Cuba … el décimo

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1Il venerdì seguente, un po’ prima delle 15:00, Raimond stava percorrendo la Collins con il furgone.
Aveva consegnato due bombole a un fornitore d’impiantì d’aria condizionata sulla 7a Strada ed era diretto verso un’altra ditta sulla Purdy Avenue. Il sole splendeva in un cielo azzurro senza nuvole, la temperatura era quasi di 27 gradi e l’insegnante si stava godendo ogni singolo minuto della magnifica giornata, dato che le previsioni del tempo alla radio dicevano che un fronte freddo si sarebbe abbattuto sulla città verso mezzanotte. La Collins riportava alla memoria di Raimond ricordi d’infanzia. Trovava incredibile che i piccoli alberghetti sulla spiaggia degli anni ‘30 e ‘40 fossero sopravvissuti. Di fronte a essi oggi sorgevano nuovi condomini da quaranta o cinquanta piani, costruiti su quella che un tempo era una spiaggia dorata con alberi di cocco. Gli anziani passeggiavano nel clima mite con strani copricapi. La maggioranza degli uomini indossava pantaloncini bermuda, mentre le donne anziane esibivano camicie senza maniche e calzoncini corti. Non c’erano molte persone di mezza età. I giovani, pressoché nudi nei costumi da bagno succinti, sembravano sgradevolmente spensierati e sleali nei confronti dei pensionati.
“Mi piace questo posto” disse Max Meisler. “Sono cresciuto da queste parti, sai?”
“Davvero?”
“Sì. Siamo arrivati nel 1949. I miei non ne potevano più di Chicago.”
“Adesso dove sono?”
“Tu dove credi? Morti. Io ho cinquantanove anni.”
“Non li dimostri.”
“Ma me li sento. Quando io e mia sorella ce ne siamo andati a vivere per conto nostro, loro sono ritornati in Israele. La loro pensione lì aveva un altro valore, sai?”
“Davvero?”
Raimond si sentì improvvisamente infastidito con se stesso. Max non era un gran parlatore, ma quando aveva voglia di scambiare quattro chiacchiere, inseriva “sai?” nel discorso ogni quindici, venti parole. Per qualche motivo l’insegnante riteneva ineducato stare zitto. “Davvero?” era tutto quello che riusciva a dire in risposta. Pensò ai ragazzi cubani e alle loro parole di moda.
“Certo. Lì il costo della vita negli anni ‘60 era più basso. Il governo offriva inoltre un buon programma d’assistenza sanitaria per gli ebrei anziani, sai?”
“Davvero? No, non lo sapevo.”
“Non sapevi cosa?”
Raimond lanciò un’occhiata a Max. “Non sapevo che il governo d’Israele lo facesse.”
Max annuì e lasciò scorrere lo sguardo sulla strada. “Si poteva trovare una camera per cinquanta dollari la settimana. Le persone ricche andavano a Bal Harbour, sai?” Raimond rimase zitto. “Poi hanno cominciato a costruire quei condomini e a rinnovare i piccoli alberghi ed è iniziato il recupero.
Come il Bowery, sai?”
“Il Bowery?”
“Lassù a New York City. Quel posto era completamente in rovina, zeppo d’ubriaconi seduti sul marciapiede con la bottiglia alla bocca. Poi gli scaltri affaristi delle agenzie immobiliari hanno cominciato a investirvi denaro ed è diventato alla moda. Adesso quel posto è invaso dalla nuova classe emergente, sai?”

2L’insegnante non sembrava prestare attenzione e la sua guardia del corpo accese una Pall Mall.
Meisler era di carnagione scura, di corporatura massiccia, un metro e novanta d’altezza e non era particolarmente intelligente. La sua mise era composta di pantaloni e scarpe marroni, una camicia rossiccia con attaccato sulla manica sinistra un distintivo ricamato che lo identificava come guardia del Servizio Vigilanza di Miami, e un berretto color cioccolata.
Era calvo e aveva un aspetto rude. Dalla vita gli pendevano un revolver in una fondina rigida, cartucce di riserva, manette e una bomboletta di gas.
Inoltre, per maggior sicurezza, Meisler portava con sé un fucile semi-automatico a pompa, calibro 12, con l’impugnatura a mano.
Durante le ore di lavoro il rituale dissuasivo placava i timori di Raimond, ma nello stesso tempo lo imbarazzava. Meisler scendeva per primo dal furgone, impugnando il fucile, lanciava una rapida occhiata alle macchine e ai pedoni circostanti, poi faceva un segno affermativo a Ninni. Non si sedeva mai al suo posto nel furgone prima che una consegna fosse stata completata e Raimond non avesse acceso il motore.
“Quante consegne abbiamo ancora da fare?”
“Questa sulla Purdy e ancora una sulla Lenox.”
Meisler inspirò profondamente una boccata di fumo e spense il mozzicone nel posacenere traboccante. “Fine settimana” disse con pregustazione.
Raimond annuì. “Probabilmente un fine settimana freddo e bagnato.”
“Non importa. Solo girare per la casa in pantofole e pigiama è bello.
Dieci chili in meno intorno alla vita e da tenere in mano mi fanno sentire come un fottuto angelo che svolazza in giro. La cosa più pesante che tengo in mano durante il fine settimana è un buon bicchiere, sai?”
“Davvero?”
“Ci puoi scommettere. L’unico problema è la vecchia che mi rimprovera: “L’alcol ti fa male, Max”. E io dico: “Che c’è di nuovo?”. E lei dice:
“Fumi troppo quando bevi”. E io dico: “Non ti preoccupare, la mia pensione ti sarà d’aiuto”.”
Gli uomini ridacchiarono.
Max era stato tenuto all’oscuro dell’accaduto non solo per le ovvie ragioni. L’uomo che lo aveva assunto e quello che stava proteggendo non sapevano ancora nulla sull’uomo con gli occhiali a specchio. L’informatore di Tony Soto a Homestead aveva confermato quanto prevedibile: nessuno aveva visto niente. Raimond, sebbene ciò in qualche modo gli facesse comodo, era sbalordito. In quella che si era autoproclamata la bandiera della democrazia, nella terra dove la libertà di opinione era un diritto costituzionale, nel paese con il piano di protezione per i testimoni più ampio e più costoso del mondo, nessuno, mai, si faceva avanti quando si sospettava il coinvolgimento del crimine organizzato. Il proprietario dell’officina di riparazione di impianti d’aria condizionata e i suoi due meccanici giurarono di aver baciato per terra e di aver chiuso gli occhi non appena avevano sentito i primi spari. No, non c’era nessun cliente e nessun fornitore nel locale quando era cominciata la sparatoria. Gli abitanti del posto avevano affermato di essersi nascosti dietro muri e mobili. L’ottantenne colonnello dell’aeronautica in pensione che aveva chiamato la polizia era mezzo cieco. Dai segni dei copertoni sul marciapiede e sul prato, la polizia sapeva che era stato coinvolto un furgone; cartucce sparate da una .357 testimoniavano l’utilizzo di un revolver di grosso calibro. Non era stata trovata neanche una traccia di sangue.
Fine dell’indagine.

