’alta opinione di se stesso parlava o scriveva sui benefici dell’ascetismo, lei sentiva che stava rovinando uno dei gioielli della razza umana. Per lei questo era paragonabile alla tentata distruzione della Pietà di Michelangelo a opera di un pazzo con un martello. Fidelia non predicava la virtù o il vizio, l’integrità morale o l’immoralità, l’abnegazione o l’egoismo, il celibato o la promiscuità. Quello che si aspettava dagli altri era che esprimessero la loro opinione, dicessero le cose come stavano o rimanessero zitti.
Aveva incontrato un suo pari: Nì Raimond non parlava molto e sembrava agire in conformità a quel poco che diceva.
Ninni tornò nella stanza asciugandosi le mani. Si sedette sul divano letto e posò l’asciugamano sul ginocchio. Indossava pantaloni blu chiaro e una giacca di jeans su una maglietta bianca.
L’insegnante immerse più volte la bustina del caffè nella tazza, poi lo assaggiò. “Buono” disse.
“Il mio è leggero.”
“Hai levato la bustina troppo presto. Lasciala immersa per un minuto e poi inzuppala più volte.”
“Con questo clima si raffredda subito.”

4Raimond scrollò le spalle e continuò a sorseggiare. Fidelia si passò la mano tra i capelli, accavallò le gambe e guardò l’uomo bere.
“Non sarà un Natale con la neve, ma sarà sicuramente freddo” meditò dopo alcuni minuti.
Lui annuì.
“Verrai a cena da noi domani?”
“Non lo so.”
Fidelia distese le gambe infastidita. “Mi piacerebbe ti decidessi. Oggi Mama lo ha chiesto di nuovo.”
Raimond posò la tazza sul comodino, si girò leggermente a destra, lasciò cadere le sue ciabatte e si distese. “Vieni qua” disse sorridendo e battendo la mano sul materasso.
Fidelia finì il suo caffè, si diresse verso l’altra sponda del letto, si tolse le scarpe da ginnastica e si sdraiò. Raimond coprì i loro piedi con la coperta sotto la quale avevano fatto l’amore un’ora prima.
“Allora” disse l’insegnante. “Non è che io non provi gratitudine. Vi sto ancora ringraziando…”
“Aspetta un momento, Nì!” sbottò Fidelia, alzando la mano destra.
“Mama e Papa… Mio Dio! Tu non conosci i miei genitori. Credi che ti stiano chiedendo di passare insieme la notte di Natale perché vogliono che tu… dimostri la tua gratitudine?”
“Mi fai finire?”
Fidelia emise un sospiro profondo. “Scusa.”
“Io ho perso mio padre quando avevo nove anni. Non so se mia madre allora sia andata a letto con cento uomini o se non abbia mai più fatto l’amore in vita sua. Sai perché? Perché nessun uomo è mai entrato in casa nostra. Io volevo molto bene a mio padre. Non avrei sopportato la vista di qualcuno che cercava di prenderne il posto.” Raimond fece un momento di pausa. “Con l’età, mi sono reso maggiormente conto del tatto di mia madre, o forse del suo sacrificio per me. Quando ho cominciato ad avere avventure, non ho mai accettato l’invito a cena in casa di una madre divorziata, tanto meno mi sono fermato a dormire.”
L’insegnante prese la sua tazza e bevve ancora un po’ di caffè. Fidelia rimase zitta, stupita ancora una volta dal comportamento di quell’uomo, il suo sesto partner sessuale. Raimond posò di nuovo il contenitore sul tavolo.
“È nel tuo interesse; Dani adora suo padre” continuò Raimond “e per me la nostra relazione è importante, la voglio coltivare e prolungare. In queste cose i precedenti determinano il futuro. Domani c’è una ragione per il nostro incontro: è Natale, anche Dani era sulla zattera, forse gli farà piacere rivedermi. Ma poi ti viene un raffreddore a gennaio, e io ti faccio visita. A febbraio qualche pomeriggio andiamo a prendere Dani a scuola. A marzo ci sarà il compleanno di qualche bambino. Ad aprile andiamo tutti insieme a Butterfly World e, in poco tempo, lui capirà, perché è un ragazzo sveglio.
Tu gli hai detto che suo padre è a New York, che in futuro tornerà. E invece Dani non sa che vi ha abbandonati, e io non voglio che tuo figlio dubiti di te.”
Raimond finì il suo caffè e Fidelia si voltò dalla sua parte, gli fece scivolare la mano sotto la maglietta e gli accarezzò il vello color sale e pepe che aveva sul petto.

