Memoria liquida IV

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1A bordo della sua Fiat, Alberto Amodio si allontanò da Santa Marinella in uno stato di profonda confusione.
La piccola località marittima gli apparve più malinconica del solito.
I box degli stabilimenti si allineavano lungo la battigia color cenere come i muri di un cimitero e le strade erano delle desolate lingue di solitudine, attraversate unicamente da cani randagi e gatti moribondi.
Barricato nei suoi dedali, liberando appena la soglia della percezione per interagire con i comandi dell’auto, Amodio lasciò il litorale per imboccare l’autostrada per Roma. Ma la sua direzione non era la città, bensì l’autostrada in direzione sud.
Mai si era sentito tanto vuoto e infelice, nemmeno nelle ore immediatamente successive alla scoperta di essere sieropositivo. Quel dramma che gli aveva sconvolto l’esistenza sembrava essergli accaduto eoni prima.
Subcomandante apparve fugacemente nei suoi pensieri per poi tornare ad assumere i lineamenti di uno spirito. Non sapeva dove si fosse cacciato e non gli importava. Niente gli importava, ma non si sarebbe mai fatto arrestare. E di sicuro non sarebbe diventato un latitante… quindi, la scelta sembrava obbligata.
Sapeva cosa l’avrebbe aspettato in carcere e non aveva intenzione di spegnersi dietro le sbarre, divorato dal suo male, atterrito dallo spazio che andava restringendosi, come se la cella gli collassasse addosso. Cinzia era morta e lui l’avrebbe seguita prima che fossero riusciti a mettergli le mani addosso.
Stringeva il volante tanto da rendere bianche le nocche. Dentro di lui un bozzolo di ansia. Provò a fare un paio di lunghi respiri, ma i crampi lo costrinsero a inchiodarsi al sedile.
Accostò in un parcheggio sulla destra e si immobilizzò, lo sguardo fisso di fronte a sé. Il bozzolo aveva estratto gli aculei.
Chiuse gli occhi.

2Sognò i rospi che faceva scoppiare con Maristella, solo che la sua sorellastra aveva il viso di Cinzia.
Qualcuno stava picchiettando sul finestrino con un oggetto metallico. Alberto si destò e cercò di sollevarsi dalla sua cuccia. Nel sonno si era rannicchiato sul fondo del sedile. La luce si era molto affievolita rispetto a quando si era fermato, doveva aver dormito ore.
Fuori c’era un uomo di mezza età che assomigliava a Marco Diamante.
Il coglione produceva il rumore con la punta di una chiave e sfoggiava un sorriso da rappresentante. Alberto gli fece cenno di attendere e abbassò il finestrino.
“Mi scusi” disse quello. “Tutto bene?”
La situazione era così grottesca e irreale che a Alberto venne da vomitare. Il parcheggio era deserto, eccezion fatta per l’auto del torturatore con i fari sparati sulla campagna e il motore acceso. Alle loro spalle scorreva un traffico rarefatto.
“Sì, sì, tutto bene. Stavo solo riposando” rispose Alberto.
“No, ecco… non volevo disturbarla, di solito non lo faccio…”
“Certo, certo” disse Alberto.
La voce del maledetto si attutì quando il vetro si chiuse.
Vaffanculo, pensò.
Avviò il motore e si allontanò sgommando.
L’incontro con il rappresentate gli aveva fatto tornare in mente sua madre e il suo nuovo compagno. Detestava quell’uomo, l’avrebbe visto con piacere in una bara.
Sorridendo si disse che, morto più morto meno, uno o due omicidi sul groppone, in definitiva la sua posizione processuale sarebbe stata lo stesso insostenibile: perché allora non togliersi lo sfizio e irrompere nella villetta della mammina e del chirurgo estetico per fare una mattanza coi fiocchi? Maristella l’avrebbe risparmiata. Lei sì. A Maristella aveva voluto bene. Anche se quella cicciona proprio non sapeva vestirsi.

