Memoria liquida II

0+01

.

0

.

.
1Nello stanzone si respirava un’angoscia di morte opprimente. E poi puzza di disinfettante e di urina, infermiere con mascherine e guanti di lattice, passi frettolosi da un corridoio all’altro, volti emaciati e borse sotto gli occhi, un vago sentore di cibo bollito in pentole bisunte. Alberto sopportò il crampo allo stomaco ingoiando l’ansia a ondate. Lente spirali di spavento gli serravano il respiro.
“Esiste una sostanziale differenza tra l’essere sieropositivi e avere l’AIDS” disse Alberto a Cinzia.
“Certo, come no… la stessa differenza che c’è tra mettersi un cappio al collo e scaraventarsi giù dal decimo piano.”
“La seguii in quello che, a tutt’oggi, è il luogo più simile all’inferno che abbia mai visto… Eccezion fatta per la villetta di Santa Marinella, ovviamente” (dalla memoria difensiva incompiuta di Alberto Amodio, pag. 18).
Appoggiandogli una mano scheletrica sulla spalla, Cinzia sussurrò: “La morte per AIDS è orribile. Allo stadio terminale si perde il controllo degli sfinteri e le lesioni della carne diventano talmente profonde e marcate da essere deturpanti. Vogliamo parlare del completo annullamento mentale del soggetto?”
Di fronte a loro c’erano sei letti sui quali erano sdraiati altrettanti mucchietti d’ossa.
Del primo paziente si poteva scorgere solo la parte superiore del viso color cenere. Le lenzuola apparivano immacolate, ma il lezzo di acido era pungente. Le pupille acquose del malato li fissavano, ma era evidente che la mente di quel poveraccio era smarrita chissà dove. Aveva i capelli stopposi e luridi, la federa intrisa del sebo appiccicoso del suo cranio.
“Alcuni virus agiscono sul sistema nervoso attraverso delle sostanze chimiche, si chiama neurotropismo. Significa alterazione psichica: deficit cognitivi, cambiamenti di personalità, delirio, demenza…”
Cinzia gli indicò il letto successivo, sul quale era sdraiata una ragazza molto giovane, apparentemente addormentata.
“Me l’ha detto il dottorino. Sai questa poveraccia cosa diceva appena arrivata? Sosteneva che stava affrontando la malattia con serenità. ‘Ho creato un posto caldo attorno a me per la gente che amo e che mi vuole bene. Non ho perso la speranza per l’avvenire’…bla bla bla! Guardala adesso: sola, senza una mano da stringere nel momento in cui tutto finirà per sempre, senza un cane che la rassicuri quando per lei ci sarà il buio. Eccola: sconvolta dai conati di vomito e dal proprio corpo che marcisce. Sai qual è la cosa peggiore, secondo il dottorino? Che il decorso della malattia è fluttuante! Tu pensi di stare bene, ci sono dei periodi nei quali ti senti effettivamente meglio, sembra che i sintomi siano spariti e poi, da un momento all’altro, ecco la ricaduta, la corsa in ospedale, l’incubo della morte…”
“Non voglio vedere il mio corpo come un nemico…” disse Alberto.
“Il dottorino dice che perderai l’autocontrollo, non saprai più nemmeno chi cazzo sei…”
Si posizionarono ai piedi dell’ultimo letto su quel lato della camerata.

