Memoria liquida III

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1Cinzia gli raccontava della Creatura della Ferrovia durante le notti insonni causate dall’assunzione di Dianabol. Trascorsi un paio di mesi di convivenza, Alberto prese a somministrarle steroidi anabolizzanti.
Dopo il forte dimagrimento, Cinzia adesso si rimpinzava di bombe chimiche che avrebbero steso anche il più temprato dei culturisti. Stava andando in pezzi, era a un centimetro dal crollo psichico. Aveva gli occhi coperti da una patina. Le vene marce.
“Doveva sentirsi euforica, almeno all’inizio. Ma è una felicità che dura poco. I farmaci dopanti hanno effetto anche a livello cerebrale. Col tempo l’euforia si trasforma in aggressività. Possono anche spuntarti dei peli ispidi sulla schiena. Si chiama mascolinizzazione” (campione italiano di body building ospite in una trasmissione serale su Rai 1, maggio 2014).
Ci fu un periodo durante il quale Cinzia si sentì apatica. Trascorreva in tempo in un’abulia totale. Forse reclamava uno spiraglio di autonomia. Ciondolava per casa coperta da tumefazioni, il corpo invecchiato anzitempo.
“Mi sento addosso una stanchezza… dormo malissimo… sono sporca, mi pento di ogni cosa…” (estratto dal presunto diario segreto di Cinzia Santini, autenticità mai confermata, best seller 2014).
Sapeva quello a cui andava incontro ogni volta che provava a ribellarsi, ma la sua disperazione era così profonda e così radicata in lei da giorni e giorni di annichilimento che deflagrava violenta e senza preavviso. Era ormai una sottospecie di essere vivente che per ringraziare il suo padrone del poco affetto che le concedeva avrebbe soddisfatto ogni sua richiesta.
Odiava il marrone e lui la costrinse a vestirsi solo di quel colore.
Odiava il cinema dell’orrore e lui la obbligò a guardare solo film di genere.
Odiava l’alcol e lui la fece bere sino alla nausea.
“Dopo una severa sessione di ceffoni la smetteva, mi chiedeva solo di non graffiarla, sa, a causa della mia malattia… il resto della notte lo passava sul pavimento freddo” (estratto dal secondo interrogatorio, marzo 2014).
La delusione montava in lei lenta e subdola, il Dianabol stava aggredendo il suo sistema nervoso, divorandone le fondamenta.

6Una notte si svegliò di soprassalto, tremante e con lo sguardo allucinato, farfugliando frasi sconnesse. Parlava di un sogno terribile, della pena indicibile che sarebbe stata tributata a tutti noi peccatori. Alberto ipotizzò si trattasse di una reminiscenza infantile.
“Guarda come sono ridotta… mi fa male! Il prurito, Alberto, il prurito in faccia è insopportabile… fai qualcosa! Fai qualcosa, ti scongiuro!”
Si grattava gli zigomi con violenza. Sembrava volesse scarnificarsi le guance. Scalciava le coperte come un torello imbizzarrito.
“Se non la smetti lo sai quello che ti succederà…”
Cinzia corse in bagno a rigettare e lui la seguì. La vide con la faccia sprofondata nella tazza e pensò di prenderla a pugni sulla nuca. Stava diventando uno strazio! Fanculo lei e i suoi genitori, patetici rammolliti!
Sarebbe stato semplicissimo, proprio semplicissimo, afferrarla per i capelli e sfracellarle quel faccino gonfio contro la ceramica. Il problema non era ucciderla, era disfarsi del cadavere.
Lei si tirò su e annaspò con la mano alla ricerca della carta igienica.
“Non vali niente, Cinzia, sei proprio l’ultima delle merde…”
Tremava. Lo scrutò con occhi grondanti terrore.
Amodio non le concesse nessuna pietà: a suo giudizio non la meritava. La lasciò chiusa in bagno, mezza nuda e congelata.
Più tardi, lei lo ringraziò.
Ma non fu l’unico caso di rabbia da steroidi.
Alberto la vide ringhiare di furore seduta al suo fianco nel traffico, così nervosa da non riuscire nemmeno a infilarsi la cintura di sicurezza. La osservò piangere e battere i pugni e poi tornare calma e poi di nuovo sbavare contro la stronza del primo piano che non chiudeva mai la porta dell’ascensore.
La fase degli steroidi si concluse la sera che Alberto la trovò sdraiata bocconi nel bagno, i pantaloni del pigiama attorno alle caviglie, la faccia nel vomito.
La prima cosa che pensò fu: è morta, è morta come Elvis, come il Re!