5“Quindi, io credo sia meglio non creare precedenti. A ogni modo, se vuoi che io venga a cena domani sera dai tuoi, verrò. Ma credo che, quando Dani va a letto, sia meglio parlarne con tua madre e tuo padre, confermare quello che probabilmente sospettano e spiegare perché io non frequenterò la vostra casa fino a quando Dani non sarà abbastanza grande da sapere la verità su quello che ha fatto suo padre. Va bene?”
“Va bene.”
Un minuto trascorse in silenzio.
“Posso farti un altro caffè?”
“Fammi ancora l’amore, tesoro” disse Fidelia sorridendo maliziosamente.
L’insegnante rimase sveglio, riflettendo sul ruolo di Fidelia nella sua trasformazione. Dopo che il suo amore per Natasha si era dissolto a causa delle insopportabili conseguenze della sua infertilità, lui si era limitato a relazioni occasionali. L’aver visto la morte in faccia non lo aveva reso sol-tanto un uomo vendicativo implicato in attività criminali; aveva anche mu-tato il suo atteggiamento nei riguardi del sesso. Prima di imbattersi in Fidelia, aveva preso in considerazione solo le donne di Miami che attiravano la sua attenzione. Si era chiesto se le ossessioni potessero pregiudicare la produzione di testosterone, o se la curva discendente della sua virilità fosse precipitata.
Poi era arrivata lei: una donna sulla trentina, attraente, con occhi nero carbone che potevano passare dal triste splendore della pietà sulla zattera alla radiosa, ribollente sensualità nel monolocale. Fidelia era una persona intuitiva, intelligente, con forti convinzioni ed emozioni, che stava cercando di trovare una collocazione in un ambiente per il quale non era ancora minimamente pronta. Insieme costituivano la giusta combinazione di delusioni e speranze, frustrazioni e successi, convinzioni e dubbi, d’anni trascorsi e d’anni a venire.
Fidelia era la prima donna dopo Natasha che Raimond aveva ritenuto meritevole d’amore. Per mezzo di lei, lui stava recuperando un po’ di fiducia nel genere umano. Lei era diretta, testarda e inflessibile, ma anche buona, ro-mantica e dolce. Il suo femminismo appariva estremo, perché perdeva il controllo sia quando discuteva della violenza sulle mogli sia quando parlava dei lavori domestici. Ma Raimond era abituato ad avere a che fare con donne molto indipendenti, ed era perfettamente abituato ai lavori domestici, poiché aveva vissuto da solo per tanti anni. E gli era piaciuto risvegliarla sessualmente. All’inizio, lei era stata grossolana e inibita, e aveva rifiutato con veemenza tutto quello che per lei era sporco o perverso. Ma in un mese aveva accettato le innovazioni, arrossendo e con gli occhi chiusi. Adesso, prima di prendere l’iniziativa, spegneva la luce.
Fidelia nel sonno rabbrividì, si girò su un fianco e si raggomitolò sotto la coperta. Quello che a Miami è considerato l’inverno, era giunto sorprendentemente cinque settimane prima, quando il primo fronte freddo aveva attraversato la Florida. Come molti cubani appena arrivati, Raimond era stato colto di sorpresa dall’improvviso calo della temperatura. Sapere che gli originari dell’America centrale erano ancora più sconcertati offriva un misero conforto. Improvvisamente le previsioni del tempo e la conversione dalla scala Fahrenheit a quella centigrada, così imperturbabilmente ignorata durante l’estate, divennero inevitabili, si dovettero creare dei nuovi para-metri mentali. Raimond trovava imbarazzante comprare capi d’abbigliamento caldi quando la gente del posto e i pensionati giunti dagli stati del nord affrontavano la temperatura rinfrescata con larghi pantaloncini di cotone, maglioni e sandali. Per Raimond, nato ai tropici, indossare capi d’abbigliamento invernale nello stesso giorno in cui i canadesi prendevano il sole in piscina, era costante motivo di imbarazzo.
L’insegnante si alzò piano, s’infilò le mutande, indossò una maglietta, i pantaloni e le ciabatte infradito e si diresse verso un fornello elettrico a una piastra su un tavolo allungabile, sopra il quale era collocato un bollitore.
Riempì il bollitore e sciacquò le tazze. Mentre l’acqua si riscaldava, fece cadere tre zollette di zucchero e una bustina di caffè istantaneo in ciascuna tazza. Mentre aspettava il fischio del bollitore lanciò un’occhiata a Fidelia.
Sembrava una bambina, i lineamenti rilassati, le labbra socchiuse. Un filo di saliva era colato giù lungo il mento fino al cuscino.
Nel suo nuovo stato d’animo, Raimond si domandò perché, nell’approccio e infine nella scelta di un partner sessuale, la maggioranza degli uomini eterosessuali, lui per primo, fossero attratti più dalla forma che dalla sostanza.
Qual era l’influenza della cultura in questo atteggiamento? Per quante generazioni gli artisti e gli scrittori avevano promosso l’immagine della donna come regina di bellezza dotata anche delle qualità intellettuali e morali più apprezzate dai loro contemporanei? La non frequente combinazione era diventata l’archetipo perseguito.
Donne come Fidelia e Natasha erano carine, non bellezze mirabili: sensuali in modo non del tutto consapevole, in modo innocente; donne simpatiche, caparbie, intelligenti che nella vita si muovevano in modo discreto, con una inclinazione naturale all’amore, ma con un grande lato negativo, la tendenza a soffocare l’oggetto del loro amore.