2Un uomo sulla quarantina, un tempo piacente, allungò un artiglio ossuto nella loro direzione. Il pallore del suo viso era sepolcrale.
“Il dottorino,” disse Cinzia, “dice che il famoso cocktail di farmaci che dovrebbe consentire ai sieropositivi di condurre una vita più o meno normale non è altro che un modo per rimandare le sofferenze…”
Due ore prima Alberto si era svegliato immerso nella vasca con l’acqua ormai gelida. Una caligine grigia gli rendeva opachi i pensieri. Uscendo gocciolante dal bagno e camminando nudo per casa si era reso conto delle condizioni pietose nelle quali versava il suo appartamento: vestiti sporchi sparsi sui divani, sulle sedie, ammucchiati negli angoli. La cucina assomigliava alla sala mensa di un campo profughi. Nel lavello pile di piatti incrostati ricoperti da un sottile strato di muffa, la pattumiera traboccante. Odore di sudore, di denti marci, di calzini sporchi, di stanze troppo riscaldate.
Forse, si era detto, un modo per sfuggire al panico e alla sensazione di vulnerabilità è aggrapparsi alla routine. Posso mettere in ordine e ascoltare un po’ di musica. Uscire a prendere una boccata d’aria, sentirmi vagamente felice. Guardare Jerry Scotti in televisione.
“Avrei tante cose da raccontarti” gli rivelò Cinzia, mentre si allontanavano dalla stanza degli irrecuperabili.
Ogni tanto la ragazza doveva avvinghiarsi al suo gomito per non cadere. La sua bocca emanava zaffate di acetone. “Cose che succedevano nella casa rosa mentre il cerebroleso guardava la TV. Sai, io l’ho letto il tuo libro. Tu potresti capirmi. Possiedi un’invidiabile immaginazione.”
Fuori c’era un gran sole. E dopo l’orrore dell’ospedale tutto mi sembrava fresco e pulito. Anche questa fogna di città appariva quasi vivibile.
“Il dottorino mi ha detto di darti un consiglio” disse Cinzia.
“Gentile da parte sua…”
“Rifiuta le cure mediche. Rifiuta le scadenze. Rifiuta l’accanimento. Questo ha detto il dottorino.”
“Siamo talmente impegnati a cliccare il pulsante sinistro del mouse che non pensiamo nemmeno più al suicidio. Dov’è finito il dolore di vivere e la paura di affrontare il mondo? Quando avevo quindici anni i ventenni si impiccavano, si tagliavano le vene, bevevano l’Idraulico Liquido, lasciavano ai genitori e agli amici lettere strazianti chiedendo scusa. Io ero convinto che alla soglia dei trenta non ci sarei mai arrivato, come minimo sarei morto di overdose oppure il mondo sarebbe stato distrutto da un olocausto nucleare. Gli anni ottanta non ci hanno imposto solo foto patinate ed edonismo, hanno impresso nelle menti adolescenti falsi miti, falsi presupposti. Sono cresciuto pensando di morire giovane, come potevo vivere fino a settanta, ottanta anni? Indipendentemente da quello che sosteneva il dottorino, era tecnicamente possibile che nonostante la mia infezione alla fine sarei riuscito a invecchiare. La mia generazione aveva fallito. Almeno i nostri padri avevano il rock, i pantaloni a zampa e un po’ di amore libero. Avevano il camioncino della Volkswagen. E a noi, cosa restava? Io un romanzo l’avevo pubblicato, ma poi? Ok, non voglio farla troppo lunga, ma capisce che non vedevo alcuna prospettiva? Ero profondamente deluso dalla mia vita” (estratto dal secondo interrogatorio, marzo 2014).
La sera della prima violenza Cinzia non stava nella pelle, era così emozionata che sembrava una ragazzina la notte di Natale. Alberto le ricordò che le avrebbero fatto molto male. Lei rispose con un’alzata di spalle, mentre si specchiava nell’ovale della camera da letto. Quel pomeriggio era stata dal parrucchiere.

3“Assomiglierà a uno stupro, lo sai, vero?” le disse Alberto.
“Meglio, no?” rispose lei sfoderando un sorriso impunito.
Dai giorni di crisi acuta aveva messo su almeno cinque chili.
Restava di una magrezza inquietante, ma non assomigliava più a un cadavere deambulante.
Si aggirava da una stanza all’altra completamente nuda, muovendosi leggera sulle punte.
A quel tempo il suo corpo non era ancora segnato dai tagli del bisturi di Subcomandante e lo si sarebbe potuto considerare quasi bello. Quasi.
Quando dormivano insieme Alberto le passava le dita lungo i tracciati viola e verdi delle vene.
Sia che la toccasse con delicatezza, sia che la picchiasse, Cinzia provava un senso di sdegno al suo contatto. Probabilmente era la malattia che Alberto covava dentro a farle ribrezzo. Lui se ne accorgeva perché appena la sfiorava lei si irrigidiva, i capezzoli le si indurivano e la pelle delle sue cosce fremeva, come se provasse all’improvviso un gran freddo.
Giunta di fronte al letto Cinzia sollevò le braccia e la sua figura assunse un aspetto fluido, le sue natiche si modellarono con il profilo dei fianchi e della schiena.
“Riuscirai a sopportare il dolore?” le chiese Alberto.
Lei rilassò le membra e si voltò, roteando sui calcagni.
“Ti sembra che possa spaventarmi per una violenza sessuale?”
“Non è una vera violenza se sei tu a deciderlo…”

