Memoria liquida

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1Succedeva sempre lontano da occhi indiscreti.
Gliel’aveva raccontato Cinzia dopo molti mesi che si conoscevano, quando avevano già incominciato a sperimentare. Disse che non ci pensava da anni, poi improvvisamente le erano ritornati alla mente i lineamenti di quel ragazzo che viveva nella villetta rosa in fondo alla strada. Evidentemente l’attività di rimozione del suo inconscio era stata così profonda e totale da averle fatto dimenticare i particolari più sgradevoli.
Cinzia descrisse pomeriggi infiniti trascorsi in una stanza semivuota rischiarata solo dalla luce azzurrina della televisione accesa col volume a zero. Parlò poi di una carrozzina spinta di fronte allo schermo da una mamma premurosa.
Se l’aria iniziava a puzzare di piscio o – peggio ancora – di merda, doveva chiamarla. Se le espressioni del ragazzo palesavano insofferenza e se sbavava più del normale, doveva chiamarla.
Se invece le cose andavano per il verso giusto, se il cerebroleso fosse rimasto incollato davanti a qualche insulso programma pomeridiano senza fiatare, le sarebbe bastato asciugargli la bocca con il fazzoletto e farlo bere di tanto in tanto. Non doveva portarlo nelle altre stanze. Mai.
A quel tempo il rapporto tra Alberto Amodio e Cinzia Santini si era trasformato già in qualcosa di ben più coinvolgente di una “frequentazione che fosse un antidoto alla noia, all’insoddisfazione e alla mancanza di prospettive” (dalla memoria difensiva incompiuta di Alberto Amodio, pag. 2).
Amodio ha riferito in diverse occasioni che entrambi erano perfettamente consci di vivere un’esistenza parallela nella quale loro due erano gli unici attori. Erano inebriati dalla comune voglia di spingersi al di là, di superare il limite.
“Provo a riordinare i ricordi, a ricostruire eventi e situazioni e mi sembra così strano, addirittura improbabile, che la nostra parabola autodistruttiva si sia esaurita nell’arco di soli cinque mesi” (estratto dal secondo interrogatorio, marzo 2014).
Era stato guardando verso il bosco da una delle finestre della casa rosa che Cinzia si era accorta che la Creatura della Ferrovia la stava spiando. L’emozione le serrò lo stomaco. Prese a misurare la camera a piccoli passi, mormorando tra sé frasi sconnesse e confuse. Quasi si scordò del vegetale che sedeva davanti alla “scatoletta fabbrica zombi” e che in teoria avrebbe dovuto sorvegliare.
Quello stesso pomeriggio tornò più volte ad affacciarsi sperando di vederlo, ma la Creatura della Ferrovia non si mostrò.
Il loro primo incontro era avvenuto giorni prima nel prato dietro il rudere dell’abbazia.
Cinzia – diciassette anni all’epoca almeno stando ai suoi racconti – si recava spesso sulla collina per isolarsi e concentrarsi nella lettura. Era una solitaria, non gradiva la compagnia dei suoi coetanei, che trovava fondamentalmente sciatti e banali. La temperatura era mite e lei, dopo aver disteso una coperta leggera ed essersi sfilata i sandali, era sprofondata nel testo sgranocchiando dei cracker.

2Dopo un tempo imprecisato, aveva avuto la sensazione di essere osservata.
Il rudere era frequentato dai giovani del paese e le era già capitato di imbattersi in comitive di conoscenti che l’avevano presa scherzosamente in giro perché non parlava mai con nessuno. Asociale, la chiamavano. Sognatrice. Ma anche: mezza pazza e ritardata.
In genere poteva sentirli arrivare dagli schiamazzi che facevano, ma quella volta era diverso. Le parve che fosse calato un silenzio innaturale, alieno.
La Creatura della Ferrovia era in piedi nei pressi dei primi alberi, il cappotto sdrucito mosso dalla brezza leggerissima. Sembrava un fantasma apparso per un breve attimo nella realtà e pronto ad essere nuovamente inghiottito dalle tenebre della foresta. Una specie di folletto sotto LSD. Aveva la barba lunga e sporca, i capelli appiccicati al cranio, gli occhi rossi e incavati.
In maniera del tutto irragionevole, Cinzia aveva pensato a un palloncino colorato.
Si erano fissati quasi sfidandosi, poi la Creatura della Ferrovia era sparita nel sottobosco in un fruscio di foglie, come un animale braccato.
Anche se non si erano nemmeno parlati, quell’evento l’aveva scombussolata, tanto che fino all’imbrunire aveva tenuto il libro in grembo senza capirci più niente.
“Cinzia mi confessò che in lei le pulsioni sessuali erano apparse piuttosto precocemente. Provava attrazione per i ragazzi già a dodici anni e contestualmente aveva iniziato a masturbarsi. Pensava a suo zio, che di bello aveva ben poco. Era un contadino taciturno e mezzo analfabeta. Eppure le sue braccia adulte da uomo fatto, muscolose e villose, le sognava strette attorno ai fianchi. Immaginava di abbandonarsi a lui, che avrebbe certamente saputo come farla godere, come raschiare l’orgasmo dai suoi lombi…” (estratto dall’ultimo interrogatorio, aprile 2014).
È sempre stata presente in Cinzia una prepotente voluttà di cadere, un malsano gusto del basso, dell’impuro. L’eventuale scandalo che sarebbe scoppiato se la notizia di un rapporto tra lei e il cugino di suo padre fosse trapelata le infondeva brividi immorali e per questo più eccitanti.
Cinzia deve aver compreso molto presto che il desiderio di autodistruzione è spesso più forte della ripugnanza.
Prima di incontrarsi, Alberto Amodio e Cinzia Santini avevano avuto storie estremamente differenti.
Furono le loro solitudini a incontrarsi. A scegliersi.
Erano solo due volti pallidi e impauriti che si trascinavano stremati tra le scogliere della città, concentrati a rimettere insieme le macerie del loro passato.