3Che tempi quelli delle iniezioni di acido ialuronico! Eroici! Nei cessi dei ristorantini alla moda… ci pensò in un fiotto di nostalgia.
Poi l’ennesima ondata di inquietudine lo pervase.
Durante i primi cento chilometri alzò la radio al massimo per stordirsi e impedirsi di pensare. Inutile. Ciò che per tutti quei mesi gli era stato poco chiaro, adesso iniziava a focalizzarsi: le motivazioni. Non ce n’erano. O forse sì? Gli era molto, molto difficile prestare attenzione al proprio flusso di coscienza.
Indemoniato, si era preoccupato solo di coronare il suo ideale di dominazione. Anelava a trasporre su un soggetto esterno la vergogna che aveva provato da bambino per colpa di sua madre. Alberto cercava un posto nel mondo. Correva parallelo alla vita degli altri senza mai incrociarla.
I ragni, mamma, i ragni che vedevi muoversi sul materasso, te li ricordi? O non ci pensi più? Adesso che hai Marco Diamante, che hai le tue operazioni e vivi in una bella casa oltre il perimetro della zona allagata, adesso che ti illudi di essere felice, adesso di me e di papà proprio non hai alcuna memoria, vero?
Però noi c’eravamo quando le notti erano infinite, quando piangevi perché le tue giunture scrocchiavano e anche un sussurro ti faceva scoppiare la testa.
Quando mi costringevi a vestirmi da femmina.
E i miei giocattoli sparivano mentre ero a scuola. Sostituiti da bambole e lucidalabbra alla mela.
“Non vuole essere una giustificazione, ma andate a cercare il pupazzo anatomico con la testa da maiale con il quale mia madre mi mostrava come avrei dovuto toccare una donna per darle piacere…” (dalla memoria difensiva incompiuta di Alberto Amodio, ultima pagina).
Nonostante i bassi pompassero a dovere e l’abitacolo si fosse trasformato in una baraonda, Alberto vide Subcomandante, lo vide così chiaramente che mai più sarebbe riuscito a inquadrare quelle fattezze tanto bene.

4Lui e Cinzia erano appena usciti dal tunnel dell’amore. Sulla barchetta, all’altezza della ricostruzione in plastica del far west, lui aveva provato a prenderle la mano, ma lei si era ritratta.
“La tua malattia…” gli aveva detto Cinzia all’orecchio, facendogli il solletico.
“Perché le maschere, Cinzia?”
“Non lo so. Fu una mia idea, un’intuizione, la proposi per e-mail e le altre accettarono. Le mettemmo sin dal primissimo incontro. Così potevamo essere noi stesse, ma allo stesso tempo era come se non lo fossimo. Come se parlassimo per conto di altre.”
“Perché le hai lasciate?”
“Perché ho conosciuto te.”
“Dovrei esserne lusingato?”
“Non lo so, tu che dici?”
Era stato il trauma dell’eccidio della sua famiglia che la spingeva a comportarsi in quel modo? La Creatura della Ferrovia l’aveva ingannata. La sua vita dopo non era stata così splendida come le aveva giurato.
“Ci pensi mai?”
“A cosa?”
“Alla casa rosa. Al ragazzo davanti alla TV.”
“Raramente…”
“E a quello che successe dopo?”
“Alberto, hai finito con l’interrogatorio?”
“Ti senti felice?”
“Sì.”
“Potrei anche ucciderti, ci hai mai pensato?”
“Certo.” Un fremito le fece accapponare la pelle. “Non devi avere nessun limite e nessun rispetto per me.”

