Memoria liquida IX

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1La giornata era evaporata.
Tra un caffè e l’altro si erano fatte le diciotto e un nubifragio si stava abbattendo sulla Capitale. Mi ero appena dato una bella strigliata sotto la doccia e mi sentivo la pelle morbida e profumata.
Un elemento che ormai davo per assodato era che non esistesse alcuna relazione tra Alberto Amodio e le sparizioni di Nicoletta Mori e Vittoria Spada. Gli orari non corrispondevano, il modus operandi andava a farsi benedire e non esistevano elementi che indicassero che i tre soggetti si conoscessero. Un vero pastrocchio!
Di più. Gli oggetti appartenenti alle ragazze e rinvenuti nell’appartamento della Montagnola erano piuttosto indicativi del fatto che le due scomparse fossero collegate, ma non che il responsabile fosse Alberto.
La miopia delle forze dell’ordine aveva del preoccupante. Anche se, ed era una tesi caldeggiata dall’Ispettore, più che di scarsa lungimiranza forse si doveva parlare di favoreggiamento, di un teorema accusatorio costruito a tavolino per far ricadere la colpa su un capro espiatorio. Ciò presupponeva una relazione tra chi aveva fisicamente commesso i rapimenti e qualche elemento deviato all’interno del gruppo inquirente.
Si trattava di semplici speculazioni, per il momento. Chiacchiere e teorie.
A volte l’Ispettore sprofondava in silenzi profondissimi e molto lunghi, tanto lunghi che più volte temetti che l’applicazione si fosse impallata.
Non avevo notizie di Astreana da quella mattina: scartabellare l’archivio di Regina Coeli alla ricerca delle trascrizioni degli interrogatori di Amodio era un lavoro certosino e non volevo disturbarla. Però la curiosità di sapere se era riuscita a mettere le mani su qualche documento importante mi stava consumando.
Mentre attendevo che l’Ispettore riemergesse dal suo stato di incoscienza elettronica, presi dalla libreria “Schiavi dell’Inferno” di Clive Barker e dalle pagine scivolò fuori un ritaglio di giornale. Ignoravo come ci fosse finito. Si trattava di un articolo riconducibile al periodo dell’arresto di Paolo Tagliaferri: uno dei tanti, uno qualsiasi.
Per qualche settimana il caso delle Anime del Patibolo aveva goduto di una certa attenzione da parte dei media. La notizia comunque si sgonfiò abbastanza rapidamente e né io né la Pam dovemmo schivare giornalisti e paparazzi oltre i limiti della sopportazione.
Le Anime del Patibolo erano una comune dal sapore hippy nella quale si professava il libero accesso alla comunicazione globale, il che voleva dire aprire le porte a ogni sorta di disperato rincoglionito dipendente dai siti sensoriali.
L’illusione dell’informazione libera era durata qualche anno.
Nemmeno il tempo di far crescere una generazione.
Tagliaferri aveva raccolto attorno alla sua figura di guru spirituale ante litteram una manciata di figli di papà inebetiti alla ricerca di emozioni forti e li aveva addestrati a passare la maggior parte del loro tempo connessi a Internet.
Leggevano qualsiasi documento rintracciassero in Rete. Non attuavano alcuna suddivisione per argomento. Potevano trascorrere ore a informarsi sulle più pregiate qualità di Chianti e il giorno successivo starsene incollati di fronte allo schermo fino al tramonto a leggere l’opera omnia di Milan Kundera. Acquisivano nozioni a raffica, immagazzinandole nella Profonda a breve termine e quindi disperdendo qualsiasi conoscenza nel giro di ventiquattro ore. Si imbottivano di sapere. Di Google.
Poi tra le camerate aveva ricominciato a circolare la droga (la maggior parte degli adepti, compresa Francesca, emergeva da un passato di tossicodipendenza) e in un lampo a Tagliaferri era sfuggita di mano la situazione.
È opportuno precisare che lo stesso Tagliaferri trascorreva ormai la maggior parte della sua esistenza al computer, gli occhi bruciati dal fuoco del monitor. Probabilmente era stato durante quelle lunghe giornate di solitudine che aveva ideato il piano per trasformare Francesca in un feticcio attorno alla quale instaurare un culto.