3Cinzia si stava ristabilendo da un collasso nervoso che l’aveva fatta ammalare di anoressia. Piombata in una Roma caotica e multicolore, rumorosa e insonne, in piena cabrata tecnologica, Cinzia era sprofondata improvvisamente in un abisso di emarginazione. Anche se non era mai stata una persona aperta al rapporto col prossimo, era sempre riuscita a ritagliarsi i suoi spazi vitali fatti di fantasie e lunghi silenzi. Sconvolta dalla metropoli rutilante, strangolata nei metri quadrati della sua cameretta in affitto, Cinzia covava in sé una frustrazione che rasentava la psicosi. Impantanata sui libri, abbandonata a se stessa e alla sua malinconia, trascorreva inutili ore sdraiata sul letto a osservare il soffitto, incapace di concentrarsi, con l’unico desiderio di essere altrove.
Alberto aveva appena pubblicato un romanzetto intitolato I Supplizianti, al quale aveva arriso un certo successo.
Emerso da un’adolescenza difficile vissuta con una madre perennemente depressa e insoddisfatta, dopo il successo editoriale Alberto ebbe la possibilità di trasferirsi a vivere da solo (sovvenzionato anche dal patrigno).
Non ci risulta che prima di dare alle stampe I Supplizianti Amodio avesse in qualche modo cercato di farsi conoscere dal mondo dell’editoria, né sono state rinvenute nel suo appartamento tracce di un secondo manoscritto, nemmeno allo stato embrionale.
È ormai noto come il romanzo abbia vissuto una seconda giovinezza dopo l’incriminazione per omicidio del suo autore. I più interpretarono il testo e le innumerevoli descrizioni di mortificazione corporale come una dichiarazione d’intenti.
In quanto giovane scrittore sulla cresta dell’onda, Alberto non aveva alcun problema a trovare una compagna per la notte. Qualcosa scattò in lui, un senso di onnipotenza incosciente lo spinse a rifiutare il sesso sicuro e a limitare al minimo le precauzioni.
Amodio è stato descritto come “una persona malvagia, cinica, depravata, assolutamente incapace di distinguere il bene dal male, ripiegata su se stessa, lontana dalla morale e dal senso di colpa” (Il Messaggero, febbraio 2014).
“Non mi sono mai considerato un sadico. Col tempo però ho imparato ad apprezzare la sofferenza degli altri, sia essa psicologica o fisica” (estratto dal secondo interrogatorio, marzo 2014).
L’eliminazione del lattice dai suoi rapporti sessuali era un’affermazione di indipendenza, un’asserzione di totale autonomia di pensiero. E la sua emancipazione culturale passava necessariamente attraverso un sesso completo e appagante.
Insomma, se una ragazza voleva farsi scopare, doveva farlo fino in fondo: Alberto era stanco della sicurezza sterile, desiderava vivere l’atto dell’accoppiamento con tutto l’abbandono necessario.
“Accettavo i rischi conseguenti, sia chiaro. Pensavo: fanculo le campagne pubblicitarie, fanculo tutte quelle facce di plastica che in televisione si affannano a insegnare ai bambini come usare il preservativo” (estratto dal terzo interrogatorio, marzo 2014).
Nel suo pellegrinaggio da un locale notturno all’altro, Amodio aveva conosciuto persone che avevano smesso di cautelarsi perché volevano diventare sieropositivi: solo accettando la loro nuova condizione di infetti avrebbero potuto lasciarsi andare liberamente a incontri sessuali tout court, senza il terrore dei fluidi corporei del partner.
“Mi sentivo come un bambino al quale nascondono le caramelle” gli confidò un ragazzo che aveva deciso coscientemente di abolire i condom. “Adesso sono malato. E non c’è paragone con quelle scopate asettiche e impaurite alle quali ero abituato.”