4Lei accarezzò il piumone con fare pensoso, come una bimba che si vergogni del suo vestitino elegante.
“Vorrei essere abusata sul serio, almeno una volta…”
Il fine ultimo di Alberto Amodio era la completa invalidazione psichica di Cinzia. Sottomettendola gradualmente, facendola regredire a un pupazzo senza cervello e senza volontà, avrebbero raggiunto entrambi l’estremo appagamento. Ma la strada era molto lunga e non avrebbe comportato solo deviazioni sessuali sempre più estreme e avvilenti, l’annientamento della Santini avrebbe dovuto obbligatoriamente alternarsi tra la degradazione delle sue capacità intellettive (e quindi l’azzeramento del suo carattere e dei suoi gusti preesistenti) e una vera e propria decomposizione fisica.
Alberto provava gusto nel vederla ridotta a involucro, ceduta a sconosciuti come uno straccio usato, completamente assente a se stessa. Sognava di metterla sul marciapiede in qualche zona degradata di Roma battuta solo da perdigiorno ubriachi, in un territorio di frontiera, vicino a qualche capolinea degli autobus. Desiderava portarla in un non luogo minaccioso e freddo, in uno di quei grandi e crepuscolari parcheggi a ridosso delle strade consolari. Passeggiando avanti e indietro in veste sommaria, troppo truccata e troppo volgare per non attirare l’attenzione, Cinzia avrebbe soddisfatto il suo desiderio di violenza. I sogni di stupro, infatti, “l’avevano accompagnata sin dall’adolescenza. Mi riferisco alle storie che mi raccontò riguardo alla Creatura della Ferrovia e alla casa rosa…” (estratto dal primo interrogatorio, febbraio 2014).
Alberto la plagiò, fece in modo che lei vivesse in relazione ai suoi sbalzi di umore, la odiò perfino e il suo atteggiamento trovò terreno fertile in un carattere già predisposto alla dipendenza.
“Non era difficile comprendere come il suo sadomasochismo maturasse dall’educazione rigida e violenta tributatale dal padre. Gli schiaffi che le segnavano il volto anche per giorni e le ecchimosi che non volevano saperne di riassorbirsi, erano stati elementi costanti della sua crescita, fedeli compagni dai quali non si era mai separata. Inutili i capelli davanti agli occhi, le maglie lunghe, i certificati medici raffazzonati da un amico di famiglia: a nessuno sfuggivano le sue assenze da scuola, i suoi silenzi, i suoi mal di testa… in me aveva trovato il sostituto della figura paterna” (estratto dal secondo interrogatorio, marzo 2014).
“Lo vedi, papà, non vali più un cazzo per me! L’unica cosa che sei riuscito a darmi, le sberle, i pugni, la violenza – la tua violenza – è solo un ricordo, è quasi un gioco! Guarda cosa possono farmi ora, in confronto tu sei nulla!” (Estratto dal presunto diario segreto di Cinzia Santini, autenticità mai confermata, best seller 2014).
Dopo, tornavano nell’appartamento di Amodio alla Montagnola nel buio e nel silenzio molle.
Non si dicevano mai una parola lungo il tragitto di ritorno. Aspettavano che Cinzia si immergesse nella vasca da bagno, il corpo un calvario di lividi e segni di morsi. Alberto la osservava soddisfatto e le chiedeva se avesse goduto.
Per disinfettarle le ferite usava guanti usa e getta. Nel mobiletto del bagno c’erano garze, cerotti, tubetti di Lasonil, tintura di iodio e acqua ossigenata. Più una buona dose di disinfettanti generici. Il Tavor e lo Xanax Cinzia li assumeva prima degli incontri, in modo da risultare più docile.
“Benché si trattasse di derelitti all’ultimo stadio, i bruti con cui faceva sesso raramente si fidavano a penetrarla senza condom, anche se offrivo loro degli allettanti regali in denaro. Cinzia di questo era consapevole e anzi entusiasta, vorrei precisarlo. Ma, come ebbi modo di constatare, se nelle zone di prostituzione gay non è difficile reperire tossici disposti a metterlo in un buco senza protezione, un discorso differente riguarda i camionisti e i guardoni. Si tratta spesso di uomini con mogli e figli che, anche se non sono troppo preoccupati di sporcarsi la fede, sono ben più guardinghi quando un personaggio della mia specie gli propone di esporsi a dei rischi notevoli. Per me sarebbe stato troppo complicato spiegare che avrei desiderato vedere Cinzia incinta, magari complimentarmi con lei per la sua gravidanza e poi fare in modo che abortisse, così da avere un posto privilegiato nell’osservazione della sua disperazione” (dalla memoria difensiva incompiuta di Alberto Amodio, pag. 23).
A volte, francamente, il parossismo distruttivo che li pervadeva assumeva i contorni della commedia grottesca.
Cinzia aveva acquistato un bellissimo vestito color sangue di bue su Internet e una sera lo aveva indossato per far piacere al suo uomo. Aveva anche provato a cucinare, con scarsi risultati. Le curve della stoffa la rendevano ricercata e seducente. Tutta la sua figura appariva come qualcosa di elegante e prezioso.

