Cuba … el duodécimo

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1“Non dovremmo entrare lì dentro. La polizia deve tornare per raccogliere altri indizi. Sam, per favore chiedi a Gold di occuparsi del funerale. Io vorrei andare a casa a riposare per un paio di ore.”
“Certo, Ruben.”
“Tony, per favore lasciami qualche minuto con Ninni.”
“Certamente.”
Accanto a una cassa enorme, Scheindlin ascoltò la relazione di sei minuti di Raimond annuendo occasionalmente. Infine l’insegnante espresse i suoi timori: “Signore, io non riesco a cavarmi di capo l’idea che questa bomba…”.
Scheindlin ridacchiò e Raimond fu colto alla sprovvista.” Non riesco a cavarmi di capo”, credo che l’ultima volta che ho sentito quest’espressione sia stato in Via col vento o in qualche altro film classico. Voi insegnanti! So che idea non sei in grado di scacciare. Probabilmente hai ragione. Ma hai bisogno di prove, non di idee. Forse la polizia troverà un indizio; forse una spia scoprirà qualcosa. Ma non ci spero molto. Sono depresso, Ninni. Uri era un amico, un amico da sedici anni.”
L’insegnante sentì sulle sue spalle il peso della colpa. “Io non so cosa dire, Mr Scheindlin.”
“Non c’è nulla da dire. Le cose sono andate così. Volevano me, non c’è alcun dubbio. Probabilmente ci hanno seguiti quando ti ho portato nella casa protetta, hanno capito che ti stavo aiutando e hanno deciso di eliminarmi. Bene, hanno eliminato la persona sbagliata. Noi andremo fino in fondo.”
“Non riesco a crederci. Killer in giro per le strade che sparano e che mettono bombe. Sappiamo chi sono o chi li paga, che è più o meno la stessa cosa, e non possiamo fare nulla. È incredibile.”
“Va bene, non piangiamo sul latte versato. Credo che adesso abbiamo motivo di sentirci meno vulnerabili. Con Sadow dalla nostra parte, questa donna e suo figlio capiranno di essere a un passo dalla catastrofe e probabilmente ritireranno i loro sicari. Ma in ogni caso, io ti raccomando di trascorrere ancora qualche giorno nella casa protetta. Tony ti accompagnerà.”
“Tony vuole sapere cosa sta succedendo, Mr Scheindlin. È arrabbiato con me. Se non altro dovrei dargli almeno una versione parziale dei fatti.”
Il grossista rifletté sull’intera faccenda per un istante. “Va bene. Digli di tenere il becco chiuso. Sadow ci terrà informati. Chiudiamola qui, va bene?”
Tony Soto era piegato in avanti sul margine di un divanetto del suo soggiorno, scuoteva la testa sorpreso, gli avambracci sulle ginocchia. Raimond si sentiva a pezzi. Il suo ex allievo lo aveva interrotto almeno venti volte; le discrepanze tra la verità e la storia parziale lo costringevano a pensare troppo. La curiosità del poliziotto cresceva mentre si scolava una birra dopo l’altra. Quando la moglie di Soto era uscita per andare a prendere i bambini a scuola, lui le aveva suggerito di portarli da qualche parte: aveva cose importanti da discutere con Raimond e non voleva essere disturbato dai diavoletti arroganti. Adesso erano quasi le 16:00 e sembrava che Tony avesse terminato di interrogare Raimond. L’insegnante stava divorando voracemente un tramezzino al tonno che Lidia aveva preparato. Per più di un’ora lo aveva osservato sul tavolino, ma Tony non era stato abbastanza educato da domare la sua impazienza per dargli il tempo di mangiarlo.
“Ti ricordi il modo di dire cubano “La Fortuna è cieca e può andare a braccetto con chiunque”?” chiese Tony.
“Uh-uhu.”
“Bene, pensa se io non ti avessi notato quella notte insieme a Palladipelo. Non avresti mai incontrato Scheindlin, non avresti mai avuto la sua protezione. Tutto quello che resterebbe di te sarebbe una sagoma tracciata con un gessetto bianco su una strada.”
“Uh-uhu.”
“Quando la Fortuna è al tuo fianco, è al tuo fianco.”
“Uh-uhu.”
“Vuoi dell’altro succo d’arancia?”
“Uh, uhu.”
“Va bene, voglio farti un’ultima domanda. Ti dispiace?”
“Uh, uhu.”
“Quant’è la parte dell’ebreo?”