6Il bollitore fischiò e Raimond versò l’acqua bollente nelle tazze. Mentre inzuppava entrambe le bustine, decise di evitare di rovinare la serata informando Fidelia che sarebbe partito da Miami per un periodo di tempo indefinito. Il mese prima aveva rubato tre macchine per Palladipelo e ora aveva abbastanza denaro per finanziare la sua vendetta. Era pronto. Nel 1995, avrebbe pareggiato i conti.
“Avere un passero” è un modo di dire comune a Cuba per esprimere la nostalgia. Raimond aveva sentito quest’espressione per la prima volta durante i suoi primi anni all’università, quando sia gli insegnanti sia gli studenti erano stati mandati nei campi a tagliare il gambo della canna da zucchero, per un mese di duro lavoro. Una domenica, attratto da una compagna di corso che sedeva da sola vicino a un recinto di filo spinato e guardava imbronciata un tramonto, il giovane Ninni si era avvicinato piano e le aveva chiesto cosa avesse. “Ho un passero” aveva risposto.
In seguito, aveva saputo che questa era un’espressione molto in voga tra coloro che avevano conseguito i loro titoli alle università del blocco orientale, tra gli ufficiali e i soldati di postazione in Africa, e persino tra i diplomatici e i grossi industriali che vivevano all’estero. Nel giorno di Capodanno del 1995 ancora non capiva come un uccello tanto piccolo, tanto comune, tanto diffuso potesse simboleggiare la nostalgia.
Avendo concordato, per la salvaguardia di Dani, di non ripetere la riunione di famiglia della vigilia di Natale, Fidelia e Raimond trascorsero l’ultimo pomeriggio del 1994, un sabato, insieme nel monolocale. Dopo quello che il patrigno di Hoffman in Piccolo Grande Uomo avrebbe definito un disgustoso accoppiamento tra bianchi, poco prima delle 18:00 divorarono dodici acini d’uva a testa e si divisero una bottiglia di sidro spagnolo. Mentre tornava a casa in macchina dopo aver accompagnato Fidelia, l’insegnante provò il desiderio di bere qualcosa d’alcolico. È colpa del sidro, pensò. Sulla 24a, con la sua cena centellinò prudentemente una birra, e il poco alcolico succo di mela fece il suo effetto. È meglio che io stia attento, s’ammonì Raimond. Quella sera andò a letto presto.
Alle 3:15 si svegliò, si fece la doccia e si rase. Poi il simbolico passero volò nella sua stanza, proprio mentre finiva la sua tazza di caffè, seduto sulla sedia di tela. Un’improvvisa, struggente nostalgia lo pervase. L’Avana era il vecchio appartamento che per quello che riusciva a ricordare non aveva mai ricevuto una mano di pittura. Era i suoi amati libri economici, l’obsoleta televisione, il letto dove dormiva profondamente, il familiare copri asse del gabinetto. Gli mancavano il suo palazzo e i suoi vicini: Sobeida con le sue gonne ampie che bussava indaffarata alle porte per consegnare quello che “era arrivato” al negozio; il palazzo pieno di ragazzini urlanti che facevano finta d’essere Zorro o il personaggio del programma tra-smesso alle 19:30 su Canale 6; l’Istituto Politecnico con i suoi studenti e i suoi colleghi insegnanti; i malmessi banchi di scuola; i pezzi di gesso che per qualche motivo erano tanto duri da graffiare la lavagna fatiscente.