2Avvicinandosi in uno stato d’animo stranamente calmo, Alberto la udì rantolare. Significava che era viva, significava che c’era ancora una speranza!
Gli tornarono in mente le parole di Cinzia: “Io mi fido di te, e lo sai. Però ho letto su Internet che se il mio organismo dovesse diventare ipersensibile alle proteine che mi somministri andrei incontro a uno shock anafilattico. Lo sai che vuol dire?”
“Lascia stare Internet, è un covo di allarmisti. Sai qual è il segreto? Rivolgersi a un medico che sia un fumatore, un bevitore e un’ottima forchetta. Magari anche puttaniere. Vedrai che minimizzerà sempre…”
Alberto sollevò il corpo esanime e lo seppellì sotto una montagna di coperte. D’un tratto ebbe una gran paura. Allora l’abbracciò. Dapprima fu un groviglio di membra che si cercavano, poi il calore si sprigionò e i loro corpi si fusero sotto gli strati di lana.
Faceva molto freddo.
L’inverno era terribile: lastre di ghiaccio si formavano nelle zone d’ombra e le facciate dei palazzi apparivano cristallizzate. La tramontana sferzava Roma, si insinuava nei cortili, scuoteva le cime degli alberi agonizzanti, creava mulinelli. Pedoni infagottati correvano da un marciapiede all’altro, spaventati e stupiti dal gelo piombato sulla città come un castigo. Le tubature scoppiavano e l’umidità opprimeva gli appartamenti sempre chiusi.
Cinzia biascicava parole sconclusionate. “Non ho una volontà mia, io posso vivere solo vicino a un uomo che mi guidi e che mi dica cosa fare…”
Prima c’era stato suo padre e le sue percosse. E adesso c’era Alberto: molto più arrabbiato e molto più cattivo.
Nei giorni successivi quella camera divenne il loro mondo, nell’attesa che le sostanze chimiche defluissero dal corpo di Cinzia.
Almeno per una settimana ebbero entrambi l’impressione di essere tornati all’inizio del rapporto, quando tra loro stava nascendo un filo invisibile di complicità, quando due persone romantiche si sarebbero anche dette: ti amo!
Prima delle violenze e delle medicine.
Prima di vedere tutto così distorto. Prima di mostrare le zanne.
Per Alberto ormai si trattava di un’ossessione. Per Cinzia l’appagamento dei suoi torbidi desideri infantili: il completo annichilimento a un maschio.
Mentre i reni della Santini spurgavano le schifezze di cui si era imbottita, Amodio cucinava, rigovernava da brava massaia, usciva a comprare il giornale. Restavano in silenzio ad ascoltare la strada, gli scricchiolii di assestamento del caseggiato e il sibilo dei termosifoni.
Si muovevano lenti. Lenti i gesti, lente anche le parole, le rare volte che avvertivano la necessità di esprimersi. Sotto le coperte sudavano e si9 sentivano appiccicosi, sudici, ma non aveva importanza. La lana pizzicava.
Si persero nell’oblio di quella stupenda sensazione di transitorietà.
Uscirono sottobraccio, imbacuccati e sbalorditi, e le strade erano dappertutto.
“Mi faccia capire senza tanti giri di parole, lei mi sta chiedendo se ho mai avuto timore di lui? No, mai. Dico sul serio. Mai. Perché Parco Virtuale? Non lo so… O meglio, una volta Alberto me lo spiegò. Si trattava di una storia che risaliva ai tempi del suo liceo. Un suo amico che ci andava spesso a farsi le canne – troppo lesso anche solo per rendersene conto – gli raccontò che una sera aveva visto uno pterodattilo planare tra gli alberi. Sì, uno pterodattilo: ha presente quei dinosauri volanti con le membrane al posto delle ali? Questa è l’unica motivazione che ha saputo darmi. Non penso sia importante, no? Dopo il Parco Virtuale ci fu il periodo in cui andò di moda il Mostro Giallo. Alberto si fissava. Andava sempre negli stessi posti, frequentava sempre gli stessi locali: lo potevi trovare al Sammy’s alla Garbatella, quando era ancora un quartiere vivibile, o in un pub della Guinness a Roma 70.