3L’insegnante si rendeva conto che la gente comune poteva riferire o no le slealtà di un politico, consegnare la registrazione di un pestaggio della polizia, o rivelare o no d’aver visto un attore del cinema che sniffava una pista di coca. Ma la gente comune sapeva molto bene che non si doveva mai, in nessuna circostanza, riferire o filmare o in alcun modo interferire con il crimine organizzato. Le sei persone che avevano assistito a quanto era accaduto sospettarono che si trattasse di una faida tra due fazioni rivali di trafficanti di droga e tennero la bocca chiusa. Per questo motivo, e per cercare una conferma incontestabile, Scheindlin aveva inviato Plotzher a Homestead. L’azionista di minoranza aveva ringraziato il proprietario dell’officina per la sua discrezione, gli aveva dato quattro bombole di freon in omaggio e aveva porto le sue scuse. L’uomo aveva detto a Plotzher che apprezzava veramente il regalo ma che, no, non aveva visto il numero di targa della Lincoln. Tacque del suo proposito di cambiare fornitore di gas alla prima occasione.
Di ritorno al magazzino verso le 16:00, Raimond si ricordò dell’accalorata ed estenuante conversazione avuta con Fidelia la sera prima. Come d’accordo, era passato a prenderla poco dopo le 17:00 sul marciapiede del palazzo di Miami Avenue dove lavorava. Quando si era recato in macchina fino al parcheggio di un motel senza averla avvisata prima, lei si era irritata e si era rifiutata di scendere dall’auto. Lui si era scusato e con un tono di voce molto solenne aveva detto che la sua vita era in pericolo e l’aveva supplicata di dargli la possibilità di spiegare il motivo per cui non era possibile andare a casa sua o, per lo stesso motivo, incontrarsi del tutto durante le prossime settimane, forse i prossimi mesi. Disorientata e leggermente più calma, lei aveva aperto la portiera con violenza.
“Io non lo so, Ninni” erano state le sue ultime parole quando lui l’aveva lasciata due ore dopo nella vecchia casa con due stanze da letto che il padre aveva affittato la settimana prima sulla 12a Strada nord-ovest. Lei non sapeva se lo avrebbe aspettato, se credere alla poco fondata minaccia sulla sua vita, se fosse giusta la supposizione che tenerla all’oscuro avrebbe garantito la sua sicurezza. Confusa e ferita, non aveva avuto voglia di fare l’amore. Mentre si allontanava dalla Mac Arthur Causeway, l’insegnante cercava ancora una volta un modo di mettere fine alle sue tribolazioni.
Dopo aver fatto il suo resoconto giornaliero e aver depositato il contante da Uri, il segretario di Scheindlin, Raimond si sentiva esausto e indifeso. Proprio come i due pomeriggi precedenti, dopo essersi assicurato che il denaro era al sicuro nella cassaforte, Max Meisler se n’era andato nella sua Chrysler bianca del 1992. Mercoledì, Scheindlin aveva detto che di notte e durante il fine settimana era meglio lasciare il furgone nel magazzino, così, quando Raimond prese posto al volante della sua macchina poco prima delle 17:00, comprese fino in fondo il significato dell’espressione “bersaglio facile”. Era inutile, quando tornava a casa, continuare a sbirciare lo specchietto retrovisore, guardare da tutte le parti mentre aspettava il verde al semaforo, era inutile avere a portata di mano la nuova pistola Taurus modello 73, calibro .32, fornita da Tony Soto. Comprese come fosse possibile che Capi di Stato fossero assassinati. Le guardie del corpo, le precauzioni, non garantivano nulla. Una singola persona ben informata, con del fegato e l’attrezzatura giusta, avrebbe potuto fare fuori chiunque. E lui non era un Capo, neanche un capo condomino. Era un idiota solitario che stava diventando paranoide. Fece schioccare la lingua, scosse la testa e accese il motore.
Alle 17:17, Raimond allungò il braccio sinistro fuori dal finestrino e inserì nella fessura il suo tesserino di residenza. Il cancello a sbarre si aprì senza rumore dietro un muro alto tre metri e lui guidò la Chevy fino allo spazio del parcheggio che gli era stato assegnato. Scese, prese la pistola da dietro la leva del cambio e la mise sotto la cintura all’altezza dei reni. Non aveva acquistato un antifurto: sapeva che erano del tutto inutili! Mentre camminava verso il cancello, diretto verso il porticato di fronte all’ingresso principale dell’edificio, l’insegnante rammentò il disprezzo che in passato aveva nutrito per le misure di sicurezza. Adesso adorava le telecamere a circuito chiuso, il quadro di monitoraggio nella hall sorvegliato da una guardia con una ricetrasmittente, il cancello, le mura, i congegni elettronici.
Con le chiavi della macchina che gli ciondolavano in mano, alzò lo sguardo al cancello chiuso. Sul marciapiede, a sei metri di distanza, un uomo con pantaloncini rossicci, una polo verde, sandali e un berretto stava prendendo una mazza da una sacca da golf. Perché avrebbe dovuto…?
L’insegnante cadde per terra nell’istante in cui l’uomo si raddrizzò con qualcosa in mano. Raimond rotolò dietro una fila di macchine parcheggiate.
Sentiva la sua pistola premergli nella carne ogni volta che si muoveva. Il golfista inserì la canna di un Iver Johnson Enforcer tra due sbarre di ferro, prese la mira e fece fuoco.
Rannicchiato tra un furgoncino e una Thunderbird classica del ‘57, Raimond si nascose dietro la ruota posteriore del camioncino e chiuse gli occhi. La rapida successione di colpi di fucile mitragliatore e i suoni delle varie sirene dei sistemi d’antifurto delle autovetture producevano un frastuono assordante. Gli piovvero addosso detriti e i vapori della benzina; carburante e liquido dei freni lo raggiunsero con un getto caldo, dall’odore di gomma.
Le raffiche del mitragliatore cessarono mentre il golfista cambiava il caricatore. L’insegnante si guardò intorno. Il copertone era a terra. Lui era ricoperto di frammenti di vetro e aveva la sensazione che qualcosa gli scorresse giù per il naso. Mentre stava cercando di prendere la sua pistola, arrivò una nuova raffica di proiettili. Pezzi d’asfalto gli ballarono intorno come nere cavallette. Chiuse gli occhi e si coprì il capo con entrambe le mani. Il furgoncino traballò mentre le pallottole lo perforavano e si schiantavano contro il telaio di acciaio massiccio, i mozzi, l’albero, il cambio e l’asse. Il secondo caricatore si esaurì. Raimond aprì gli occhi e si vide le mani zuppe di sangue. In mezzo alla fanfara degli antifurto, si udì lo stridore di una frenata, un motore che andava su di giri, gomme che fischiavano.
L’insegnante voleva mettersi in piedi, ma le sue gambe non rispondevano. Si sedette, si girò per aggrapparsi alla maniglia della Thunderbird, poi si tirò su. La prima cosa che gli venne in mente fu che la Thunderbird classica del ‘57 sembrava venire dalla Cecenia. Il furgoncino sembrava un colabrodo. Una guardia giurata che perlustrava il parcheggio, pistola alla mano, vide Raimond e si affrettò verso di lui. Agguantò il residente sanguinante per il braccio e disse qualcosa. L’insegnante si liberò dalla presa. “Sto bene” sentì che diceva. Mantieni il controllo, pensò.
“Può camminare?” chiese la guardia, vicino all’orecchio sinistro dell’insegnante.
Raimond annuì.
“Andiamo dentro. Sta sanguinando.”
Raimond annuì di nuovo.
Nudo fino alla cintola, con i jeans e le mutande abbassati, Raimond guardò con la coda dell’occhio lo specchio dell’armadietto dei medicinali, cercando di vedere se i graffi che la pistola gli aveva procurato sui reni fossero del tutto coperti con la tintura di iodio. Pareva di sì. L’insegnante si alzò le mutande e i jeans, poi si voltò. Gli abiti macchiati di sangue giacevano accanto al gabinetto.