L’Avana era anche una radio sintonizzata sullo sceneggiato delle 14:00; le mutande bagnate stese sulla corda del bucato; il cerchio di metallo fissa-to in modo precario su un lampione dai ragazzi che giocavano a pallacanestro; i ciclisti che pedalavano in salita; un mozzicone che si passavano i fumatori; una galleria d’arte piena di paesaggi incredibili; un medico di famiglia che sorseggiava il poco caffè appena fatto portatogli da uno dei suoi pazienti; tre giovani all’angolo che facevano commenti volgari su una ragazza dal sedere grosso che indossava stretti pantaloncini elasticizzati; le persone anziane che facevano la fila per la mistura puzzolente di fagioli di soia e carne trita al supermercato; Susana Vila.
Raimond sciacquò la tazza, ritornò sul divano, intrecciò le dita dietro la testa e fissò il soffitto. Quali traguardi personali si era lasciato alle spalle? Perché i ricordi lo dovevano far sentire tanto triste? Non aveva una famiglia; aveva sprecato il tempo libero dei suoi anni migliori a leggere narrativa, a bere e ad andare a donne. Perché? Mancanza d’ambizione? Dopo aver riflettuto un po’, Raimond giunse alla conclusione che non aveva mai avuto il desiderio di emergere, eccellere, o crogiolarsi nell’approvazione generale.
Aveva letto da qualche parte che i capi e i futuri capi nutrivano scarso interesse nei confronti del sesso. Lui invece era sempre stato molto incline al sesso e non aveva mai inseguito il potere. Aveva cercato l’approvazione per un lavoro ben fatto? Sì. Aveva sperato in una promozione perché era il più qualificato e aveva l’anzianità di servizio? Certo. Aveva avuto desiderio di comandare la gente? No, grazie. In una società rigidamente stratificata, dove il successo si basa sull’autorità che una persona esercita, le opportunità sarebbero sempre sfuggite a coloro che erano indifferenti al potere. Se, oltre alla mancanza d’interesse per il potere, coloro che lo detenevano lo consideravano un rischio politico, un individuo disinteressato sarebbe precipitato nell’oblio.
Allora perché avrebbe dovuto provare la sensazione di aver perduto tanto? Era difficile a dirsi: le persone, le strade, gli odori, le notti silenziose, la diversità caotica di un’architettura che mischiava migliaia di stili diversi, i clacson strombazzanti delle auto più vecchie al mondo che ancora circolavano, la musica, le battute, i sorrisi rassegnati e gli sguardi d’intesa con i quali erano tollerate molte privazioni ingiustificabili.
Raimond si voltò e fissò la parete vuota. Santa Cruz del Norte. La sua brezza marina costante, le strade pulite e l’atmosfera particolare: un terzo villaggio di pescatori, un terzo città rurale, un terzo distilleria di rum. Nelle belle giornate sulle coste rocciose, la marea riempiva piccole pozze dove lui, sotto il sole bruciante, guardava crescere piccoli granchi, pesci e orecchie di mare. Suo padre gli aveva fatto cenno di andare a nuotare. Da lontano, le ciminiere delle raffinerie sputavano denso fumo nero. Era nero, in quei giorni in cui nessuno parlava d’inquinamento e in cui il petrolio non era costoso.
La mamma, il nonno, la nonna, i cugini, gli zii e le zie. Gli uomini si davano da fare per vivere e parlavano di politica e la sera giocavano a domino. Le loro mogli cucinavano, lavavano i pavimenti, facevano il bucato, stiravano, spettegolavano e ascoltavano gli sceneggiati. I bambini andavano a scuola e giocavano e fantasticavano sulla sessualità. La domenica andavano tutti in chiesa. Tutti erano ignari della felicità in cui erano immersi.
Quelli erano gli anni perfetti che ogni famiglia numerosa vive, quando non c’è nessuno troppo vecchio, gravemente malato, povero, in prigione o divorziato.
