Cuba … el decimotercero

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1L’insegnante lasciò la casa protetta il 2 marzo a mezzogiorno dopo che Scheindlin gli aveva detto che l’incontro con Shelley Raimond, suo figlio Donald e il loro avvocato era stato programmato per le 11:00 del lunedì successivo. Trascorse le trentasei ore seguenti da Fidelia. Lei non si era assentata un solo giorno dall’ufficio, era stata sveglia fino a tardi quasi tutte le notti ed era profondamente esausta, quindi Raimond le raccontò una versione ridotta delle proprie tribolazioni, omettendo l’assassinio di Guillermo Raimond, cosa che riteneva troppo raccapricciante da condividere con lei. All’inizio Fidelia era rimasta senza parole. Poi, per mezz’ora, si era dimenticata della sua tragedia personale e aveva dato inizio a un interrogatorio dettagliato con uno stile molto legale. Raimond stava per spiegare il ruolo fondamentale di Scheindlin quando Papa vomitò.
Dopo aver finalmente appreso le ragioni dello strano comportamento di Ninni, giovedì e venerdì notte Fidelia dormì profondamente. La madre si prese cura del marito sofferente tutta la giornata di venerdì, mentre Raimond puliva la casa e cucinava. I vicini cubani accompagnavano Dani a scuola.
Di ritorno dal lavoro di aiutante di cucina in una casa di cura dalle 7:00 al-le 15:00, Mario quella sera sedette con Papa fino alle 21:00, poi cenò e andò a dormire. Nelle prime ore del mattino, l’insegnante sonnecchiava su una sedia a dondolo accanto al letto dell’ammalato. Sabato mattina, sessualmente eccitato e consapevole che non era né il tempo né il luogo, l’insegnante si masturbò nella doccia. Dopo colazione, prese un taxi per raggiungere il suo appartamento, indossò abiti puliti e prese la sua auto dal parcheggio.
Dato che era sabato, Raimond prima andò fino al Circolo Nautico di Dole ed ebbe subito un grosso colpo di fortuna: l’uomo che stava cercando si stava preparando per uscire a pescare. Per una volta aveva un aspetto convenzionale, indossava pantaloncini color cachi, una felpa e un cappellino da baseball dei San Diego Padres. Dal suo motoscafo si tolse gli occhiali da sole e guardò Raimond con attenzione. Non sapendo che cosa l’insegnante volesse, l’uomo smorzò il sorriso che era pronto a fare. Raimond si avvicinò all’imbarcazione.
“Ciao, Pal.”
“Ciao, fratello. Pensavo che fossi tornato a Cuba in barca a remi.”
“Come stai?”
“Sei venuto fino a qui solo per sapere come sto?”
Raimond sorrise e guardò attorno a sé. “Ce l’hai con me?”
Palladipelo scosse la testa. “No. Ma credevo avessimo un accordo, facevamo affari insieme. Poi sei sparito nel nulla. E voglio dire sparito. Hai traslocato, hai lasciato il posto di lavoro, non sei mai più tornato nei locali che frequentavi prima. Questo non è un comportamento tipicamente cubano.”
Raimond sentì il calore del sole sul viso. “È successo qualcosa” disse.
“Forse sei un agente di Castro.”
L’insegnante scoppiò a ridere e il ghiaccio si ruppe. Palladipelo si rimise gli occhiali da sole e invitò Raimond a salire a bordo. “Vuoi una birra?”
“No, grazie.”
“Sì, mi ero dimenticato. Allora, che cosa c’è?”
Raimond si grattò la punta del naso. Salire a bordo di una barca, seppur ormeggiata, lo rendeva un po’ nervoso.
“Mi serve una coda.”
“Una che?”
“Voglio qualcuno che non sia un investigatore privato, ma che sappia pedinare la gente. Che segua una persona per qualche ora e mi riferisca dove va. Nulla di più. Pagherò in contanti e non ho bisogno di ricevute, di documenti e di nessuna relazione scritta. Non c’è bisogno che sappia il mio nome; io dimenticherò il suo. Conosci qualcuno che lo può fare?”

2Palladipelo guardò Raimond negli occhi. “Tu un fottuto agente di Castro?”
Raimond fece un ampio sorriso. “Dai, Pal.”
Palladipelo tenne lo sguardo fisso sulle sue scarpe da barca per qualche minuto. “Conosco una dozzina di persone che ti potrebbero aiutare, forse due dozzine. Ti serve un uomo o una donna?”
“Mi serve una persona con la bocca chiusa e una pessima memoria.”
Palladipelo digitò un numero sul suo cellulare. Disse a chi stava all’altro capo del telefono che un cliente di nome signor Giacca Blu e Polo Acquamarina lo voleva incontrare. Quando la telefonata fu finita Palladipelo diede a Raimond l’indirizzo di una bettola sulla 8a Strada e l’orario concordato per l’incontro. La coda avrebbe indossato una cravatta a righe diagonali con diverse sfumature di blu. Prima di scendere dalla barca l’insegnante strinse la mano a Palladipelo e lo ringraziò. Il capobanda lo guardò allontanarsi con un po’ di tristezza. Buon autista, pensò.
Dal Circolo Nautico, Raimond guidò fino a un supermercato e riempì il bagagliaio della sua macchina di generi alimentari per rimpinguare le scorte di Mama che stavano scemando. Fece due chiacchiere con Fidelia mentre lei stirava, poi mangiò un panino e bevve una bevanda gasata rossa e uscì dopo pochi minuti.
Poco dopo le 13:00, dall’altra parte di un tavolo dal ripiano in formica, Raimond sedeva di fronte a un anziano cubano dall’aspetto dignitoso. L’uomo aveva sicuramente visto giorni migliori. L’abito nero era vecchio, il colletto della camicia era liso e la larga cravatta a strisce era un relitto degli anni ‘70; ogni singolo capo però era immacolato. Era rasato di fresco e i suoi capelli grigi erano pettinati all’indietro; rughe profonde gli solcavano la fronte.
“Le dispiace se vengo subito al dunque?” chiese Raimond.
“Niente affatto, signore.” Le lunghe dita dell’uomo giocavano con un sigaro da dopo pasto. I suoi occhi grigio-verdi avevano l’espressione annoiata di quelli che avevano visto troppo.
“Allora. Lunedì mattina, per telefono, le darò l’indirizzo di un edificio.
Pochi minuti prima delle 11:00, tre persone entreranno, prenderanno un ascensore fino al quattordicesimo piano, parteciperanno a una riunione e poi se ne andranno. Io non so quanto durerà la riunione, un’ora, due, tre.
Quando se ne andranno voglio che lei li segua e mi dica dove vanno. Questo è tutto.”
“Ha a che fare con la politica cubana?”
“No.”
“Bene. In caso contrario, non ci avrei messo le mani. Descrizioni, per favore.”
“Ci saranno due uomini e una donna. Non so l’età della donna, potrebbe avere tra la quarantina e la sessantina avanzata. Uno degli uomini è sulla trentina, l’altro sarà probabilmente sulla quarantina, forse di più.”
“Lei non li ha mai visti?”
“No.”