4Quattro ore e mezza prima, seduto nella hall mentre la guardia giurata chiamava il 911 con il suo cellulare, Raimond aveva lasciato cadere la Taurus in un grande vaso di fiori finti. Si era sentito sollevato di non dover spiegare a nessuno perché la portava con sé. Chiese il cellulare alla guardia e digitò il numero di casa di Tony. Lidia gli rispose che il marito era di servizio. Raimond digitò il numero della stazione di polizia proprio mentre arrivava l’ambulanza. Mentre un infermiere gli esaminava la testa, l’insegnante si sfogava al telefono in spagnolo.
“Qualcuno mi ha appena sparato, Tony.”
“Che cosa?”
Pazientemente ripeté: “Tony, qualcuno mi ha sparato addosso due minuti fa. Stanno per portarmi in ospedale”.
“Sei ferito?”
“Mi sanguina la testa. Fa male, ma non credo sia grave. Riesco a pensare chiaramente.”
“Dove sei?”
“Da me. Nella hall…”
Regnarono uno, due, tre, quattro secondi di silenzio.
“Identità sbagliata” disse Tony.
“Che cosa?”
“Qualcuno ti ha scambiato per un’altra persona.”
Nella mente dell’insegnante una spia si accese. “Naturalmente.”
“Tu… tu…” il poliziotto cercava le parole, tentando di esprimere qualcosa in modo inoffensivo “… come hai reagito?”
“Mi sono abbassato e ho pregato.”
“Bene. Sai cos’altro dovresti fare?”
“L’ho già fatto.”
“Dove ti stanno portando?”

5Raimond lo domandò all’infermiere. “Jackson Memorial” ripeté a Tony.
“Vengo subito.”
Raimond si esaminò allo specchio ancora una volta. Solo tre punti in testa, ma dalla fasciatura sembrava che avesse subito un intervento di chirurgia cerebrale. Aveva sempre creduto che il vetro infrangibile non tagliasse.
Sbagliato. L’insegnante ripose la boccetta di iodio nell’armadietto dei medicinali, prese due capsule di Tylenol da un contenitore di plastica, poi andò in cucina. Tony Soto lo guardò passare, mentre tracannava una birra seduto sul divanetto. Aveva comprato una confezione da sei lattine in un negozio prima di raggiungerlo, per placare insieme a lui la sua frustrazione.
Raimond inghiottì l’analgesico, entrò in camera per indossare una maglietta, poi ritornò lentamente nel soggiorno, dove si adagiò sulla poltrona. La fine pioggerellina del previsto fronte freddo aveva appannato i vetri della finestra che davano sul mare.
L’insegnante si sentiva esausto, solo e debole. Spostò lo sguardo sul poliziotto. Tony non aveva creduto alla sua totale ignoranza di quanto stesse succedendo; sentirsi escluso lo aveva fatto arrabbiare. Il poliziotto adesso era sicuro che la prima sparatoria non era stata un tentativo di rapina. In macchina di ritorno dall’ospedale, aveva interrogato Raimond in modo brusco.
Non si rendeva conto che qualcuno lo voleva morto? Ci doveva essere una ragione. Raimond impacciato aveva farfugliato qualcosa circa le consegne di gas. Tony Soto era esploso. Per la miseria, i grossisti non assumevano killer professionisti per eliminare la concorrenza! Era invischiato con gli spacciatori di droga? Forse aveva spacciato della coca e si era tenuto i soldi? Raimond si stava scopando la donna di qualcuno? L’insegnante era convinto che Tony sarebbe sempre stato disponibile a dirgli cosa dichiarare, a parlare con gli altri ufficiali di polizia, a pescare nei vasi di fiori, a brigare, a fargli da copertura?
Dall’appartamento di Raimond, poco dopo le 21:00, al telefono Tony comunicò a Scheindlin le novità. Il grossista trascrisse l’indirizzo di Raimond e disse che sarebbe passato verso le 23:00. Ma dieci minuti prima dell’ora fissata, mentre l’insegnante sonnecchiava sulla poltrona e Tony Soto finiva la sua terza birra, la guardia della hall annunciò il visitatore. A Raimond piaceva il modo disinvolto con cui il suo datore di lavoro gli offriva aiuto. Senza agitazione e senza scalpore. Aveva socchiuso gli occhi davanti alla fasciatura come se l’insegnante avesse sbattuto casualmente contro una bombola. Faceva molto male? Raimond offrì con deferenza al suo capo la poltrona e sedette sul divanetto accanto a Tony. Il vecchio non voleva una birra e neanche un tè o un caffè. Per cortesia, Ninni poteva spiegargli che cosa era accaduto?
L’insegnante aveva obbedito. Per cortesia, Ninni poteva dirgli come aveva reagito? Il poliziotto parlò della sua assistenza, di come avesse costretto l’ufficiale investigativo a non complicare un chiaro caso di scambio di persona. Scheindlin aveva intrecciato le dita e aveva adagiato le mani in grembo.
“Tony, caro amico mio” disse “ti voglio ringraziare vivamente per aver tenuto la società fuori da questo pasticcio. Ti sono debitore ancora una volta. Adesso vorrei scambiare due parole in privato con Ninni. Ti dispiace?”
Il poliziotto scosse la testa con un’espressione leggermente contrariata, poi si alzò. Raimond lo abbracciò con calore e sussurrò in spagnolo: “Grazie, fratello”. Scheindlin strinse la mano a Tony e annuì con approvazione. Il poliziotto uscì subito.
L’ospite e il padrone di casa tornarono ai loro posti. Scheindlin fissò Raimond per i pochi secondi che i suoi occhi gli consentivano. L’insegnante accavallò le gambe.
“Tu mi piaci, Ninni” cominciò Scheindlin. “Sei un buon lavoratore, sempre puntuale, non ti sfugge nulla, tieni la bocca chiusa. Tony è scaltro, tu sei intelligente. C’è una differenza. Tu cambi ambiente, paese, lavoro, cultura e ti adatti velocemente. Se Tony lasciasse la polizia, si trasferisse in un altro paese, gli ci vorrebbero anni prima di ambientarsi. Probabilmente non farebbe molta strada nella vita. Tu sei più istruito, più maturo. Mi piacerebbe che restassi nella società. Davvero. Ma non posso tenere un uomo cui sparano ogni settimana. Non fa bene agli affari.” Scheindlin sogghignando fece una pausa.
Raimond fece schioccare la lingua, scosse la testa e fece un sorriso forzato, mentre guardava le tre lattine di birra vuote sul tavolino di vetro e ottone.
“Adesso sappiamo entrambi che la sparatoria di Homestead non aveva nulla a che vedere con il freon” continuò Scheindlin. “Per qualche motivo qualcuno ti sta dando la caccia. Forse tu sai chi e perché. Forse te l’immagini. Forse non lo sai davvero. La terza possibilità è difficile da credere, ed è la peggiore. Un vero caso di scambio di persona: non puoi andare dalla polizia, non puoi accusare nessuno, non puoi immaginare chi stia cercando di ucciderti. Se le cose stanno così, mi dispiace davvero per te.”
Scheindlin smise di parlare perché le sue parole facessero presa. Lo sguardo di Raimond era inchiodato sulla porta d’ingresso.
“Ma se tu sai o puoi immaginare chi ti sta dando la caccia e non lo riferisci alla polizia, significa che c’è qualcosa di strano. Tu sei nuovo in questo paese, hai pochi amici, probabilmente nessuno di loro ha i mezzi o le conoscenze per darti una mano. Tanti anni fa, anch’io ero nuovo in questo paese. Ma la nostra comunità è molto solidale e io sono stato avvantaggiato. Ho pagato i miei debiti aiutando altri e credo che sarebbe un buon affare aiutarti a venirne fuori. In tal modo, tu potrai dedicare tutte le tue energie a lavorare con me.”
Trascorsero cinque secondi. Raimond inspirò profondamente.