5O l’uno o l’altro. Diceva che la routine gli dava sicurezza. Il Mostro Giallo avrebbe dovuto essere un centro commerciale. Era sorto in un lampo tra i palazzi di Monteverde, ha presente? Tutti quegli immobili squadrati color caserma… non so bene come siano andate le cose, comunque dopo un tot di sabotaggi i lavori si sono fermati e il Mostro è rimasto lì, mai finito. Noi ogni tanto vedevamo i tecnici del Comune coi loro elmetti, la giacca e la cravatta che prendevano due misure, parlottavano e poi sparivano. Ancora oggi è rimasto tutto com’era. Ho come l’impressione che il quartiere lo guardi decomporsi con un ghigno di soddisfazione. Quando ci andavamo non facevamo niente di particolare. Stavamo lì e basta. Una volta trovammo un carrello del discount nel vano di un ascensore e passammo il pomeriggio a spingerci e a schiantarci contro i muri. Quando stava per diventare buio andavamo sul terrazzo. Alberto diceva che gli sembrava di trovarsi nell’ultimo avamposto dell’umanità. Le ombre lunghe erano raccapriccianti mentre il tramonto scendeva sull’Eur. Stavamo seduti sulla balaustra e guardavamo il sole nascondersi dietro le antenne e le gru. Costruivano come forsennati. Non facevano altro. Un palazzo dopo l’altro. Uffici e fabbriche ormai riempivano ogni metro quadrato tra via Newton e il Raccordo. Vada a farsi un giro. Dopo lo straripamento del 2012 la gente l’avevano deportata nei quartieri dormitorio sull’Ostiense. Lo conosce lei l’oleificio abbandonato della Magliana?” (Estratto dalla testimonianza rilasciata nel marzo 2014 da Maristella Diamante).
“Ho vissuto con Alberto Amodio per un anno. A quanto ricordi era un tipo tranquillo, mai un problema. Pigro. Ma nel complesso era un ottimo coinquilino. Quando ho letto sul giornale che lo accusavano di essere il responsabile di quei reati sono rimasto impietrito. Ma i vicini dei serial killer non dicono sempre che erano delle bravissime persone, salutavano, aiutavano le vecchiette ad attraversare la strada e dal loro appartamento proveniva uno strano silenzio?” (Estratto dalla testimonianza rilasciata nel marzo 2014 da Franco Chialastra).
“Sapevo che non andava d’accordo con il patrigno. E che con la madre praticamente non aveva rapporti. Ho conosciuto la sua sorellastra. Ci siamo scambiati qualche parola, niente di più di qualche banalità sul tempo. Ricordo solo che era vestita in un modo, be’, originale per una con tanti chili10 in sovrappeso. Quanto a Alberto, non posso credere che abbia torturato quella ragazza in un modo così atroce. E che abbia fatto sparire anche quelle due ragazze! È orribile! Ma del suo complice, non se ne parla più? È mai esistito? Comunque, avevo affittato una stanza in un appartamento al Torrino. Sì, certo, prima del 2012. Adesso è un acquitrino fino a Ostia. È la kasba. Nessuno ci vivrebbe. Nessuno con un minimo di possibilità di scelta, voglio dire. Alberto passava molto tempo a leggere e a dormire. Vedevamo spesso Benny Hinn in televisione insieme. Lo registravamo per godercelo con calma. Ho sempre amato i momenti di preghiera collettiva, possiedono un che di catartico. Ci piacevano anche le televendite dei coltelli Miracle Blade dello chef Tony. Nei miei riguardi Alberto si è sempre comportato in maniera corretta. Non eravamo amici, ma non abbiamo mai avuto uno screzio. No, non mi ha mai parlato di quello che gli faceva fare la mamma…” (estratto dalla testimonianza rilasciata nel marzo 2014 da Dante Parmeggiani).
Fu nella villetta di Santa Marinella che la sperimentazione raggiunse l’apice.
Subcomandante aveva in serbo per loro nuovi e sconfinati oceani di dolore.
Quando Cinzia non poté più muoversi liberamente, le rare volte che anche Subcomandante li lasciava soli, Alberto si aggirava per gli ambienti vuoti e gli capitava di soffermarsi a riflettere su quanto si fossero spinti all’eccesso, quanto avessero premuto sull’acceleratore. Il bagno assomigliava allo sgabuzzino di un ospedale di Medici Senza Frontiere, tanto era colmo di flaconi e siringhe. Sporcizia incrostata ovunque.