3Il vecchio portò il sigaro alle labbra e lo guardò come se non ne avesse mai visto uno prima. “Questo posto è un albergo, un palazzo d’appartamenti o un palazzo d’uffici?”
“Un palazzo d’uffici.”
“Quindi, lunedì mattina ci saranno centinaia di persone che entreranno e usciranno.”
“Probabilmente.”
“E lei mi chiede di identificare queste persone in base a quello che ha appena detto?”
Raimond annuì.
“Il palazzo ha una hall dove ci si può sedere e leggere il giornale?”
“Sì.”
“Supponiamo che quando escono si dividano. Chi dovrei seguire?”
“La signora” rispose Raimond senza alcuna esitazione.
Dopo trenta secondi, l’insegnante giunse alla conclusione che doveva essere il primo sigaro che l’uomo avesse mai avuto, oppure il più bello che avesse mai visto. Infine la coda spostò lo sguardo sul suo cliente. “Trecento se porto a termine il lavoro. Cento se non ci dovessi riuscire. Cento subito. Gli altri due quando le riferirò dove sono andati.”
Raimond tirò fuori due banconote da cinquanta dollari dal portafoglio, le posò sul tavolo e fissò l’anziano negli occhi. “Faccia del suo meglio. Qui c’è un numero telefonico dove mi potrà raggiungere alle 14:00 di quello stesso giorno” disse estraendo la sua penna a sfera. “Per prendere gli altri due centoni, lei dovrà restituirmi questo tovagliolo.”
L’anziano sorrise e tornò a guardare il suo sigaro attentamente. L’insegnante si alzò e uscì.
Domenica mattina Papa, in preda a forti dolori, fu ricoverato all’ospedale Jackson Memorial. Dopo la prima iniezione di morfina, il sollievo gli distese il volto. Fidelia e sua madre, con l’assistenza di Raimond, trascorsero quasi un’ora a riempire moduli. Dopo che i documenti furono completati, Mama addolorata sedette su una sedia della sala d’aspetto e sua figlia e Raimond si allontanarono di pochi metri. Con le spalle appoggiate al muro del corridoio, le braccia incrociate sul petto e lo sguardo sul pavimento, Fidelia, pensierosa, scosse il capo.
L’insegnante cercò i suoi occhi, sollevandole gentilmente il mento. “Che cosa c’è?”
“Ho battuto a macchina delle citazioni. È il modo con cui Bencomo si guadagna da vivere. Ma è peggio di quello che pensassi. Qui la preoccupazione principale è quella di assicurarsi che l’ospedale non sia citato in giudizio se un paziente cade dalla barella. Pazzesco. A Cuba, quando tolsero la cistifellea a Mama, non dovemmo firmare nulla.”
“E non doveste pagare un soldo. Ma se qualcosa fosse andato storto, voi non sareste stati in grado di intentare causa al dottore o all’ospedale.”
“Ma tu hai detto che la cura di Papa non ci sarebbe costata nulla.”
“Lo ha detto la signora. Io ho solo tradotto.”
“Com’è possibile che potremmo citare in giudizio per negligenza professionale se non paghiamo neanche?”