2“D’Altavilla…”
La voce metallica dell’Ispettore eruppe dalle casse. Il software tracciò una sequenza sinusoidale dello spettro vocale della Base Profonda.
“Ci sono…” risposi, intanto che gli ultimi tentacoli dei ricordi si disperdevano.
“Ho provato a fare spazio dentro di me. Sono riuscito a far emergere delle circostanze…”
Erano giorni che interrogavo l’Ispettore per provare a capirne qualcosa di più riguardo alle sue elaborazioni psichiche. Si trovava in una condizione assolutamente nuova nella storia della specie. Volevo rendermi conto di come egli stesso si percepisse.
Alle volte i suoi pensieri elettronici erano comprensibili come la rotta di un ciclone. Altre volte invece si avvaleva di terminologie più confacenti a un elaboratore che a un essere umano. “Ho provato a fare spazio dentro di me” per esempio, mi dava l’idea di un hard disk intasato di programmi inutili.
Il mio videofonino prese a suonare In the Court of the Crimson King.
“Attendi un momento” dissi rivolto all’Ispettore.
Lo schermo del videofonino mi rimandò una Astreana dallo sguardo stanco, ma evidentemente su di giri. Si trovava in mezzo alla strada, alle sue spalle la pioggia.
“Manlio, grandi novità!”
“Hai trovato qualcosa?”
“Non solo… dobbiamo parlarne a voce. Notizie dall’Ispettore?”
“È uscito pochi attimi fa da un periodo letargico. Ritengo abbia qualcosa da dirmi… vuoi venire qui? Ci facciamo due spaghetti…”
“Non posso. Anzi, sei tu che devi raggiungermi, ho un appuntamento con una persona tra due ore, ma noi dobbiamo vederci prima. Ce la fai a stare tra quaranta minuti all’obelisco dell’Eur?”
“Quaranta minuti da via Nazionale all’Eur alle sei e mezza del pomeriggio, e per di più in un giorno di pioggia? Potrei farcela in elicottero… e poi, perdonami, ma che ci fai dall’altra parte della città? Non eri a Regina Coeli?”
“Poi ti spiego. Sbrigati, Manlio, ti aspetto sotto il colonnato del museo Pigorini… muovi il sederino che fa un freddo boia… a dopo. Ciao!”
E attaccò.
Il Bar Godzilla si trovava a ridosso del Museo della Civiltà Romana, sotto un porticato smisurato e rimbombante voluto dal Duce. Dopotutto, rappresentava un’epoca. Architettonicamente nemmeno mi dispiaceva.