2Raimond inghiottì. “Cosa intendi dire?”
“Qual è la sua percentuale? Quanto prenderà quando tu incasserai?”
“Niente. Gli restituirò quanto ha speso in indagini e protezione.”
Tony Soto si mise più comodo sul divano e fece un largo sorriso. “Stai scherzando?”
L’insegnante aggrottò le sopracciglia sorpreso. “Non ha detto di volere una quota. Ha detto di volere che io diventi un socio, che quando avrò incassato compri delle azioni della società. Ma questo non è un pagamento, è un investimento.”
Il sorriso di Tony si dissolse. “È un genio! Incassa una percentuale dalla parcella dell’avvocato e poi ti prende in società, che significa che potrà amministrare il tuo denaro. Quell’uomo ti sta ripulendo e tu gli sei grato di tutto quello che ha fatto per te. È un maledetto genio.”
Raimond parve confuso. “Tony, hai detto che quell’uomo è ricco, che ha un patrimonio di milioni di dollari. Credi che sia interessato al mio denaro?
Alla sua età?”
Tony sorrise con condiscendenza. Fece ruotare gli occhi e si diede una pacca sulle cosce prima di tornare a fissare l’insegnante. “Ninni, vuoi sapere una cosa? I cubani che hanno vissuto per molti anni sotto il regime comunista, per quanto riguarda il denaro, sono ingenui. Ho visto centinaia di casi. Hanno subito il lavaggio del cervello. Pensi al denaro in termini di andare a fare la spesa, pagare l’affitto, il mutuo. Ti ho giudicato male. Tu sei tanto… tanto ingenuo, tanto… credulone. Non c’è nessuno al mondo, nessuno, che crede di avere abbastanza denaro. Più ne hanno, più ne vogliono.
E non c’è niente di male in questo. Ruben è un brav’uomo. Forse dona diecimila dollari l’anno in beneficenza al suo ente preferito, forse all’incrocio dà dieci dollari a un tale con un cartello: “Ho fame”. Ma sai perché tu lavori per lui? Allora, te lo dico io.”
Tony Soto gli spiegò la storia del freon.
“Ha visto un’opportunità e si è buttato, vedi? Come minimo ha settantacinque anni. È un milionario e sta cercando di accumulare denaro come se si aspettasse di vivere in eterno. E tu sai perché io ho avuto la possibilità di inserirti in quest’imbroglio? No, non lo sai e io non te lo dirò. Diciamo che Ruben e io ci aiutiamo a vicenda. Naturalmente non ci sono solo gli affari.
Quando tratti con qualcuno per un paio di anni, si crea una certa amicizia.
Sì, parla bene di te, dice che sei efficiente. Forse all’inizio aveva intenzione di spendere dei soldi per aiutarti, ma quando è venuto a sapere che metterai le mani su un bel gruzzolo, accidenti!”
L’insegnante pensò che Tony Soto probabilmente aveva ragione. E allora? Lui voleva solo vivere una vita normale, cosa che era possibile solo nel caso in cui avesse risolto la questione del testamento.
“Ammetto che tu potresti avere ragione” disse Raimond. “Ma mi sta bene così. Ne ha diritto.”
“Ho detto di no, io?”
“No. Ma sembrava che io avessi un’alternativa. “Ripulire” tu hai detto. E forse io sono uno sciocco, se è quello che sono le persone grate. Se oggi si dovesse presentare un nuovo sponsor che mi dicesse che non vuole un soldo, non mi chiederebbe di investire il mio denaro nella sua attività, e giurasse di trovarmi un avvocato che chiede solo il dieci per cento, io rimarrei con Scheindlin perché lui è stato al mio fianco quando nessuno di noi sapeva che avrei ereditato qualcosa.”
“Lavaggio del cervello” fu la diagnosi di Tony.
“Forse. Senti, posso usare il tuo telefono?”
“Certo.”

3Raimond digitò il numero dell’ufficio di Fidelia con apprensione, mentre Tony riportava lentamente in cucina le lattine di birra vuote e lasciava a Lidia il piatto da lavare nell’acquaio.
Dopo il primo squillo il legale rispose in spagnolo: “Robins Weinstein e Bencomo, buona sera”.
“Ciao. Sono Ninni.”
“Ninni?” disse lei sorpresa dopo una breve pausa.
Allegramente e sorridendo: “Sono già stato dimenticato?”.
Velenosamente: “Dovresti essere ricordato?”.
“In questo momento puoi parlare?”
“Certo. Bencomo è uscito un’ora fa.”
“Va bene, ascoltami attentamente. Come si dice da queste parti, ho delle buone notizie e delle cattive notizie. Le cattive sono che non mi sarà possibile vederti per due o tre giorni.”
“Chi dice che siano cattive notizie?” rispose Fidelia con sarcasmo.
“Lo dico io.”
“Questo è un problema tuo.”
“Il tuo qual è?”
“Non ti riguarda.”
“Va bene, capisco. Sei arrabbiata con me. Non ti ho spiegato tutto l’ultima volta che ci siamo visti perché non potevo. Per due motivi. Il primo te l’ho spiegato allora: volevo proteggerti dalla conoscenza di troppe cose. Il secondo: io non sapevo perché mi stessero capitando certe cose. Adesso lo so. Quando parleremo di persona, cambierai idea. Ma dobbiamo aspettare ancora due, tre giorni. Ti chiedo di essere paziente, ti prego di essere paziente. Per favore, Fidelia.”
I secondi trascorsero lentamente mentre Raimond aspettava che lei parlasse.
“Non hai intenzione di rispondermi?”
“Ti aspetterò ancora per tre giorni.”
“Ti amo. Adesso dimmi come stai. Come stanno Dani e i tuoi genitori?
“Oh, Ninni” disse Fidelia con una voce turbata.
“Che cosa c’è?”
“Papa è malato, Ninni, gravemente malato” balbettò Fidelia singhiozzando.
Cercò di trattenere le lacrime senza riuscirci e spiegò che suo padre aveva cominciato a perdere peso rapidamente alla fine di gennaio. Per le prime due settimane tutti ci avevano scherzato sopra. Ma la sera del 15 febbraio, suo padre aveva detto di sentirsi molto stanco, sebbene quel giorno non avesse lavorato eccessivamente. Aveva la febbre. Papa aveva continuato ad andare a lavorare per un’altra settimana mentre la tosse da fumatore peggiorava e il catarro nei polmoni si accumulava. Alla fine aveva smesso di lavorare e, dal sabato precedente, si alzava dal letto solo per andare in bagno. Aveva perso ventidue chili in due mesi. Una radiografia aveva rivelato una macchia sul polmone destro: il dottore temeva che il cancro fosse già a uno stadio avanzato. Questa settimana sarebbero stati fatti altri esami.
“Non so cosa dire” mormorò Raimond mentre ripensava all’uomo che remava sulla zattera, che festeggiava dopo il salvataggio e annuiva comprensivo la vigilia di Natale, quando aveva appreso che la figlia e l’insegnante facevano coppia fissa.
“Ho bisogno di te, coño!” sbottò Fidelia.
“Presto, molto presto. È un’emergenza. Per favore tieni duro ancora per qualche giorno.”
“Va bene.”
“Mi manchi terribilmente.”
“Mi manchi anche tu. Ho una chiamata sull’altra linea. Stai attento.”
“Sì.”
“Adesso ciao.”
“Ciao, ciao.”
Mentre Raimond appendeva la cornetta all’apparecchio, senza alcuna ragione apparente, gli venne un’idea improvvisa. Rimase immobile, gli occhi fissi sul pavimento. Era in grado di vivere? Certamente. Era saggio? Assolutamente no. Ora desiderava tornare nella casa protetta il più presto possibile, chiudersi nella sua camera e cominciare a esaminare tutte le probabilità.
Tony Soto ritornò nel soggiorno.
“Ti posso accompagnare a Rockdale adesso se ne hai voglia, Mr Gates.”
“Piantala, Tony. Andiamo.”