4Raimond sorrise a due inservienti che passavano.
“Perché è il governo federale che paga le cure di Papa. Questo è l’ospedale della contea. Qui i dottori ricevono quelli che la signora ha chiamato incarichi. Lei ha detto che il governo ha un listino prezzi per ogni esame e per ogni medicinale che tuo padre riceve e poi paga il conto. È un privilegio dei cubani in esilio che sono arrivati qua prima dello scorso settembre.
Se fossimo venuti da qualche altro paese, non so chi avrebbe pagato per tutto questo. Dato che l’ospedale è pagato, tu puoi citare in giudizio se tuo padre non riceve le cure adeguate.”
Fidelia scosse il capo esasperata. “È incredibile. Qui il denaro governa ogni cosa.”
Raimond l’accarezzò con lo sguardo.
“Dimmi di nuovo che cosa ha detto riguardo le dimissioni.”
L’insegnante sospirò e inarcò le sopracciglia. “Probabilmente sarà dimesso tra un paio di giorni, dopo gli esami. Dovrai accompagnarlo una o due volte alla settimana per la terapia, forse chemioterapia, non lo so.”
“Ninni, il primo dottore ha detto che è nella fase terminale della malattia.”
“Lo so, ma credo lo trattino ugualmente. Voglio dire che devono fare qualcosa.”
Fidelia fissò il pavimento. “Non voglio prolungare la sua sofferenza.
Spero che si limitino a sedarlo. Credi che morirà a casa?”
“Non credo. Quando sarà in punto di morte, lo porteranno qui o in un ospizio per malati terminali”
Lei alzò lo sguardo su Raimond e lo fissò. “Sapevo che prima o poi questo momento sarebbe arrivato e avevo provato a prevedere la mia reazione.
Credo lo facciano tutti. Ma non sono pronta.”
“Capisco. Mia madre è morta quando io avevo più o meno la tua età.
Soffriva di grave ipertensione da anni e io sapevo che un giorno se ne sarebbe andata. Quando è accaduto, non ero ancora pronto.”
Gli occhi di Fidelia si addolcirono. “Sì, lo so. Torniamo da Mama. È a pezzi.”
Nel corso degli anni Shelley Raimond, che un tempo era prevedibile, aveva imparato a dominare le proprie emozioni. Nessuno notò il suo smarrimento quando, alle 11:07 della mattina del 6 marzo, lei, suo figlio e il loro avvocato entrarono nella bella sala riunioni che David Sadow e i suoi soci riservavano ai clienti danarosi. Con un sorriso educato, Shelley strinse la mano a tutti i presenti, si sedette con grazia in una comoda poltroncina che Anthony Gaylord aveva scostato per lei, poi si guardò nuovamente intorno.
Le frasi preliminari degli avvocati erano prive di senso, ma resero possibile alle opposte fazioni di studiarsi furtivamente a vicenda. Shelley decise di non chiedere un bicchiere d’acqua. Il colore dei suoi occhi non era quello giusto e lui era un po’ più alto. Ma queste erano le uniche differenze che riusciva a cogliere. Gli stessi capelli, la stessa fronte e lo stesso mento. Le sopracciglia erano identiche, così come le orecchie e il pomo d’Adamo. A un esame più attento, notò che il suo naso era diritto anziché all’insù, le sue labbra più piene. La somiglianza era così marcata che, per un istante, l’aveva fatta sobbalzare. Seguendo il consiglio del suo avvocato, aveva portato con sé una foto 20×25 di José Raimond, scattata quando aveva quarantadue anni. L’idea era quella di esibirla davanti a tutti nel caso in cui la somiglianza fosse stata minima o inesistente; usarla per instillare il dubbio nella mente di David Sadow. Adesso lei sapeva che era inutile; infatti, l’avrebbe stracciata non appena possibile. Avevano stabilito che se il terzo beneficiario fosse somigliato poco o per nulla al suo defunto marito, lei avrebbe chiesto un bicchiere d’acqua prima dell’inizio della riunione. Per ironia della sorte, in quel momento la bocca di Shelley era completamente asciutta e lei desiderava ardentemente bere.
Inoltre, rifletté mentre si riprendeva, c’era qualcosa in quest’uomo, che stava bisbigliando al proprio avvocato, che lo rendeva completamente diverso da suo padre. José Raimond, se non altro il José che aveva conosciuto lei, era un negoziatore nato, che cercava sempre di evitare i bracci di ferro e che scendeva a patti. Quell’uomo all’altro capo del tavolo aveva un aspetto competitivo. Il suo sorriso statico era smentito dall’ostilità che si celava nei suoi occhi. La vedova notò inoltre che le sue dita, che erano intrecciate sul tavolo, sulle nocche erano bianche, come se stesse cercando di domare l’impeto di saltarle alla gola.