3L’interno del locale era tappezzato di locandine dei film che avevano visto il lucertolone radioattivo come protagonista. Quel posto era deliziosamente kitsch e per questo irresistibile. Rintracciai il poster della mia pellicola preferita: Goijra tai Hedora. Indubbiamente l’episodio più sperimentale, deformato e psichedelico.
Prima di uscire avevo inghiottito una compressa di Cibalgina, l’unica prevenzione che conoscessi per evitare di soccombere al traffico.
Astreana mi sedeva vicino, troppo vicino, e scrutava l’ingresso con lo stesso sguardo languido e chiaroveggente che avevo imparato a conoscere quando l’emozione la stordiva.
“Non sto qui a farti il resoconto di questa giornata”. Aprì la valigetta e mi mostrò una cartellina. “Questi sono una parte degli interrogatori e qualche stralcio della memoria difensiva di Amodio. Districarsi tra la burocrazia statale è frustrante.”
“Come sei riuscita a rintracciare i documenti con questa facilità?”
Mi fissò, le labbra le tremavano appena.
“Una donna sa come farsi aprire certe porte” ammise sorridendo.
Non mi era sfuggito che quel giorno aveva indossato una gonna inguinale e un reggiseno con un push up da arresto cardiaco. E che donna! All’anima delle suore, avrei voluto aggiungere.
“Puoi dirmi qualcosa di più riguardo a questo Brundlefly?” chiesi.
Avevo già deciso che mi sarei fatto servire un Biollante: il kaiju metà rosa e metà donna è sempre stato il mio mostro preferito della serie di Gojira.
“Come ti accennavo, è stato lui a contattarmi. È una settimana che passo le notti in Rete a scandagliare i livelli più infimi della sottocultura di Internet… mi gira la testa per quanto tempo ho trascorso on line…”
“Infatti ti vedo un po’ stanca… e quando pensavi di dirmelo?”
“Te l’ho detto. Eccoti qui.”
“Meraviglioso…”
“Ho scovato un forum che tratta i serial killer come argomento di discussione. L’ho lurkato per giorni, ho letto una marea di interventi deliranti, ma poi mi sono imbattuta in qualcosa di interessante. Leggendo un tread dedicato a Amodio sono rimasta colpita da quello che scriveva un certo Brundlefly: parlava di tempi e modi, di date e orari. Insomma, delle incongruenze di tutta la storia. E non si trattava soltanto di notizie di seconda mano acquisite attraverso una minuziosa selezione delle fonti di ricerca. Come ho potuto verificare, esiste un’ampia porzione di seguaci della controinformazione che non ha mai creduto a una parola di quanto diramato dalle autorità riguardo alla vicenda di Alberto Amodio. Psicologicamente l’iter relazionale tra lui e la Santini era un cerchio chiuso e indipendente, una circostanza irripetibile… unica…”
“E perché ti ha contattato? Brundlefly, intendo…”
“Mi sono spacciata per una laureanda in antropologia del crimine. Ci siamo scambiati qualche messaggio privato e alla fine ci siamo accordati per vederci in un luogo pubblico. Gli ho anche inviato un paio di mie foto sulla spiaggia pericolosamente sexy…”

4Una suora…
“Come lo riconosciamo?”
“Mi ha detto che si sarebbe messo… eccolo!”
Astreana fece un cenno a un tizio fermo sulla soglia che scannerizzava il locale con i lineamenti corrucciati.
Era un ometto basso con la barba ispida e i capelli arruffati, sembrava un topino spaventato. Doveva avere tra i quarantacinque e i cinquant’anni, le mani grosse e callose. Indossava un paio di calzoni di velluto sformati e un rennino.
Si sedette e mi scoccò uno sguardo di fuoco.
“Pensavo saremmo stati soli…” disse rivolto a Astreana.
“Non si preoccupi. È un amico…”
“Ascolti,” fece l’ometto visibilmente imbarazzato, “forse è stato un errore incontrarci… volevo solo aiutarla, ma…”
Fece per alzarsi, ma la mano di Astreana gli bloccò il polso.
“Si fermi! Non sono una studentessa e lui non è un amico che mi ha accompagnato per farmi stare tranquilla…”
Brundlefly si liberò dalla stretta con un gesto brusco. “E chi siete?”
“Agenti di polizia” dissi io.
L’ometto sbiancò, ma non si perse d’animo. “Fatemi vedere un documento…”
Astreana doveva averlo anticipatamente preparato perché in un attimo gli piazzò sotto il naso il suo tesserino del Vaticano. Lui lo guardò senza vederlo e spostò lo sguardo su di me.
“È un collega” specificò Astreana. “Un consulente, ex poliziotto…”
“Cosa volete? Lo sapete che questo è adescamento?”
“Che ne pensa di prendere qualcosa da bere, prima di farci i complimenti?” propose Astreana.