bailaencubaShelley Broussonet si stava divertendo un mondo. Il locale si chiamava Joie de Vivre, un nome in qualche modo pretenzioso per una struttura di legno ricoperta di calce bianca a un piano che aveva la doppia funzione di sala da ballo e ristorante nella piccola cittadina di Erath, in Louisiana. L’orchestrina era composta da un violino, un triangolo, una fisarmonica, una chitarra e un contrabbasso. Un uomo cantava in francese Cajun, sufficientemente forte da coprire il rumore dei piedi che ballavano. Aveva fatto il pieno di boudin e birra, e il suo cavaliere era un bravo ballerino. Durante le ultime ore era riuscita a non pensare a Chad Broussard.
José Raimond e due colleghi di lavoro erano diretti verso la più grande e più divertente Avery Island, quando la loro macchina si era guastata sulla strada principale di Erath. I loro sforzi come meccanici si erano rivelati vani.
Una corsa di venti chilometri andata e ritorno in taxi avrebbe prosciugato il loro denaro contante, che avevano intenzione di spendere per trascorrere la notte con delle ragazze che avevano conosciuto due settimane prima. Dopo essersi puliti rabbiosamente le mani con stracci trovati nel portabagagli, i tre uomini avevano notato in lontananza la piccola insegna al neon che lampeggiava e avevano sentito una musica lontana che si diffondeva da quella direzione.
Si erano scambiati un’occhiata, avevano scrollato le spalle, si erano riabbassati le maniche della camicia e, senza dire una parola, gli uomini dello zuccherificio si erano avviati verso il locale, per affogare la loro delusione nella birra.
Gli occhi di José caddero su Shelley che stava facendo ruotare una bottiglia di Budweiser. L’alta, energica ragazza ventenne quando ballava aveva un aspetto sfrenato ed euforico. Non era truccata e piccole gocce di sudore brillavano sulla sua fronte spaziosa; aveva guance rosee, un piccolo naso all’insù e un mento appuntito. Aveva ampi occhi marrone chiaro sotto lunghe sopracciglia e una bocca larga dalle labbra sottili. Lunghi capelli neri ondeggiavano selvaggiamente sulle sue spalle. Indossava una maglietta di cotone e una gonna svasata fatta con due sacchi di becchime per polli. Le sue scarpe, un comodo paio di scarpe da ragazzi Keds alte alla caviglia, proclamavano o una povertà assoluta o un disprezzo totale per quello che veniva ritenuto un abbigliamento alla moda.
Shelley aveva valutato freddamente lo sconosciuto trentaduenne che sembrava avere intenzione di abbordarla. Non l’aveva colpita in modo particolare. Il ragazzo era educato e aveva un bel sorriso, ma con quella camicia a quadretti e quella salopette aveva l’aspetto di un campagnolo poco fi-ne. C’erano tracce di grasso sotto le sue unghie, i suoi abiti emanavano zaffate di benzina e aveva una fede nuziale sulla mano sinistra. Ma al diavolo!
Shelley rifletté che nessun fusto si sarebbe mai fermato a Erath per bere una birra e lo sconosciuto era molto meglio dello smilzo scapolo quarantenne con cui quella sera aveva ballato già due volte.
Era il 15 febbraio 1958, un sabato.
Per le stesse ragioni misteriose che hanno gabbato gli esseri umani sin dalla scoperta dei sentimenti, José Raimond s’innamorò di Shelley Broussonel.
Il sabato successivo fecero l’amore per la prima volta e lui capì che per lei era disposto ad abbandonare la moglie e il figlio, certezza che lo rese infelice per quasi tre anni. Entro l’estate del 1958, era incapace di andare a letto con un’altra donna, Carmen Raimond compresa, ma era insaziabile ogni volta che Shelley glielo consentiva, cosa che all’inizio avveniva cinque o sei notti la settimana. Fu una combinazione strana, irrazionale di amore, passione, adorazione, amicizia, devozione, ammirazione, lussuria e idillio che lo tramutò in un uomo mono-vaginale per il resto della sua vita. Lei lo faceva vibrare come un grande violinista suona uno stradivario.
Quando si conobbero, José lavorava già da un mese in un piccolo zuccherificio vicino Lafayette, l’ufficiosa capitale Cajun della Louisiana occidentale. Per alleggerire il libro paga e riuscire a mantenere gli operai più anziani e meno mobili, la direzione di Fellsmere aveva spinto i capifamiglia più giovani a cercare qualcosa di meglio fino a quando la raffineria non avesse raggiunto quel punto di svolta in cui tutti speravano. Essendo già stimato nell’ambiente dello zucchero, il padre di Ninni Raimond quell’inverno non ebbe difficoltà a trovare un nuovo impiego in Louisiana.
