Memoria liquida V

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1Cinzia gli aveva mentito! Ogni parola che quella troia aveva proferito era stata una menzogna, una monumentale fandonia! Gli era così difficile a quel punto distinguere il vero dal falso. Quali erano stati i termini esatti? Gli scoppiava la testa.
Aveva guidato attraverso una successione infinita di paesini e rotatorie, precipitando in pozze di nero tra un centro abitato e l’altro, tutti tremendamente uguali, tutti tremendamente ripiegati su se stessi.
Seduto nella sua Fiat, parcheggiato di fronte alla villetta a schiera dei coniugi Santini, Alberto li osservava parlare con due carabinieri.
Gli uomini dell’Arma stavano certamente usando parole vaghe, edulcorate, possibiliste. Non abbiamo notizie certe. Potrebbe trattarsi di uno scambio di persona. Nessuna certezza.
Vide il padre di Cinzia farsi pallido e passare il braccio attorno alle spalle della moglie. Vide la donna farsi tanto piccola da sparire nella felpa di pile verde. Lei doveva averlo capito immediatamente che la sua bimba non c’era più, forse ne aveva addirittura sognato l’agonia. Una madre queste cose le percepisce.
Dietro di loro c’era Cristiana, la sorellina di Cinzia e, stando ai suoi racconti, l’unica sopravvissuta al massacro commesso dalla Creatura della Ferrovia.
Invece, Romolo Santini e consorte erano lì, dall’altra parte della strada, infreddoliti e spettinati, vestiti alla buona, piccini piccini come un albero secco, ma vivi! Altro che eccidio! Altro che trauma! Altro che dolore inesprimibile!
E allora, perché? Perché Cinzia aveva acconsentito a farsi annullare completamente? Perché, anche satura di medicinali, aveva proseguito imperterrita a raccontare balle? Si era talmente autoconvinta di essere una sopravvissuta da ritenere morti i suoi genitori? Nella sua mente si era verificato un tale blackout da farle credere di essere stata una vittima della Creatura della Ferrovia, quando la Creatura della Ferrovia nemmeno era mai esistita?
Non aveva senso.
Ma doveva per forza esserci un perché?
Il suo sogno di asservimento non sarebbe mai stato completo. La mitomania di Cinzia gliel’aveva impedito. In fondo alla strada non c’era nessuna casa rosa. Non esisteva nemmeno il rudere dell’abbazia.
“La Creatura della Ferrovia mi spiava e la cosa mi eccitava. Così alla fine la feci entrare. Mi voleva e io glielo concessi. Quando le parlai dei miei genitori disse che avrebbe avuto bisogno solo di un filo da pesca, una pinza e un buon motivo per odiarli… e sarei stata libera.”
Bugiarda! Le sue parole erano studiate, centellinate per farlo eccitare. Ma erano fandonie!
Cristiana Santini scappò piangendo. La madre non ebbe nemmeno la forza di andarle dietro, si afflosciò come un palloncino bucato. I primi vicini già facevano capolino.