3La villa era un edificio cadente e funereo sul lungomare, fatiscente come solo le abitazioni prettamente estive sanno esserlo.
Se il vento spirava verso l’entroterra, il mare arrivava sino al cancello, penetrando nel giardino incolto, dove due palme rachitiche facevano da guardia. Le strutture di metallo arrugginivano e il cibo non si scaldava mai. La carta di giornale si disfaceva nei tombini.
Durante le sue passeggiate Alberto osservava le facce smunte dei pochi residenti, respirava il tanfo salmastro a pieni polmoni e si lasciava investire dalle raffiche appiccicose, le mani affondate nelle tasche.
Nel frattempo Cinzia putrefaceva.
Interrogato più volte, Amodio ha sempre riferito di non avere ricordi coerenti di quei giorni. La penombra, soprattutto. Il sole che raramente penetrava attraverso la cortina di nuvole ferrigne, la luce delle lampadine e i suoi occhi dolenti trafitti da spille, questo rammentava. Era un cane rabbioso, si sentiva così maledettamente fuori luogo!
Chiunque, a parte lui, era riuscito a ottenere delle soddisfazioni. I suoi vecchi amici, anche i più miseri e incapaci figli di puttana avevano, nel bene o nel male, realizzato qualcosa. Chi si era sposato, chi aveva trovato un lavoro, chi magari era scappato all’estero nella speranza effimera di una vita migliore (finendo per vivacchiare e morire di tristezza).
Invece lui, Alberto Amodio, si era distratto appena una decina d’anni e si era ritrovato solo. La sociopatia era ormai talmente proliferata nella giungla della sua mente che anche i suoi più intimi confidenti, i compagni di sempre, l’avevano abbandonato. Trascorreva ore e ore senza parlare, arrovellandosi in centinaia di pensieri che poi riversava in maniera compulsiva sul primo malcapitato.
Non bisogna scordare che su di lui incombeva l’ala nera della malattia.
Un uomo senza futuro è un uomo pronto a qualsiasi follia. Non teme più il giudizio.
Per contrastare i disturbi del sonno Alberto assumeva il Roipnol.
Gli sembrava di galleggiare, di muoversi al rallentatore in un mondo fittizio. È tipico dei paranoici smarrire la capacità di discernimento.
Un interrogativo lo tormentava: qual era la sua posizione sentimentale nei confronti di Cinzia? La amava? Di sicuro non le era più indifferente come un tempo, quando la considerava solo un oggetto.
Sembra assurdo a oggi sostenere che la Santini, stordita dagli antidolorifici e dalla macedonia di sostanze che Subcomandante le iniettava, conservasse la lucidità per corroborare e accrescere il castello di menzogne che aveva imbastito a uso e consumo di Alberto.
Eppure a quanto pare la ragazza non cambiò mai versione.
“Cinzia fino alla fine ci diceva di andare avanti, di massacrarla” (estratto dall’ultimo interrogatorio, aprile 2014).
A guidare le fila di quel dramma a due protagonisti si era aggiunto Subcomandante (soprannome affibbiatogli da Amodio dal momento che li stava11 guidando verso un’ulteriore conoscenza dei loro limiti), venuto a contatto con la coppia in circostanze mai chiarite e il cui ruolo nella morte della Santini attualmente resta un interrogativo.
L’esistenza stessa di questo terzo personaggio è messa in dubbio dagli inquirenti e d’altra parte Alberto non è mai riuscito a fornire valide prove riguardo all’effettiva presenza di questo fantasma sul luogo dell’omicidio.
A domanda sull’identità di Subcomandante, Amodio risponde: “L’avevamo conosciuto al luna park dell’Eur, nel tunnel dell’amore. Era nella barchetta dietro di noi e ci aveva sentito parlare. Ci adescò dicendo che avrebbe potuto insegnarci qualcosa. Non ho mai saputo il suo nome, lo chiamavamo semplicemente così, Subcomandante” (estratto dal primo interrogatorio, febbraio 2014).
In riferimento alla sua descrizione fisica, Amodio dichiara: “Era alto e magro come una cicogna. I capelli nerissimi e sempre appesantiti dalla gelatina. Aveva l’aspetto di un nazi” (estratto dal primo interrogatorio, febbraio 2014).