All’inizio, Shelley fu quasi sul punto di innamorarsi di José. Le sue precedenti esperienze sessuali erano state: un cugino a lei maggiore di quattro anni che l’aveva mollata per una spogliarellista di Bourbon Street, e tre uomini più giovani. Giacché veniva generalmente evitata dai vicini e dai parenti a causa delle sue opinioni estremamente indipendenti su quasi tutto, l’aver trovato un uomo che voleva stare al suo fianco ogni minuto, uno che allontanava con una risata le sue opinioni inusuali, che assecondava ogni suo capriccio e riusciva a sostenere l’intensità delle sue carezze dopo innumerevoli ore di sesso, per Shelley fu un’esperienza nuova. La remissività e la mancanza di cultura, secondo lei, erano i suoi difetti più grandi.
Shelley aveva origini molto umili. Hank Broussonet era un mezzadro nelle terre vicine, dove con l’ausilio di un mulo e di tanto in tanto aiutato dai due figli, faceva l’agricoltore; durante la bassa stagione, sbarcava il lunario prendendo in trappola nutrie e topi muschiati. Nella primitiva baracca dove vivevano, Shelley e sua madre cucinavano e lavavano senza acqua corrente.
Tutto ciò mutò nel 1950, quando il boom del petrolio e del gas creò nuovi posti di lavoro, e squadre di costruttori di strade misero fine all’isolamento. Il padre di Shelley cominciò a guadagnare cifre di denaro che non si era mai sognato di poter vedere. Il reddito con cui un uomo scapolo a New York City o a Chicago non sarebbe riuscito a sopravvivere, divenne la realizzazione dell’ambizione di una famiglia Cajun proveniente dallo strato più basso della povertà americana.
Quello stesso anno una Shelley riluttante fu iscritta alla scuola secondaria di Abbeville. Con sorpresa dei suoi insegnanti, la ragazza ribelle che a stento prendeva appunti e che per la maggior parte del tempo era distratta, si rivelò una studentessa brillante. Divenne una lettrice accanita che schivava i coetanei e rifiutava tutti gli onori della scuola, compreso quello di essere stata prescelta per tenere il discorso di commiato il giorno del diploma. Per i suoi compagni di classe lei era un enigma. Anche gli adulti non riuscivano quasi mai a capirla. Ma a Shelley non importava. Tutto quello che voleva dalla vita erano i libri e l’amore di Chad Broussard, il cugino che l’aveva sedotta tre giorni prima del suo quindicesimo compleanno.
José dovette ricorrere a tutta la sua forza di volontà per trascorrere l’estate del ‘58 e del ‘59 a Santa Cruz del Norte con la sua famiglia. Nell’agosto del 1959, Shelley salì su un autobus per New Orleans e, con le lacrime agli occhi, supplicò Chad di ricominciare. Per lui avrebbe fatto qualsiasi cosa: avrebbe chiesto l’elemosina per la strada, avrebbe ballato nuda, avrebbe derubato una banca, avrebbe ucciso quella fottuta puttana che lo aveva stregato. Durante il tragitto di ritorno a Erath, Shelley, piena di lividi e con un occhio nero, cominciò a capire che José Raimond era probabilmente il miglior compagno che la vita le avrebbe offerto.
Nel novembre dello stesso anno, il padre di Ninni dava inizio alla sua terza stagione di lavoro in Louisiana. Fortunatamente dotato di un carattere curioso e di buon cuore, aveva cercato di adattarsi. Le fabbriche di zucchero erano tutte uguali ovunque; le piccole comunità nei dintorni, dove alloggiavano gli operai stagionali e il personale fisso con le proprie famiglie, vivevano in modo diverso nella forma ma non nella sostanza.
Il cibo non rappresentava un problema. Il riso era l’ingrediente principale di Cuba e della cucina Cajun; i piatti speziati in cui abbondavano il pepe, le cipolle e il sedano erano comuni a entrambe le culture. José aveva cominciato ad apprezzare i gamberetti a Santa Cruz del Norte. Della cucina tipica Cajun gustò il boudin, gli piacevano la jawbalaya e il gumbo, accettava i gamberi d’acqua dolce quando, senza dimostrarsi scortese, non aveva alternativa, e con un sorriso rifiutava l’alligatore.
Si recava alle sagre della canna da zucchero che avevano luogo prima del raccolto e conosceva la musica Cajun che piaceva a Shelley. Girando in macchina, aveva visto dighe, paludi costiere, paludi interne e le praterie dove i contadini coltivavano il riso e la soia o allevavano il bestiame. Ma capiva che non riusciva a penetrare altro che la superficie della vita Cajun e aveva chiesto a Shelley di fargli da cicerone.
Lei era arditamente orgogliosa delle sue origini e amava il suo luogo di nascita. Shelley lo condusse nella baracca dove aveva trascorso l’infanzia e accadde qualcosa che lei non aveva previsto: parlò per tre ore e mezza di fila, fermandosi solo per bere un sorso di Coca o per dare un morso al suo panino. Ricordi che non aveva mai condiviso con nessuno riaffiorarono: il Babbo Natale negligente, l’odore dei pulcini appena nati, le gocce di pioggia che crepitavano sui campi di riso allagati. José Raimond intuì l’importanza di quanto stava accadendo e l’ascoltò in malinconico silenzio. Quando ebbe finito di parlare, Shelley lo montò con furia per due volte.