2Alberto ebbe l’impressione di guardare la tela di un quadro che si squarciava.
“Amodio ha ripetuto più volte di aver creduto ciecamente a quella storia, prima di scoprire egli stesso la verità. A posteriori appare poco credibile che durante i mesi di convivenza Cinzia non abbia mai telefonato o ricevuto chiamate dalla madre e dal padre. O dalla sorella. Come siano effettivamente andate le cose, purtroppo, non lo sapremo mai” (Base Profonda codice #541429 attribuita all’Ispettore).
Più tardi, Alberto si trovò a vagare tra gli ulivi. Non aveva idea di dove avesse lasciato la macchina. C’erano migliaia, milioni di alberi attorno a lui. Troppi. Una fottuta foresta I tronchi nodosi azzannavano la terra rossa come fiere affamate.
La gelida mattinata salentina l’aveva investito. E lui si era messo a correre in perfetta solitudine tra le stradine di campagna, lo sguardo rivolto al mare che sembrava a un passo eppure era lontanissimo. L’avrebbe mai raggiunto? La felicità, la tranquillità, l’avrebbe mai accarezzata? Non più. Qualcuno lassù gli aveva dato la possibilità di vivere, gli aveva anche elargito un po’ di talento e una donna, ma lui era stato ben attento a scaricare tutto nel cesso infettandosi e massacrando probabilmente l’unica persona con la quale era riuscito a stabilire un rapporto umano.
Rivolse il viso al sole e i raggi gli si conficcarono nella carne.
La luce… Dio, la luce! L’avrebbe mangiata, voleva una stella nello stomaco. L’essenza del creato irradiava. Era dorata. Brillava.
Si sedette su un muretto a secco a ridosso di una pianta di fichi d’India grande quanto un autobus. Se chiudeva le palpebre vedeva milioni di filamenti colorati che si scomponevano.
Sei proprio andato, bello mio, si disse con una punta di sarcasmo. Qui e ora, ma non adesso, io sono qui. E so cosa devo fare. In fin dei conti “mi hanno ripetuto fino alla nausea che la tendenza al suicidio dipende da fattori genetici” (estratto dall’ultimo interrogatorio, aprile 2014). Esisto, ma 14non sono altro. Sono un corpo su queste pietre, un involucro che esisterà anche dopo la recisione dei miei pensieri. Queste mani, queste unghie e questi capelli mi sopravvivranno. Ridicolo!
Con un rompighiaccio piantato nelle tempie, barcollò aggrappandosi ai tronchi secolari degli ulivi, sentendone la ruvidezza.
Proseguì, boccheggiando.
Volti familiari facevano capolino tra le fronde. I suoi fantasmi, nonostante il delirio (o probabilmente proprio per quello), non lo mollavano un secondo. E tra loro notò anche il pupazzo anatomico con la testa da maiale e il vestito a fiori col quale ballava appena tornato da scuola.
“Batti i tacchi, vermetto, tic tac tic tac…”
Era stato sincero, oppure lui e Cinzia si erano raccontati vicendevolmente una montagna di frottole?
“Alla fine Cinzia Santini era riuscita ad essere il metro morale di qualcuno. Ci aveva provato in ogni modo, si era quasi uccisa di anoressia pur di apparire agli altri come una persona speciale, aveva in sé l’indole della predicatrice. Era Dio per Alberto Amodio. E chi siamo noi per giudicare quale Dio è giusto e quale è sbagliato?” (Base Profonda codice #541429 attribuita all’Ispettore).
Eccolo, il mare sconfinato che inondava l’orizzonte. Ecco le sue colonne d’Ercole.
Alberto allargò le braccia quasi a cercare di inglobare la vastità di ciò che vedeva. Avrebbe voluto urlare, ma la bellezza dello spettacolo gli mozzava il fiato. Inspirò con tutta la forza che gli restava. L’aria era gelida e sapeva di scogli, penetrava nei suoi polmoni come azoto liquido.
Le punte aguzze delle rocce emergevano dalla superficie.
Desiderava solo una pace totale, un niente assoluto. Bianco come la spuma laggiù.
Si fissò a osservare lo sciabordio lentissimo delle onde. Ne contò dieci. Dodici.
Poi si lasciò cadere.

3La vista dei due scagnozzi del Grande Capo mi scosse dal torpore ebete nel quale ero pericolosamente precipitato. Sul palco, il Santo Padre e una bionda con un paio di goffe tettone piene di silicone, simulavano un atto sessuale talmente meccanico che non avrebbe eccitato nemmeno un quattordicenne.
“D’Altavilla, ti cercano ai piani alti” grugnì Sung.
Dalla sua espressione ne dedussi che il Bar Mocambo non doveva essere il suo locale notturno preferito.
“Buonasera, ragazzi. Posso almeno finire di vedere lo spettacolo?”
“Non fare il pagliaccio, D’Altavilla, ti vuole il Capo.”
“Che onore!”
“Ti aspettiamo fuori. Vedi di darti una mossa,” tagliò corto Esposito, l’altro cane da guardia. Ogni volta che mi guardava non potevo non scorgere compassione in fondo ai suoi occhietti minuscoli incazzati col mondo.
“Giusto il tempo di finire il mio cuba libre…”
Adesso i due attori si stavano esibendo in uno scoordinato balletto. Dalla piccionaia i tecnodrogati collegati wireless con il sistema nervoso del Santo Padre e della bionda popputa ne guidavano i movimenti. Se mi fossi avvicinato avrei di certo notato lividi da ago sulle caviglie della ragazza.
Qualche fila di tavolini più avanti un gruppo di vecchietti in libera uscita da qualche costoso ospizio si lasciava andare a gridolini e applausi. Sembravano una comitiva di teenager al cospetto del gruppo pop del momento.
Alla mia destra sedevano glorie dimenticate della performance art, manichini ormai ridotti a poveri storpi per via delle troppe operazioni. Non dicevano una parola, prendevano l’esibizione molto sul serio.
Non era per niente la serata adatta a lasciarsi andare ai ricordi.
Sorbii ciò che restava del mio coca e rum gioendo del contatto dei cubetti di ghiaccio sulle labbra ed uscii.
Il cielo sopra via dei Serpenti era lacerato da fulgori zigzaganti.
Esposito gettò il mozzicone in un tombino e mi fece cenno di salire sull’auto.