4Le lunghe sessioni di sesso nudo erano accompagnate dall’abuso di alcol e droghe. Cocaina, soprattutto. Oppure allucinogeni.
La deflagrazione cibernetica aveva già iniziato a produrre i suoi tecno drogati. Alberto provò anche la penetrazione in nuovo foro, ma non ne rimase soddisfatto.
“Non ne posso più di ascoltare le lamentele dei sieronegativi su quanto sia difficile rimanere sani. Allora, perché non diventate sieropositivi una volta per tutte e la smettete di lamentarvi?” (Articolo rifiutato dalla redazione di Vanity Fair, data sconosciuta).
Iniziò a frequentare puttane di strada e d’alto bordo. Pagava sovraprezzi ad adolescenti dell’est adescate nelle zone di prostituzione per penetrarle senza preservativo.
Frastornato dalle sirene di un successo effimero, sfidava la sorte e viveva in maniera dissoluta senza porsi alcun freno, in una sorta di ingordigia sessuale. L’indipendenza economica aveva sciolto ogni suo vincolo morale.
Una sera, in un pub dalle parti di Santa Maria Maggiore, conobbe un ragazzo dall’aspetto femmineo. Dal modo in cui cercava di rendersi simpatico, Alberto dedusse che doveva celare in sé un feroce dolore. Aveva un tono basso e rauco, si guardava intorno con occhi vigili, distratti, spaventati, come se temesse di essere ascoltato, nemmeno stessero conversando di chissà quale raccapricciante segreto.
Era stato infettato da un uomo molto più adulto col quale aveva allacciato una relazione. Lo amava, disse, e si era fidato. Dopo aver passato settimane a letto con una fastidiosa influenza i suoi genitori l’avevano convinto a fare delle analisi.
Da lì il verdetto: sieropositivo.
Con voce rotta gli raccontò di come la sua famiglia si fosse improvvisamente sgretolata.
La sua omosessualità non era un segreto e i suoi parenti avevano accettato la situazione con un’indulgenza che non si aspettava. Ma la malattia, be’, l’HIV era troppo per loro e probabilmente anche per il suo fragile stato psichico. Il terrore dell’isolamento sociale lo spinse nel gorgo della depressione.
La vergogna, la rabbia, i suoi frequenti attacchi di aggressività rendevano l’atmosfera in casa cupa e soffocante. Sua madre, indubbiamente iperprotettiva, accentuò, come è ovvio, le sue attenzioni nei confronti del figlio. Questo opprimente legame di dipendenza era un modo per nascondere un profondo rancore e un risentimento reciproco.
Sua sorella, considerata la più progressista, prese a sviluppare sintomi compulsivi simili alla fobia connessi alle pratiche di prevenzione del contagio. La ragazza si lamentava del fatto che, a dispetto dell’osservanza di minuziose norme igieniche, non avrebbero mai potuto avere la certezza di essere al sicuro da una possibile trasmissione del virus. La casualità in quel caso giocava un ruolo chiave. Il risultato di tale tensione fu l’allontanamento del malato dal tetto familiare. In seguito anche i legami telefonici si erano diradati sino a scomparire.
“Oggi,” gli confessò il ragazzo, “vivo come se i miei parenti fossero morti.” Aggiunse che era arrivato a masturbarsi anche dieci volte al giorno solo per restare calmo.

5Rincasando, Alberto avvertì un profondo senso di ripugnanza per se stesso e per ciò che era diventato.
Il paradiso si sgretolava. E lo seppelliva.
Si addormentò cullato dal ronzio della televisione dei vicini, la testa piena di paglia.
Sognò di essere un angelo, brillante come può esserlo solo una creatura ultraterrena. Procedeva lungo un arenile deserto. L’acqua aveva una tonalità cremisi, ma quella particolarità non lo stupiva, come se fosse normale che il mare riflettesse lampi rossastri. La sabbia era disseminata di carcasse metalliche. A perdita d’occhio si scorgevano fabbriche abbandonate e carbonizzate. Ciminiere di dimensioni spropositate accarezzavano la volta celeste come le artritiche dita di una strega. Esseri umani vestiti di stracci emergevano dai flutti. Avevano volti scheletrici abbrutiti dalla sofferenza e si rivolgevano nella sua direzione come ammalati al cospetto di un santo. Dopo essersi prostrati ai suoi piedi, si alzò da quella moltitudine un lamento cadenzato, ritmico, che si fondeva con lo sciabordio delle onde. La sua mano lucente si allungò su quelle teste spelacchiate e gocciolanti. Dopo il suo tocco salvifico Alberto poteva leggere nei loro occhi un ringraziamento silenzioso.
Si svegliò a pezzi.
Passò il resto della giornata alla deriva ciondolando mollemente dal divano al letto, in overdose da caffeina. Affogava nella sensazione intollerabile di esserci, ma di non sentirsi realmente presente. Era tutto così scialbo e incolore!
Sapeva di doverlo fare, ma non ne aveva il coraggio.
A metà pomeriggio venne colto da un attacco di angoscia. Angoscia di plastica, angoscia ruvida che faceva male, che graffiava. Si raggomitolò nel lenzuolo fino ad assomigliare a una crisalide, la schiena contro il muro, zuppo di sudore.
Per qualche tempo, imprigionato nei suoi universi mentali, sospeso in un acquoso stato onirico, non riuscì ad distinguere più la veglia dal sogno.
“Rimasi attonito a guardare la luce obliqua spostarsi lentamente sulla parete. Poi venne giù un acquazzone epocale. E vidi mia madre che da fuori picchiettava le nocche contro il vetro bagnato di condensa. Mi fissava e parlava, ma io non capivo niente perché sembrava avesse la bocca piena” (estratto dall’ultimo interrogatorio, aprile 2014).
Cinzia era convinta di vivere in un tetro, fetido cimitero.
C’era una tale puzza nel suo condominio, per la strada, negli androni dei palazzi, negli appartamenti, che le si rivoltava lo stomaco. L’odore della gente, il loro sudore, il loro appestante lezzo di grasso la stordiva. Provava ribrezzo alla vista di quelle bocche gialle, di quei maglioni punteggiati di bianco sulle spalle, di quelle macchie poco identificabili sul cavallo dei pantaloni.
“Si nutrono di cadaveri come animali saprofagi,” diceva. “Il cibo marcisce nei loro stomaci e il loro sangue trasporta malattie.”