5Un paio di settimane più tardi, il Martedì Grasso andarono a Mamou a vedere quelli che facevano baldoria con copricapi e abiti multicolori e che cercavano di persuadere i contadini a rivelare loro gli ingredienti del gumbo. Quella stessa sera, mentre appartati guardavano la gente che ballava, Shelley disse a José di Chad Broussard, senza rivelargli il nome, nel vano tentativo di esorcizzare l’essere amato dalla sua mente. José la ascoltò con silenziosa rabbia mentre la gelosia gli ribolliva dentro. L’intuito le disse che aveva commesso un errore; così, alcuni minuti dopo la mezzanotte, all’inizio della quaresima, al chiaro di luna, sull’erba di un campo su cui era appena stato fatto il raccolto, dispensò il piacere al primo uomo con cui si era sentita sicura.
Avendo scoperto l’esistenza di un rivale di prima categoria e sospettando che Shelley lo avrebbe lasciato non appena quell’uomo avesse fatto schioccare le dita, all’appuntamento seguente José Raimond le disse che voleva parlare di qualcosa di molto importante. Dopo aver incontrato Shelley, i sentimenti che lo avevano spinto a sposare un’altra donna erano svaniti. Amava molto il figlio Ninni, ma sarebbe stato ingiusto separare il ragazzo dalla madre e chiederne l’affidamento. Non poteva più tornare da loro e vivere il resto della sua vita a struggersi per Shelley. Sentiva che era nato per essere il suo compagno di tutta la vita e voleva dimostrarle che nessuno l’avrebbe amata come lui. Si sarebbe considerato l’uomo più fortunato al mondo se Shelley avesse acconsentito a divenire la sua consorte legale.
Shelley rimase zitta seduta sul sedile accanto al guidatore. La macchina era parcheggiata in una strada di campagna vicino a Leeville e il suo sguardo era perso nei raggi di sole che filtravano attraverso uno scuro banco di nuvole. Al livello del mare, acque ondeggianti circondavano macchie di limo del Mississippi dove si sviluppava la vegetazione costiera.
Se lo aspettava e per quasi due anni si era chiesta cosa avrebbe dovuto fare. Per lei la rottura di un matrimonio era irrilevante; la trattenevano invece altre due considerazioni. La prima era che, secondo la sua opinione, le donne che si sposavano per sicurezza o per denaro non differivano molto dalle prostitute che aveva visto passeggiare impettite sulla Canal Street.
Avrebbe rinnegato una delle sue convinzioni più radicate? Sarebbe dovuta essere sempre tanto intransigente? La seconda considerazione era che lei non amava José e non lo avrebbe amato mai. Perché? Era difficile a dirsi.
Detestava il fatto che lui confondeva l’amore con la sottomissione e che la sua intelligenza fosse inferiore alla propria. Quali erano le altre possibilità?
Continuare a sperare che Chad sarebbe tornato da lei? Rimanere sola, senza amici, tollerata appena dai parenti e dai vicini? Continuare a lavorare al banco della drogheria per il resto della sua vita? Cambiare partner sessuali ogni due mesi e divenire la prostituta non a pagamento di Erath?
“Revocabile a mio piacimento?”
“Che cosa?”
Shelley sospirò. “Sai che io sono strana. Potrebbe non funzionare. Se volessi rompere, tu non farai obiezioni?”
“No.”
“Va bene, tesoro. Facciamo un tentativo.”
José Raimond temeva a tal punto una ritrattazione che disse a Shelley che avrebbe trascorso una settimana a Vegas per ottenere un divorzio rapido, ma invece si recò a Sebastian a trovare i genitori; l’eventualità che avrebbe potuto richiedere tempi troppo lunghi lo trattenne dal porre fine al suo matrimonio per vie legali. Sarebbe dovuto ritornare a Cuba e probabilmente avrebbe dovuto trascorrere mesi nel limbo, adesso che la Rivoluzione aveva stravolto radicalmente la già inefficiente burocrazia cubana.
Fu l’unica bugia che disse a Shelley. Un discreto giudice di pace texano celebrò la funzione e, in mancanza di invitati, Shelley stessa appuntò le tradizionali banconote da un dollaro sulla cravatta e sulla camicia bianca del marito.
La vita in comune trasformò la coppia, cosa che sorprese molto Shelley.
Frenata dalla gravidanza e dal parto, gradualmente si rese conto, con sua grande meraviglia, che José aveva uno spiccato senso degli affari. Desideroso di mantenere la sua seconda famiglia senza sottrarre nulla a Carmen e a Ninni, e prevedendo grandi oscillazioni nel prezzo dello zucchero a causa dell’incombente definitiva rottura tra Cuba e gli Stati Uniti, aggiunse al suo interesse personale per la nazione caraibica delle considerazioni che riguardavano l’evoluzione del mercato mondiale dello zucchero. Con la fortuna tipica dei principianti, José investì i suoi modesti risparmi di una vita in futures, nove giorni prima che il governo degli Stati Uniti tagliasse la quota di Cuba, e fece così un grosso colpo in Borsa.
José investì prudentemente il profitto di settemila dollari in affari meno rischiosi. Comprò e vendette all’ingrosso un vasto assortimento di beni, dagli stivali da lavoro per gli operai del settore petrolifero, ad automobili confiscate, a radio portatili giapponesi. Nel ‘62, quando il sessanta per cento di una partita di tremila polli morì nel giro di una notte, il suo capitale arretrò a 1.900 dollari. Un anno dopo, il calo improvviso del prezzo della pelle di alligatore gli costò 3.100 dollari. Ma nell’insieme, José Raimond cominciò a guadagnare di più con le sue speculazioni di quanto non guadagnasse con il suo impiego regolare di caporeparto dello zuccherificio. Il direttore della sua banca di Lafayette notò che il saldo del libretto di risparmio della coppia continuava a salire e concesse subito il prestito di cinquantamila dollari che José aveva chiesto nel maggio del 1964, per acquistare un negozio di ferramenta ipotecato. Raimond era decollato e saliva rapidamente.
A poco a poco Chad Broussard svanì dalla mente di Shelley, mentre Donald Raimond era diventato la gioia della sua vita, l’oggetto di tutte le sue speranze e aspirazioni. Era orgogliosa del suo aspetto, del suo ingegno e della sua intraprendenza. Lo trovava affascinante e irresistibile. Proteggeva gelosamente il figlio e lo viziava. Donald diventò uno stronzo insopportabile.
Nel 1972, José era un imprenditore entusiasta ed era moderatamente soddisfatto della sua vita familiare. La stima e il rispetto, se non l’amore, della moglie nei suoi confronti erano cresciuti considerevolmente, e il suo patrimonio ammontava a un quarto di milione di dollari. José riteneva che l’unico grosso aspetto negativo della sua vita coniugale fosse che Shelley limitava i loro rapporti intimi a cinque o sei notti al mese.
Durante il diffuso sconvolgimento sociale che in quel periodo scosse gli Stati Uniti, né lui né la moglie fumarono marijuana, presero LSD, tirarono cocaina o marciarono contro la guerra in Vietnam. Si erano trasferiti in una casa con due stanze da letto in un’ombreggiata strada dell’alta società di New Iberia dai prati curatissimi e dalle macchine fiammanti. La città sembrava preservare i valori tradizionali degli anni ‘40 e ‘50 in cui José credeva. Addolcita da anni di benessere economico, Shelley aveva accettato il trasferimento. La tristezza offuscava gli occhi di José solo quando in televisione venivano trasmesse notizie riguardanti Cuba o quando il suo secondo figlio, che aveva un discreto rendimento scolastico, rifiutava seccamente le sue proposte di andare a giocare a calcio o a baseball nel prato dietro casa.