5Diamo a Cesare ciò che è di Cesare: il latino-americano aveva più di un motivo per essere in quello stato d’animo. Con gli abiti a buon mercato che indossava aveva un aspetto dozzinale. Probabilmente era uno sporco comunista che voleva disperatamente scendere dalla barca nell’istante in cui stava per affondare, ma lei sospettò che fosse intelligente e pericoloso.
Quel bastardo era riuscito a scovare Gui Raimond, lo aveva costretto a dirgli quello che sapeva e aveva scoperto la pista di New Iberia. Aveva risposto al fuoco di Donald a Homestead. Era anche sopravvissuto al secondo tentativo del suo inetto figliolo. Questo era il sergente Martinez della polizia di Tampa. L’uomo che in qualche modo era riuscito a scoprire quanto neanche suo zio sapeva, che lui aveva una quota del patrimonio di José. L’astuto figlio di una puttana cubana, che era andato a raccontare la sua storia a un fottuto ebreo, lo aveva reclutato in cambio di una grossa percentuale, poi aveva sottoscritto una deposizione che avrebbe potuto creare un sacco di guai a lei e suo figlio. Aveva assoldato quel pagliaccio di Miami e quel grasso figlio di puttana che si era presentato come Mr Eastlake, per l’amor di Dio!
Improvvisamente le parole di quell’uomo disgustoso che masticava un sigaro cominciarono a fare presa: “… e non vedendo nessun futuro per lui a Cuba, Mr Raimond si è costruito una zattera e ha navigato fino a Key West.
Non aveva idea di dove potesse essere suo padre, non aveva programmato di mettersi in contatto con lui. Il mio cliente voleva solo cominciare una nuova vita negli Stati Uniti. Ha avuto fortuna e ce l’ha fatta…”.
Donald Raimond e sua madre erano incapaci di tenere sotto controllo le proprie reazioni. Voltarono la testa contemporaneamente, in cerca di un contatto visivo. Sta’ a vedere, pensò Shelley, sorpresa, quel verme schifoso sta tenendo nascosto il ruolo di Gui per stare alla larga dalla sua incursione a Sarasota! Bisogna dargliene merito!
L’insegnante non aveva sospettato che sarebbe stato tanto difficile. Non appena Donald Raimond entrò nella sala riunioni, Raimond riconobbe in lui l’uomo che aveva cercato di ucciderlo a Homestead. Stessa altezza, stessa corporatura e stessa andatura. Mancavano solo gli occhiali a specchio. Si avvicinò a Sadow e gli comunicò la notizia. L’avvocato annuì brevemente. Poi Ninni Raimond si concentrò sul cervello dell’operazione.
La sgualdrina in gioventù doveva essere stata una donna fenomenale.
Alta, formosa, seducente. Così diversa dalla sua ordinaria madre! La sua andatura sicura nella sala riunioni, il modo in cui teneva sollevato il capo, la sua risoluta stretta di mano, il suo sguardo di sfida: tutto rivelava una persona che perseguiva i suoi obiettivi a ogni costo. Il bell’abito che indossava era un complemento non necessario; Raimond pensò che avrebbe fatto la stessa impressione anche in accappatoio. Probabilmente il ragazzotto di campagna della Georgia del Sud non era stato il compagno adatto per questa pantera predatrice. L’insegnante aveva conosciuto altre donne di quel tipo a Cuba: donne che perdono la testa per dei coglioni e trattano come pezze da piedi i bravi ragazzi. Il genere di femmine che, per ragioni contorte, amano essere rifiutate e rifiutano il vero amore. Ninni Raimond capì che si trovava davanti alla responsabile di tutti i suoi traumi infantili; della rassegnata infelicità di sua madre; dell’omicidio di suo padre, di suo zio e di Uri; degli attentati alla sua vita. Sentì il sangue salirgli alla testa. Le vene sulle tempie pulsavano violentemente. Abbassò lo sguardo sul tavolo lucido e fece un respiro profondo. L’indicibile odio che aveva provato dopo essere stato buttato fuori bordo si era impadronito nuovamente di lui, ma la razionalità gli disse che, nel caso in cui avesse vendicato suo padre, sarebbe stato il primo a essere sospettato. Qual era la domanda che aveva fatto l’avvocato della sgualdrina e a cui Sadow adesso si stava accingendo a rispondere?
“Mr Raimond aveva un vicino a Cuba che è un suo caro amico” disse l’avvocato. “Lo aveva chiamato per dirgli che era arrivato sano e salvo. Gli aveva dato il suo numero di telefono. Dopo alcuni mesi questo amico ha chiamato il mio cliente e gli ha detto che la polizia cubana aveva cercato di rintracciarlo. Mr Raimond aveva pensato avesse a che fare con la sua scomparsa e non ci fece caso. Due o tre settimane dopo, questo vicino chiamò nuovamente Mr Raimond e gli riferì che il vice console dell’Ufficio degli Stati Uniti aveva cercato di mettersi in contatto con il mio cliente riguardo a un testamento. C’era solo una persona in questo paese che avrebbe potuto lasciargli qualcosa in eredità. Ecco come lo è venuto a sapere.”
“Capisco” disse Gaylord, annuendo. Stava tastando il terreno. L’avvocato sessantaduenne di New Orleans era la persona più ben vestita e meno informata della stanza. L’esperienza gli diceva che c’era qualcosa che non andava. Con tatto aveva chiesto ai suoi clienti se c’erano altri aspetti che avrebbe dovuto conoscere, suggerendo indirettamente che essere chiari con il proprio avvocato sarebbe stato di loro vantaggio, e aveva consigliato apertamente di rivolgersi a un altro studio legale, se per qualche motivo lui non ispirava loro fiducia. Tutto quello che i suoi sforzi avevano ottenuto erano stati sguardi innocenti e fermi dinieghi. Anthony Gaylord non ne poteva più di questo caso.
“Suppongo che il governo agiva su richiesta del tribunale” aggiunse Sadow.
“Ne sono certo. La mancanza di informazioni su dove si trovava Mr Raimond e della certificazione del governo cubano che dichiarava la sua scomparsa ha ritardato tutto il procedimento.”
“Allora” disse Sadow con un ampio sorriso mentre allargava le braccia in un gesto di comune armonia. “Adesso possiamo proseguire.”
“Certamente” concordò Gaylord. “I miei clienti rispettano ma ignorano le ragioni che Mr Raimond ha di sospettare che ci sia una cospirazione per sottrargli l’eredità di suo padre. Noi possiamo dimostrare facilmente di aver fatto tutto quanto era in nostro potere per informare Mr Raimond e sua madre che erano beneficiari del testamento di Mr José Raimond. Anche noi speriamo in un procedimento rapido dopo che l’identità di Mr Raimond sarà stata autenticata.”
Sadow attinse alla storia che aveva architettato l’insegnante per spiegare l’uso del nome Ninni ERaimond, usando quasi le stesse parole. Shelley Raimond rimase impassibile, ma suo figlio non riuscì a trattenere un sorriso e si coprì le labbra con la mano nel tentativo di darsi un contegno serio e riflessivo.
Anthony Gaylord fu colto di sorpresa. Una corretta identificazione dei beneficiari era il primo passo nei procedimenti di autentificazione, e quando in aereo Shelley aveva suggerito di sollevare la questione, lui aveva pensato che lei semplicemente ignorasse le formalità statutarie prescritte per rendere un testamento esecutivo.
“Bene, questa è una sorpresa” disse, aggrottando la fronte, mentre si girava verso i suoi clienti. Donald Raimond gli lanciò uno sguardo innocente sgranando gli occhi e, per esprimere incomprensione, fece una passabile pantomima stringendosi nelle spalle e abbassando gli angoli della bocca. Il sopracciglio sinistro inarcato e lo sguardo d’intesa di Shelley sembravano dire: “Te l’avevo detto”.
“Ci stiamo muovendo molto rapidamente” intervenne Sadow. “Tutte le pratiche necessarie sono state avviate, e speriamo che la questione possa essere risolta presto.”
Gaylord sapeva che questa era la sua occasione d’oro, il punto di svolta.
“Spero sinceramente che sia così. Perché noi chiederemo al tribunale di verificare l’identità di Mr Raimond con la cura più attenta. Nel frattempo …” E presentò a Sadow una cartella contenente fotocopie di documenti relativi al caso. L’avvocato di Miami sottolineò il legame che Mr Easdake dello studio legale Smith e Perry di New Orleans avrebbe rappresentato per l’ultimazione a buon esito delle procedure di autentica.