5In quel momento stavano attraversando la zona horror. Uno zombie e un Dracula di cartapesta li salutavano rigidi. Alberto disse che quei mostri assomigliavano molto ai modelli usati da sua madre quando lavorava.
Dagli altoparlanti sfondati fuoriuscivano suoni gracchianti.
“Siamo coltivatori di scogli, Cinzia. Stiamo facendo solo cose inutili” disse Alberto.
Anche l’acqua sembrava di plastica.
Una volta fuori si diressero verso il camion dei panini. Nell’aria profumo di carne arrostita e olio fritto.
Il frastuono dei gruppi elettrogeni era insopportabile. Il sistema nervoso di Cinzia era alterato e sensibilizzato dagli steroidi, per lei era una sofferenza stare in mezzo alla gente, mal sopportava un tale sovraccarico di percezioni. Tutto rimbombava.
“Sulle prime pensai che quel tizio volesse proporci un’operazione per un nuovo foro a prezzi modici… ormai era così in voga che ogni tanto capitava…” (estratto dall’ultimo interrogatorio, aprile 2014).
Subcomandante, che li seguiva da un po’, li avvicinò in quel momento, mentre Alberto ordinava due panini con la salsiccia, che presumibilmente Cinzia avrebbe vomitato appena rincasati.
All’altezza di Avellino, Alberto prese una decisione.
Le telecamere della stazione di servizio mostrano questo ragazzo dall’aspetto trasandato e la barba incolta, i capelli ricci arruffati, avvicinarsi alla cassa del bar e acquistare una ricarica per il cellulare. Si sofferma pochi secondi davanti alla zona riviste, ne sfoglia distrattamente un paio, quindi esce, la testa incassata nelle spalle.
Il circuito lo segue all’esterno, nel mezzo del parcheggio con i tir fermi in lontananza.
Fa una chiamata.

6Di seguito la trascrizione della telefonata effettuata da Alberto al 112, datata 5 febbraio 2014, ore ventuno e tre minuti. Il tono dell’addetto al centralino è calmo, professionale, Amodio invece riesce a malapena a parlare.
“Pronto, Carabinieri…”
“Sì, ecco… Volevo segnalare la presenza di un cadavere…”
“Un cadavere, è sicuro?”
“Sì.”
“L’ha trovato lei?”
“Sì.”
“Dove si trova?”
“Santa Marinella…”
“Mi dà l’indirizzo?”
(Alberto ha un momento di esitazione. Poi glielo dice, compreso il numero civico, che risulterà sbagliato).
“Lei adesso dove si trova?”
“Senta… andate lì… troverete Cinzia…”
“Può cortesemente fornirmi i suoi dati?”
(Interrompe la comunicazione).

Immediatamente dopo, ore ventuno e cinque, Alberto inviò un sms a Maristella con il seguente testo: “Volevo solo che qualcuno mi indicasse cosa fare. Non sono cattivo, io sono una bella persona…”
Quindi risalì in macchina, fece il pieno e proseguì il suo allucinato viaggio verso l’ultimo lembo dell’Italia.
I pensieri ridotti a una matassa bagnata.