6“Adesso, Ninni, ti farò una domanda semplice. Se la tua risposta sarà no, ti restituirò la ricevuta che hai firmato un paio di settimane fa. Dovrebbero esserti rimasti circa duemilacinquecento dollari. Li puoi tenere come liquidazione, e io ti auguro buona fortuna. Se la tua risposta sarà sì, dovrai dirmi tutta la verità, e io vedrò se ti posso aiutare. La domanda è: sai o riesci a immaginare chi ti sta Dando la caccia?”
Raimond sentiva che la verità dentro di lui stava risalendo, come la lava in un vulcano che sta per eruttare.
“Sì” disse con semplicità.
Scheindlin si sporse in avanti sulla poltrona. “Me ne vuoi parlare?”
“Sì.”
“Ti rendi conto che io potrei non essere in grado di aiutarti anche se lo volessi?”
“Sì.”
“Va bene. Ti prometto che non ne farò parola con nessuno senza la tua approvazione. Adesso voglio una tazza di tè. Lo potresti preparare?”
Raimond ebbe bisogno di più di un’ora. Tralasciò i ricordi d’infanzia, i sentimenti, le implicazioni morali e politiche e le convinzioni personali, cose che poco avevano a che fare con la situazione in quel momento. Limitandosi ai fatti, e dopo aver fornito alcune informazioni indispensabili sui suoi genitori e sul suo passato, narrò gli avvenimenti in successione cronologica, a cominciare dal quel tardo pomeriggio all’Avana quando un uomo di nome Raul Valdes si era messo in contatto con lui.
Quando l’insegnante arrivò al punto in cui Valdes lo aveva spinto fuori bordo, Scheindlin era completamente avvinto dal racconto. Alzò un sopracciglio quando svelò i risultati dell’indagine di Tourneau Corner, si sporse in avanti sulla poltrona all’inizio del racconto del viaggio verso Sarasota, aggrottò la fronte quando seppe della possibilità di una connessione con i servizi segreti americani, e da lì in poi pendeva da ogni parola di Raimond. Quando l’insegnante ebbe finito, appoggiò le spalle allo schienale della poltrona e si diede un colpo sulle gambe con entrambe le mani.
“Bene” disse “il tuo pasticcio è molto peggio di quello che mi ero immaginato.”
Raimond annuì.
Con il gomito sinistro sul bracciolo della poltrona, Scheindlin poggiò il mento sulla mano, guardò la finestra, e restò a riflettere per quasi due minuti. L’insegnante lo guardava fisso.
“Ti piace il cinema?” chiese il vecchio alla fine.
La domanda colse Raimond alla sprovvista. “Che cosa?”
“Una domanda semplice. Ti piace il cinema?”
“Che cosa c’entra?”
“Dipende dalla tua risposta.”

7Con impazienza: “Sì, mi piace il cinema”.
“I gialli, i film di spionaggio?”
“Sì, quelli belli.”
Scheindlin annuì e fece un ampio sorriso. L’insegnante stava per arrabbiarsi.
“Fino a questo momento hai cercato di affrontare una situazione molto grave come un bell’attore in un giallo” disse Scheindlin. “Tu non sei un attore; la vita non è il palcoscenico di un film.” Fece una pausa, poi scherzò:
“E poi non sei neanche bello”.
Raimond lo fissava a denti stretti.
“Hai anche il sangue caldo” proseguì il vecchio. “Questo è male. Prevarica la tua intelligenza, il tuo bene principale. Capisco che avevi buoni motivi per vendicarti, per diffidare delle autorità. Capisco anche che non avendo amici e parenti, tu qui non avevi nessuno di cui poterti fidare. Questo è tutto valido. Ma rubare macchine è stato decisamente stupido.”
L’insegnante rimase a bocca aperta. Non aveva parlato di Palladipelo.
“Sì, lo so. Tony è sicurissimo che hai rubato macchine per quel cubano.
Avevi bisogno di soldi e alla svelta. Anche andare a Sarasota è stato sciocco. Adesso noi dobbiamo riflettere molto attentamente, Ninni… voglio dire. Prima di tutto della tua sicurezza personale. Togliti di mezzo, nasconditi da qualche parte fino a quando non scopriamo cosa sta succedendo. Poi assumiamo un investigatore privato. Per sapere dei Raimond, tuo padre, tuo zio. Tuo padre è morto? È vivo? Questa storia di New Iberia è vera? Poi dobbiamo cercare un’assistenza legale. Scoprire cosa dobbiamo fare per provare che sei figlio di José Raimond nel caso in cui fosse necessario.
Se tuo padre è morto ricco, come ha detto quel figlio di puttana di tuo zio, probabilmente erediterai dei soldi. Come puoi fornire delle prove sulla tua storia in un’aula di giustizia? Forse con il tuo certificato di nascita, con il certificato di matrimonio dei tuoi genitori. Io non lo so. Oggi i test sul DNA hanno reso semplice l’accertamento della paternità. Ma la domanda più difficile è: chi sta cercando di ucciderti? Negli anni ‘60 avrei pensato che fosse la CIA. Non oggi. Come possiamo scoprire se questa storia di spie è vera? Io non lo so. Io so solo una cosa: tu non puoi dire a nessuno del tuo viaggio a Sarasota. A nessuno, neanche a un avvocato. Credo che la cosa migliore sia dimenticarsi del tutto di tuo zio. Rimanere fedeli alla storia che hai raccontato all’Ufficio Immigrazione. Tu eri stufo del comunismo e hai costruito una zattera per scappare da Cuba. È affondata, sei stato salvato da altri profughi; loro sono testimoni. Quindi scordati questo zio. L’uomo non è mai esistito, o… forse l’hai letto sull’Herald, che è stato ucciso. Perché hai modificato il tuo nome? Dovrai trovare una scusa credibile al riguardo. Questi al momento sono i miei consigli.”
Raimond aveva appena visto un’altra persona esaminare minuziosamente quello che lui, e solo lui, aveva esaminato mille volte: considerare tutte le possibilità, sondare, analizzare le opzioni. Solo il fatto di aver ascoltato Scheindlin lo fece sentire meglio.
“Tutto questo costerà, Ninni.”
L’insegnante si strinse nelle spalle.
“Ti dico una cosa. Io ci metterò un po’ di soldi, nel caso in cui tuo padre dovesse essere vivo o fosse morto povero sarai in grado di restituirmi un paio di migliaia di dollari lavorando per me. Nel caso in cui tu dovessi ereditare una bella somma, investirai una parte nelle azioni della società, di-ventandone socio, va bene?”
“Mr Scheindlin, non c’è nulla che mi piacerebbe maggiormente” disse Raimond con veemenza. “Ma se non dovessi ricevere nulla, le do la mia parola che lavorerò per lei fino a quando non avrò ripagato tutto quello che lei avrà speso per me.”
“Va bene. Allora…” Scheindlin diede un’occhiata all’orologio, si sistemò gli occhiali sul naso e si alzò in piedi. Anche l’insegnante si alzò. “Non lasciare questo appartamento prima che te lo dica io. Tony ha detto che ha recuperato la pistola, quella che ho pagato io. Tu hai sempre quella che hai comprato da quel negro dal barbiere?”
“Sì.”
“Tienile a portata di mano. Se qualcuno tenta di entrare, spara. Dopo quello che ti è successo questo pomeriggio ce la farai.”