6Chiacchiere senza rilievo precedettero il termine della riunione, mentre l’ipocrisia impazzava come si fa solo negli studi legali. Gli sguardi di Shelley e Raimond si incrociarono solo per un istante. Lei fece un sorriso forzato e un cenno con il capo, mentre si domandava come si sarebbe dovuta comportare con lui. Ninni rimase impassibile, mentre considerava che del fottuto denaro poteva trasformare in nemici mortali persone che non si erano mai viste prima. Gui Raimond aveva ragione. Non c’era nulla di personale.
Tutti cominciarono ad alzarsi.
Dall’ufficio di Sadow, Ninni si recò in auto al magazzino di North Miami Beach. Fece un resoconto esauriente della riunione e Scheindlin gli disse che dal giorno successivo all’arrivo del pacco bomba un esperto della stessa società che forniva protezione in cui lavorava anche Max Meisler esaminava quotidianamente tutta la posta della società in arrivo. Raimond chiese se la polizia avesse trovato qualche indizio riguardo alla morte di Uri.
Scheindlin scosse la testa con decisione. L’insegnante tornò al suo appartamento in attesa della telefonata della coda, nutrendo la strana sensazione che stesse succedendo qualcosa di cui lui non era al corrente.
Ingoiò un boccone e si diresse al telefono al primo squillo. Il suo cibo si bloccò a metà strada tra la gola e la laringe. Corse indietro fino al piano di lavoro della cucina, posò il panino al salame mezzo mangiato, afferrò il bricco di cartone del succo di pomodoro e ne bevve un sorso. Secondo squillo. Aveva la sensazione di aver ingoiato un mango gigante. Le lacrime gli rigarono le guance. Terzo squillo. Si batté la mano sul petto e bevve un altro sorso di succo. Il boccone raggiunse l’esofago e l’insegnante prese un fazzoletto. Quarto squillo. Si asciugò le lacrime, si soffiò il naso mentre si avvicinava al comodino, poi al quinto squillo sollevò la cornetta.
“Pronto.”
“Giacca Blu?”
“Sì.”
“Il soggetto era sulla cinquantina, alta circa un metro e ottanta, indossava un abito grigio chiaro, capelli scuri, ricercati orecchini d’oro?”
“È lei.”
“Si trova all’Eden Roc, camera 1509. Ha preso un taxi dalla Brickell. Gli altri due uomini sono rimasti sul marciapiede, probabilmente pure loro aspettavano un altro taxi. Sembrava volessero essere galanti e favorire la signora.”
“Buon lavoro. Io compro un tovagliolo di carta a duecento.”
“Io ne sto vendendo uno.”
“Affare fatto. Stesso posto alle 17:00?”
“Sarò lì.”
In qualche luogo una cornetta venne riagganciata e Ninni fece lo stesso prima di rivedere le sue opzioni. Aveva preso in considerazione due possibilità: o il nemico sarebbe ripartito in aereo lo stesso giorno o avrebbe trascorso la notte a Miami. Nel caso in cui la coda avesse riferito che tutti e tre erano ritornati all’aeroporto, il suo piano sarebbe fallito. Nel caso in cui si fossero fermati, lui avrebbe agito. Avrebbe scommesso su camere separate nello stesso albergo. Adesso sapeva dove alloggiava Shelley. Dove erano andati gli altri due? In un altro albergo? Improbabile. Comunque il cervello dell’operazione era raggiungibile. Avrebbe dovuto fare delle modifiche al suo piano.
L’insegnante era assorto nei suoi pensieri e stava passandosi il filo interdentale, quando il telefono squillò nuovamente. Si sciacquò la bocca, sperando che non fosse Fidelia con cattive notizie. Secondo squillo. Nel caso in cui fosse morto Papa non sarebbe stato in grado di confortarla. Non adesso, non oggi. Terzo squillo. Dopo aver chiuso il rubinetto, si fermò.
Forse non avrebbe dovuto rispondere. Quarto squillo. Cosa gli stava succedendo? Stava diventando anche lui un figlio di puttana? Lei avrebbe capito.
Prese un asciugamano e asciugandosi il mento ritornò verso il comodino.
“Pronto.”
“Ninni?”
“Sì?”
“Sono Shelley Raimond.”

7L’insegnante era attonito. Ma Shelley lo aveva previsto e incalzò.
“Questa sera mi fermo solo per un motivo: spero di poter scambiare una parola con lei in privato. Le dispiace?”
Completamente sulla difensiva, l’insegnante non sapeva cosa dire. “Come ha fatto ad avere il mio numero?”
“Ci sono molti modi per scoprirlo.”
“Naturalmente. Che stupido che sono. Dove alloggia?”
“Fontainebleau.”
Che sporca bugiarda! “Signora, lei crede che io venga da lei?”
Breve silenzio. “No. Io suggerisco di incontrarci in un terreno neutrale, un posto dove nessuno di noi ritiene che l’altro possa nascondere telecamere o microfoni … o ci possano essere sconosciuti ficcanaso. Ci ho riflettuto negli ultimi giorni, e il solo modo in cui possiamo ritenerci sicuri probabilmente è quello di incontrarci in un locale pubblico dove c’è tanta gente, sa? Quindi tiriamo una monetina, o in qualche altro modo casuale concordiamo un bar o un ristorante o la hall di un albergo dove possiamo discutere la faccenda.”
Una luce gli si accese nella mente come un’alba ai tropici. “Ma voi siete in tre” osservò.
“A quest’ora Donald e Gaylord saranno su un aereo che li riporta a New Orleans. Il loro volo era previsto per le 14:35.”
Raimond lasciò passare un secondo. “Che cosa c’è per me?” Il loro genere di linguaggio.
“È esattamente quello che voglio discutere con lei.”
“Va bene. Potremmo incontrarci … diciamo … uhm … c’è un albergo tra la Collins e la 12a, uno piccolo. Il bar è in una specie di piano rialzato dietro la hall, ha grandi colonne. Io potrei essere lì verso le 21:00.”
“Ha detto Collins e la 12a?”
“Esatto.”
“Qui a Miami Beach?”
“Esattamente.”
“Non conosce il nome di questo albergo?”
“Non me lo ricordo.”
“Va bene. Ci vediamo lì. Poi ci metteremo d’accordo su qualche posto dove possiamo parlare in privato. Io verrò a mani vuote, forse porterò una borsetta che lei potrà controllare per verificare che non contiene nulla. Le sarei grata se lei facesse altrettanto.”
“Sì. Ci vediamo alle 21:00” disse Ninni prima di riagganciare.