7Nicoletta Mori aveva vent’anni e faceva la cameriera nella pizzeria-trattoria “La Fattoria” di proprietà di suo cugino Nicola, emigrato anni prima da un paesino in provincia di Potenza. Il mercoledì – come tutti gli altri giorni, del resto – staccava all’una, coi piedi gonfi e il solo desiderio di accucciarsi al calduccio sotto le coperte. Lo stesso fece quel 5 febbraio 2014. Era stata una serata come tante.
Anche se la posizione del ristorante non era delle più felici – sulla Mattia Battistini a un centinaio di metri dalla discarica per rifiuti speciali dell’AMA – il locale si avvaleva di una solida e affezionata clientela di quartiere.
Nicoletta si divideva tra quel lavoro e gli esami del secondo anno in Scienze della Comunicazione. Voleva diventare una regista. Era una bella ragazza: slanciata, proporzionata, occhi smeraldo dal taglio asiatico.
Il suo fidanzato Domenico, inizialmente accusato del rapimento, torchiato per ore e risultato del tutto estraneo ai fatti, per campare insegnava prepugilistica in una palestra di Centocelle. Quella sera Domenico era in compagnia di due suoi amici e si stavano sfondando di lasagne e vino rosso da Pippo, un ristorantino sulla Laurentina semisconosciuto ai più. Dopo cena i tre erano andati a farsi un paio di bicchieri in centro. Mezzo mondo l’aveva visto a piazza Trilussa.
Intorno alle dodici e cinquanta Nicoletta aveva salutato suo cugino, la moglie Maria – una donna sciatta perennemente incazzata col mondo e impegnata a ingrassare come un maiale tibetano – il cameriere Romolo (che le faceva un filo vergognoso e le guardava in continuazione le tette), era balzata in sella al suo scooter ed era scomparsa nella nebbiolina gelida di Primavalle.
Nessuno la vide mai più.
Il suo Liberty 125 venne ritrovato due giorni dopo tra la boscaglia della Pineta Sacchetti. Nei pressi del motorino la polizia rinvenne anche il suo portafogli, senza documenti ma con tutti i soldi e il suo guanto destro (gli esami sull’indumento non hanno evidenziato la presenza di DNA estraneo). Qualcuno aveva sotterrato alla buona il guanto mancante in una vasca di gerani sul terrazzo di Alberto Amodio.
Per il resto, Nicoletta sembrava precipitata in uno strappo temporale.
Quella stessa sera, a mezzanotte e mezza circa, i Carabinieri del comando di Civitavecchia irruppero nella villetta di Santa Marinella. Nemmeno un’ora dopo la telefonata anonima avevano già il nominativo dell’intestatario della scheda da cui era partita la telefonata, un certo Alberto Amodio, fino ad allora sconosciuto alla legge. Il numero civico errato corrispondeva al rimessaggio La bella spiaggia: il proprietario trascorse il quarto d’ora più brutto della sua vita quando venne buttato giù dal letto e chiamato d’urgenza dai militari. Si profilava per lui l’accusa di occultamento di cadavere, se non peggio. Marco Ceccarelli, settant’anni, due bypass e una passione per i gommoni, ebbe un malore e per poco non ci lasciò le penne prima ancora di arrivare in ospedale.
La “villa dell’orrore”, come si sbrigarono a ribattezzarla senza molta originalità i media, si trovava a un centinaio di metri dal rimessaggio. I Carabinieri fecero qualche domanda ai vicini, i quali riferirono di strani movimenti, di gente che andava a veniva, di “brutte facce, facce di tipi che hanno qualcosa da nascondere”.
A insospettire ulteriormente gli uomini dell’Arma furono un paio di sacchetti di plastica della GS lasciati all’interno del giardino, ma vicino al cancello, ben visibili anche dalla strada. All’interno risultarono esserci siringhe usate, bende, lacci emostatici, scatole vuote di aspirina e fiale di anestetico. Un vero focolaio di prove biologiche.

8Senza attendere oltre il maresciallo Ferrauto e l’aiutante Fontana, accompagnati dall’appuntato Picchi, presero l’eroica decisone di sfondare la porta.
“La luce era staccata, sicché dissi all’appuntato di cercare il quadro elettrico. Poi ci ripensai: c’era il rischio di inquinare le prove se il ragazzo se ne fosse andato a zonzo per il giardino. Qualcosa vedevamo perché ci eravamo portati dietro le torce. Il corridoio d’ingresso era quasi interamente spoglio. Forse un quadro, un mobile, non ricordo. L’aiutante Fontana ci fece notare che c’era puzza di pollo bruciato. Le prime stanze che incontrammo erano pressoché vuote. Entrando nel bagno del piano terra i fasci delle nostre torce illuminarono un ambiente di cinque o sei metri quadrati: sul bordo del lavandino c’erano flaconi di medicinali e fazzoletti sporchi di sangue. Non toccammo niente e, piuttosto scossi, raggiungemmo il salone. La visione di quel corpo straziato mi resterà impressa per tutta la vita. Il cadavere era ridotto a un troncone. Era posizionato al centro della sala, su una specie di piedistallo. Avvicinandomi mi accorsi che il supporto che lo sorreggeva era stato innestato chirurgicamente tra i glutei. Il mobilio era stato spostato in una camera adiacente. La ragazza aveva la testa rasata inclinata da un lato. Per un istante il fascio della mia torcia finì all’interno del suo cranio aperto. Più in basso la pelle era macchiata, si erano accaniti soprattutto sulla zona genitale e addominale: il sangue era coagulato, ma lo squarcio nel ventre si distingueva anche nella penombra. Poi c’erano i moncherini… non vedevo niente del genere dai tempi della piena del 2012, quando estraemmo i corpi dalle macerie del quartiere Ponte Milvio…” (estratto dalla testimonianza del maresciallo Ferrauto, marzo 2014).
Ignaro della deflagrazione mediatica che aveva innescato, Alberto si apprestava ad affrontare il tratto appenninico. Aveva deciso di uscire dall’autostrada per evitare le telecamere ai caselli.
Tenendo alcune città come riferimento avrebbe prima o poi raggiunto al sua destinazione, avesse dovuto vagare di paesino in paesino.
Nella sua testa la scissione era quasi completa.
Da una parte c’era lui che guidava e vedeva i rospi che si ammassavano sul bordo della carreggiata. Salivano uno sull’altro, si schiacciavano, rotolavano in avanti cadendo come sacchetti pieni di terra, si capovolgevano mostrando il ventre bianchiccio e molle.
Dall’altra parte c’erano le immagini di sua madre, del pupazzo anatomico, di suo padre…
(La tendenza al suicidio è ereditaria.)
…Di Marco Diamante, di Subcomandante, di Cinzia… e di milioni di altri individui che a vario titolo avevano avuto un ruolo nella sua personalissima recita. Gli scorrevano davanti come in un film, il parabrezza era diventato uno schermo cinematografico.
Cosa avrebbe trovato dall’altra parte?
(Cinzia.)