8Raimond annuì. Era l’unico consiglio di cui non aveva bisogno. Scheindlin prese un cellulare dalla tasca della sua giacca, estrasse l’antenna e digitò un numero.
“Tutto bene?” disse al telefono. “Bene. Adesso sto per scendere.” Chiuse la comunicazione e, sorridendo a Raimond, spinse giù l’antenna e rimise il telefono in tasca. “Max Meisler sta facendo un po’ di straordinario per me” disse a Raimond. “Quando hai a che fare con gente cui sparano un giorno sì e un giorno no, devi prendere delle precauzioni. Dormi bene, Raimondi… voglio dire, Ninni.”
“Grazie, Mr Scheindlin. Molte grazie.”
“Ruben, ti prego.”
Il tempo deprimente di domenica mattina non smorzò lo stato d’animo sollevato di Raimond. Pieno d’aspettativa e ottimista, bevve un caffè in piedi davanti alla finestra, guardando il cielo e il mare. Poi ingoiò due analgesici, fece la doccia e applicò nuovamente la tintura di iodio sui graffi sulla schiena.
Poco prima delle 10:00 Scheindlin telefonò e gli disse di preparare una valigia. L’insegnante obbedì con un po’ di trepidazione; a mezzogiorno Max Meisler bussò alla sua porta d’ingresso. La guardia strizzò gli occhi al cospetto della fasciatura sulla testa, fece schioccare la lingua più volte e gli domandò se fosse pronto. Non era nella sua natura essere così incurante e Raimond capì che all’uomo era stato detto di non fare domande. Mentre aspettavano l’ascensore, notò che Meisler era in giacca e cravatta e che sembrava contento di fare dello straordinario con solo la sua Colt sotto la giacca a vento.
Fuori piovigginava. Due pedoni guardarono quella mummia con l’abito grigio e la cravatta nera. Raimond si sedette sul sedile posteriore della macchina di Scheindlin, una Volvo blu scuro con i vetri azzurrati, mentre un autista negro metteva la valigia nel bagagliaio. Meisler chiuse la portiera del lato del passeggero, l’autista prese posto al volante e la macchina si diresse verso nord lungo la South Bayshore Drive. L’insegnante volle complimentarsi con Scheindlin per la sua elegante camicia blu chiaro.
“Stiamo andando in un posto dove spero trascorrerai pazientemente i prossimi giorni” disse il commerciante in uno spagnolo che aveva lo stesso forte accento slavo del suo inglese.
L’insegnante era troppo meravigliato per fare altro che scuotere la testa e guardare da entrambi i lati l’asfalto bagnato. Quando alzò lo sguardo, il grossista stava ridacchiando, il suo pancione sobbalzava spasmodicamente.
Raimond fece un ampio sorriso e Scheindlin si ricompose.
“Sono tanti anni che faccio affari con l’America Latina. Dovevo imparare la lingua. E ci sono cose che dovremmo tenere per noi” spiegò il vecchio mentre indicava con lo sguardo Max Meisler e l’autista. Per un istante, Raimond sospettò che Scheindlin si stesse divertendo alle sue spalle. Un momento di sollievo dopo anni di pericoli?
“Ti sto portando in una casa protetta” continuò il vecchio in un colloquiale spagnolo dell’America del Sud, mentre la mirabile macchina avanzava rapidamente tra i grattacieli di vetro e acciaio della Brikell Avenue, attraversava il fiume Miami, e svoltava sulla Flagler dirigendosi verso ovest.
“Dall’esterno sembra una bella residenza normale. Ma ha le attrezzature elettroniche più avanzate, vetri antiproiettile alle finestre, mura molto spesse, e le porte hanno un’anima d’alluminio con una guaina d’acciaio. In pratica dovresti portare un cannone leggero o un bazooka per riuscire a penetrarvi. E poi avresti a che fare con due tipi come Meisler, solo che sono più giovani e sanno destreggiarsi con un M-16.”
Sentendo che era stato fatto il suo nome in una lingua straniera, la guardia si girò sulla sua sinistra e ruotò il collo per guardare Scheindlin. Il capo scosse la testa, e Max tornò alla posizione precedente.
“Per lo più è frequentato da pezzi grossi che giocano a poker e che evitano i ritrovi fissi perché non vogliono pubblicità negativa o hanno paura che qualche teppistello sia tentato di aggredirli per i sessanta, ottantamila dollari che ognuno di loro ha in tasca. Il proprietario chiede mille dollari il giorno.”
L’autista girò a sinistra sulla 87a Avenue.
“Nel posto ci sono tre… be’, unità, per gli ospiti che pernottano” proseguì Scheindlin. “In pratica piccoli appartamentini con un soggiorno, una camera e un bagno. Vitto e alloggio costano cinquecento dollari al giorno.
Non puoi uscire dal tuo appartamentino senza avvisare l’addetto. Ci sono un televisore, un telefono, libri, riviste, un lettore CD, un videoregistratore.
Puoi chiedere anche un PC portatile se ne hai voglia; in ogni caso, è come andare in prigione volontariamente. La differenza è che puoi uscire quando ti pare, andare al cinema, far visita a una donna, quello che vuoi. Ma io ti consiglio di startene rintanato fino a quando non hai mie notizie. Questa gente è affidabile fino a quando stai nel loro territorio. Esci, è la tua pelle.
Non dovrebbe durare più di una settimana.”