Forse lui era come sua madre, un sentimentale. La sostanziale natura di una persona è difficile da spiegare, pensò. Due, forse tre anni prima di morire, una sera tranquilla nel loro appartamento all’Avana, Carmen aveva confessato di non essersi mai sentita a casa in Florida. Lui aveva voluto sapere perché. Era stata una barriera linguistica? L’inglese non era stato mai un problema; suo marito o sua suocera le avevano fatto da interprete.
Ma tutto lo stato era così bello, aveva protestato Ninni. Il clima era simile a quello di Cuba. I contadini vivevano in case moderne, non in capanne fatte di legno di palma e con il tetto di fronde. La maggior parte delle macchine era nuova e le strade erano pulite e pavimentate. Poi c’erano le spiagge, i negozi, i cinema, il popcorn, il marsh mallow, e la Big League di baseball.
Ninni aveva continuato a raccontare, un uomo adulto che esprimeva un’opinione basata sulle impressioni di un bambino. Sua madre aveva solo annuito e aveva sorriso mentre lui sommava le ragioni per cui discordava da lei. Allora, perché, mamma?
“La Florida non è entrata qui” disse lei alla fine, indicando il cuore.
Una motivazione inconfutabile.
Carmen non confessò mai che neanche l’Avana aveva fatto breccia nel suo cuore. Non voleva che suo figlio si sentisse colpevole. Ma con il passare degli anni, Ninni cominciò a capire che si erano trasferiti nella capitale per il suo bene: per allargare i suoi orizzonti e sfuggire a un passato segnato da un padre americano e da ricordi tristi. Ma nel fare questo, lei aveva perso le sue radici. Andava a trovare i suoi genitori due volte l’anno e ogni tanto trascorreva un paio di settimane con loro. La sera prima di partire per Santa Cruz del Norte, mentre stirava i suoi vestiti e li riponeva nella vecchia borsa da viaggio di cuoio, lei era una persona diversa, con occhi scintillanti, rapidi movimenti aggraziati e un sorriso costante. Il mattino seguente saliva sul vecchio tram per Hershey, con l’aspetto di chi s’imbarca sul Concorde per la prima tappa di un viaggio intorno al mondo.
Quando, dopo il matrimonio, Natasha si era trasferita da loro, Carmen ogni tanto trascorreva un intero mese a Santa Cruz, tornava per una settimana per pulire l’appartamento e comprare la razione stabilita dalle loro tessere, poi ripartiva per la sua città natale. Ma dopo il suo divorzio, lei era ritornata all’Avana silenziosamente rassegnata; era lì per aver cura di suo figlio. Per tutta la sua vita era stata una pessima cuoca, ma una grande donna di casa. Quando la sua ipertensione si aggravò, Ninni fu costretto a svolgere tutti i lavori domestici, e lei s’intristì nel riconoscere che non era più d’utilità alla persona che amava maggiormente.
L’insegnante scosse la testa. Adesso basta, si ordinò. Stava cominciando una vita nuova nello stesso posto in cui aveva trascorso bei momenti. Sebbene non fosse il paradiso, la Florida aveva un posto nel suo cuore. Per la prima volta, si sentì un uomo con uno scopo.
Adesso conosceva il significato di “avere un passero”. Significava svolazzare tra gli anni più ingenui della propria vita, quando si credeva che tutti avessero buone intenzioni, che le persone amate non sarebbero mai morte, i buoni vincevano, i cattivi erano puniti e il vendicatore solitario era una finzione di Hollywood.
Che modo di iniziare l’anno! pensò mentre si alzava per uscire e fare colazione di buon mattino.