4Vagamente brillo, mi abbandonai sul morbido sedile posteriore, tastando con i polpastrelli la consistenza della superficie vinilica.
“Fosse per me queste fogne le chiuderei” disse Sung ingranando la marcia.
La Subaru fece un balzo in avanti e acquistò rapidamente velocità. Dal corridoio prospettico formato dai palazzi si intravedeva uno spicchio di Colosseo.
“Il problema sono le operazioni clandestine” risposi massaggiandomi le palpebre chiuse. “Nella kasba ti aprono con le forbici per disossare il pollo.”
“Soldi facili per ogni disgraziato in cerca di emozioni. La colpa è della gente come te che li va a guardare” disse Sung. “Finché ci sarà richiesta…”
“Non farmi la morale, Sung. Non sono in vena.”
“Voi deviati troverete prima o poi anche il modo di spararvi nel cervello una Traccia di Memoria… ti piacerebbe condividere le connessioni di una bella fighetta minorenne, eh, D’Altavilla?”
“Accusa non pervenuta.”
“Come sta il Santo Padre?” chiese De Crescenzo.
Guardai fuori dal finestrino. Le finestre di via Cavour scorrevano velocissime. Il chiarore dei lampioni gialli si scomponeva in cerchi attraverso le lacrime di pioggia.
“Come vuoi che stia? L’hanno aperto e ricucito tante di quelle volte che riesce a tenere sotto controllo il tremore solo con i farmaci.”
“Al tuo amichetto lo fanno ancora lavorare?” si informò Sung, senza staccare lo sguardo dalla strada.
“A quanto pare…”
“Dobbiamo effettuare un controllo, De Crescenzo,” disse rivolto al collega. “Non mi sta bene che in quelle condizioni metta le mani sulle bambine che vanno a farsi un nuovo foro nel suo negozietto. Non mi stupirei se scoprissimo che non usa nemmeno strumenti sterili.”
“Sung, hai mai pensato di ritirarti in campagna?”
“Non sei spiritoso…”
“No, guarda, dico sul serio. Ci sono un mucchio di bei paesini nei dintorni. In alternativa potresti chiedere asilo in una Comunità di Priori. Immagina che soddisfazione lavarsi ogni mattina con l’acqua gelida e lasciarsi asciugare i capelli dal vento. E poi la sera potreste starvene tutti attorno a un tavolo a lume di candela a intagliare pezzi degli scacchi. Sono certo che lontano dalla metropoli raggiungeresti il nirvana. Sei troppo nervoso, Ciccio
. Rilassati.”
“Stai cercando di provocarmi, schizzetto di merda?”

5Alzai le braccia in segno di resa. “Lo vedi, Sung, sei sempre sulla difensiva. Le mie erano solo considerazioni a voce alta. Non prendertela…”
“Ok, basta, fatela finita, sembrate due checche isteriche!” fece De Crescenzo.
La Subaru inchiodò davanti a quella che un tempo era stata la Biblioteca Nazionale. Durante l’alluvione del 2012 tutto l’edificio era stato adibito a centro operativo d’emergenza. Passati due anni, il governo perpetrava lo stato di calamità e alla fine si era deciso di trasferire in quegli uffici anche la questura.
L’estetica della Capitale era molto cambiata nell’ultimo lustro.
La parete rivolta a nord della stanza 312 era un’unica, grande vetrata dalla quale si dominava buona parte della città. Il tipico skyline di Roma, fatto di cupole e terrazze che per secoli aveva affascinato viaggiatori e poeti, aveva assunto l’aspetto di un mastodontico opificio.
La scrivania del Grande Capo dava le spalle alla finestra. L’ambiente caldo umido era ingombro di piante, in quei pochi metri quadrati si era creato un microclima simile all’era preistorica del Cambriano: ficus, bonsai, un albero della gomma, persino un papiro.
Il pollice verde del Grande Capo era proverbiale.
“Manlio, accomodati…” esordì. “Sapevo che ti avrebbero trovato in quella bettola…”
“Le notti sono lunghe, Capo, in qualche modo devo far passare il tempo…”
“Perché non provi a darti una mossa?” disse il Grande Capo, lasciandosi cadere contro lo schienale.
“Sarebbe a dire?”
“Lo sai perfettamente…”
“No, non lo so, me lo dica lei” risposi.
Quel vecchio trombone iniziava a darmi sui nervi. Era sempre così pronto a darmi consigli e a cercare di salvarmi da me stesso che mi ricordava la mia ex.
Da quando la moglie l’aveva mollato, il Grande Capo si era ficcato nel capoccione la convinzione di dover assurgere a ruolo di padre spirituale e confessore di mezzo dipartimento. Nemmeno le piante gli facevano più compagnia. Forse aveva bisogno di un paio di conigli.