9Il senso di onnipotenza di cui aveva beneficiato durante tutto l’arco della loro relazione era stato una droga.
Le sue gesta sarebbero state imitate? Chissà in quanti sognavano di scivolare a un livello così infimo e ignobile, ma non avevano il coraggio di rompere gli schemi. Chissà in quanti, pur di uscire dall’anonimato delle loro misere vite, avrebbero preferito essere ricordati come i figli di Satana, piuttosto che sprofondare nell’oblio. Il nome di un assassino. Ma un nome marchiato nell’eternità. (La tua faccia su Internet, per sempre.) Mosse il collo cercando di rilassare i muscoli. Una donna stava parlando. La sua voce era un suono impastato. Un uomo nascosto dietro un uscio. Gli occhi di un bambino.
(Sei tu!)
“Tuo padre era un gran lavoratore. Altezza e corporatura media, né bello né brutto…”
(Proprio il contrario di Marco Diamante!)
“…parlava poco. È stato veramente drammatico il modo in cui ha deciso di andarsene. Come si chiamava?”
“Praticamente era un omino grigio in un film a colori. Lo odiavo, ma non ricordo perché.”
Si vide nella sua cameretta carica di poster e fumetti. Seduto con le ginocchia al petto, gli occhi sgranati, intento a dilaniarsi le unghie.
Eccolo giunto…
(Sei tornato…)
…finalmente…
(…a quando tutto...)
…nella parte più profonda dell’abisso.
(...è cominciato.)
Lì c’era sua madre, giovane e bellissima prima della chirurgia plastica, il viso austero tirato dai nervi. Con un’espressione di ripugnanza gli stava mostrando il ventre del pupazzo anatomico.
“Hai gonfiato la mia pancia e mi hai fatto piangere e soffrire…”