7La sera del 7 gennaio 1995, Ninni Raimond uscì dal bar dove aveva usato il bagno e ordinato un bicchiere di latte. Stava aprendo lo sportello di una Buick Le Sabre con i vetri azzurrati, presa a noleggio, quando una voce alle sue spalle gli chiese: “Hai da accendere?”.
L’insegnante estrasse la chiave dalla serratura e si girò. Gli venne subito in mente la ragazza che gli aveva rivolto la stessa domanda sei mesi prima, la sera in cui la sua vita era cambiata per sempre. Questa donna, una negra dalla pelle color caffelatte, indossava una minigonna che era ancora più corta e, al posto di una canottiera, indossava una blusa di garza su splendi-di seni nudi. Come la prostituta cubana, portava grandi orecchini e una sigaretta pendeva dalle sue labbra carnose. Raimond sorrise imbarazzato e scosse la testa.
“Non hai fuoco?”
L’insegnante scosse la testa ancora una volta.
“Mi vuoi offrire qualcosa da bere?”
Raimond sbatté le palpebre due volte. “Devo guidare.”
Lei lo guardò maliziosamente. “Ti vuoi divertire un po’, tesoro?”
“Un’altra volta.”
Rassegnata disse: “Va bene. Questo è il mio posto. Se ti vuoi divertire, chiedi di Donna”.
“Certo.”
Donna si guardò intorno, poi decise di girare a destra e di passeggiare verso sud. Bel corpo, pensò Raimond. Osservò il panorama. Come i sobborghi di ogni città, l’estremità settentrionale di Sarasota non era particolarmente imponente. Aprì la portiera, si sedette al posto del passeggero e trovò una cartina della città nel cruscotto.
Era partito da Miami al mattino presto con la Ford di Tony Soto, che ormai aveva pagato interamente. Verso le 11:00, per evitare di attraversare Sarasota in pieno giorno, l’insegnante aveva lasciato la Superstrada 41 un chilometro e mezzo dopo la Laurel, all’imbocco nord per la Route 75. Alle 14:05, Raimond aveva preso una piccola valigia dal bagagliaio e aveva lasciato la Ford nel garage per le soste lunghe del parcheggio dell’aeroporto internazionale di Tampa. Mezz’ora più tardi, aveva guidato la Buick presa a nolo nella parte vecchia della città e aveva pranzato in un piccolo ristorante con vista sulla baia. Mentre il suo sguardo percorreva gli alti edifici che splendevano sotto il sole, l’insegnante intuì che quando era stato preso tra le braccia della madre quarantatré anni prima, quel posto doveva avere un aspetto diverso.
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(Tutte le immagini utilizzate a corredo fotografico, sono state manipolate dall’autore e provengono, di massima, dalla rete – Programmi utilizzati: Adobe PS5 64, Topaz Professional, M Bullet Pro)
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16 pensieri su “Cuba … el séptimo