6Conduceva una vita riservata, usciva quasi esclusivamente nelle ore notturne, come un pipistrello. Studiava, questo sì. Più che altro per far passare il tempo, interesse zero. E, un esame dopo l’altro, si rendeva conto con raccapriccio che la sua vita non era altro che una copia di una copia di una copia, identica a quella di migliaia di altre giovani donne che l’avevano preceduta.
Studia, lavora, sgrava, fai da schiava ai tuoi figli, crepa. Ecco i diktat.
A soli ventuno anni si rendeva conto di essere una disadattata.
Aveva assistito inerme alla sua disintegrazione mentale senza reagire, poi una mattina aveva capito che era tutto sbagliato. E allora si era messa a cercare persone come lei, ragazze che vivevano i suoi stessi problemi.
Si erano riunite formando una specie di associazione. Si aiutavano l’un l’altra ad affrontare le proprie nevrosi. E le giornate limpide.
A Alberto, Cinzia raccontò di essere stata obbligata ad assumere psicofarmaci e tranquillanti. Ma non era vero. Ben poco corrispondeva a verità. Chiunque può diventare speciale, basta volerlo, questo Cinzia l’aveva capito. Sollevarsi dal nulla era stato presumibilmente il suo pensiero costante durante i pomeriggi nella casa rosa a fare da piantone al ragazzo cerebroleso.
“Non è stato facile, devo ammetterlo, ma alla fine siamo riusciti a ricostruire in maniera abbastanza attendibile quell’ultimo incontro nell’appartamento di via di Monserrato… Non è stato tuttavia possibile datarlo con precisione…” (Traccia di Memoria codice #541429 attribuita all’Ispettore).
Cinzia non mangiava nulla da venti ore. Aveva bevuto un bicchiere d’acqua per ingoiare un paio di compresse di vitamine. Le tremavano le gambe, ma il suo cuore esplodeva di felicità. Aveva raggiunto la meta che si era prefissata: trentacinque chili! Era la prima tra le sue amiche a raggiungere un traguardo così ambito.
Diceva: “Lo faccio anche per voi. Vi sprono a non mollare, voglio servire da esempio perché non perdiate la speranza, perché resistiate ai morsi della fame e alla debolezza. Sono un modello da imitare”.
Le altre la ascoltavano.
Per tutta la sua vita Cinzia ha cercato di tramutarsi in leggenda. Cinzia Santini voleva essere un culto.
Le stanze di via Monserrato rimbombavano. Il parquet gonfio scricchiolava sotto i suoi stivali. Cinzia aveva posizionato delle sedie in circolo nel salone, dove c’era anche una macchinetta del caffè e un albero di Natale di plastica rimasto lì per qualche misterioso motivo dal passato dicembre.
Nell’attesa si accese una sigaretta. Il fumo le abbassò ulteriormente la pressione. A ogni boccata le girava la testa, iniziò a sudare freddo.

7Si alzò lentamente in modo da non perdere l’equilibrio e, appoggiandosi alla parete, raggiunse il bagno, gettò il mozzicone nel water e si sciacquò il viso. Indugiò sullo specchio sopra il lavabo. Aveva gli occhi cerchiati, le guance scavate, le labbra esangui: non era mai stata così bella!
“Non sappiamo in tutta onestà se la Santini ci abbia mai creduto veramente…” (Traccia di Memoria codice #541429 attribuita all’Ispettore).
Nonostante il medico l’avesse avvertita che si trovava già pericolosamente sotto il suo peso forma, Cinzia era convita di dover perdere almeno altri cinque chili. Per anni si era sentita orrendamente grassa, una balena deambulante, provava schifo per il suo corpo.
“Mi disse che cercava di non pensare a che razza di derelitto di essere umano era diventata. Profondamente e senza logica amava ancora la Creatura della Ferrovia” (estratto dal secondo interrogatorio, marzo 2014).
Negli incontri Cinzia portava un sacchetto della spesa infilato in testa, di quelli marroni fatti di carta rigida, con due fori all’altezza degli occhi, come Charlie Brown nelle vecchie strisce dei Peanuts.
Gloria fu la prima ad arrivare, come sempre avvolta in una nuvola dolciastra. Indossava una maschera da gatto.
Dopo mezzora erano tutte assieme. L’argomento era sempre il medesimo: il loro rifiuto verso il cibo.
Francesca, sul volto una maschera bianca amimica come quelle che si usano come base per i modelli di cartapesta, disse che il giorno prima aveva mangiato mezza mela e un cetriolo.
“Ho perso un chilo in quattro giorni. Avrei potuto fare di meglio, ma per ora mi accontento. Stasera prenderò un lassativo. Vi voglio un mondo di bene!”
Erika, irriconoscibile dietro le bende avvolte su tutta la testa a mo’ di mummia, le informò che quella settimana era svenuta due volte, una delle quali in pubblico, in mezzo alla strada. L’umiliazione le aveva dato una tale scarica di adrenalina!
Si nutriva da settanta ore solo di vitamine, antidepressivi e qualche goccia di Valium per riuscire a dormire, quando i morsi della fame si facevano insopportabili. Aveva provato anche con il Tavor, ma aveva su di lei un effetto paradosso. Invece di calmarla, le aveva fatto venire la tachicardia. Tutta la notte con gli occhi spalancati, roba da impazzire!
“Sono un maiale!” dichiarò.
Emanuela spense il cigarillo alla vaniglia e disse che aveva raggiunto finalmente i quaranta chili. Era una ragazzona di campagna dalle ossa robuste e la camminata ingobbita, il suo risultato era più che soddisfacente. Le tributarono un applauso sincero. Disse che voleva diventare bellissima e vincente. Il suo ex se ne sarebbe pentito, l’avrebbe rimpianta e l’avrebbe implorata di tornare assieme. Lei era forte e aveva personalità, lui no!