9Scheindlin aveva un suo modo di dare informazioni: mai eccedere il minimo indispensabile. Aveva tenuto per sé che la casa protetta aveva anche sale riunioni dove avvenivano degli intrallazzi. Politici del posto discutevano piani di finanziamento segreti, avvocati e giudici concordavano competenze, funzionari statali di paesi stranieri accettavano mazzette da società americane e, in tre occasioni, i capi del cartello della droga avevano appianato le loro divergenze. I clienti delle sale riunioni erano generalmente persone consapevoli che, qualora fossero state immortalate da una registrazione video, sarebbero state spacciate. Il proprietario non era un santo, ma offriva ai clienti quello che volevano: sicurezza e locali certamente privi di cimici.
Scheindlin lasciò che i suoi occhi ballerini vagassero sulle bagnate distese di South Miami e l’insegnante capì che il suo capo non aveva nient’altro da dire. Per due minuti viaggiarono in silenzio lungo la Don Shula Expressway, poi girarono a sinistra sulla 120a. Mentre la macchina entrava a Rockdale, Raimond si domandò perché l’autista non avesse scelto un percorso più breve. Dopo un istante comprese che era possibile che l’uomo si fosse assicurato di non essere pedinato.
“Non importa se siamo stati pedinati” disse come a se stesso Scheindlin, ma in spagnolo. L’insegnante pensò per un attimo che forse il vecchio era capace di leggere nel pensiero. “Se i tipi che ti danno la caccia sono del posto capiranno che non ti potranno raggiungere quando vedranno dove stiamo andando. Se dovessero venire da fuori e conoscono il loro mestiere, comprenderanno presto.” E poi, in inglese: “Hai notato qualcosa, Walter?”.
“No, Mr Scheindlin” rispose con una voce da basso l’autista.
Due isolati prima di arrivare al campo di golf Palmetto, la Volvo voltò a sinistra in un sentiero e si fermò davanti a un cancello chiuso. Un’alta recinzione di ferro battuto, con in cima lance dorate che si stagliavano in cielo, si estendeva per circa trenta metri in entrambe le direzioni. Dietro il cancello si snodava un viale verso l’ingresso colonnato di una villa bianca a due piani. Il cancello si aprì automaticamente e la macchina avanzò lentamente fino alla residenza.
Walter e Meisler scesero nel porticato, Raimond li seguì. L’autista aprì lo sportello di Scheindlin e prese la valigia dal bagagliaio, poi l’insegnante gliela tolse di mano. La guardia e l’autista tornarono ai loro posti proprio mentre la porta d’ingresso veniva aperta da un maggiordomo dai capelli argentati e dall’aspetto molto inglese, tranne che per il frac. L’uomo sorrise, fece cenno a entrambi di accomodarsi dentro e disse: “Che piacere rivederla, Mr Scheindlin”.
Raimond non sapeva che stava per dare inizio al periodo di maggiore inattività dei suoi giorni a Miami.
Scheindlin lo presentò come Mr John, e il maggiordomo li condusse al secondo piano, in un piccolo appartamento con una stanza da letto. Ninni trascorse quasi mezz’ora ad annotare per il suo capo tutte le informazioni di rilievo riguardo agli Raimond, a partire dai suoi nonni e dalla stazione di Fruitland dove era nato il padre, per finire con il numero di telefono di Shelley Raimond a New Iberia.
Il primo giorno trascorse velocemente grazie alla novità. Il vitto era buono, la vista sul giardino curato e l’ambiente tranquillo placarono l’umore di Raimond, e la sensazione che le cose sembravano finalmente schiarirsi lo rallegrò. Disfece la valigia, guardò un po’ di televisione, lesse riviste e ascoltò un CD di Sinatra. La sera verso le 19:00, un infermiere gli tolse le bende dalla testa, mise un liquido fresco sui punti di sutura e coprì la ferita con una garza pulita. Più tardi, a letto, Raimond gustò la sensazione di essere coccolato e al sicuro.
Non era più stato segregato dagli anni in cui fece l’allevatore per l’esercito cubano. Nel 1969, Cuba stava attraversando il secondo dei suoi tre periodi di proibizionismo. Una dozzina di distillerie aveva carta bianca e produceva grandi quantità di alcol dalla melassa della canna da zucchero, ma la maggior parte era esportata, e i superalcolici erano introvabili. Sebbene non fosse stata emanata alcuna legge, i bar, i negozi di alcolici e i locali notturni furono chiusi. Si diceva che qualche pezzo grosso del Partito aveva stabilito che il consumo di alcol, così come dedicarsi al commercio, dare ricevimenti e celebrare il Natale, era una debolezza umana di cui il Nuovo Uomo poteva fare a meno. Avendo capito che aria tirava, alcuni esperti economici di alto livello brandirono delle statistiche americane a dimostrazione del fatto che bere alcolici abbassava la produttività ed era la causa di molti incidenti sul lavoro. Il mercato nero fiorì. Una bottiglia di rum che prima costava quattro pesos adesso ne costava quaranta. Persone che prima bevevano raramente adesso avevano improvvisamente voglia di terminare la giornata con un goccio.
Ma a Santa Cruz del Norte non era difficile trovare il rum. La città aveva un’antica distilleria sulla costa, sulla riva opposta di un piccolo fiume che sboccava sul mare. La melassa utilizzata proveniva dalla vicina raffineria di Hershey i cui lavoratori vivevano, per la maggior parte, a Santa Cruz.
La colpa era di Al Capone che aveva creato un precedente sbagliato. Durante gli anni del proibizionismo, lui aveva mandato corrieri di rum a farecuba_man_0png_racerback_tank_top rifornimento alla fabbrica di recente inaugurata. E una trentina di anni dopo, durante la “secca” socialista, il rum fu contrabbandato liberamente quando fu di dominio pubblico che alcuni funzionari del ministero dello Zucchero, che prima della mancanza dei superalcolici visitavano la vecchia distilleria raramente, facevano frequenti ispezioni e se ne andavano con quindici, venti bottiglie di alcol a 90 gradi nel portabagagli della loro macchina.
In quel tempo l’allora diciannovenne soldato Ninni, al settimo giorno di una settimana di licenza, prese una sbornia a una festa d’addio di ex compagni di scuola. Molto brillo, dopo aver rifiutato l’invito di tre suoi amici a spogliarsi e a fare una nuotata alla foce del fiume, Ninni si sedette sotto la luna piena sulla riva del fiume a contemplare le acque calme e a cantare a squarciagola i doppi sensi di una canzone popolare che riguardava Cristoforo Colombo, i fratelli Pinzón e una tribù indiana. La gente del vicinato arrabbiata aveva chiamato la polizia.
Ninni aveva spiegato agli uomini della volante che era uno dei bravi soldati che difendevano la Patria dalle cospirazioni imperialiste, e il suo rifiuto di salire in macchina era in linea con l’ordine del suo comandante di non arrendersi mai, in nessuna circostanza. E tra l’altro, come faceva a essere sicuro che loro non erano agenti della CIA? I poliziotti si erano scambiati occhiate pazienti. Il commissario politico della sua compagnia gli aveva detto che la CIA disponeva di fondi illimitati, che avrebbe potuto inviare agenti nemici travestiti da compagni della polizia cubana per sequestrare i soldati della Rivoluzione. A quel punto i civili amici di Ninni completamente nudi e ugualmente ubriachi erano saliti a riva per dare man forte all’amico. Questo aveva completato l’opera.
Il mattino seguente il commissario politico della compagnia, soprannominato “Stalin” dai soldati per le sue opinioni di estrema sinistra, si era recato in auto fino alla stazione di polizia di Santa Cruz per prelevare Ninni.
Il sergente in servizio dalle 7:00 alle 13:00, che aveva sentito la storia durante l’adunata, si era sbellicato dalle risate quando era venuto a sapere che il soldato della Rivoluzione era in realtà uno stalliere. Il giorno seguente Ninni fu accusato da una Corte militare di ubriachezza e di turbamento della quiete pubblica, comportamento non idoneo a un soldato. Spaventato dall’incomprensibile gergo legale, temendo una condanna a due anni di prigione e seguendo il consiglio dello stesso commissario politico, che svolgeva anche le funzioni di avvocato difensore, Ninni ammise di essere colpevole delle accuse che gli erano state mosse e chiese clemenza.
Abituati a simili incidenti, il pubblico ministero e il giudice riuscirono a rimanere seri quando il commissario disse che il suo assistito avrebbe meritato una pena esemplare non solo per aver disturbato la pace di una comunità socialista di lavoratori e pescatori che faticavano tutto il giorno, ma anche per aver fatto uso di rum di contrabbando, privando pertanto la collettività di valuta pregiata che era tanto necessaria. Ma soprattutto, l’offesa principale perpetrata dal suo difeso era di natura morale, giacché aveva ceduto a una debolezza che, sebbene fosse comprensibile in persone di una certa età che divenivano dipendenti dall’alcol come unico mezzo per sottrarsi allo sfruttamento di una società capitalista, era imperdonabile in un rappresentante della nuova generazione con il compito di costruire le basi del socialismo. Ninni dovette fare ricorso a tutto il suo autocontrollo per non strangolare quel figlio di puttana sotto gli occhi del giudice che lo guardava divertito e sogghignava beffardo.