5Appena Alberto la vide così raggiante, così incredibilmente desiderabile per qualunque uomo che avesse posato lo sguardo su quei vent’anni, si sentì invadere da una furia cieca. Un mostro si sgranchiva le membra irrigidite dentro il suo stomaco e la sua presenza, umida e familiare, lo spinse ad afferrare Cinzia per i capelli e sbatterle la faccia contro il muro.
Stringendo i denti per il disagio, le ficcò la testa nell’acqua gelida del lavabo.
Cinzia non disse una parola. Sembrava sollevata, arrendevole, sperava proprio che lui la uccidesse. L’avrebbe liberata da se stessa. Il trucco si sciolse in macchie grasse e i suoi capelli si allargarono sotto la superficie come vipere.
Alberto bruciò il vestito in salotto. Rimase a osservare le fiamme come un selvaggio che contempli un rito tribale: in un certo senso, l’eliminazione di quell’abito aveva lo scopo di rimettere in equilibrio un sistema che tendeva a perdere stabilità.
La muta ribellione di Cinzia le costò una settimana di verdure bollite e fegato.
Inventare nuove e sempre più dolorose punizioni era stimolante per Amodio.
La faceva dormire in terrazzo durante le notti di tempesta oppure la obbligava a nutrirsi per una settimana di cibo per cani.
Dopo qualche giorno di dieta a base di scatolette Cinzia incominciava a puzzare.
Alberto la osservava quelle sere, seduta per terra a gambe incrociate con addosso solo gli slip sporchi con l’elastico allentato, gli occhi supplicanti cerchiati di viola, mentre si nutriva di brodaglia al sapore di pesce e mai gli era sembrata così balorda, sciatta e inutile.
Cinzia si trasferì a vivere nell’appartamento della Montagnola nel tardo autunno del 2013, alla vigilia di un inverno rigidissimo. Da quel momento si nutrì solo di alimenti che le davano il voltastomaco.
All’inizio facevano spedizioni a viale Marconi e tornavano a casa carichi di cibo e libri. Lei acquistava un paio di stivali nuovi a settimana, la sua passione per le scarpe è stata confermata quasi unanimemente. Amodio non scriveva, ma aveva ripreso a leggere, quasi un romanzo al giorno.
Parlavano frequentemente dell’anoressia, del circolo di contatti che Cinzia aveva tirato su con costanza e dedizione. Alberto la spronava a chiamare le sue amiche, era molto affascinato dai loro incontri anonimi e dalla componente spersonalizzante delle maschere.
Avevano stilato una dettagliata lista comprendente ciò che Cinzia detestava: cavolo bollito, parmigiano, fegato. In breve tempo il loro frigorifero venne stipato di verdure, formaggi stagionati e insalatiere colme di frattaglie sanguinolente.