6Bastava vederlo lì, in piena notte, col culo piantato sulla poltrona, la schiena alla città – territorio che considerava intimamente suo – indaffarato tra scartoffie e rapporti. Chissà se si ricordava ancora l’indirizzo del suo appartamento.
“Lo sai di essere sprofondato in una fogna, spero…”
“Gli spettacoli del Mocambo sono legali, possiamo disquisire su quanto sia moralmente…”
“Finiscila…”
“Ok, Capo, e allora? Io sono fuori dal dipartimento… mi sono fatto da parte ormai da…”
I giorni si erano fatti tutti talmente identici che i mesi scorrevano senza che ne avessi più cognizione.
Il Grande Capo trasse un profondo respiro e si alzò teatralmente, voltandosi a guardare fuori. La sua figura era imponente, pur se dinoccolata. Aveva le braccia lunghe e il collo smilzo, quando si muoveva sembrava si trovasse sott’acqua.
“Ormai mi sono messo in testa di farti da patrigno, non so perché, anche se me lo chiedo spesso e non so nemmeno se lo vuoi…”
Infatti non lo volevo, ma di quell’uomo avevo una sorta di timore reverenziale. Non riuscivo mai a dirgli di no.
“…Ma mi sento in dovere di farlo.”
Si voltò e mi pugnalò con lo sguardo. Iniziava a far troppo caldo.
“Voglio affidarti un caso. Niente di impegnativo, te la dovresti sbrigare in pochi giorni…”
“Non se ne parla” risposi.
“Non pensare che adesso stia qui a pregarti, Manlio. Però tenerti impegnato ti aiuterebbe a non pensare.”
“Ma io voglio pensare. Io voglio farmi del male” dissi alzandomi a mia volta.

7Io sono un metro e settantanove, eppure vicino al Grande Capo mi sentivo sempre piccolo e indifeso come un granchio rovesciato sulla spiaggia.
“Chiamami entro domani. Riflettici.”
“Grazie per l’interessamento, come sempre. Ma ora ho solo voglia di infilarmi nel mio buco e dormire.”
“Quando tirerai fuori la testa dalla sabbia?”
Ignorai volutamente la provocazione e feci spallucce.
“Senta, come faccio a tornare a casa? Mi accompagnano i suoi galoppini?”
“Te ne vai a piedi, Manlio. La polizia non è il tuo autista personale…”
“È stato un viaggio di sola andata, allora, come la vita…”
“Risparmiami la tua filosofia da bar, ti prego.”
“Buonanotte, Capo.” La mattina successiva il cielo aveva assunto una tonalità cangiante tra il rosso scuro e il grigio. Mi svegliai con un fastidioso prurito appena sopra i glutei. Venni sopraffatto da un pensiero inquietante: e se prima del volgere del giorno avessi venduto un rene al mercato nero? L’irritazione che sentivo alla schiena non poteva essere cagionata dai punti di sutura? Col cuore in gola mi precipitai in bagno, mi sfilai la maglietta e mi guardai il culo nello specchio. Niente. Nessuna cicatrice. Nessun taglio galeotto.
Erano mesi che non andavo nella kasba, di cosa mi sarei dovuto preoccupare?
Mi feci due caffè e ciondolai un po’ per casa in accappatoio.
Quella domenica avevo un appuntamento.