5Ero sinceramente stupefatto dalla sua capacità di trattare sotto stress.
“Ci servono solo delle informazioni” buttò là Astreana leggendo il menu. “Nient’altro…”
Il cameriere si materializzò.
“Per me un Mothra” disse lei.
La farfalla gigante era un altro elemento chiave nelle avventure di Godzilla.
“Una birra” ordinò il nostro uomo. Poi, dopo che il ragazzo si fu allontanato, ribadì: “Allora? Veniamo al dunque…”
“Lei di cosa si occupa?” chiesi.
“Sono un giornalista, ma non vi dirò altro. Nemmeno il mio nome.”
“Non lo vogliamo sapere.”
“In quale veste mi state contattando e perché siete tanto interessati a un caso morto e sepolto da anni e del quale, diciamolo, non frega un beneamato cazzo a nessuno?” chiese Brundlefly fissando Astreana.
“Siamo studiosi di archeologia. Ci affascina l’irrisolto” rispose la mia collega.
“Non ne so molto.”
“Da quello che scrive sul forum sembrerebbe che invece lei conosca molti dettagli…”
Brundlefly sprofondò nel divanetto come se sotto di lui si fosse spalancata una voragine.
Notai che i poggiatesta erano a forma romboidale come le scaglie dorsali di Godzilla. Che meraviglia! Quale cura per i particolari! Avrei volentieri stretto la mano al padrone di quel posto.
“Mi hanno commissionato degli articoli” si giustificò lui.
“Avrà avuto degli informatori…”
“Non sono tenuto a dire niente sulla fonte delle mie notizie…” rispose Brundlefly recitando la formula imparata sul Manuale del perfetto giornalista.
“Siete armati?”
“No.”
“Guardi che noi siamo dalla sua parte” dissi per sciogliere la tensione. “Non stia così sulla difensiva.”
“Io avrei una parte?” ironizzò.

6Arrivarono i drink.
Il mio Biollante aveva un retrogusto dolciastro di rum di qualità scadente.
“Non volevo tenderle un trappola” ammise Astreana.
Stava correttamente facendo un passo indietro. Si dimostrava docile. Rischiavamo un muro contro muro che non avrebbe portato a niente.
Brundlefly bevve una sorsata di birra e ci fissò. Era un uomo minuto e dimesso, ma con uno sguardo penetrante e intelligente. “Non sono abituato a trattare in questo modo. Non mi piace quando non si è chiari da subito. Se mi avete mentito una volta, potreste farlo sempre.”
“Non potevo espormi su Internet, lei si renderà conto…”
“Allora ha pensato bene di tendermi un’imboscata.”
Il piccolo bastardo stava capovolgendo i ruoli. Di questo passo ci saremmo ritrovati con il rischio di una denuncia per abuso di potere. In fin dei conti, non eravamo stati investiti di alcuna autorizzazione ufficiale per indagare. Potevamo farlo da semplici appassionati, certo, ma in tal caso non avremmo dovuto usare i nostri documenti per fare pressioni su un onesto e laborioso cittadino. Inoltre, cosa più importante, avremmo dovuto quantomeno riferire al Grande Capo che un ex pezzo grosso della questura riconfigurato a Base Profonda diramava delicate informazioni top secret.
“Ascolti, siamo più che convinti che il rapitore di Nicoletta Mori e di Vittoria Spada sia ancora in libertà” disse Astreana, scoprendosi un po’ troppo per i miei gusti.
Personalmente avrei giocato più chiuso. A questo proposito, tanto per fare un parallelismo scacchistico, avrei dovuto farle studiare la sempreverde, ovvero la Anderssen-Dufresne del 1852.
“Che scoperta! Questo lo sanno tutti…” rispose Brundlefly. “Chiunque abbia fatto un minimo di ricerche su questa vicenda non può non sentire puzza di bruciato. Se volete stupirmi dovete inventare qualcos’altro…”
“Quindi secondo lei Alberto Amodio non si è suicidato in carcere?” chiesi.
“Non ho detto questo. Forse l’hanno fatto suicidare, chi può saperlo, ormai? In primo grado l’hanno giudicato colpevole dell’omicidio di Cinzia Santini e della scomparsa delle due ragazze. Ma si è trattato di un processo farsa, montato pezzo pezzo per soddisfare la vena forcaiola dell’opinione pubblica dopo che i giornali avevano dato in pasto alla gente i particolari delle sevizie! Amodio si è sempre dichiarato colpevole dell’omicidio della sua fidanzata, ma ha più volte ribadito di non sapere nemmeno chi fossero la Mori e la Spada. Queste sono notizie di pubblico dominio. Controllate gli orari, i profili psicologici… siamo nel mondo delle favole!”
“Come giudica l’incapacità degli investigatori di accertare la presenza o meno del fantomatico terzo uomo…” osservò Astreana, gettando il sasso nello stagno.
“Subcomandante?”
L’ometto terminò la birra.
“Sapeva altresì che non sono state rinvenute tracce biologiche delle due ragazze nella Fiat di Amodio, mentre l’abitacolo era invece stracolmo di elementi riconducibili alla Santini?” disse Astreana.
“Guardate, non ho intenzione di aggiungere altro. E visto che vi muovete come dei dinosauri, è meglio per la vostra incolumità che restiate all’oscuro degli altri particolari. Grazie per l’aperitivo” disse Brundlefly.