8Giusto per la cronaca, la maschera di Emanuela rappresentava un faraone.
“Certo, abbiamo ritrovato i suoi diari. Sono molto utili per capire lo stato d’animo di Cinzia all’apice dell’anoressia. Dopo che ebbe conosciuto Amodio non ci risulta che abbia più scritto una riga. O perlomeno, noi non abbiamo trovato niente. I diari pubblicati postumi dalle riviste scandalistiche sono sicuramente dei falsi. Cinzia aveva anche stilato un vademecum che inviava a tutte le ragazze che contattava su Internet. Instaurava con loro una fitta corrispondenza. Dovevano comprare vestiti attillati, tagliarsi i capelli, prendere purganti e fare di tutto per sembrare più magre. Ogni volta che mangiavano qualcosa di ingrassante, dopo dovevano punirsi. Dovevano convincersi che perdere peso era più importante che essere in salute. Non mangiare significava avere forza e autocontrollo. ‘ Non si è mai troppo magri ’, scriveva” (Traccia di Memoria codice #541429 attribuita all’Ispettore).
Posso leggere io stesso le lettere che le ragazzine le spedivano, le ho qui nel faldone. Alcune sono scritte su carta colorata e profumata. Coi fiorellini.
“Solo cinque chili mi separano dalla felicità” afferma una certa Caterina di diciassette anni da Parma. “Perché non ci riesco? Solo cinque chili, non chiedo altro!”
Un’altra lettera: “Oggi dopo due anni mi sono tornate le mestruazioni. Non so perché, eppure non sono ingrassata. In me è cambiato qualcosa, sembro più felice”.
E ancora, Simona dalla provincia di Reggio Calabria: “Dentro di me c’è un mostro. Il demone della bruttezza mi divora. Sto ben rintanata in casa e quando esco mi sembra di essere una palla rotolante e insignificante. Peso quaranta chili per un metro e settanta”.
Luisa da Perugia: “Vorrei svegliarmi e trovarmi in un corpo piccolissimo, tornare indietro a quando avevo quattro anni. Mi piacerebbe ridurmi a una cosa piccola nelle braccia di qualcuno”.
Sono talmente tante che mi sfuggono dalle mani. Le appendo alle pareti del mio studio anche se non ne ho alcun bisogno. Fanno molto film americano, fanno molta scenografia.
“Amiche,” esordisce una tale Flaminia da Roma, “voi come me avete provato l’emozione del digiuno totale, del perdere i sensi di colpo, dell’effetto dell’aceto e del limone a stomaco vuoto, del correre sino al collasso… continuate, compagne, continuate! Chi lo sa cosa ci riserva il futuro. Magari, se siamo fortunate, anche la morte…”
Dopo averle ascoltate, Cinzia decise che era giunto il momento di mostrare alle colleghe i suoi progressi. Era certa che le avrebbe stupite, sentiva le farfalle nella pancia.
Settimane dopo confessò a Alberto che da bambina era convinta di averle dentro il cranio, le farfalle.
“Peso trentacinque chili, ce l’ho fatta!” disse senza riuscire a trattenere la soddisfazione.
E anche se non poteva vedere le loro reazioni, sapeva che in quel momento le ragazze stavano sorridendo.

9“Se restiamo unite possiamo farcela. Lo vedete che i risultati arrivano? Lo so, è dura, ma non vi sentite meglio?”
Ironico, no? Dopo quella volta Cinzia non le vide mai più.
Le maschere annuirono come scolarette coscienziose. “Meglio, molto meglio.”
Il gatto disse: “Devi essere bellissima…”
Poi la mummia: “Possiamo guardarti?”
“Nuda intendi?”
Ci fu un momento di silenzio.
Attenta a non sfilarsi il sacchetto dalla testa, Cinzia si tolse il maglione e lo lasciò cadere sul parquet. I suoi seni erano prosciugati. Quindi si slacciò i pantaloni e scalciò lontano gli stivali. Le pareti iniziarono a vorticare, ma strinse i pugni e resistette.
Qualcuna disse: “Che pelle lattea! È stupenda. Quanto mi piacerebbe diventare come lei…”
Cinzia chiuse gli occhi e rovesciò la testa all’indietro, godendosi il brivido dei capelli sulla schiena. Si trovò a mille chilometri da quella stanza, persa nel vago solletico delle dita delle ragazze sulle sue ossa.
I loro polpastrelli lambirono le sue anche, le sue ossa in rilievo, le accarezzarono la pelle attorno alla spina dorsale, contarono le costole una a una, quindi scesero sino al pube, le cosce, gli stinchi, le caviglie…
Una gabbia di carne, su di lei. Come su una tela vergine.
“Cinzia era da una parte affascinata, dall’altra ripugnata dalla mia malattia. Sosteneva che noi nasciamo consapevoli di dover morire, non impazziamo solo perché ci pensiamo raramente: e allora, essere infetto non cambiava di molto la mia prospettiva di vita. La accorciava, questo sì, ma non alterava di fatto lo stato del mio organismo, che sarebbe lo stesso andato verso il disfacimento” (dalla memoria difensiva incompiuta di Alberto Amodio, pag. 12).