8Erano solo le undici: quattro ore da riempire. Quattro ore a girare in cerchio.
Mi affacciai alla finestra del salone.
Le saracinesche del Bar Mocambo erano chiuse. Il Santo Padre e tutta la ciurma dormivano sogni di esibizioni flagellanti. In quel locale gli artisti si straziavano le carni per il piacere dell’estetica e per il gusto degli avventori.
La mia personalissima tortura invece si chiamava Paolo Tagliaferri, già capofila spirituale delle Anime del Patibolo, internato da due anni nel carcere di Regina Coeli. Due anni durante i quali la mia vita se n’era andata tranquillamente a fare in culo.
Via del Boschetto era pressoché deserta, eccezion fatta per i soliti turisti dallo sguardo sperduto.
Feci una doccia e uscii per distrarmi.
Risalii via Parma e raggiunsi i giardini. Mi avvicinai a un paio di anziani seduti su una panchina. Erano separati da una scacchiera, ma non stavano giocando, stavano studiando una classica, la riconobbi immediatamente. Si trattava della tredicesima partita Spassky-Fischer del 1972, il match decisivo per il Campionato del Mondo.
Chissà che vita avevano avuto quei due vecchi? Erano stati felici? Avevano amato con passione, o si erano accontentati? E i loro figli, se ne avevano, erano venuti su robusti e di sani principi, o si erano lasciati andare tra le onde della perdizione? Si accingevano ad affrontare la fase terminale dell’esistenza serenamente, accettando lo scorrere del tempo fatalmente o avevano qualcosa da rimproverarsi che turbava le loro notti?
Proseguendo la mia passeggiata mi ritrovai al cospetto dei militari di guardia all’ingresso del Quirinale. I due ragazzi, strizzati nelle uniformi kaki, fissavano il vuoto con fiero cipiglio. Lo spirito di corpo, i valori di lealtà e orgoglio dovevano averli tanto affascinati da fargli scegliere di dedicare i loro giorni all’Esercito. Oppure si erano arruolati soltanto per ottenere una stabilità, più mentale che economica, e sfuggire i problemi?
Ripensai al colloquio avuto col Grande Capo.
Voleva offrirmi un caso. Niente di impegnativo, aveva detto.
Anche se lì per lì avevo opposto un secco rifiuto, dovevo ammettere che buttarmi su un’indagine, per quanto di portata modesta, avrebbe dato un senso alle mie giornate, mi avrebbe aiutato a tenere il cervello impegnato. Magari la sera mi sarei anche sentito affaticato tanto da riuscire ad addormentarmi. E la mattina seguente non sarebbe stata solo l’inizio di un’altra manciata di ore silenziose chiuso nella gabbia della mia mente.
Nei mesi successivi al funerale, la collera che aveva guidato ogni mia azione mi aveva suggerito di dedicarmi interamente alla mia professione e di trascurare la mia sfera sentimentale. I colleghi si guardavano la punta delle scarpe quando mi incrociavano, non sapendo cosa dire.
In quell’inferno di solitudine mi ero lasciato andare ai miei ricordi più antichi.
Mi sentivo responsabile della morte di Francesca (e non avrebbe potuto essere altrimenti) ed ero conscio che la disperazione mi avrebbe accompagnato fedelmente fino alla bara. Pensavo a me stesso e alla mia sofferenza, null’altro contava. Sofferenza che in breve tempo si convertì in passività.

9Superato il limite della sopportazione o ci si spara un colpo in testa, o si scivola in una calma placida, disposti ad andare incontro al proprio destino senza protestare.
Io avevo optato (inconsapevolmente?) per la seconda ipotesi.
Poi la Pam se n’era andata e io mi ero dissolto in bruma.
Sì, probabilmente il Grande Capo aveva ragione, necessitavo di un impulso per emergere dalla melma.
Durante i weekend noiosi camminavo lungo via Nazionale come un ectoplasma, schivando i gruppi di giapponesi in marcia verso la prossima meraviglia da fotografare e fissando con malinconia le famiglie di anglosassoni arrostiti dal sole. Da piazza Esedra scendevo per via Barberini e costeggiavo il palazzo omonimo, senza riuscire, ogni benedetta volta, a reprimere un groppo di rimorso.
Quasi senza accorgermene giunsi sul lungotevere all’altezza di Castel Sant’Angelo.
Quella domenica il campionato era in sosta e il traffico procedeva lentissimo. Se fosse stata una giornata normale, quel tratto di strada sarebbe stato ingolfato da una marea di stronzi sovraeccitati che strombazzavano.
Controllai l’orologio. Ancora un’ora.
Trascorsi il resto del tempo con i gomiti sulla balaustra del ponte a osservare, ma senza vederla sul serio, la superficie schiumosa e sudicia del Tevere.
Anche se inquinato da anni oltre i livelli di guardia, adesso il fiume aveva un aspetto talmente placido!
Non era lo stesso durante le notti nelle quali l’acqua, satura di porcherie chimiche, improvvisamente si infiammava. Lo spettacolo era al contempo affascinante e spaventoso. Lingue di fuoco alte dieci metri raggiungevano la strada, incenerendo le sommità dei platani ingobbiti verso l’argine. Il chiarore rugginoso si scorgeva da chilometri.
Durante l’alluvione del 2012, infine, il Tevere aveva dato dimostrazione di tutta la sua potenza distruttiva.
Un poveraccio ubriaco di vino da due soldi, in giacca da camera di vellutino bordeaux, mi si avvicinò, aggrappandosi al mio braccio. Mi sbuffò in faccia un rutto che avrebbe steso uno yak e puntò il dito ossuto in direzione dell’Ospedale Santo Spirito, sull’altra sponda.
“Lì dentro c’è il male. Io li vedo la notte dal mio posto sulla riva…”
A prima vista non gli era rimasto un dente in bocca. Indicò un giaciglio di stracci addossato al muraglione, molti metri più in basso, nella conca.