8Ninni si sedette sul letto e fissò il pavimento per quasi cinque minuti. Poi s’infilò la giacca blu, fece cadere il piccolo registratore nella sua tasca, inserì la Colt all’altezza dei reni e uscì dall’appartamento.
La sua prima mossa fu quella di recarsi in un’agenzia di accompagnatrici sulla 21a Strada nord-ovest. Scelse la meno attraente delle ventuno ragazze riprese in un filmino, pagò per una notte intera e disse all’uomo incaricato che sarebbe passato a prenderla verso le 18:30. Da una cabina telefonò all’Eden Roc e prenotò una camera sotto il nome dell’intestatario della sua patente di guida della Carolina del Nord, Timothy Blackburn. Al centro commerciale Northside comprò un cappello da cowboy e occhiali da sole, in auto si recò fino alla bettola sulla 8a, pagò la coda e si riprese il tovagliolo di carta. Di ritorno al parcheggio del suo palazzo, chiuse a chiave la Chevy, si allontanò di un paio di isolati e chiamò un taxi.
L’accompagnatrice, una brunetta, disse di chiamarsi Cristina. Aveva un aspetto piuttosto insignificante nel suo abito nero: giacca in pelle sopra un maglione a collo alto, minigonna in pelle e tacchi alti. Una catena d’oro con una medaglia le pendeva sul petto e gli orecchini rossi che danzavano alle sue orecchie erano vistosi. Il suo accento lasciava trapelare che era latina, molto probabilmente messicana, stimò Raimond dai suoi lineamenti. Stava cercando di mostrarsi simpatica senza apparire servile e a Raimond piacque il suo modo di fare disinvolto.
Cristina cercò di fare un rapido esame del suo cliente, allo scopo di prevedere quello che le avrebbe chiesto. Aveva avuto a che fare con tipi dall’aspetto molto normale che poi si erano rivelati degli individui da brivido.
Mentre scendeva il tramonto, sul sedile posteriore del taxi che correva lungo la Venetian Causeway, “Blackburn” le diede un colpetto sulla mano. “Va bene, bambola, ci divertiremo un mondo. Staremo all’Eden Roc. Ti piace l’Eden?”
“È fantastico” fu l’acuta osservazione di Cristina.
“Secondo me è il miglior albergo della città. Ma prima devo sbrigare una piccola faccenda, lo sai?” Raimond improvvisamente ridacchiò, riconoscendo l’influsso di Meisler.
Cristina sorrise educatamente.
“Sai, sto cercando di battere la concorrenza, al momento sto valutando tutte le possibilità, quindi non sarò molto di compagnia prima di aver chiuso quest’affare. Poi andremo a vedere uno spettacolo, balleremo un po’, ci divertiremo, va bene?”
“Fantastico.”
“Quindi forse mi dovrai aspettare in camera nostra per un paio d’ore.
Puoi guardare la TV, cenare, bere qualcosa se ne hai voglia. Ti dispiace?”
“No, non mi dispiace.”
“Brava la mia bambina.”
Quando entrò nella hall dell’albergo, Raimond s’irrigidì. Se per qualche motivo Shelley fosse stata nei paraggi e lo avesse visto, tutto il suo piano sarebbe andato in fumo. Aveva deciso di non mettere gli occhiali da sole, temendo che troppe coperture avrebbero avuto l’effetto opposto. Spinse l’ala del cappello leggermente in avanti, per coprire gli occhi, e cercò di apparire sicuro di sé mentre si avvicinava al banco di ricevimento.
Con una strizzatina d’occhi d’intesa all’impiegato, l’insegnante chiese e ottenne una camera al sedicesimo piano. Pagò in anticipo, diede la mancia all’uomo, poi guidò Cristina verso la fila di ascensori. La ragazza si chiese come mai il suo cliente parve tanto sollevato quando entrò nella gabbia metallica.
In camera Raimond gettò nel gabinetto il tovagliolo di carta e poi tirò lo sciacquone, chiuse la porta del bagno e si fece una lunga doccia per ammazzare il tempo e rivedere il suo piano. Quando alle 19:55 riemerse vestito di tutto punto, Cristina aggrottò la fronte. Si era tolta la giacca e stava guardando la TV, distesa su una poltrona. Le sue gambe accavallate erano tentatrici. La stanza da letto era tentatrice.
“Allora, tesoro, posso ordinarti qualche cosa da mangiare?”
Lei ci pensò per un attimo. “Hai in programma di cenare tardi?”
“Certo.”
“Allora solo un panino e una Coca.”