10Suo padre osservava seminascosto dietro la porta socchiusa come un Peeping Tom impotente e inutile.
“Quando avrai voglia di accarezzare una donna devi farlo delicatamente. Così, vedi? Devi sfiorarla appena…”
“Un pupazzo con la testa di maiale? Non so di cosa stia parlando…” (estratto dalla testimonianza di Giulia Diamante, madre di Alberto, aprile 2014).
“Amodio non era mica schizofrenico. Diciamo che fu solo dopo la morte della Santini che si rese conto della gravità delle sue azioni. È innegabile che avesse subito dei traumi nell’infanzia. Per anni aveva covato la vergogna nelle più ambigue e segrete stanze della sua coscienza. In genere si riscontra una certa propensione alla piromania in soggetti instabili come Amodio. In lui invece esisteva un gusto per la distruzione molto più morboso. Molto più razionale. Durante il viaggio verso il Salento si rese conto che la realtà oggettiva era diventata insopportabile” (Traccia di Memoria codice #541429 attribuita all’Ispettore).
“Balla per me” gli diceva sua madre prima che il marito tornasse dal lavoro. “Muoviti così, sbrigati… balla per me, piccolo verme…”
Il vestitino rosa a fiorellini che lei l’aveva obbligato a indossare gli stava a malapena. Le sue gambette ispide da adolescente spuntavano da sotto la gonna. Intanto girava su se stesso in piedi sul tavolo, batteva i tacchi, piroettava reprimendo il pianto e cercando di sentire la musica dentro di sé, mentre la mammina lo applaudiva, le mani sporche di cartapesta. I modelli incombevano negli angoli come pipistrelli addormentati.
“Bravo, bravo, verme, bravo!”
Approssimativamente quando il maresciallo Ferrauto e i suoi prodi compagni forzarono la porta della villetta di Santa Marinella, Alberto attraversò il confine ideale che separava la Campania dal territorio pugliese. Adesso doveva dirigersi a sud senza esitazione, fino alla fine della penisola. Si trovava già a quattrocento chilometri da ciò che restava di Cinzia.
Più o meno.
La seconda scomparsa che venne erroneamente attribuita a Amodio fu quella di Vittoria Spada, diciannove anni, apprendista parrucchiera nel salone di bellezza Venus Fashion in via di Affogalasino. La Spada abitava poco distante e dopo il lavoro era solita intrattenersi con gli amici per un aperitivo o una pizza.
La sera di quel cinque febbraio aveva cenato con altre tre persone in un locale della zona, poi si era allontanata a bordo della sua Golf, lasciandosi alle spalle una scia di musicaccia dance.
Parcheggiò a pochi metri dal portone, tanto che un’inquilina affetta da insonnia cronica la vide scendere dall’auto e dirigersi verso il palazzo. Le due si scambiarono un cenno di saluto con la mano. Erano circa le ventidue e trenta.
Vittoria Spada non raggiunse mai l’appartamento dei suoi genitori e non risalì in macchina. Semplicemente, si volatilizzò nel percorso tra l’ingresso principale e l’ascensore. Solo il suo mazzo di chiavi riapparve poco tempo dopo nella tasca anteriore del fodero di una chitarra. Dove? Ovviamente nell’appartamento della Montagnola di Alberto Amodio, assieme al guanto sinistro di Nicoletta Mori!
“Glielo giuro, non sono stato io. Non so nemmeno chi siano quelle persone!” (Estratto dal primo interrogatorio, febbraio 2014).
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35 pensieri su “Memoria liquida IV

  1. Quand’é che, uno schema percettivo, diventa coscienza?
    Quand’é che, una ricerca diversa, diventa una ricerca per la verità?
    Quand’é che, una “simulazione” di umanità, diventa una particella “amara” di un’anima?
    Nota quello che nessun’altro nota e saprai quello che nessun’altro sa.

    Cordialità

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  2. Sono angosciata.
    Tutto è così pieno di miasmi e di aria infetta, malata, impossibile.
    Sono al buio e ho paura, quasi terrore.
    Alberto, Alberto l’assassino infame … costretto da sua madre la vera infame.
    Tanto sano non era.

    Sento angoscia e dolore.
    Ninni sei divino. Questo capitolo mi ha sconvolta.

    Ciao

    Annelise

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    • Un’angoscia condivisa se riflettiamo sull’accaduto.
      Ecco il soggetto “Alberto”. una figura abbastanza controversa. certo l’aberrazione mentale fa tanto. Però l’origine, quella infausta origine scatenante … la dice tutta.
      Comunque sia per l’efferatezza, ovviamente, è quanto mai censurabile.
      Siamo in grado, noi di censurarlo?
      Grazie ciao e un caro saluto a Parigi. Che tempo fa lì?
      Ciao

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  3. Madonna.
    Terribile.
    Un nesso con l’attuale vita di un pazzo che compie un omicidio efferato, ma visto nei momenti della fuga compreso i pensieri. Ninni sei come un pittore che, nei chiaroscuri, regala attimi e momenti di emozione.
    Bello.
    Drammatico

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  4. Molto acido. Un Lord Ninni che lascia da parte le cerimonie letterarie per buttarsi a capofitto nell’esplicito, con tanto di villa degli orrori e pupazzi con teste di maiali.