10Superato lo shock, Alberto provò goffamente a risollevarsi.
Perso in un’infinità di ripensamenti, strisciava languidamente da una giornata all’altra.
Il suo sonno incominciò ad essere inquieto e popolato da incubi. Al momento di dormire si girava e rigirava tra le lenzuola, smaniava, il senso di persecuzione aumentava. E quando Morfeo, pietoso, lo abbracciava, restava perennemente nel limbo del dormiveglia, impaurito da strani fauni danzanti.
Il senso di colpa per le passate trasgressioni, causa della sua punizione, mutò in un atteggiamento maniacale di ricerca di elementi diagnostici sul suo corpo: lacerazioni, abrasioni, cambiamenti sostanziali nella forma dei nei, dolori articolari, rash cutaneo.
Si destava nel mezzo della notte avviluppato nelle coperte.
Il panico sbocciò come una rosa.
Nelle settimane successive alla presa di coscienza di essere infetto, la sua commiserazione raggiunse livelli patologici. Fece molte docce, convinto di poter lavare il morbo.
“Un soggetto che apprende di essere stato contagiato subisce un tale stress emotivo da sentirsi sopraffatto dall’ansia. I disturbi della concentrazione sono sintomi assolutamente normali in tali situazioni” (Traccia di Memoria codice #541429 attribuita all’Ispettore).
Alberto pensò che probabilmente il modo migliore per uscire dalla crisi fosse quello di informare i suoi cari (cioè la mamma) della malattia.
Si rivelò una decisione fallimentare.
Alberto aveva sempre cercato di dimenticare gli insulti psicologici subiti quando era bambino. In quel momento della sua vita tuttavia, pur di non affrontare un tale cataclisma emotivo in solitudine, avrebbe addirittura cercato conforto tra le sue braccia.
“È noto come il futuro sociopatico strutturi la sua personalità attorno al trauma patito nell’infanzia. Maltrattamenti, abusi, traumi cranici, danni ad alcune zone dell’encefalo… Tutto questo contribuisce a far germogliare una personalità alterata. Nel caso specifico di Amodio non ho potuto analizzare direttamente il soggetto, né conosco bene la sua storia pregressa, ma posso asserire più o meno con certezza che si tratta di un individuo con compromesse capacità di sperimentare relazioni significative con gli altri” (un criminologo a una trasmissione televisiva serale su Rai 1, maggio 2014).
Quella sera Alberto si rese conto, se mai ne avesse avuto bisogno, della vacuità e della superficialità di sua madre.

11Arrivò attorno alle venti e trenta e si trovò catapultato in pieno dramma familiare. Era stato invitato in occasione del compleanno del suo patrigno, un noto chirurgo estetico.
Maristella Diamante, la sua sorellastra diciottenne, era chiusa nel bagno delle cariatidi. Il padre, Marco Diamante, stava percuotendo la porta a calci e pugni.
La sua mammina sedeva annoiata al divano del salone e sorseggiava un Martini con tanto di oliva e ombrellino.
La cameriera filippina, con un gran bel culone cellulitico e due tettine sode da quindicenne, depose un vassoio con gli antipasti al centro della tavola apparecchiata. La colf gli disse che era molto felice di vederlo e che il suo più grande desiderio era quello di mostrargli le foto del matrimonio della figlia.
La mammina era già quasi ubriaca e non aveva niente da dire. Come al solito. Non gli chiese nemmeno del lavoro, di un possibile nuovo libro, di come andavano le vendite de I Supplizianti. Niente. Disinteresse totale. Se ne stava lì seduta con la solita aria spensierata da deficiente. Ci pensava mai a cosa aveva combinato?
Mentre Alberto osservava attonito la scena, Marco Diamante percorreva bestemmiando il corridoio, il viso congestionato e un serpente guizzante sulla tempia destra.
Alberto sperò che morisse.
“Che succede?” chiese Amodio alla madre.
“Una novità” rispose lei laconica.
“Ricordo che pensai cose assurde. Così, senza motivo. Maristella si era messa la spirale? Aveva prenotato una liposuzione? Un’isterectomia?” (Estratto dal secondo interrogatorio, marzo 2014).
Giorni prima, troppo scosso per tornare a casa, stordito dalle benzodiazepine, Alberto aveva passato la notte a giocare ai videopoker in un bar della Magliana, qui aveva stretto amicizia con un proctologo che gli aveva confessato che per soli duemila euro poteva risolvergli molti problemi.
“Generalmente lavoro con gli zingari,” gli disse, “ma sono un bravo ragazzo. Se hai bisogno, ho gli strumenti per i nuovi fori. Vengo anche a domicilio.”
Dopo l’alluvione del 2012 restavano accessibili solo alcune zone a ridosso del viadotto. Tra i cortili semiallagati dei palazzoni abbandonati di via dell’Impruneta e di via Pescaglia, Alberto cercava compagnie disgraziate, chiacchiere futili con spacciatori, ruffiani, poveri diavoli come lui.

12“Maristella ha un fidanzato e Marco è geloso” gli disse la mammina.
“Un fidanzato nel senso di ragazzo? Boyfriend?”
Sua madre indossava una gonna cortissima, un paio di sandali dai tacchi vertiginosi e una maglietta a righe colorate orizzontali. Collane e braccialetti a profusione.
“Era tutto così patetico che l’avrei strozzata seduta stante” (estratto dal secondo interrogatorio, marzo 2014).
“Non lo so” rispose la donna sorseggiando il Martini. “Marco dice che alla sua età un fidanzato non deve neanche sognarselo.”
“E Maristella?”
“Si è messa a piangere e si è chiusa in bagno.”
“Non è che si suicida? Volete che ci parli io?”
“Se ci riesci. È una situazione piuttosto imbarazzante. Tra poco arrivano gli ospiti…”
“Figurati! Piuttosto, hai in serbo qualche altra operazione?” chiese Alberto dopo una pausa trascorsa a guardarle lo smalto sulle unghie dei piedi.
“La prossima settimana. Un ritocchino qua, un ritocchino là… sai come vanno queste cose… è come con i cioccolatini, una volta che hai iniziato, non riesci più a fermarti, ah ah ah…”
“Perché, che hai che non va? Senti, mamma, non è per farmi i fatti tuoi, ma se lui un giorno dovesse lasciarti?
“Ma non mi lascerà mai, stupido! Ogni volta posso diventare per lui una donna diversa…”