6Una delle mosse calcolate che fece per raggiungere una posizione nella nuova comunità fu quella di investire diecimila dollari in azioni della Southern Star. Alla prima riunione degli azionisti, venne messo al corrente del triste futuro dello zucchero. Apprese i fattori avversi a livello nazionale. Il consumo pro capite stava diminuendo per ragioni di salute. Erano ricomparse pericolose malattie della canna da zucchero; gli stabilimenti di bevande gasate si stavano convertendo all’uso dell’isoglucosio; l’aumento dei prezzi gonfiato a causa dell’inflazione non copriva i costi di gestione. José inoltre venne a conoscenza dei problemi propri della Southern Star. Per migliorare l’efficienza della fabbrica, era necessario l’acquisto di nuove attrezzature, ma il capitale era scarso e i licenziamenti erano inevitabili. José si offrì volontario come consulente non retribuito.
Shelley divenne molto attiva nella vita culturale. Finanziò laboratori letterari, donò libri alle biblioteche di New Iberia, fece crociate per una rivalutazione della cultura Cajun, e occasionalmente si recava in auto fino a Baton Rouge e a New Orleans per partecipare a significativi eventi letterari o artistici.
Una sera nel 1975, mentre usciva da una casa sulla Esplanade Avenue dove era stata ospite a una cena, Shelley vide un ubriaco barbuto che barcollava sul marciapiede; aveva un aspetto familiare. Lo fissò, mentre stringeva la maniglia della portiera di un taxi. Era Chad Broussard. In sessanta secondi, il suo ex amante le spiegò che i giorni degli spogliarelli al night club erano ormai lontani e che la ballerina con cui viveva era fuggita. Adesso tirava avanti spacciando hascisc di cattiva qualità.
L’uomo si attaccò a Shelley come una zecca a una mucca. Tornò a vivere nella sua città natale e, grazie a una raccomandazione da parte della sua fidanzata dell’adolescenza, divenne il bidello in una scuola secondaria di New Iberia; in quanto cugino, poi, Chad passava spesso dalla casa degli Raimond prima di prendere l’autobus del tardo pomeriggio per tornare a Erath.
Dopo aver conquistato la sola cosa che le mancava, Mrs. Raimond divenne una donna sulla trentina avanzata straordinariamente bella che affrontava la vita piena di gioia e sicurezza. Non sapeva che il suo ex amante era bisessuale, che la spogliarellista che l’aveva mollato si chiamava Joe Trent prima di cambiare sesso. E non sapeva neanche che durante le frequenti visite, Chad aveva avuto modo di iniziare Donald alla sua prima esperienza omosessuale.
Lei li trovò insieme nel 1978, quando Donald aveva diciassette anni e lei ne aveva appena compiuti quaranta.
“Almeno potresti tenere quella fottuta bocca chiusa” le aveva detto insolentemente Donald mezzo nudo mentre Chad si infilava i jeans. “So che ti scopa da sempre.”
Un accordo trilaterale di mettere a tacere l’intera faccenda fu raggiunto in pochi minuti. Durante i giorni successivi, nel suo tumulto interiore, Shelley, al colmo dell’indignazione, maledisse la sua stupidità e odiò il suo amante. Nei riguardi di Donald provò contemporaneamente vergogna e gelosia. Con lo sgomento di altri tre adolescenti, Chad si dimise dal suo incarico di bidello nella scuola secondaria e fece ritorno a New Orleans con una mazzetta di cinquemila dollari nella tasca della sua giacca di jeans.
A cena, un mese dopo, Donald chiese il permesso al padre di trascorrere un fine settimana a New Orleans insieme a tre compagni di scuola. José acconsentì e gli allungò una banconota da cento dollari, attribuendo il rossore della moglie all’avvento della menopausa di cui si era lamentata di recente. Donald tornò a casa domenica sera e, prima di dare un bacio a José, lanciò un sorriso di scherno alla madre. Il martedì seguente, Shelley chiamò il marito in ufficio e gli disse che si stava recando a Baton Rouge per assistere a un dramma di Ibsen e che dopo il teatro si sarebbe fermata a cena. Avrebbe trascorso la notte a casa di amici e sarebbe stata di ritorno mercoledì mattina. Ciò accadeva piuttosto di frequente, così, cinque giorni dopo il suo ritorno, nessuno la collegò alla scoperta del cadavere di Chad Broussard nel porto di New Orleans: nessuno eccetto Donald Raimond.
Con un tono glaciale che non aveva mai usato prima, Shelley disse al figlio: “Voglio che tu stia immobile in un angolo al punto da essere scambiato per carta da parati”. Quello stesso giorno cominciò a bere sul serio.
José Raimond riuscì a mutare le sorti avverse della Southern Star e nel 1985 ne divenne il principale azionista e il direttore generale. Mentre si dilettava nel campo immobiliare, venne in possesso di una delle residenze più signorili di New Iberia e la rinnovò totalmente prima di traslocare con la famiglia. Ma il successo negli affari sembrava essere inversamente proporzionale alla felicità della sua vita familiare. Nonostante provasse ancora attrazione per Shelley e, sulla sessantina, fosse sessualmente attivo, riusciva a fare l’amore con la moglie ubriaca solo cinque o sei volte l’anno. Due tentativi senza entusiasmo con prostitute durante viaggi di lavoro erano stati un fiasco totale.
Verso la fine degli anni ‘80, la sua mente in qualche modo si rivolse al ricordo di Carmen Raimond e di Ninni. Il senso di colpa aveva fatto sì che nel 1960 avesse interrotto la corrispondenza. Il collegamento finanziario si era rotto quando il governo americano aveva proibito le rimesse. Nel ‘69, pochi mesi prima di morire, sua madre gli aveva inviato il nuovo recapito all’Avana della sua ex moglie e del figlio, ma Shelley aveva fatto sparire la lettera dalla sua scrivania. José aveva creduto di averla smarrita. Nel 1990 si rese conto che stava per avvicinarsi agli ultimi anni della sua esistenza.
Si sentiva troppo stanco per affrontare i problemi che incombevano sulla Southern Star. A casa la sua vita era amareggiata da una moglie alcolizzata e da un figlio che era interessato a lui solo quando aveva bisogno di denaro. Decise di compensare Carmen ed Ninni nel solo modo a sua disposizione.
Donald non aveva voluto lasciare la Louisiana al termine della scuola secondaria, così si era trasferito a Baton Rouge e si era iscritto alla facoltà di legge dell’Università Statale della Louisiana. Nel timore di essere smascherato dai suoi amici conservatori e nel tentativo di proteggersi dall’AIDS, aveva stabilito una relazione stabile, sicura e clandestina con un assistente in chimica e, nel frattempo, per salvare le apparenze, si conce-deva brevi avventure con delle donne. In cerca di un trampolino di lancio per avviarsi a una carriera politica, Donald puntò sull’FBI. Il Dipartimento offriva l’ambiente predominantemente maschile in cui amava essere immerso e le voci di corridoio sul fondatore dell’FBI lo attiravano molto. Durante l’ultimo anno d’università aveva chiesto un colloquio con gli addetti alle assunzioni, aveva superato tutti i test a pieni voti e si era unito all’Ufficio Governativo.
Il 23 ottobre del 1992 José Raimond ebbe un attacco cardiaco. Aveva sessantasei anni ed ebbe paura. Nel suo letto d’ospedale, con le lacrime che gli scorrevano sulle guance, aveva rassicurato la moglie che era stata l’amore della sua vita e le aveva fatto promettere che, alla sua morte, avrebbe fatto tutto il possibile per rintracciare Carmen e Ninni Raimond e li avrebbe informati che li aveva nominati eredi di metà del suo patrimonio per espiare il suo abbandono. Shelley era sbalordita. Il testamento era l’unica cosa importante che il marito le aveva tenuto segreta da quando erano sposati.
Con la combinazione della forza di volontà e dell’avidità, Shelley Raimond smise di bere nell’arco di una notte. José si rimise. Il marzo seguente lei si rivolse ad Anthony Gaylord a New Orleans per un consiglio legale e venne a conoscenza delle difficoltà per provare che un testatore era incapace di intendere e di volere nel momento in cui aveva redatto testamento, nel caso in cui la sua cartella clinica non presentasse precedenti disturbi psichiatrici.
E come si sarebbe potuto dimostrare che suo marito aveva agito sotto pressione o era stato ingannato, se non vedeva la moglie e il figlio da più di trent’anni? I tribunali volevano prove certe, l’aveva avvertita Gaylord.
Imperturbabile, Mrs. Raimond trascorse la primavera, l’estate e l’autunno del 1993 a ponderare la situazione. Seguendo alla lettera le raccomandazioni del medico, José ora stava bene. Shelley invitò Donald per Natale, ma il figlio non si presentò. Lo chiamò per telefono nel gennaio del 1994.
“Ascolta, e ascolta attentamente, Don” disse Shelley. “Se il prossimo lunedì mattina il presidente degli Stati Uniti ti dovesse ordinare di andare alla Casa Bianca, digli che non è possibile. Digli che il prossimo lunedì mattina tu devi discutere urgenti affari di famiglia con tua madre. Digli che tra dieci anni tu potresti fare l’elemosina per la strada, mentre lui si gode la sua bella pensione. Vieni poco dopo le 9:00. Faremmo meglio a risparmia-re a tuo padre questioni spiacevoli.”
Quattordici mesi dopo, il 3 marzo 1995, un venerdì, un altro incontro tra madre e figlio ebbe luogo nel soggiorno della residenza di New Iberia.
Donald illustrò ampiamente le sue scoperte circa quanto era successo a Miami e quello che aveva fatto; fu concordato un piano d’emergenza.