7Aggiunge: “Aveva una grande cultura. Conosceva la chirurgia degli inquisitori e i più squisiti particolari del supplizio. Diceva che solo attraverso una reale dominazione sul ‘materiale’ il medico e la vittima si sarebbero elevati a un grado di illuminazione trascendente. Sapeva amputare un arto e cauterizzare la ferita in pochi minuti. Cinzia restò cosciente fino alla fine, mentre il suo corpo veniva sezionato pezzo dopo pezzo e svuotato. Lei provava piacere dall’essere smembrata. Fatelo, fatelo, fatelo, ripeteva come un mantra” (estratto dal primo interrogatorio, febbraio 2014).
Mesi dopo Alberto affermò: “Subcomandante diceva di aver acquisito una notevole esperienza grazie all’attività che svolgeva da qualche anno. E che per affinare la sua tecnica necessitava di esperimenti continui. Il suo scopo era tenerla in vita il più possibile. Ci riuscì per un periodo di tempo che ha dello strabiliante.” (Estratto dal secondo interrogatorio, marzo 2014).
Amodio non è mai riuscito a quantificare effettivamente questo “periodo”.
È indubbio che l’inverosimiglianza di queste testimonianze porti a supporre che il terzo uomo non sia mai esistito, che non fosse altro che il frutto dell’immaginazione dello stesso Amodio, ormai palesemente dissociato. Purtroppo la confusione mentale in cui lo scrittore era precipitato al momento dell’arresto e la curiosa quanto inspiegabile titubanza ad affrontare l’argomento durante i colloqui successivi non ci ha consentito di fugare le perplessità.
Quando il cadavere di Cinzia Santini fu rinvenuto nella villetta di Santa Marinella (affittata telefonicamente con un nome di fantasia e pagata una12 cifra irragionevole per la stagione) erano state compiute su di lei amputazioni chirurgicamente ineccepibili. Le ferite erano state disinfettate e suturate da qualcuno indubbiamente pratico del mestiere. Non risulta che Amodio avesse tali conoscenze. Per scrivere il suo romanzetto doveva avere studiato qualche rudimento di anatomia, ma si trattava con ogni probabilità di un’infarinatura. Amodio era uno scrittore, aveva una preparazione vaga su una moltitudine di argomenti, ma nello specifico e approfonditamente non sapeva quasi nulla. Perlomeno in ambito scientifico.
Nel sangue della vittima erano inoltre presenti tracce di un mix di farmaci fuori commercio e a solo appannaggio degli ospedali.
Immediatamente dopo il decesso di Cinzia, Alberto ebbe un down psichico devastante. Venne colto da una diarrea tremenda e da una cefalea che nessun antidolorifico riusciva a placare. La sofferenza era ormai per lui un fattore endemico.