13Maristella aveva la faccia tutta impiastricciata di trucco. Si era messa un vestito a rete attillatissimo che le metteva in risalto le ellissi di adipe. Era scalza, le scarpe dentro il bidet. Sembrava un clown caduto in disgrazia, un pagliaccio folle alla sua ultima esibizione. Un J.W. Gacy più fuori di cabeza di quanto già non fosse.
Maristella si sedette sulla tazza, le mani abbandonate lungo i fianchi e disse: “Hai le pupille iniettate di sangue, ti senti bene?” le tremava la voce. Il suo alito sapeva di patatine al formaggio e aveva i denti macchiati di rossetto.
“E tu sembri caduta su una colata di asfalto…”
“Perché sei venuto? Perché stasera, intendo. Che senso ha presentarsi al compleanno di mio padre quando si vede lontano un chilometro che non vi sopportate?”
“E che senso ha che tu ti rinchiuda nel bagno? Nel bagno delle cariatidi, poi! Potevi almeno barricarti in quello della tua camera!”
“Non mi prendi sul serio.”
“Perché, c’è qualcuno che prende sul serio me?”
“Io sì.”
“Vede, non era questione di mancanza di comunicazione. In fondo, ragionandoci lucidamente, non c’era nulla che fosse al suo posto. Attorno a me il mondo crollava e io non facevo altro che osservare affascinato la distruzione della mia patetica quotidianità, la dissoluzione della mia vita davanti alla televisione, davanti a un computer. Ero seduto comodamente sulla mia indifferenza. Che il mio comportamento fosse inaccettabile era fuori discussione. Quello che mi chiedo oggi è: cosa ne ricavavo? Non mi fraintenda, non dico che mi piacesse. Solo che forse non ne potevo farne a meno” (estratto dal secondo interrogatorio, marzo 2014).
“Alberto, ho bisogno di certezze” fece Maristella.
“Allora stai parlando con la persona sbagliata. Inizio a pensare di essere anche io uno stronzo conformista, sebbene mi atteggi a rivoluzionario.”
“Senti, ma che hai?”
“Cos’è questa storia del fidanzato?”
“Ma niente” rispose Maristella alzandosi e specchiandosi. Si sistemò una ciocca che le era finita all’angolo della bocca e si rassettò il vestitaccio.
“Dio, che faccia! Guarda che non è vero, l’ho detto solo per far incazzare mio padre.”

14Si strizzò le tette, sollevandosele quasi sotto il mento: “Chi vuoi che se la prenda una con queste cose qua? Una con tutta questa pelle appesa?”
Più tardi, spiarono un po’ il ricevimento dalla camera di Maristella al primo piano, seminascosti dietro le tendine ricamate dalla filippina.
Gli invitati avevano occhietti da rettile e sembravano bambolotti ipernutriti. Si ingolfavano di pesce fritto e champagne, razzolando tutto come cavallette bibliche.
Marco Diamante intanto palpava il culetto di plastica della mammina e le infilava un dito nello spacco delle chiappe.
Alberto e Maristella si fecero portare gli antipasti in stanza e bevvero mucho vino rosso.
Poi sgattaiolarono dalla porta sul retro e andarono al Parco Virtuale a far scoppiare i rospi.
“Dopo tutto quello che è successo… insomma, capisce, dopo che ho letto sul giornale ciò che Alberto era stato capace di fare a quella ragazza, mi sono sentita una miracolata. Tutto quel tempo trascorso con lui… Se ci penso ho ancora i brividi, glielo dico sinceramente. Non c’ho dormito per mesi. Ma del suo complice non se n’è saputo più niente? Come si chiamava? Io non sapevo che fosse malato, non me l’ha mai confessato. Mi riferisco all’HIV, naturalmente. Eppure eravamo abbastanza amici, per quanto si riuscisse a entrare in confidenza con un tipo come il mio fratellastro. È sicuro che mio padre non saprà niente di quello che ci stiamo dicendo? Allora posso confessarglielo. Mi aveva parlato della madre, di quello che gli faceva fare… ma non credevo ne fosse rimasto sconvolto a livelli patologici. Quella sera, quando scappammo dalla festa di compleanno di mio padre, mi rivelò delle sue fantasie di pieno asservimento e di controllo, ma non gli diedi molta importanza. Sì, andavamo spesso a torturare i rospi. Alberto li odiava, ne aveva un ribrezzo totale. Diceva che li ammazzava per testare il proprio autocontrollo. Lanciavamo gli Zeus nelle loro bocche triangolari e li vedevamo esplodere. È incredibile la loro resistenza. Anche senza una zampa, anche con le interiora sparpagliate da una panchina all’altra, continuano a strisciare. Alberto sperimentò anche qualcosa con me. Niente di sessuale, ci tengo a specificarlo, anche se io il test l’ho fatto lo stesso, vuole vederlo? A volte aveva una personalità magnetica, ammaliatrice, provai piacere e mi sentii adulata mentre mi faceva cadere le pillole in bocca, non lo nego. Ascolti, mi dà la sua parola d’onore che questa conversazione resterà tra noi?” (Estratto dalla testimonianza rilasciata nel marzo 2014 da Maristella Diamante).
“Lo facevamo spesso nei bagni dei ristoranti dove ci portavano la mammina e Marco Diamante a fare la pappa per farci sentire una vera famiglia. Dunque, io mi mettevo in piedi sulla tazza e Maristella si inginocchiava con la bocca spalancata rivolta verso l’alto. Ha presente un pesce che cerca il mangime sulla superficie? Uguale. Ogni tanto le facevo delle iniezioni di acido ialuronico sottopelle. Dopo un po’ il composto ha iniziato ad addensarsi in grumi e allora abbiamo smesso” (estratto dal terzo interrogatorio, marzo 2014).
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38 pensieri su “Memoria liquida

  1. Ecco un nuovo romanzo, “memoria liquida”.
    Un romanzo parlante milord? Mi piace, è diretto, intenso e incalzante. E soprattutto un poliziesco italiano.
    Ah Roma caput Mundi.
    Facci dimenticare mafia Capitale.
    Proprio bello sai? I temi interessantissimi.
    Ciao

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    • Valerio B.

      grazie per le belle espressioni. No, non riuscimmo a farvi dimenticare mafia capitale, pur volendo. troppa mafia.
      Provammo, però, a mettere in risalto alcuni aspetti sociali che, il perbenismo – alcune volte – mette sotto silenzio. ovviamente, tutto questo, porta a delle scelte precise, con delle possibili conseguenze terribili.
      Grazie per essere passato e cordialità

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    • Valerio B.