10“Sì, hai ragione. Il male…” risposi cercando di divincolarmi alla ricerca di ossigeno.
“Ci portano le ragazzine… il demonio è dappertutto, ormai. E lo sai, lo sai…”
Mi ficcai una mano in tasca nella speranza di prelevare qualche spiccio per togliermi quella carogna di dosso.
“Cosa so?” chiesi.
“Tu ce la farai, tu li fermerai. Tu sei l’eroe.”
E iniziò a ragliare, straordinariamente soddisfatto.
Mi mollò e fece un passo indietro, sorreggendosi a un SUV parcheggiato per non precipitare dal marciapiede. “L’ho sognato. È parecchio tempo che lo fanno, sempre quando non c’è luce… poi scaricano gli scheletri bianchi nel fango del fiume… in questa città nessuno si accorge più di niente”. D’un tratto si disinteressò a me e si voltò, allontanandosi barcollando e stringendosi nella sua giacchetta striminzita, ma senza smettere di recitare la sua litania. “Anche a me hanno provato a togliermi il cervello. Ne volevano fare una… come si chiama? Una di quelle cose lì… una Traccia… ma io li ho combattuti e ora sono libero…”
La stanza del colloquio era un parallelepipedo bianco anonimo, nell’aria l’odore dei disinfettanti chimici e un vaghissimo sentore di cloro.
Lui arrivò dopo dieci minuti di attesa, il tempo materiale per tirarlo fuori dalla sua cella e portarlo al secondo piano.
“Buongiorno, poliziotto” disse Tagliaferri ancora prima di sedersi.
Attesi che la guardia uscisse. Si trattava di un ragazzetto che non avevo mai visto e che mi fece un cenno complice prima di chiudersi alle spalle la porta d’acciaio.
“Non sono più un poliziotto…” gli ricordai rassegnato.
“Ah, giusto, dimenticavo…”
Tagliaferri si toccò la tempia e fece tintinnare le manette.
“Ti ho portato un po’ di merce di scambio” tagliai corto e indicai le due stecche di Marlboro sul tavolo.
“Che cuore d’oro! Me ne accenderesti una? Non ho fuoco…”

11Nel dirlo sfoderò il suo sorriso ipnotico da iena. Lo stesso che, ci avrei scommesso, aveva circuito Francesca e tutte le disperate come lei che erano finite nella ragnatela delle Anime del Patibolo.
Gli passai la sigaretta. Fece un tiro e sbuffò il fumo verso il soffitto.
“Non avevi smesso?” chiese Tagliaferri.
“Tengo sempre in tasca un accendino per aprire le bottiglie di birra. Comunque qui teoricamente non si potrebbe fumare…” gli feci notare. Per quello che valeva.
“A chi vuoi che gliene freghi? O dici che mi arresteranno per questo?”
Appunto!
“Hai riflettuto su quello che ti ho chiesto quindici giorni fa?”
“Ci ho pensato, non è sicuramente il tempo che mi manca” rispose lui. “Ma non posso dirti con certezza la data del suo arrivo, veramente. Con tutte le ragazze che si presentavano alla nostra porta tutti i giorni, anche sforzandomi, non riesco a individuare la sua faccia tra le tante. Era solo un’altra tossica alla quale avevano parlato di noi nella zona allagata.”
“Prima o dopo Natale? Almeno questo…”
Un’altra boccata. “Prima, direi prima…”
Era plausibile.
Francesca era scomparsa ufficialmente il dodici dicembre, anche se erano almeno sei mesi che si assentava per lunghi periodi, anche settimane. Nella mia ricostruzione doveva aver vagabondato senza soldi, il cervello bollito e un disperato bisogno di connettersi alla Rete. In quelle condizioni presumibilmente aveva creduto alle favole che si raccontavano riguardo alle Anime del Patibolo.
Per una ragazzina come Francesca, Roma ricominciava troppe volte.
“Se era solo una delle tante, perché proprio lei?”
“Perché era l’unica che non aveva più niente da perdere. Le altre erano delle disgraziate, vivevano collegate alla Rete, trovavano un briciolo di felicità solo restando incollate tutto il giorno ai siti sensoriali. Francesca invece era diversa. Aveva sviluppato anche lei una dipendenza dal web, ma covava dentro un odio così assoluto nei vostri confronti, così totale, che compresi in brevissimo tempo quale sarebbe stato il suo giusto utilizzo.”
“Quindi ti parlava sia di me, sia di sua madre…”
“Non ci voleva molto a capire quanto vi detestasse, D’Altavilla. Non sarebbe mai tornata a casa, ne sono certo. Sarebbe morta, in un modo o nell’altro, magari con la carotide recisa in un vicolo della zona allagata. O l’avrebbe investita un’auto una sera in cui fosse stata troppo stordita per reggersi in piedi. Le persone come Francesca, amico mio, si buttano via rapidamente, sono un fuoco che arde un minuto, sono una stella cadente…”