4Fu in questo stato d’animo che si mise in macchina alla volta del paese natio di Cinzia. Desiderava visitare i posti che la sua donna gli aveva descritto e che erano stati teatro dei suoi traumi adolescenziali, solo così la sua esperienza di dominazione sarebbe stata compiuta. L’avrebbe posseduta anche nel ricordo, introiettandola per sempre.
Non era emotivamente preparato a quello che lo attendeva.
“Era morta. Mi fermai nel centro del salone, di fronte al podio che avevamo installato per lei e rimasi imbambolato. Ebbi l’impressione di guardare me stesso da un altro punto della stanza, come se mi fossi sdoppiato. Se non avessi saputo che era Cinzia non l’avrei riconosciuta. Nemmeno sua madre avrebbe potuto farlo. Non era niente altro che un pezzo di carne. Umanamente mi faceva lo stesso effetto di un quarto di bue sul banco del macellaio. Di Subcomandante nessuna traccia: era scomparso e con lui le sue pozioni lenitive. Cinzia aveva trascorso le sue ultime ore di vita a urlare a squarciagola. Per il dolore, suppongo. O per la consapevolezza. Se avesse avuto ancora un cervello credo che mi avrebbe odiato” (dalla memoria difensiva incompiuta di Alberto Amodio, ultima pagina).
Sintesi del rapporto di autopsia stilato dal dottor Francesco Piana dell’istituto medico legale di Roma: “Io e i miei collaboratori abbiamo rinvenuto sul cadavere, o almeno su ciò che ne restava, una serie impressionante di ferite da arma da taglio e bruciature. La donna aveva subito l’amputazione di tutti e quattro gli arti, rispettivamente all’altezza delle spalle e delle anche, sicché quello che ci trovammo a esaminare era semplicemente il tronco e la testa. Il cranio era stato rasato, aperto e parzialmente svuotato. Supponiamo che l’estrazione della materia cerebrale sia avvenuta dapprima penetrando nella scatola cranica attraverso un foro e incidendo le circonvoluzioni, 8susseguentemente utilizzando uncini metallici (interruzione di alcune righe). Gli organi genitali della vittima erano talmente devastati che non è stato possibile appurare se sia stata commessa violenza sessuale. Il tampone non ha rivelato la presenza di DNA diverso da quello della signorina Santini (interruzione di alcune righe). Il decesso è avvenuto con quasi assoluta certezza per arresto cardiocircolatorio. Gli esami istologici confermano che le sevizie sono state lente, meticolose e protratte per diversi giorni. La zona addominale era stata quasi totalmente svuotata, al posto degli intestini abbiamo recuperato numerosi corpi estranei: garze, segatura, silicone e persino del fango e un mozzicone di sigaretta. Le analisi del sangue e delle urine hanno rilevato, oltre a una quantità veramente impressionante di sostanze anestetiche e antibiotici, la presenza di aldeide formica e di carbonato idrato di sodio, comunemente chiamato natron. Abbiamo datato il momento del decesso tra le dieci e mezzogiorno del mattino del 5 febbraio 2014 (interruzione di alcune righe).
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17 pensieri su “Memoria liquida III

  1. Un capitolo sconvolgente con una descrizione, del fondo umano, terribile e che sembra veritiera. Ci nascondiamo dentro la quotidianità che ci accompagna e conforta e non guardiamo intorno.
    Ho letto, seguendola fino adesso, in silenzio.
    Notevole proprio.