10Ma, il commissario aveva aggiunto, la Rivoluzione era molto comprensiva, la Rivoluzione era generosa, la Rivoluzione era clemente. Il compagno giudice e il compagno pubblico ministero avevano ascoltato il soldato semplice Raimond ammettere la propria colpa, cosa che senza dubbio alcuno rappresentava il primo passo verso la riabilitazione. Il soldato semplice Raimond aveva svolto diligentemente per due anni i suoi compiti militari, e questo era il suo primo crimine. Di conseguenza, e nonostante il fatto che la difesa fosse del tutto consapevole della gravità del reato commesso dal soldato, implorava il compagno capitano giudice di essere clemente.
Raimond fu condannato a un mese di prigione e fu rispedito alla fattoria.
Poiché non c’erano celle, il sergente in carica lo confinò in una stalla. Per trenta giorni consumò i suoi pasti, dormì e non fece assolutamente nulla in compagnia di diciannove mucche. Ma la parte peggiore veniva quando il commissario politico faceva delle visite a sorpresa per verificare che il soldato semplice Raimond fosse incarcerato in modo conveniente. L’uomo allora indulgeva in lunghe dissertazioni sulla Rivoluzione russa, Marx, Engels e Mao, quindi leggeva all’esasperato prigioniero brani tratti da una novella di Alexander Beck, Gli uomini del Panfilov. Circa dieci anni dopo, Raimond venne a sapere da un ex commilitone che il commissario aveva finito con l’avere un attacco di collera, era stato congedato onorevolmente e aveva trascorso sei mesi in un ospedale psichiatrico prima di essere mandato a casa in pensione per trascorrere il resto della sua vita.
Ora, dopo essere stato rintanato nella casa protetta per cinque giorni, Raimond stava diventando irrequieto. L’aria non odorava di mucche, il commissario politico era stato sostituito dai personaggi della televisione e, paragonati al rancio dell’esercito, i pasti erano luculliani. A ventisei anni dalla sua prima prigionia, l’insegnante era sul punto di raggiungere la stessa conclusione: dopo l’aria, l’acqua e il cibo, la libertà è il bisogno più urgente dell’uomo. Ebbero inizio i ripensamenti. Scheindlin telefonava tutti i giorni per confermare che le cose stavano procedendo e che in pochi giorni si prevedevano i primi risultati. Per il solo gusto di fare delle congetture, l’insegnante pensò di dover trascorrere il resto della sua vita in clandestinità.
Ne sarebbe valsa la pena? Non riusciva a decidersi. L’essere stato in pericolo di vita, prima in mare e poi quando gli avevano sparato addosso, gli aveva insegnato la differenza tra l’astrazione e la brutale realtà. Aveva il coraggio di annullare tutto? Non lo aveva. Quella notte andò a letto consolandosi al pensiero di essere ancora vivo.
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(Tutte le immagini utilizzate a corredo fotografico, sono state manipolate dall’autore e provengono, di massima, dalla rete – Programmi utilizzati: Adobe PS5 64, Topaz Professional, M Bullet Pro)
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24 pensieri su “Cuba … el décimo

  1. Capitolo dalla qualità indiscussa.
    Bello e profondo.
    Mi ha colpito come hai parlato di cuba, molto “direttamente”, del sistema politico in un paragrafo e mezzo.
    Ovviamente nulla si copre o si scopre.
    I problemi sono più seri e più profondi e approfonditi.
    Mi è piaciuto proprio.
    La storia di questo Ninni che ha tutte le caratteristiche dell’uomo vero del nostro tempo e non del superman, mi piace.
    Probabilmente sarà un po’ autobiografico, e probabilmente con una classe ineguagliabile stai raccontando “la” o “delle” verità.
    Non lo so e non voglio saperlo.
    So che mi avvince e con forza.

    Ciao Milord del mio cuore e buona domenica
    🙂

    Spero di aver espresso quello che sentivo perché, questo capitolo, è più complesso di quanto si possa pensare.

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    • Giorgia Mattei

      Grazie per l’intervento, milady.
      E’ da dire che non è certo l’esiguità, dell’assunto, sulla situazione politica cubana. Ovviamente per ragioni di opportunità romanza, che fa tacere una stiuazione sotto gli occhi di tutti.
      Quella situazione politica, assolutamente diversissima dal suo inizio, contro la dittatura di Fulgencio Batista. Allora, la Revolucio venne dettata dall’immediatezza grave in cui versava l’isola. Ampiamente mangiata, masticata e distrutta dalle lunghe mani degli Stati Uniti che, in piena libertà di monopolio, avevano iniziato a suggere linfa, comprando l’accondiscendenza con moneta sonante, la popolazione cubana non aveva, neanche, sbocchi esistenziali.
      Si ebbe un pericoloso crollo della situazione quando, l’economia distrutta e il popolo vessato da fame, indigenza, malattie, paura e mancanza di un futuro, portò con le urla a chiedere aiuto a trecentosessanta gradi.