6Una sera, tornando dalla farmacia dove aveva acquistato due confezioni di Xanax, Alberto trovò Cinzia in accappatoio mentre guardava un quiz, i piedi nudi posati sul tavolinetto basso. C’era molto disordine in giro e troppa, troppa polvere.
“Hai mangiato le tue verdure?” chiese lui seccato, rovesciando il contenuto della busta sul divano.
Lei sfoggiò la solita espressione da bambina viziata, da lolita indisponente: “Ho la nausea. Non so se posso farcela…”
Alberto la prese per l’avambraccio e strinse: “Innanzitutto ti ho già detto che non voglio che cammini scalza per casa, che tra l’altro è uno schifo e ti avevo chiesto di dare una lavata al pavimento. Dovresti almeno far finta di riempire le tue inutili giornate! Mi prendi per il culo? Se abbiamo concordato una dieta devi seguirla alla lettera, altrimenti sarà tutto inutile. Ancora non l’hai capito?”
“Certo, ma…”
“E vatti a mettere qualcosa addosso…”
Alberto osservò il suo culetto scodinzolare fino in camera da letto, poi andò in cucina e mise a scaldare il passato di verdure in un pentolino. Contemporaneamente le preparò una bistecca di fegato, secca come la suola di un anfibio.
“Sostanzialmente Cinzia Santini ha sempre cercato di essere il riferimento di qualcuno… Prima ha inventato un passato, poi si è fatta leader di un gruppo di disperate, infine si è sottomessa a un uomo che probabilmente l’ha sempre detestata proprio per la sua remissività” (Traccia di Memoria codice #541429 attribuita all’Ispettore).
Cinzia tornò con indosso una camicia bianca e un paio di pantacollant neri. Calzava Nike immacolate. Si sedettero uno di fronte all’altra, come durante un esame, e Alberto iniziò a somministrarle la brodaglia verde. Un paio di volte dovettero fermarsi poiché la ragazza era scossa dai conati.
“Se vomiti ricominciamo tutto daccapo. Vedi tu, io non ho fretta” le disse Alberto.
Appena il disgusto le passava, il suo aguzzino le cacciava in bocca una generosa dose di verdure. Lei chiudeva gli occhi e buttava giù.
“Adesso il fegato…”
Mangiò tutta la fettina con le lacrime agli occhi. Alla fine, senza dire una parola, si alzò e si mise a letto. Mentre caricava la lavastoviglie Alberto la sentì piangere.
“Sì, certamente, capitò anche che provasse a ribellarsi. Una volta la stavo imboccando quando lei con un gesto improvviso mi colpì il polso e mi fece volare via la posata. Si rese conto immediatamente di aver esagerato, si ammutolì e abbassò lo sguardo. Irrigidì i tendini del collo, pronta, a ricevere uno schiaffo o un pugno. E il pugno glielo diedi, certo, stando molto attento a centrarla sulla tempia. Il colpo la stordì. I suoi occhi si rovesciarono e lei scivolò sul parquet. Temetti di aver esagerato, ma non ci mise molto a riprendersi. Mi chiese scusa e la cosa finì lì, anche se per la settimana successiva il suo occhio destro fu iniettato di sangue. Quando mi chiese di accompagnarla al pronto soccorso oftalmico di piazzale degli Eroi feci finta di niente e alzai il volume della televisione” (estratto dal secondo interrogatorio, marzo 2014).
.

.

Annunci

20 pensieri su “Memoria liquida II

  1. Il masochistico piacere di essere seviziata. Tanti anni fa ci fu un caso simile. il sadico torturatore venne ucciso proprio dalla “schiava!”.
    Che viaggio nelle profondità milord.
    Scritto benissimo.
    Ciao

    Mi piace

    • Gli aspetti dell’aberrazione mentale, qua portata al livello morboso, è una delle caratteristiche che, nel romanzo thriller a carattere giallistico, sembra accadere a piccole minoranze di persone. E’ da dire che non è vero.
      Ci sono più casi di cui non si sospetta, neanche, l’esistenza e la portata.
      Si, ho provato ad eseguire un viaggio nel lato oscuro dell’uomo. Se ci sarò riuscito, raccontandolo, dovrete dirlo voi.
      Grazie