7Il sole era ancora alto mentre Donald rimuginava sul gusto del drammatico della madre. Shelley era seduta sulla sua poltroncina preferita. Alle sue spalle, un’ampia scalinata portava al piano superiore. Sul pianerottolo, una finestra dai vetri colorati si apriva verso ovest. Raffigurava uno stemma molto semplice con una striscia d’argento in cima, uno sfondo blu e, al centro, un leone dorato che si reggeva sulle zampe posteriori e con le zampe anteriori minacciava una preda invisibile. Il motto diceva In Hoc Signo Vincis. Anni prima, per curiosità, Donald aveva consultato un dizionario latino-inglese e l’aveva tradotto approssimativamente così: con questo simbolo tu sarai vittorioso. Per quello che riusciva a ricordare, sua madre si sedeva sempre su quella sedia del soggiorno. Tra mezzogiorno e il tramonto, i visitatori sul divano di pelle erano stati colpiti da come lo splendente leone sembrava fluttuare sopra di lei in modo protettivo. L’alone blu che circondava i neri capelli puliti della padrona di casa aggiungeva una nota mistica.
Ogni tanto Donald invidiava sua madre. Era sicuro che i suoi geni avessero lo stesso codice di grazia femminile e fascino, e ne era orgoglioso.
Ammetteva con se stesso di non avere la sua intelligenza e il suo coraggio, cosa che sarebbe stata molto utile in campo lavorativo. D’altra parte, Donald si riteneva fortunato a possedere una sensibilità artistica che era solo una piccola frazione di quella della madre; gli artisti troppo spesso erano impulsivi.
Shelley indossava pantaloni a righe azzurro cielo e avorio, un cardigan nero sopra un maglione a collo alto e scarpe da ginnastica. A un conoscente distratto sua madre sarebbe sembrata la stessa di sempre, ma già dal suo arrivo cinquanta minuti prima, Donald aveva notato un’espressione repressa di disgusto agli angoli della sua bocca, l’ansia nella sua fronte leggermente corrucciata. Il disprezzo che lampeggiava sempre nei suoi occhi ogni volta che parlava con il figlio sembrava essersi ingigantito.
“Va bene, credo sia tutto” disse Shelley. “Le camere all’Eden Roc.”
“Nessuna obiezione.”
“C’è ancora un piccolo dettaglio che vorrei discutere.”
Donald era scivolato sull’estremità del divano per spegnere una sigaretta su un posacenere di cristallo di Boemia. Le parole di sua madre lo fecero fermare a metà. “E sarebbe?”
Un sorriso le tremò sulle labbra mentre diceva: “Tutte queste stronzate riguardo la legge sull’eredità in Louisiana, sommate alla tua frustrazione attuale, alla tua ambizione e al trascorrere del tempo, ti potrebbero spingere a fare a me quello che non sei riuscito a fare a Miami”.
Donald sogghignò. Spense la sigaretta, si appoggiò alla spalliera e accavallò le gambe prima di alzare gli occhi verso Shelley. “Che sarebbe quello che tu hai fatto così bene a papà, a Chad Broussard e Dio sa a quanti altri.”
Lei bevve un sorso di succo di mela e si passò la punta della lingua sulle labbra. “Da sola. Non con un frocio al seguito.”
Il ghigno di Donald si gelò. “A essere del tutto sincero l’idea mi è passata per la testa” disse, scherzando solo in parte.
“Certamente” disse Shelley, posando il bicchiere su un tavolino laterale.
“Ma dovresti sapere che ho preso le precauzioni necessarie.”
Donald inclinò il capo e diede un’occhiata di traverso alla madre, prima di parlare. “Ehi, un momento. Forse tu ci hai preso gusto. Forse è il contrario. Stai cercando di eliminarmi?”
“No. Tu sei troppo distante per me, e noi viviamo in mondi separati. E poi c’è questo piccolo particolare che io ancora non riesco a superare: ti ho portato qui dentro.” Shelley si toccò la pancia. “Ma io non ti sto chiedendo di risparmiarmi la vita. Renditi solo conto che se lo facessi non erediteresti un soldo. Se mi eliminassi, per usare la tua pietosa espressione, quello che otterresti sarebbe una bella iniezione letale.”
Donald Raimond si alzò e si abbottonò la giacca di tweed. “Ci vediamo all’aeroporto lunedì mattina, cara mamma.”
“Buon fine settimana, mio adorato figlio.”
“… di puttana” rispose Donald.
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(Tutte le immagini utilizzate a corredo fotografico, sono state manipolate dall’autore e provengono, di massima, dalla rete – Programmi utilizzati: Adobe PS5 64, Topaz Professional, M Bullet Pro)
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16 pensieri su “Cuba … el duodécimo