9Dopo aver chiamato il servizio in camera, Raimond si sedette alla scrivania.
Scrisse qualcosa in stampatello sulla carta intestata dell’albergo e si girò verso Cristina sorridendo.
“Ascolta, bambola, questo è uno scherzo personale. Io faccio un numero e tu leggi questa domanda alla persona che risponde al telefono. Se dovesse dire di no, allora tu leggerai la frase in fondo alla pagina, questa qui, vedi? “Mi dispiace averla disturbata, signora” poi riagganci. È solo uno scherzo. Mi faresti questo favore?”
Era ovvio che Cristina non era entusiasta dell’idea. Le venne in mente il cliente che le aveva chiesto di sfregarsi la cornetta contro la passera mentre lui si masturbava. Questo tipo si stava comportando in modo un po’ strano e lei aveva paura degli uomini che non le saltavano subito addosso. Con un sorriso forzato, riallineò le gambe, si alzò, si avvicinò alla scrivania e lesse il testo. Uno scherzo molto personale, pensò. “Va bene” acconsentì.
Raimond tolse l’audio alla TV, si piazzò davanti al telefono per ostruire la visuale della ragazza e digitò il 1509. Passò la cornetta a Cristina e le cinse la vita con il braccio sinistro, mise il proprio orecchio vicino al suo, facendo finta di essere divertito. La donna scostò la cornetta dall’orecchio e la tenne in mezzo. Lei aveva un buon profumo, pensò lui. Dopo cinque squilli rispose una donna.
“Pronto?”
“Chiedo scusa, signora” lesse Cristina, e Raimond pensò che il suo accento aggiungeva maggiore credibilità; la percentuale di latini nel settore alberghiero di Miami Beach era alta. “C’è stata un po’ di confusione nel servizio alle camere e voglio solo controllare se è stata lei a ordinare un panino e una Coca.”
“No, non sono stata io.”
“Spiacente di averla disturbata, signora.”
“Nessun disturbo.”
Con il sorriso sulle labbra, Raimond riagganciò il telefono, si strofinò le mani fingendo divertimento, poi lanciò un’occhiata all’orologio: 20:01. Piegò il foglio di carta e lo fece scivolare nella tasca della sua giacca. Cristina pareva confusa e lui la prese per le braccia, attirandola a sé.
“Mi piace questo profumo.”
Civettando: “Ah, sì?”.
“Ah. Ne hai dell’altro nella tua borsetta?”
“Ci puoi scommettere.”
“Lascerai che io ne versi una piccolissima goccia nel tuo inguine per continuare a respirarlo mentre ti bacio e ti lecco il punto del massimo piacere?”
Cristina fu presa alla sprovvista. Punto del massimo piacere? Per l’amor di Dio! “Ora?” chiese, alzando maliziosamente il sopracciglio sinistro.
“No, dopo che avrò concluso questo fottuto affare che mi impedisce di divertirmi insieme a te.”
“Va bene.”
“Non ti dispiace?”
“Al contrario, mi piacerà molto.”
“Lo immaginavo.”

10Raimond non aveva voglia di accalorarsi. La tensione, lo stress e la necessità di improvvisare contribuivano a far sì che non fosse dell’umore giusto, ma l’astinenza che gli era stata imposta durante le ultime settimane lo aveva reso vulnerabile. La donna percepì la sua erezione premere contro di lei e tirò un sospiro di sollievo. Per l’amor di Dio, un tipo regolare super educato! Lo baciò all’inizio dolcemente, quasi con gratitudine, poi gli mise le braccia intorno al collo. La lingua della donna saettò sulle sue gengive e sui denti anteriori.
Cristina aveva labbra calde e piene e l’insegnante per un attimo si lasciò andare. Succhiò, inspirò ed espirò, facendosi trascinare, poi si staccò all’improvviso con un sorriso. “Mi piacerebbe molto non doverti lasciare in questo momento!”
“Non c’è fretta. Abbiamo tutta la notte.”
“Ci puoi contare.”
L’insegnante estrasse una banconota da venti dal suo portafoglio. “Ecco.
Paga il tuo spuntino. Io mi pulisco dal rossetto e vado.”
Alle 20:09 Raimond scese per le scale fino al quindicesimo piano. Aveva previsto che Shelley non avrebbe lasciato la sua camera prima delle 20:30, ma se l’avesse fatto? Dovendo scegliere tra farsela scappare e attirare l’attenzione degli ospiti e del personale dell’albergo, scelse la seconda possibilità. L’insegnante girò la maniglia e ispezionò il corridoio. Era deserto. Si assicurò che la disposizione delle camere fosse identica a quella del piano superiore e verificò che la camera 1509 era dove aveva pensato che fosse.
Per prendere l’ascensore Shelley doveva passare davanti alla porta che dava sulle scale. L’insegnante controllò se vi fossero telecamere sulle scale e non ne trovò. Piegò il foglio di carta che aveva in tasca per bloccare la porta e, attraverso l’apertura di quasi un centimetro e mezzo, vide passare il primo ospite.
Alle 20:35, nove persone avevano attraversato il campo visivo di Raimond e lui stava diventando irrequieto. Le voci di due coppie che si avvicinavano gli diedero un segnale chiaro, ma il tappeto del corridoio assorbiva il rumore dei passi e un ospite solitario aveva una sagoma indistinta. Allora dovette aprire la porta di qualche centimetro per assicurarsi che non si trattasse della sua preda che si stava allontanando. L’insegnante stava sudando. Consultò il suo orologio, nel timore che qualche addetto alla sicurezza o alla manutenzione potesse aprire la porta all’improvviso, quando una figura con un abito grigio balenò vicina alla fessura. Era Shelley Raimond. Estrasse il registratore, premette il tasto di registrazione, e lo rimise nella stessa tasca.
L’insegnante entrò nel corridoio. Una giovane coppia ben vestita stava aspettando l’ascensore, bisbigliando e tentando invano di reprimere delle risatine. Shelley si trovava a dieci metri di distanza dalla coppia. Raimond affrettò il passo. Afferrò saldamente il gomito della vedova e la costrinse a girarsi. Shelley con gli occhi spalancati era senza parole.
“Ho dimenticato una cosa, torniamo indietro” disse Raimond, mentre premeva la canna della Colt sulla pancia di Shelley, a voce sufficientemente alta in modo che la coppia potesse udirlo.
Se la giovane coppia avesse guardato con più attenzione o fosse stata in qualche modo interessata a quanto li circondava, avrebbe notato che la donna di mezza età stava quasi per essere trascinata di peso dal suo accompagnatore. L’avrebbe vista fissare l’uomo a bocca aperta come se fosse stato un fantasma. Avrebbe persino potuto udirlo mentre diceva: “Questo non è il Fontainebleau, tesoro”. Ma alla giovane coppia che stava facendo programmi per la terza nottata della loro luna di miele tutto ciò non interessava minimamente.
L’insegnante si fermò davanti alla camera 1509 e lasciò Shelley libera.
“Apri” le ordinò. Lei teneva la carta con la mano destra, nella sinistra una piccola borsetta. Il suo volto era di un bianco cadaverico.
“Come lo hai saputo?” domandò.
“Ci sono i modi per scoprirlo. Apri.”
“Ascolta, calmati. Parliamone.”
Raimond trasferì la pistola nella mano sinistra e le strappò la carta di mano.
“Stai calmo!” disse lei, e l’insegnante pensò che, date le circostanze, fosse un commento alquanto strano. Lei avrebbe dovuto stare calma.