7La frittata era fatta. Adesso potevamo ingoiare un po’ di merda.
“Un momento” disse Astreana passandogli un bigliettino. “Questo è il mio numero… le assicuro che ne sappiamo più di quanto crede. Se vorrà parlarne con calma, mi contatti. Senza sotterfugi o tranelli.”
Brundlefly scomparve nella pioggia, tra i fanalini incandescenti delle auto incolonnate.
Rientrando mi fermai in rosticceria: acquistai un pollo con patate arrosto e tre Peroni. La bottega del Santo Padre era chiusa, con tutta probabilità l’avrei rintracciato al Bar Mocambo. Chissà quale strabiliante esibizione aveva in serbo per i clienti quella sera.
Deviai verso il portone di casa, non ero dell’umore adatto per assistere a uno spettacolo della performance art.
Appena mi fui chiuso la porta alle spalle, l’Ispettore mi chiamò. Da quando mi aveva confessato che a ogni disconnessione provava un dolore simile a una bruciatura lasciavo il computer acceso.
“Dimmi…”
Stappai la prima sessantasei della serata.
“Come è andata?”
“Astreana ha trovato un contatto interessante, ma non è molto loquace. Sa molte cose, apparentemente, ma ha paura.”
“Di cosa?”
“Non lo so. Ancora non l’abbiamo scoperto”.
“Ho avuto modo di concentrarmi, D’Altavilla: tra le luci che guizzano e i recessi bui della mia mente ho estrapolato un particolare che non ti avevo ancora sottoposto…”
Tra le luci che guizzano…
“Sarebbe?”
“Un appunto che scrissi un giorno, forse poco prima di scoprire di essere malato, quando il lavoro mi assorbiva completamente… ho solo queste parole… ‘cerca la verità in uno zoo di metallo e carne…’”
“E cosa vorrebbe dire?”

8Ero ormai giunto alla conclusione che i frammenti mnemonici dell’Ispettore si agitavano in una confusione difficilmente districabile. Distinguere le connessioni riferite al caso Amodio dai semplici ricordi familiari, infantili, amorosi o scolastici era praticamente impossibile.
“Forse si trattava della soffiata di un informatore. D’Altavilla, c’è un grande caos quaggiù. Però io so che mi stavo avvicinando a qualcosa di grosso, a qualcosa di simile a uno scandalo…”
Era vero? Forse no.
Sicuramente era più interessante parlare del suo universo informe, della gamma di colorazioni liquide nelle quali mi aveva detto di trovarsi immerso.
Uno zoo di metallo e carne…
Mi sedetti a gambe incrociate nel centro del salone buio come uno sciamano. Il chiarore del monitor disegnava il mio contorno sulla parete.
“I colori cambiano, Ispettore? Parlami dei colori…”
Una pausa silenziosissima.
“Sono dappertutto” disse. “A volte assumono un movimento a risacca, si gonfiano in bolle smisurate, poi si ritraggono, come seguendo il flusso di un respiro. Altre volte formano castelli e costruzioni dalle architetture incredibili. Spesso invece ristagnano mescolandosi in gorghi e spruzzi, assomigliando a una pozzanghera nella quale un pittore abbia rovesciato i suoi tubetti…”
“E nel guscio, invece? Cosa c’è nel guscio?”
“Il guscio è tiepido, è un luogo sicuro. Dopo le ustioni, quando tu scolleghi il PC e nel mio mondo precipitano le tenebre, nel guscio posso raggomitolarmi e attendere…”
Come era già successo in tante sere identiche, la depressione mi stava travolgendo.
Diedi un paio di morsi al pollo e la mia bocca si riempì del sapore dell’aglio. Schifato, gettai il cadavere nella vaschetta di stagnola e la spinsi lontano.
“Alla morte ci pensi?”
“La mia è una condizione di stasi, D’Altavilla. Instabile, momentanea, più insignificante della vita stessa… un purgatorio.”
“Non mi riferisco al senso di ineluttabilità della morte. Ti sto chiedendo se ti rendi conto che, in teoria, potrei cancellare la tua Base dal disco rigido e condannarti all’oblio cliccando solo un paio di pulsanti…”
“E tu potresti essere freddato appena metti il naso fuori di casa da un pazzo appostato sul terrazzo di fronte che ti fa esplodere il petto con un fucile di precisione. Oppure un’auto impazzita potrebbe dilaniarti contro un palo della luce. Non ti pare? Rivolgi la tua attenzione altrove, ti autoconvinci di essere infinito. Il buio eterno fa troppa paura. Eppure, forse, sarebbe preferibile a questa non esistenza…”
“Tu sei un reduce, Ispettore. Sei emerso dalla subcoscienza intatto. A sentirti parlare sembra tu abbia ancora una corteccia cerebrale.”