      L’opportunità politica, il menefreghismo, i tempi estremamente pericolosi (dettati da una fortissima instabilità mondiale, chiamata guerra fredda), non consentirono aiuto da alcuna parte. Una sola nazione, un solo gruppo di uomini risposte (ma anche la c’era la propria convenienza): l’Unione Sovietica, molto attenta ai problemi sociali del terzo mondo, proprio per la propria estrazione nascitura.

      La svolta la volle, poi, l’occidente civilizzato. Chiudendo, ottusamente, qualsiasi via al soccorso, implicitamente, consegmò la bellissima isola caraibica nelle mani del comunismo prima e nelle mani del più ottuso fanatismo falce-martellato che imperava in quegli anni, poi.
      Fidel Castro, il Comandante de la Revolucion, va deresponsabilizzato.
      Castro ebbe il merito di cavalcare la protesta e insieme a Guevara, Cienfuegos e il fratello Raùl, rischiò la propria vita in nome della giustizia sociale.

      il resto è storia.
      Abbiate una serena prosecuzione

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  2. Cosa dire.
    Scrivo che sono passata, ce mi hai tenuta quasi un’ora a leggere e che sono soddisfattissima.
    Non ho altre parole Ninni. Mi sento parte di questa storia. Ho visto volare i proiettili mentre ti sparavano addosso.
    Scrivi benissimo.
    Arte altissima.
    Bacio

    Manu

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    • Manuela Rovati

      Grazie per il passaggio mia signora. Lo svolgersi di questa storia maledetta è difficile e a un tempo, semplicissima.
      Come notare e/o descrivere uno stato d’animo, il dolore, la disperazione, oppure semplicemente un sentimento?
      Ci dettò, aiutandoci, la prontezza nel seguire il nostro e segnare, il più possiibile, il corso degli avvenimenti.
      Grazie Lady Manu.
      Salutations

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    • Sonia Liverani

      Le vostre parole, sempre gentili, ci commossero.
      Come facemmo a scrivere, milady? Con la penna, la tastiera, un pezzo di carta, Google Maps per qualche strada locale e un po’ di pazienza.
      Grazie per il glitter
      Salutazioni

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    • Isabella Ozieri

      Grazie milady.
      Esiste il luogo dell’oblio? No, non credemmo possibile che, qualsiasi evento possa accadere, ci si possa dimenticare di quanto fatto.
      Grazie e cordialità vivissime

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  3. Un capitolo bello, incalzante e completo. Il tuo stile è chiarissimo. Potresti parlare del Paradiso, come dell’Inferno, la tua mano inconfondibile darebbe il profumo della tua firma. (Sì, stai leggendo bene, oggi sono poetica).
    Questo capitolo, non so per quali oscuri motivi, mi ha fatto ricordare quando c’incontrammo, anzi ci scontrammo, la prima volta.
    Ti ricordi? Eri pieno di carte, cartelle, faldoni e quant’altro. Tu, tutto trafelato, stavi entrando e io stavo uscendo davanti ad una porta troppo larga per uno e troppo stratte per due.
    Ci scontrammo.
    Mi sono sentita una perfetta imbecille perché, venendoti addosso, avevo fatto cadere tutto per terra.

    Tu, gentile come sempre, ti chinasti a raccogliere quel Km quadrato di carte. Iniziai a scusarmi, mi misi ad aiutarti bofonchiando scuse a più non posso.
    Mi ricordo, come fosse adesso, la tua frase: No, non si preoccupi, non è successo niente. Ma, se mi permette, le suggerirei di stare attenta: se dovesse cadere da quei tacchi, si potrebbe rompere un femore (a quel tempo portavo tacchi 14).

    Quella sera stessa eravamo a cena al ristorante “da Meo Patacca” a trastevere.
    Bei ricordi …

    Ciao e scusa la divagazione

    L.

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    • Hilde Strauß
      (via il voi …)

      Mi ricordo eccome. Ero impacciato.
      Mi ricordo, anche, i suonatori di chitarra che non la smettevano. Non si riusciva a parlare.

      Mamma quanti anni son passati e soprattutto, quanto sei vecchia…
      ah ah ah

      Vabbé, grazie per essere passata da qua e per le parole gentili.
      (La vaccinara e quel vino erano ottimi. Son passati, però quasi nove anni)
      🙂
      ciao

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  4. Non ho mai, dico mai, amato le storie a puntate.
    Non riescono, proprio, a piacermi.
    Ma su questa (anche quella DVX se devo essere onesta) non riesco a staccare gli occhi. Ogni giorno, anzi ieri sarà successo almeno cinquanta volte) passo in attesa dell’altro capitolo.
    Non sei ne settimanale, ne ogni quindici giorni.
    Sei abbastanza rapido, però, milord.
    Sai cosa mi ha colpito di questo capitolo? Che il Ninni (del romanzo intendo) è proprio umano. Le sue reazioni potrebbero essere quelle di chiunque.

    Buona giornata e grazie per avermi fatto iniziare così bene.
    🙂

    Elena

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  5. Un altro grande capitolo che si dipana egregiamente tra avventura, politica e introspezione.
    Come sempre, il ritmo è incalzante e le descrizioni dei personaggi e del quadro generale risultano estremamente efficaci. Sembra di assistere a un film. Di quelli buoni, però!
    Forse, nel corso della vostra storia, mi è sfuggito. Ma l’embargo dei mirikani? Un’azione semplicemente delittuosa, anche perché poi non colpiva di certo il leader maximo. (Qui ne parlate nella risposta a un intervento). Mi piacciono sempre i commenti del compagno Kuznetov 🙂
    Radiosità, Milord.

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    • Alessandra Bianchi

      Un’analisi che mi colpisce per la generosità, milady.
      Un film? possibile, di quelli buoni? Beh, qualsiasi movie che riguardi un certo “verismo” è sempre buono, Specchi di vita che si infrangono contro una realtà crudele.

      No, l’embargo non mi è sfuggito proprio per nulla. anzi… ho cercato di sottolinearlo, dal punto di vista del “vissuto” e sotto vari passaggi.
      il nostro protagonista sta vive ndo, quella storia, dal di dentro ed è una caratteristica tuta umana quella di “abituarsi” e adattarsi a qualsiasi situazione.
      L’Embrago, dunque, viene vissuto sotto forma di “susseguenti” disagi sui quali, però, i soggetti non si soffermano perché, durante le loro giornate dovrebbero mettere insieme il pranzo con la cena.

      Sono gli “osservatori”, molto spesso, al di fuori di certe situazioni che hanno modo di “disquisire” (spesso con la pancia piena).

      Ciao, radiosità e grazie, milady

      PS: Sospendemmo, temporaneamente, il voi per praticità immediata

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