11Facendosi scudo con il suo corpo, Raimond inserì la carta, abbassò la maniglia e spinse dentro Shelley. Infilò la carta nella tasca dei pantaloni, poi riprese la pistola con la mano destra. Come nella sua camera, la porta del bagno si trovava sulla destra di un corridoio lungo circa tre metri che terminava nella camera da letto. Riusciva a vedere una cassettiera, una poltrona e delle tende. Ninni si rilassò. Il peggio era passato. Forse sarebbe riuscito a scoprire quello che voleva sapere, forse sarebbe riuscito a registrarlo.
Quando Ninni entrò, Donald Raimond apparve dalla parte della camera che era fuori dalla visuale dell’insegnante. Prima di guardare Raimond, Donald, senza giacca, fece una smorfia confusa alla madre. Rimase impietrito per un istante prima di prendere la pistola dalla sua fondina sulla spalla. Con il braccio libero, Raimond prese Shelley alla gola e fece un passo indietro mentre alzava la propria pistola. Chiuse la porta con la schiena. Il suo cappello cadde per terra.
“No!” gridò Shelley con quanto fiato aveva in gola.
Donald esitò.
“State calmi e riflettete.”
Ninni armò la Colt.
Una voce angosciata di donna gridò: “Ay, mi madre” e l’insegnante credette di avere avuto un’allucinazione uditiva.
“Se uno di voi due spara un colpo, noi perderemo tutto, andremo in prigione!” esclamò Shelley. “Riflettete, Dannazione, riflettete. Risolviamo la faccenda!”
“Ay, mi madre. “
Aveva un suono troppo familiare.
“Fidelia?” chiamò.
Trascorse un secondo. “Ninni?”
.
(Tutte le immagini utilizzate a corredo fotografico, sono state manipolate dall’autore e provengono, di massima, dalla rete – Programmi utilizzati: Adobe PS5 64, Topaz Professional, M Bullet Pro)
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19 pensieri su “Cuba … el decimotercero

    • Giovanna A.

      Il dispiacere è tutto mio.
      Però, se mi consenti, tutto ciò che è bello, deve (o dovrebbe) avere una fine. Il rischio è che smetta di essere bello.
      Mi riferisco alla letteratura, ovviamente.
      Grazie per la tua presenza.
      Buona serata

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    • Alessandra Bianchi

      Parole gentilissime e generose le tue, come sempre.
      Coda, a differenza di tutti i personaggi (ma è una caratteristica, se ci rifletti, che accomuna tutte le persone “vincenti”) è molto diretto e un passo avanti.
      Chissà quali sono i motivi per cui vive un passo indietro.
      Forse ha compreso la vita più di tutti.
      Grazie e ciao

      Liked by 1 persona

  1. Allora, anni fa ai tempi bellissimi del GB, una sera che eravamo in pizzeria (quella che ti piace in via Bovi Campeggi, I Gaetano, quello dove c’era Enzo Biagi) che parlasti, anzi accennasti alla Manu di un qualcosa, un intrigo a Cuba dove c’erano dei cubani.Ti siamo venuti sotto in miliardo di volte, per saperne di più, ma ti sei fermato lì.
    Chissà perché, ma mi è venuto in mente quel particolare.

    Avevi parlato di una certa Marguerita che però era “introvabile”.
    Mi ci ha fatto pensare l’incarico a “Coda”.
    Ne avevi parlato tanto di questo “Coda”…
    C’erano delle pistole, la tua Colt …

    Bello esplosivo e mi faccio sempre più convinta che si tratta di te “in prima persona”.
    Im un modo o nell’altro
    Ciaooooo buona serata

    🙂

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    • Sonia Liverani

      Caspiterina che memoria.
      Mi ero dimenticato del particolare.
      Si, si trattava di Marguerita. Non ricordi il particolare, fondamentale: Marguerita era morta e il discorso era basatu sul “se fosse viva …“.
      Coda! E’ la seconda volta, stasera, che leggo di Coda.

      Ti rinfresco la memoria.
      Coda soleva dire che era un ragazzo quando incontrò Il Mojito a La Habana. Il Mojito gli aveva insegnato ad apprezzare i sigari, il pesce e il Mojito, appunto.
      Come l’uomo e il mare, ebbe il suo maggiore splendore e dolore sia nel prendere il pesce, sia nel perderlo.

      Alcune volte vincere è perdere
      Alcune volte vivere e morire.

      A me vengono bene entrambe le cose.

      Grazie e buona serata

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    • Amedeo d’A.

      Don Amedeo,
      le sue parole oltre che rendermi, realmente, felice di averla accontentata, sono viatico per fare sempre meglio.
      La ringrazio per l’espressione gentile e generosa che mi dedica e nella speranza di farle cosa gradita con l’ultimo capitolo, la ringrazio e la saluto

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  2. Come l’inferno che ti perseguita, siamo perseguitati dal nostro presente.
    Non sempre, però, è un presente che ci soddisfa.
    Un presente che si porta avanti la fine della propria pace del quotidiano.
    Intenso. Un capitolo intenso e leggo, con dispiacere, che questo sarà il penultimo.
    Un bacio milord.

    ::-(

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  3. Bellissimo.
    L’ho letto due volte e mi dispiace che stia finendo.
    Aspetto l’utimo capitolo, allora.
    Che vuoi che sia…
    mancano, soltanto, due giorni, quattro ore, 51 minuti e sette secondi, sei, cinque, quattro, tre …
    🙂
    Ciao milord

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  4. Già Ninni, chi è Coda?
    Una cosa è certa, non è marginale.
    Non inserisci un personaggio che, grazie a quello che dice in due battute, modifica, cambia e permette la prosecuzione e fine di un intero romanzo.
    Non è marginale

    Ciao, buongiorno e buona domenica.
    🙂

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