    Buona domenica

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  2. Ma è orribile.
    Un omicidio terribile prodotto da una mente malata.
    Quello che voglio dire, caro Ninni, è che grazie alla tua scrittura mi hai costretto a rabbrividire.
    Non sono facile a queste emozioni.
    Maronna, sei proprio bravo

    Buona domenica milord.
    Un caro saluto dalla partenope Capitale

    Dudù

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  3. Credimi, mi intendo moltissimo di gialli e di thriller.
    Questo è bellissimo. leggo da un’ora e dei tre capitoli questo è bello duro.
    Sei bravo. Verrò spessissimo.
    Buona domenica

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  4. Allucinante! Ma sai qual’è la cosa che mi è piaciuta di più? Il modo distaccato di raccontare il fatto. Senza lasciarti andare ad eccessiva teatrale drammaticità, senza sottolineare l’orrore di cui è intriso tutto il racconto. Ti sei limitato ad esporre i fatti con puntigliosa esattezza, come un cronista attento ma che ormai ne ha viste tante che non ci fa più caso. E questo rende il tutto più agghiacciante.
    Veramente bravo!

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  5. Un assassino che ha ottenuto, grazie a un altro, quello che voleva, Sub comandante. Anche l’ignoto chirurgo provava piacere per tutto questo.Ho capito che è iniziata l’indagine, perchè leggo i rapporti tra parentesi.
    Ma questo, caro mio, è un capitolo veramente forte.
    Un pazzo maniaco tremendo.
    Buon pomeriggio.

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  6. Caro milord ho accompagnato due amici malati terminali per AIDS uno era emofilico Giorgio l altro gay Luca. Entrambi chiedevano solo di essere toccati baciati accarezzati o stretti senza guanti.io non so perché ma questa storia scritta divinamente mi pesa scusatemi ma salto il giro.un caro saluto 😊

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  7. Se mi permettete per questa volta e solo per questa, vorrei ringraziarvi tutti in modo indistinto per essere passati, aver letto e avermi regalato i vostri commenti, apporti e/o suggerimenti.
    Spero di non deludervi.

    Lascio un pensiero che, indirettamente, si ricollega al prossimo capitolo.

    Quand’é che, uno schema percettivo, diventa coscienza?
    Quand’é che, una ricerca diversa, diventa una ricerca per la verità?
    Quand’é che, una “simulazione” di umanità, diventa una particella “amara” di un’anima?

    Nota quello che nessun’altro nota e saprai quello che nessun’altro sa.

    Un grazie sincero.
    Buona notte a tutti

    .-)

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    • Teatro del Milord

      PROSSIME USCITE DI “MEMORIA LIQUIDA”:
      Salvo problemi dell’ultima ora, oppure, per sopravvenuta premorienza

      – Oggi Lunedì 12 Ottobre;
      – Mercoledì 14 Ottobre;
      – Venerdì 16 Ottobre;
      – Domenica 18 Ottobre;

      Grazie

      (Da intendersi quale calendario per la settimana. La Direzione del Blog si riserva di apportare modifiche, aggiunzioni o cancellazioni al suddetto programma).

      Radij Oshy Tah

      😉

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  8. Ho i brividi, non amo molto questo tipo di letture ma devo ammettere che è scritto benissimo, che non lascia spazio al respiro, toglie letteralmente il fiato.
    Grazie a voi Milord avrò gli incubi questa notte!!
    Saluti, Patrizia

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  9. Nella prima parte mi ha suscitato le stesse sensazioni che provai da pre-adolescente con Cristiana F. ” Noi i ragazzi dello zoo di Berlino”. Davvero puntigliosa e precisa la descrizione del disagio fisico e psichico dei protagonisti. Mella seconda parte un thriller efferato. Devo dire che ne sono rimasta colpita. Senza respiro. Un’atmosfera nera e avvolgente, cosi’ stretta dalla quale non si esce. Complimenti.

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