12Mi ingobbii sotto il peso delle sue parole. Una stella cadente…
“Le avete fornito troppe informazioni. L’avete ipernutrita. Con il vostro egoismo le avete rubato il gusto della scoperta.”
“L’abbiamo amata, solo questo…”
“Come si ama una bambola. Non le avete concesso di scoprire il mondo da sola, la prima volta che è uscita di casa già aveva visto le luci, le insegne, i negozi, aveva acquisito molte più conoscenze di quelle che le sarebbero servite.”
Tagliaferri era stato arrestato pochi mesi dopo il rinvenimento del cadavere di Francesca e la sua comune freak smantellata dalla polizia. I suoi più stretti collaboratori si erano dati alla fuga e la maggior parte delle ragazze, cotte di allucinogeni e prigioniere dei siti sensoriali, era stata affidata a dei centri di recupero. Avevo saputo che più della metà si era suicidata entro l’anno.
Quel perverso gioco psicologico a scadenza quindicinale era la mia personale tortura, l’unica opportunità che avessi per lenire i sensi di colpa.
Il Grande Capo, che di volta in volta mi rinnovava i permessi scritti per recarmi a colloquio con l’assassino di mia figlia, mi tempestava di domande sul perché lo facessi e le mie risposte si facevano sempre più difficili e vaghe.
Dichiarato sano di mente dal tribunale, ma affetto da manie di controllo e profondamente paranoico, condannato a ventidue anni con sentenza definitiva, in cambio dei miei regali (sigarette, fogli di carta, cartine stradali, raramente un libro) e per soddisfare il suo sadismo, Paolo Tagliaferri si ergeva a giudice della mia vita coniugale e del mio ruolo di padre. Cosa avevamo sbagliato io e la Pam nell’educazione di Francesca? Quali erano stati i nostri limiti di genitori?
“Hai presunto che bastasse pagarle gli studi nelle scuole più esclusive, farle qualche regalo e alzare la voce quando era necessario per acquietare la tua coscienza. Volevi essere un papà liberale. E anche quando hai saputo per vie traverse – perché le voci corrono e non puoi fermarle – che la tua bambina, la tua Francesca bazzicava i Mercati Generali, hai pensato che prima o poi tutto sarebbe comunque tornato alla normalità. Sei andato a lavoro e hai fatto in modo di non pensarci.”
“Su questo ti sbagli. La seguivo…”
“Lo so, me l’ha raccontato. Ti presentavi al volante dell’auto della polizia, armato con la pistola d’ordinanza oliata e lucente… scostavi i capelli dalle facce dei tossici stravaccati per terra e se non si trattava della tua figlioletta, li lasciavi al loro destino…”
“Cos’altro avrei potuto fare?”
La cercavo fino all’alba, nel chiarore indaco dei primi raggi, facendomi largo tra lo squallore di quelle vite alla deriva.
“Francesca ti vedeva, lo sai? Ti osservava nella penombra, da lontano, lei conosceva quei luoghi a menadito e gli facevi pena, tanta pena, ti avrebbe preso a calci se ne avesse avuto la forza…”

13Entravo bagnato di pioggia in quel labirinto di metallo e plexiglass che un tempo erano stati i Mercati Generali. Avevo attaccato al cellulare con la Pam che piangeva tanto forte da non riuscire a respirare. Francesca non era tornata a casa, un’altra volta.
Dopo una giornata, sbalzato da una parte all’altra della Capitale, stanco morto e con un dolore acuto alle ghiandole alla base delle orecchie, mi ritrovavo alle tre del mattino nella terra di nessuno di San Paolo. Poco distante, proseguendo sulla via Ostiense, l’asfalto sprofondava nella palude del Tevere.
La basilica era divenuta un enorme nido di ratti mutati. Emersi dal sistema fognario a circuito chiuso dei Mercati Generali, dove nel corso di una ventina d’anni era stata scaricata ogni genere di schifezza, dalla verdura avariata agli scarti della lavorazione delle droghe sintetiche, dei topi di proporzioni abnormi e dall’appetito vorace, stavano proliferando incontrollati dalla zona off limits. In alcuni casi, la polizia di controllo alle transenne aveva dovuto usare i lanciafiamme. I ratti si muovevano in branchi di migliaia di esemplari, i loro occhietti maledetti brillavano nelle tenebre.
In quelle notti infami cercavo mia figlia tra i corpi addormentati, tra le larve boccheggianti riverse sull’asfalto imbevuto di piscio. Scavalcavo quei sacchi di carne e reprimevo la nausea quando il fetore che esalava dai tombini si faceva insopportabile.
Facce livide si sporgevano dietro le grate arrugginite. Ogni cosa grondava, ogni cosa piangeva: le insegne spente, le colonne di cemento, le lastre di marmo, i tetti spioventi delle baracche. Gli stessi murales sembravano sciogliersi davanti ai miei occhi scolando in chiazze multicolore.
“Entravi nel suo spazio!” mi spiegò Tagliaferri. “Francesca voleva stare sola, sbagliare, ma per sua libera scelta. Secondo il suo punto di vista la tua intromissione era una violenza.”
“Mi sembrava giusto. Lo facevo per sua madre. Io avevo già capito di averla persa…”
“No, non l’avevi capito! Tu desideravi vederla ancora nella sua stanza, sorridente come la bimba delle foto che le avevi scattato solo pochi anni prima. Non accettavi che stesse crescendo, accadeva troppo velocemente.”
Tagliaferri mi fissava con straordinaria intensità, raggiante. Stava vincendo, cedevo stordito sotto le sue sferzate. Ogni parola era un maglio sulla mia schiena. Il suo ego cinico stava esultando.
Affondavo.
Fino a quando fossi stato io a ricercare quel martirio, fino a quando avessi elemosinato permessi al Grande Capo per incontrare quell’assassino, Tagliaferri avrebbe avuto uno scopo nella vita.
“Tu sai chi le teneva la mano, vero, D’Altavilla?”
Una stella cadente…
“Sì. Il suo fidanzato dell’epoca, ci ho parlato un paio di volte e non sono state esperienze memorabili. Aveva promesso che mi avrebbe ucciso. Quando lui crepò di overdose, Francesca smarrì completamente il senso della realtà e si rivolse alle Anime del Patibolo.”
“Esatto. E io lo so perché me l’ha raccontato lei…”
.