  1. Hasta luego

    Inno Nacional de la Republica de Cuba

    La Bayamesa
    ¡Al combate corred bayameses,
    que la patria os contempla orgullosa;
    no temáis una muerte gloriosa,
    que morir por la patria es vivir!

    En cadenas vivir es vivir
    en afrenta y oprobio sumido.
    Del clarín escuchad el sonido;
    ¡a las armas, valientes, corred!

    ——

    Alla lotta correte bayamesi,
    che la patria vi guarda orgogliosa;
    non temete una morte gloriosa,
    ché morire per la patria è vivere!

    Vivere in catene è vivere
    sottomessi, all’affronto e alla riprovazione.
    Ascoltate il suono delle bugle;
    alle armi, valorosi, correte!

    Cordialidad

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  2. Mi soffermo sull’episodio delle uova, formidabile nel descrivere la bontà di alcuni – purtroppo, assai pochi – uomini. Ha un sapore che viene da lontano, dai venti gelidi della Siberia, dove un prigioniero politico del tutto innocente più tardi, tornato nella Russia “europea”, avrebbe scritto “L’idiota”.
    Complimenti, Milord!
    E buon sabato, che sia radioso.

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    • Alessandra Bianchi

      Tipica espressione occidentale che, malgrado una sorte avversa e barbina, porta e comporta una certa dignità di fondo.
      Le uova.
      Già. potremmo utilizzare altri oggetti e soggetti, il prodotto non cambierebbe.
      Dignità e rivalsa sono il leit motiv di questa guerra che non risparmia nessuno.
      Con le uova, del passaggio di questa storia, abbiamo una situation che coniuga l’orgoglio e la compassione. Il filo, però, è molto sottile.
      Fu vera gloria? ….
      Grazie milady per esserci.
      Cordialità

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  3. Questo capitolo è storia, è sofferenza, è verità.
    ll mondo è pieno di tante cose. Sono le cose che si riempiono del mondo tirandocele contro.
    Devo confessarti che ho impiegato moltissimo tempo a leggere.
    Ho letto lentamente con la paura che finisse il capitolo. l’ho gustato, assaggiato e vissuto fino all’ultima riga.
    Non so se ho fatto bene, ma mi ha fatto star bene.
    Esco da momenti di “tenerezza” per entrare in minuti di gioia. Il mondo attorno urla e tu, caro Ninni, mi stai facendo capire il perché.
    Attraverso un romanzo.
    Soltanto una cosa ti chiedo. Il tuo protagonista è …
    Ninni. Che legame c’é?
    Un bacio e un ringraziamento al mio amico Bertrand che mi ha aiutata con internet, perché il mio tablet aveva dei problemi…

    Per la signora Bianchi
    Si riferisce a Dostoevskij (non so se l’ho scritto bene)?

    Ciao Ninni un bacio mon trèsor.
    Bisousss

    Miami, FL, USA, ore 4.49

    Annelise pour toi

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    • Annelise Baum

      Oltremodo gentile e piena di proprietà, mia signora.
      Avete scritto e descritto uno stato d’animo che provammo molte volte quando, presi da una lettura veramente meritevole, ci attanagliò un senso di tristezza motivata dallimminente esaurimento della lettura in parola.
      Dedizione e costanza, poi, sono un ottimo viatico per la felicità.
      Grazie per esserci, cordialità

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  4. Intanto la linearità è tutto.
    Questo è un capitolo lineare, pulito. I tecnicismi li abbiamo abbandonati a quello precedento, con l’evoluzione di questo.
    Forte e delicato.
    Sai cosa intendo.
    Una caratterizzazione forte, molto forte su un paesaggio e passaggio che hai reso delicato nella forma. E non potrebbe essere altrimenti.
    Qua si parla, da qualsiasi parte la si legga, di un dramma umano, dentro e fuori l’isola caraibica.

    Non è facile prendersi cura di un paese/nazione fuori da tutto e strozzato alla gola.
    Cosa potevano fare se non razionare, anche, il respiro?
    In tanti anni, appollaiati come avvoltoi, il mondo ha aspettato di vederli crollare, implodere.
    Cosa abbiamo avuto, invece?
    La cancellazione dell’enorme debito che avevano con l’ex unione sovietica, da parte di Putin e l’ingresso, così alleggeriti, nel consesso internazionale come nazione.
    Putin gli ha dato fiducia e aveva ragione.

    Quel tripletto di Obama l’ha capito e si è affrettato a porre rimedio.
    Cuba avrebbe potuto significare la Waterloo di Barack; il secondo Vietnam per gli USA (come effettivamente è stato. Anni di embargo e di politica strafottente, aggressiva e violenta nei confronti dei cubani, che si è risolta in un “volemose bene”).

    Bel capitolo.
    L’ho letto, proprio, con soddisfazione.
    Buon fine settimana e grazie. Non si legge ogni giorno qualcosa di così sopraffino e intelligente.

    G.

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  5. Un passaggio degno della migliore scrittura e che da lei non potevo registrare, se non così fortemente.
    Tratti belli e veristi contraddistinguono questo capitolo che brilla, nelle sue pieghe, di una presenza forte umana e narrativa dei fatti.

    Molto molto bello.
    Buona serata

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