      Mi piace

  2. Notevole e vibrante. quasi come la sofferenza che provoca
    Un brano,, con passaggio, sofferto quasi come la sofferenza che provoca questo sottobosco di pulsioni abietti e contrastanti.
    Molto bello milord.
    Molto duro.
    Un saluto dalla partenope Capitale

    Dudù

    Mi piace

    • Grazie Dudù per il “vibrante”.
      Beh, se devo essere onesto, mi sono speso abbastanza sia al livello clinico, sia in quello semantico/linguistico.
      Non sono un romano, infatti. Ma la mia costruzione e ricostruzione è legata ai miei trascorsi di permanenza presso la Capitale e ad accurate ricerche.
      Grazie e ciao

      Mi piace

  3. Questa puntata, a differenza di quella prima mi ha lasciata a bocca aperta. Ho paura a parlare, respirare.
    Quell’uomo mi fa paura.
    Mi fa paura per quello che fa e per quello che potrebbe fre.
    Scritto un thriller veramente notevole e corposo che parla all’uomo, alle sue brutture e alle sue nefandezze.
    C’é speranza? Esiste uno spirito comune che possa parlare all’uomo?
    Che bel romanzo milord

    Mi piace

    • Ti ringrazio per l’interpretazione corale e romantica.
      Stiamo entrando in una fase nuova dell’impalcatura.
      Il timer è innescato e l’area inizia ad essere affollata. Quando ci sarà l’esplosione verrà coinvolto, in modo “strano” l’essere umano (proprio in quanto tale.
      Grazie ciao

      Mi piace

  4. Forte, duro e realista.
    Un capitolo decisamente interessante e importante.
    Quello che mi ha colpito è stata la descrizione, anzi, la caratterizzazione di Alberto. E’ estremamente realistica e precisa. Suppongo che ci sia il preludio per un reato grave.
    Bello e interessante sotto tutti gli aspetti.

    Mi piace

    • Grazie.
      Le sue conclusioni mi fanno piacere. Molto.
      Alberto.
      Un soggetto strano. Uno di quei individui che potrebbero entrare nella nostra vita in svariati modi e maniere . Una persona, apparentemente, normale. Con grandi possibilità e l’atteggiamento un po’ annoiato, ma fermo, come tutti quelli che sono abituati al comando … fin da bambini.
      Qua, ovviamente, è un’altra storia.
      Il reato grave, vorrei sottolineare, si sta già consumando. La riduzione in schiavitù fisica e mentale è gravemente sanzionata dal nostro ordinamento giuridico. ma anche dai vari risvolti penali, un po’ in tutto il mondo.
      Se poi, se ne dovesse aggiungere qualche altro, beh ….
      Grazie e buona giornata

      Mi piace

  5. Trattengo il respiro, davanti l’assurdo del grigio contornato di nero.
    Il marcio delle vene, le vene marce.
    Cristo, si sta consumando, nei rioni e negli isolati della vita, un altro crimine abietto.
    Non saprei quanto abietto ma, e giuro che visti i prodromi, mi aspetto un’esplosione di violenza cieca.
    E’ tremenda quest’aria infetta ..

    Mi piace

  6. Hai ragione, ce ne sono di questi casi, nascosti, più di quanto non si creda. Noi continuiamo a credere ad una vita comoda e dorata da spot pubblicitari ma l’inferno è attorno a noi.
    Sei da brividi … mi ci vuole un caffè bollente …

    Mi piace

  7. Realistico e agghiacciante in questa seconda parte. L’annullamento totale di Cinzia e’ impressionante. Purtroppo capita che a quella giovane eta’ si possa venire plagiati. Mi verrebbe da desiderare che magari, qualcuno, con problematiche simili possa leggere il tuo romanzo e capire quanto facciano male queste situazioni, ma non e’ cosi’ semplice in realta’. Uscirne, nella vita reale, e’ un’impresa titanica. complimenti.

    Mi piace

Volete partecipare alla discussione? Scrivete ed esprimete il Vostro parere, grazie.

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...