    Stile pulito, così come è giusto che sia per un lavoro come questo. Velocità d’azione e una giusta dose di perversione.

    Molto “bravo, bravo, bravo…”.

    Un forte abbraccio, caro Lord Ninni. E tutti i miei complimenti.

    beppe

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    • caro Beppe,
      in questi mesi mi sono misurato su varie forme di scrittura. Mi mancava il noir, la fantascienza e il Thriller.
      Eccoli qua tutti e tre.
      Per adesso, ovviamente, è intuibile il thriller. Nel noir ci siamo.
      La fantascienza, perché di questo si tratta, salterà fuori tra un po’.
      Ops, ma forse ho fatto male a dirlo?
      Chissà.
      Grazie per esserci.
      Un abbraccio con stima

      Ninni

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  5. Risulta banale e stucchevole ripetersi, ma non posso fare a meno di tornare a dire: questo è degno di Stephen King. Ossessivo, oscuro, un viaggio nei labirinti della follia.
    La scrittura, poi, è perfetta, adattissima al tema del racconto.
    Il quale colpisce come un maglio!
    Radiose congratulazioni.
    (Letto due volte).

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    • Beh, Alessandra, che dirti? Quando mi dai dello Stephen King non so, sinceramente, se arrossire o offendermi.
      Devo dire che, il famosissimo autore, in questi ultimi anni non è che mi abbia proprio entusiasmato. Si è perso (è un mio parere, beninteso) in lunghi e noiosissimi percorsi che mi hanno portato, di volta in volta a ricredermi e convincermi della perdita di Vis Dramatica.
      Certo, una pietra miliare di questa portata…

      I labirinti della follia.
      Che mare inespolorato. Ci si sono persi scienziati di grido.
      Qua siamo in presenza di una “introduzione” al Thriller Noir, di genere. Ho dovuto fare un passaggio (della durata di ben quattro capitoli) perché l’argomento è abbastanza complesso nel suo svolgimento.
      Usciremo dall’ordinarietà giallistica, per inserirci in un mondo fatto di tante cose.
      Ovviamente la truculenza, di quanto raccontato, è servita per introdurre ….

      Detto tanto….
      Grazie per esserci, amica mia e buona serata

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  6. L’effetto della incomprensibile morte che colpisce dentro.
    una analisi spettacolare, Ninni.
    Mi piace come stai descrivendo Alberto.
    Tutte le colpe, qualche colpa, forse è una vittima …
    Bel capitolo.
    Ciao e buon giorno

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    • cara Silvia, la morte, dal nostro punto di vista, è sempre incomprensibile. Da qualsiasi parte tu possa osservarla.
      In quanto mortali e considerato come ci muoviamo su questa terra, sembra proprio che questo concetto basilare sfugga ai più.
      Ci si comporta come se fossimo immortali, e invece …
      Arriva la livella.

      Grazie

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  7. E’ talmente forte, come noir, talmente scritto bene da sembrare credibile, che mi fai dimenticare per un attimo i miei di problemi.
    Cosa succede nella mente di un uomo , o donna, quando le rotelle sbarellano e cominciano ad andare da sole?
    Il fatto di avere attraversato l’infanzia con un genitore del genere ha influito, ma quanto?
    Mamma. Spetta che me lo rileggo.
    Incredibile.
    Buongiorno

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    • Elena carissima
      ti ringrazio per la gentilezza che, da sempre, hai espresso nei miei confronti.
      Dopo aver, comunque, ampiamente delucidato più in su, mi trattengo dal dire oltre.
      Ti assicuro vistosi colpi di scena, sia positivi, sia negativi.
      Il quarto capitolo segna il termine introduttivo.
      Un abbraccio e in bocca al lupo.
      Ciao