.

.

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24 pensieri su “Memoria liquida V

  1. Si, si vede che adesso ci siamo.
    Bello questo capitolo. Corre veloce e bello che si legge bene.
    Però, adesso, per capire bene mi rileggo quello di prima e ritorno qua.
    Sei bravo milord. Che bella scoperta che ho fatto.
    Ciao e buon giorno

    Susi

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    • Circe
      sei gentile e di questo ti ringrazio.
      Effettivamente, al posto tuo, io (ma è, comunque, un’abitudine personale) avrei riletto il passaggio precedente per ben figurarmi il leggendo.
      Buon pomeriggio e grazie

      Mi piace

  2. BELLISSIMO
    Sei entrato in argomento strombazzando.
    Adesso però non vedo l’ora di leggere il resto, caro.
    Ah ah ahahaha ahah ti ho scoperto mascherina.
    🙂
    Manlio è uno dei tuoi nomi di battesimo e D’Altavilla è uno dei tuoi cognomi.
    ah ah ah
    Ecco chi sei.
    🙂

    🙂

    Ripasso

    🙂

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  3. Riflessioni, introspezione, climax, linguaggio, azioni: qui c’è tutto, caro.
    E ribadisco – adoro essere monotona! – che mi ricordi Stephen King, ma quando scriveva completamente fatto, al punto di non ricordarsi più il mattino dopo ciò che aveva scritto la sera precedente. Allora era un grandissimo! Quanti capolavori! Poi, purtroppo, è diventato astemio e noioso 😦
    Saluti da Pomarev 🙂

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    • Alessandra Bianchi

      Ce ne fossero di persone monotone come te.
      Ci metterei la firma.
      Grazie per esserci e seguirmi. Cosa perfettamente ricambiata.
      Salutami a Stephen. Personalmente, sobrio o brillo, da quando mi è caduto dalle braccia …

      Ciao e grazie.
      Buona serata

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  4. Un noir dev’essere motivato in maniera credibile sia come situazione originale, sia come rivelazione finale.

    Deve essere costituito di azioni plausibili compiute da gente plausibile in circostanze plausibili, tenendo presente che la plausibilità è in larga parte generata dallo stile.
    Missione compiuta, dottore.
    Buona serata

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  5. Questo capitolo è coinvolgente. Mi ha presa fin dall’inizio e anch’io non aspetto altro che la continuazione.
    Capisco che non è facile, ma la tua scrittura ci fa correre a saperne di più, perchè sei avvincente e bravo.
    Sai cosa? Mi piace il sentimento che ci metti.
    Un bacio milord.

    Giò

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    • Giovanna A.

      no, mia cara, non è facile. Assolutamente.
      Scrivere è sofferenza che richiede attenzione e vigilanza soprattutto quando si parla di sentimenti, impressioni e idee.
      Comunque, se sono riuscito a provocare anche una pur minima reazione, ne sono ben felice in quanto lo scopo venne raggiunto.
      Grazie e buona serata.

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  6. Mi creda dottore se mi avessero chiesto. Raimondi che scrive del noir come lo vede? Avrei risposto: Mah.
    Eppure è riuscito stupirmi.
    Condivido la sua impressione su Stephen King.
    Buona giornata

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