9E lei, Francesca, cosa aveva provato lei quando Tagliaferri l’aveva trascinata nella Città delle Scatole? Si era sentita lusingata?
Forse aveva creduto che il suo sacrificio fosse inevitabile. Magari mentre quei minorati la torturavano aveva anche pensato di immolarsi per un bene superiore. O forse, molto banalmente, non aveva provato niente, nemmeno il dolore, instupidita com’era dagli stimoli ipnotici dei siti sensoriali.
“Lo sai che Amodio non era sieropositivo?”
“Ma se tutti i giornali l’hanno confermato…”
“Una volta tratto in carcere venne sottoposto a tutti i controlli del caso, al fine di predisporre per lui una cura adeguata. Niente, risultò pulito. Ma si era talmente autoconvinto di essere ammalato che continuò a ritenersi infetto, lo diceva agli avvocati, ai secondini, lo dichiarò persino al processo. Durante le perquisizioni nessuno trovò mai le analisi che lui invece sosteneva di avere tra le sue carte. Immaginare di avere una malattia è una patologia, si chiama patomimia. D’Altavilla, mi stai ascoltando?”
“Sì.”
“Che fai?”
“Niente, pensavo…”
Mi mancava mia moglie, mi mancava mia figlia. Mi mancava la mia fottuta, squallida, banale routine. Vivevo in condizioni di assoluta realtà, non avevo sogni che mi spingessero incontro al giorno successivo, come potevo resistere?
Chi avrebbe curato le ulcere del mio cuore?
“Io non ricordo niente di me. Di prima, intendo. Ma promettimi una cosa, ti prego…”
“Cosa?”
“Che quando tutto questo sarà finito mi cancellerai per sempre. Non voglio che qualcun altro mi riporti alla coscienza, che studi i miei ricordi, non posso sopportare di essere ancora violentato in questo modo. È troppo orribile questo universo…”
Non risposi.
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30 pensieri su “Memoria liquida IX

    • Manuela Rovati
      Effettivamente questo capitolo, nella sua stesura, è stato abbastanza complesso nella strutturazione.
      Dovevo interrompere la catena informativa, precedente, per non stancare.
      Il personaggio, il cui Nick è “Brundlefly”, conosciuto attraverso una chat-room, è servito allo scopo.
      Un duplice scopo, in verità.
      Mentre allento la mix narrativa di prima parte, con questo personaggio marginale che, tutto sommato, trasmette l’italiano medio, fornisce uteriori informazioni/dubbi, nella conduzione di questo fanta/giallo.

      Ho dovuto, comunque, aggiungere un nuovo periodo su quello che è il co-protagonista di questa storia: L’Ispettore, una voce dall’infinito.
      Grazie e buona giornata

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    • Circe
      Vedi, cara Circe e come riferito altre volte, il trucco è molto semplice. Mi faccio piccolo, quasi invisibile, mentre i personaggi svolgono la loro funzione, nell’ambito del romanzo stesso.
      Semplice no?