    • Spillo

      Grazie amico mio.
      So e ti so preso per cui, il passaggio presso queste umili stanze, è ancora più apprezzato.
      Grazie e cordialità

      PS;: mi è stato chiesto se mi fossi stufato, stancato et cetera dell’uso del “Voi”. No, mica vero. Ho subito detto che, dopo la mia sfuriata con un ex-lettore komunista di questo blog (se volete potrete leggere, agevolmente, tutti gli improperi e le schifezze elargitemi con il cuore- e fors’anche col fegato- dal nominativo in parola, al capitolo undicesimo), avrei sospeso momentaneamente i Voi, fino alla fine del presente romanzetto che è vicina, contenti?.

      Grazie e buona giornata

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    • Amedeo d’A.

      Grazie don Amedeo. le sue considerazioni, per me, valgono moltissimo. So che apprezza leggere e se, in questo suo apprezzamento sono incluso io e qualche storiella, ecco ringrazio commosso.
      Buon pomeriggio

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  1. Di bene in meglio, sotto tutti i punti di vista. Un grande romanzo che abbraccia in sé diversi temi, tutti con la medesima efficacia; e anche l’ironia funziona. I dettagli sono perfetti!
    Radiosissime congratulazioni, Milord!

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    • Alessandra Bianchi

      Ed eccoci al commento della nota scrittrice Alessandra Bianchi.
      Intanto ti ringrazio per esserci e soprattutto leggermi. Come mi hai detto, la volta precedente, non è facile ed è impegnativo. Mica per quello che scrivo, però. Proprio per la frequenza e la “lunghezza”.
      Sarebbe stupido, da parte mia, tentare una giustificazione.

      La compulsività di un povero aberrato mentale bipolare, come me, è un fatto.
      Per la frequenza te ne parlai la volta precedente. Affrontiamo il tema lunghezza.
      Sì, sono ottusamente e sconsideratamente lungo. Questo, però, ha una sua legittimità.
      Nella speranza di non essere prolisso, la lunghezza è dovuta, verosimilmente, alla concezione stessa del capitolo.
      Infatti ogni brano, così definito, diviene un episodio a se stante. Può essere letto sia singolarmente, sia nel complesso più ampio della storia e comunque costituisce, proprio, un capitolo … a stampa.
      Tutto qua.
      Ti ringrazio per le espressioni gentilissime e generose che, proferite da te, assumono un’importanza diversa, proprio in considerazione della tua bravura, esperienza e impegno.
      Rigore e soprattutto ironia, sono garantite … altrimenti non se ne fa niente.
      Ciao e di nuovo grazie, scrittrice.

      buona giornata

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    • Caro amico, con retroattività di splinderiana memoria, ti ringrazio per l’elogio e se posso, vorrei confidarti due cosette.
      Ho impiegato, circa, un’oretta per scrivere il “passaggio” (e un quarto d’ora, circa, per la correzione – ebbene sì, sono abbonatissimo a Refusy & Errory mortaly).
      Per l’elaborazione sia della storia, sia del capitolo non ho un trucco specifico.
      Mi metto, in silenzio, in un angolo e osservo i protagonisti. Li ascolto, li seguo mentre parlano o si confidano.
      Leggo nei loro occhi lo stupore, la meraviglia, ma anche il dolore e la tristezza.
      Li ascolto, seguendoli mentre camminano, magari con passo pesante, pieni e ricolmi di paure e nostalgie. E in quel momento mi faccio raccontare, un po’, la loro storia.
      Alcune volte mi commuovo.
      Altre m’imbufalisco.

      Ma sto molto aattento a non urtarli, annotando, nei loro tempi, tutto quanto.
      Ti ringrazio del passaggio e buon pomeriggio.

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      • opsss… allora non ti invidio: quando smetti di scrivere di loro, o ne viene a “mancare” qualcuno, sarà quasi come perdere degli amici veri 😐 🙂
        E’ probabile che tutti gli scrittori non “toccata e fuga” siano un po’ così, altrimenti non riuscirebbero a scrivere solo sulle ali dell’entusiasmo iniziale e della forza di volontà. Immagino ci voglia proprio ciò che descrivi tu: l’immedesimazione nei propri personaggi, vivere in loro e attraverso di loro.
        Altrimenti non credo si possa andare tanto avanti. Non è “matematica”.
        Vedo anche Alessandra, immagino possa confermare anche lei 😉

        http://www.wolfghost.com

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