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  8. C’è poca fantascienza.
    Diretto come una fucilata e credibile.
    Bravo.
    Sai che ti dico^ Me lo rileggo anch’io. Ho come la sensazione che il bello deve ancora venire.
    Sarà ,….
    Buona giornata

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    • Ciao Hilde
      ti sei impaurita abbastanza? Non credo proprio che, da questo pomeriggio, tu abbia iniziato a balbettare.
      Eppure so, perché lo so, che il noir ti disturba.
      Abbi fede e vedrai, nel prosieguo, che ti renderai conto del motivo di questo Grand Guignol.
      Ciao e … fai la brava

      🙂

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  9. Io sono confusa, trasognata e perduta tra queste pagine di terrore. Anche io credo che la storia non sia esplosa. E sto con l’affanno in attesa. Una attesa spasmodica che, ora, mi fa paura per quello che sto leggendo.
    Mamma se sei bravo. Le fai vivere le cose.
    Ciao e buona giornata.

    Eleonora

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  10. Un capitolo bello e vibrante.
    Una scrittura elevata, proprio, all’ennesima potenza.
    Mi entusiasma. Ho letto che è un romanzo di fantascienza? Bellissimooo.
    E poi, è impagabile … tututututut tut tut tut tutu tuuu tuuuutuuuuu
    TUUUUUUU TUTUTU
    TUUU
    TU
    tu tu
    tu
    TU

    ah ah ah ah ah ah

    Sony

    🙂

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    • Grazie per il vibrante.
      Si, confermo la fantascienza. Ma la mia non è una fantascienza ossessiva e compulsiva. Vuole essere, e spero di riuscirci, la naturale prosecuzione del tempo presente.
      Una prosecuzione che affronta i temi attuali e li svolga nel futuro. Pur con qualche teoria ardita.
      A proposito: la mia fantascienza, ovviamente è fantasia, ma si basa su solidissime basi scientifiche.
      Nulla d’inventato, se non la trama.
      Anche le teorie, lungi da girare per le strade con i dischi volanti, sono e/o sarebbero scientificamente proponibili.
      Il progresso e le scoperte corrono.
      Siamo noi, in quanto umani, che siamo fermi.

      Tu tu tu tu tu tu tum tum tum

      Grazie

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  11. È dalle 4 del mattino che leggo e rileggo e penso rileggerò ancora. Per scomporre ogni frase, ogni passaggio, ogni singola parola. Per trovarci un difettuccio, una svista … ma niente da fare, tutto perfetto. Così perfetto che mi viene da pensare “Ma ha fatto tutto da solo? L’avrà mica aiutato qualche spirito (delle tenebre ovviamente)?” Che dirti ancora? Chapeau! Alessandra tira in ballo Stephen King … io penso che se leggesse verrebbe a chiedere lezioni…

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  12. Questo e’ un capitolo di transizione, senz’altro meno soffocante ma illuminante per comprendere la psicologia dei protagonisti .
    “Verme” detto da una madre e’ cosa terribile. Altrettanto terribile come pretendere di vestire da donna il suo bambino. Questa e’ la parte che mi ha raggelato.
    Molto interessante.

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    • Grazie per aver letto.
      Beh, abbiamo qualche passaggio che, nei fatti, non sono esattamente di transizione. La fuga in auto e l’intervento dell’Arma, vengono descritti sulla base di una Crime Scene statica con segnalazione, colloquio e sua registrazione, intervento, ritrovamento e analisi.
      Introduttiva, alla vita personale dell’assassino, alcuni flashback sulla sua vita che, non volendo giustificare gli atti efferati e chi li coprì, ci descrive uno stato mentale alterato e alienato in conseguenza di “pregressi”.
      La transizione avviene, è vero, nella svolta storiografica. Il soggetto si trasferisce al protagonista effettivo di questa storia.
      Grazie, Nadia e buona serata

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