      Basta stare in silenzio e ascoltare. Quindi annotare fedelmente.
      Grazie per esserci

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  1. Potente, forte in tutto il dramma che si sviluppa.
    Mi ha tolto il respiro l’ispettore.
    Voci da un passato che non conosciamo. La disperazione di un fantasma che non esiste se non dentro un programma.
    Affascinante.
    Ciao, ci sentiamo

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    • Hilde Strauß

      Grazie, cara Hilde.
      L’ispettore. Già.
      Il fantasma che tutti non vorremmo fra le mani, figurati dentro un PC.
      L’Ispettore viene dal profondo delle nostre coscienze che credevamo cancellate e assopite nel tempo.
      Un disilluso, consapevole della propria figura che, otre la momentaneità dell’ultima chance data (anche se molto aleatoria: si tratta di una memoria … digitale), vuole riscattare, nella sua persona, la propria esistenza,.
      Grazie per esserci.
      Buona giornata

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    • Lady Nadia

      Bentornata presso queste umili pagine, cara Nadia (ti ricordo che, in occasione della stesura del presente romanzo, ho sospeso il mio, proverbiale, Voi), non ho afferrato bene cosa tu possa “cliccare” se la foto, dopo, ti manda nei commenti.
      Vedi, ho scelto questo layout per il Blog in quanto dà una visione d’insieme, proprio appena collegati.
      Una specie di indice che segue i dettami della migliore comunicazione.
      -Ultimo articolo in primo piano; i seguenti quattro su “colonne” alla maniera di un giornale, per cui, in uno spazio ridottissimo, ti dà una visione dei “pregressi”; il rimanente si svolge in una prosecuzione a scalare, giusto per invogliare nella lettura.
      Il tutto entro una grafica accattivante, pulita ed elegante.

      La Home, appunto, è costituita da questo indice/situazione ad ampio spettro. Sta al lettore, se vuole, approfondire cliccando i vari tasti e quindi sbloccare gli articoli stessi e tutte le funzioni.
      Ciao e grazie

      Liked by 1 persona

    • Alessandra Bianchi
      Grazie.
      Come sempre sei gentile. Effettivamente, devo dire, che mi ha proprio soddisfatto.
      La drammaticità, stemperata da alcune caratteristiche aggiunte ai personaggi (che, comunque, danno alcune immagini di se).
      Si, è vero, in un elaborato a carattere giallistico (in questo caso con una spruzzatina di fantascienza) l’attenzione sarebbe capitale.
      Non posso pretenderla perché farei violenza a cotanti commentatori…
      Per cui …

      Ti ringrazio e buona giornata

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  2. Parbleu.
    Bellissimo. Te lo devo dire: mi piace la figura dell’Ispettore. Da tutta la sua drammaticità profonda.
    Gli voglio bene, anche se è una macchina ormai.
    Bacini.
    Ciao Nì, buona giornata
    🙂

    PS: Stando alla tua tabella di marcia il prossimo capitolo è domani, vero? Ci sarò.

    🙂

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    • Sonia Liverani

      Infatti, almeno in questo capitolo, l’Ispettore è fondamentale. Rappresenta tutto quello che ormai è perduto, ma che avremmo voluto fare.
      Un’ultima chance, insomma.
      Grazie e ciao

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    • Furioc

      Dalle due principali parti della nostra natura, Ragione e Passione, derivano due tipi di sapere, il matematico e il dogmatico.
      Il primo è libero da controversie, il secondo no, poiché confronta uomini, ed interferisce nel loro diritto e profitto e quindi, tutte le volte che la ragione sarà contro un uomo, un uomo sarà contro la ragione.
      Questa, almeno dal mio punto di vista è la rappresentazione scritta di un “pezzo” d’iformatica, rappresentata dal PC e dall’Ispettore.
      Buona giornata e grazie per esserci

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  3. Un andare a ritroso proiettati in futuro.
    Hai dato valore ad un oggetto. Ecco la sentimentalizzazione dell’insentimentabile.
    la realtà si allontana per far posto ad una nuova fantasia tangibile.
    Divino milord.
    🙂

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