      Prontissimo all’apertura di un qualsiasi dibattito.
      Purché entro la decenza e l’educazione. Riserva, in verità, molte sorprese, come tanto è nascosto dietro il velame de li versi strani.
      Grazie e cordialità Lord Valerio B.

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  2. Buongiorno Milord.
    Ecco un romanzo bello.
    Poliziesco da sballo e non facile. Il Thriller italiano. Mi piace come è improntato.
    Una apertura che lascia presagire proprio tanto. Si, me lo sono letta proprio con soddisfazione.
    Buona giornata
    🙂

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    • eleonorabisi

      Già, un po’ di italianità non guasta. Sempre gialli mirikani e compagnia cantante.
      Qua ci districammo in una perfida Roma (puramente casuale. Poteva essere qualsiasi città).
      L’apertura la facemmo abbacquata e leggerissima.
      In compenso insiste tanto tra le righe, umilissime, di questa storia.
      Grazie e buon pomeriggio

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  3. Ho voluto fare proprio come ha fatto Valerio B.
    Ho riletto tutto.
    E’ VERO.
    Va riletto. Si apre un mondo. Con il primo passaggio ci immetti nella storia e con il secondo si iniziano a vedere i particolari. ma c’é molto di più.
    Ciao milord. Cordialità mio signore.
    🙂

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  4. E’ terrificante, milord.
    Scritto benissimo, ma prende dritto allo stomaco. Forte, potente e cattivo. Ci stai prendendo a pugni e schiaffi milord.
    Forte forte forte.
    malcostume e degrado fisico e morale. Stai cercando, raschiando ll fango del pozzo.
    Quale orrendo delitto si è consumato…

    Me lo rileggo pure io.
    Ciao e tanti saluti dalla partenope capitale

    Dudù

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    • Diadumeno

      cattivo sicuramente (in entrambi i sensi)
      Volemmo portare in evidenza, almeno alle prime battute, quanto frulla (almeno una tesi) nelle strade di una città italiana.
      Il progresso ci fa grandi, ma il silenzio ci uccide.
      Grazie don Dudù

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  5. Vivere nel sottobosco delle pulsioni umane.
    Uccide la persona e distrugge il sogno.
    Mi avete scombussolata milord.
    Una storia dai contorni realistici.
    Come gli altri mi adeguerò. Voglio proprio rileggerla.

    Buona giornata mio signore.
    🙂

    Giò

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    • Giovanna A.

      Ecco, lady Giovanna, tratto proprio dell’annichilimento che porta e comporta una “sparizione”.
      Non necessariamente fisica, ma potrebbe essere, no?
      Grazie milady e cordialità

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  6. E spezzerò una lancia per ogni lacrima versata,
    Per ogni sorriso non fatto.
    Per ogni sconfitta.
    Per ogni bambino mai nato e in attesa di morire.
    Uno spaccato, Ninni, descritto con la forza dlle idee e non solo con la testa.
    C’é tanto, tantissimo cuore e soprattutto come sempre tanta, tantissima bravura nello scrivere e descrivere. Mi hai fatto vivere tutti i passaggi.
    Un bacio e bona giornata

    La Manu

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    • Manuela Rovati

      Ecco un ritaglio in versi, come un ritaglio di tempo che cambia, modificando, anche le sensazioni.
      Grazie lady Manuela, riuscite a riempire quei vuoti che nascono dalle crepe, sui muri, della vita.
      Buon pomeriggio e cordialità

      Mi piace

    • Alessandra Bianchi

      Stephen King, milady? Forse, n fummo sicuri, un tantino esagerato. Sappiamo, però, della vostra “innocenza” (!) nell’affermazione.
      Proprio per questo vi ringraziammo cordialmente.
      Radiosità varie

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  7. Fuori la follia
    dalle prime cose che Passano
    e lente
    si consumano…

    …come un’eterna
    Sete.
    ___
    Ninni,
    Questa lettura screpola quella patina di normalità che sembrano avere le vite sconosciute degli altri. Difficile da definire, è come una sensazione di profondo disagio e Verità che si mescolano; fino a scomparire in quelle esistenze … vere o immaginate … poco importa.
    Una cronaca che un po’ fa tristezza e un po’ fa paura.
    Scritto davvero bene.

    I Miei Rispetti
    Ni’Ghail

    Slàn

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  8. Magnifico, un romanzo a puntate dove la suspance cresce riga dopo riga. Veramente interessante, scoprire a poco a poco cosa è successo ai due protagonisti. Bravissimo, mi piace molto.
    Serena notte, Patrizia

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  9. Letto. Atmosfera cupa, bene descritti i disagi dell’anoressia e l’instabilita’ mentale dei protagonisti. Dialoghi ammirevoli che scivolano come un sapone bagnato lungo tutto il racconto. Per ora non sono ancora calata nella trama ma sono convinta succedera’ con la seconda parte. Sei molto originale nella scrittura e anche nella fantasia. Andro’ avanti, sebbene la sua lettura mi trasporta in una voluta atmosfera cupa e’ predominante in me la curiosita’ di sapere cosa accadra’.

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