Mamoria liquida XII

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1Nella nebbia della convalescenza mi trovai attorniato da bambole polverose in uno stanzone dalle finestre altissime. Personaggi ignoti entravano e uscivano. Riposavo tra le lenzuola profumate, ma logore, di un letto a baldacchino. Qualcuno mi aveva steccato la gamba. Sul soffitto macchie di umidità.
Una ragazza dai lineamenti gradevoli e i modi sonnacchiosi mi portava scodelle di brodo bollente. Tra una cucchiaiata e l’altra mi faceva ingoiare degli antibiotici, che io buttavo giù senza fiatare. Le sue mani erano alghe sul mio corpo ridotto a un santuario dimenticato negli abissi.
Benché non fosse tra le mie priorità, le chiedevo: “Dove mi trovo?”
Nel suo sguardo ritrovavo lo stesso affetto condiscendente che scorgevo negli occhi di mia madre. L’incavo dei suoi seni mi riportava a lussurie nascoste e a eccitazioni puerili, a coltri calde impregnate dell’aroma di femmina, a caviglie su caviglie.
“Ora sei al sicuro. Stai tranquillo…”
Sembrava imbarazzata anche solo a rivolgermi la parola, come una bambinetta spaurita dalla vastità del mondo che si nasconda sotto la gonna della balia.
Ogni tanto scorgevo dietro di lei il ragazzino che aveva lanciato i sassi contro la mia auto e di cui avevo perso le tracce prima di arrivare nel camposanto.
In ultimo, mi resi conto che il mostro con il buco nella fronte che mi aveva salvato, altri non era che un omone di oltre due metri i cui lineamenti squadrati palesavano un inesorabile ritardo mentale.
Fu quella corte dei miracoli a sopportare i miei vaniloqui.
Poi in un’alba qualsiasi spalancai gli occhi nella camera rischiarata dalla luminescenza polare dell’aurora e ripresi coscienza.
Da quanto mi ero smarrito nella zona allagata? Un giorno? Un mese? Un secolo?
Dovevo tornare alla civiltà, farmi curare da professionisti.
Quella mattina, allorché la mia crocerossina entrò per portarmi la colazione, rimase sbalordita dal trovarmi a sedere sul letto, lo sguardo vispo in cerca di risposte.
“Buongiorno!” dissi.
“Buongiorno…”
Lei rimase interdetta.
“Vedo che si sente meglio” aggiunse, depositando il portavivande con il caffelatte sul comodino.
“Molto meglio, sì. Possiamo parlare, hai un minuto?”
“Ho da fare…”
“Dai, siediti qui… fammi un po’ di compagnia…”
Le indicai il bordo del materasso. Si sedette di malavoglia.
“Sei stata tu a immobilizzare la frattura?”

2Annuì.
“Be’, grazie… non so nemmeno il tuo nome…”
“Nicla.”
“Ok… allora grazie, Nicla…”
“Prego.”
Rispose di fretta e fece per allontanarsi. Aveva un profumo dozzinale, da pochi soldi, da banco al mercato.
“Ascolta, Nicla, devo avvertire la mia famiglia… qualcuno… sono stato derubato…”
La ragazza indugiò con la mano sul pomello. “Lo sappiamo. Dopo parlerai con il Gran Maestro e lui ti spiegherà tutto…”
“Chi è il Gran Maestro?”
Nicla sgusciò fuori.
Pensai al Grande Capo. Alle sue somiglianze con gli uccelli. E pensai anche che non avevo nessuna famiglia da avvertire.
Scostai le coperte e mi alzai. La porta era chiusa a chiave, saltellai fino alla finestra e mi godetti il panorama più deprimente che avessi mai ammirato.
I campi erano punteggiati da edifici cadenti, auto bruciate e colline di spazzatura semiaffondate nella melma, luculliani banchetti per i topi mutati.
I paria che mi avevano soccorso, troppo sconvolti anche solo per concepire l’esistenza di altre fantasie e di altri labirinti al di là degli svincoli autostradali, si erano rifugiati in quella villa fatiscente per sfuggire agli sguardi giudicanti e accusatori del ventunesimo secolo.
I grandi cavalcavia marchiavano i confini di quel regno di emarginazione.
Il ritardato, spingendo nella stanza una sedia a rotelle, disse con voce incerta: “Il Gran Maestro vuole vederti!”
Non avendo niente di meglio da fare avevo trascorso un paio d’ore a studiare le bambole. Ammucchiate in un angolo, alcune erano ridotte a brandelli, altre erano solo sporche, ma in buone condizioni. Ce n’erano settantadue. Puzzavano di asciugamano bagnato. La maggior parte era incrostata di fango e chissà cos’altro. Non indagai.
Attraversando i corridoi gocciolanti, io e il bestione raggiungemmo un ampio ambiente arredato con armadi e cassapanche, quadri e tendaggi che in un passato spaventosamente vicino dovevano aver avuto un certo valore. Le vetrate erano tenute assieme dallo scotch da imballaggio.
Il Gran Maestro, a dispetto del suo altisonante grado, era un vecchietto rinsecchito e spelacchiato, seduto davanti a una finestra, gli zigomi emaciati e la fronte deturpata dalle macchie senili.
“Ecco il nostro ospite” disse senza voltarsi. Contemplava il suo impero di niente.
Fece cenno al gigante di allontanarsi.
“Come si sente?”
L’atto di parlare gli costava un’ardua fatica.
“Bene… cioè, meglio, nel complesso…”
“Eccellente. Devo dedurne che Nicla l’ha curata a dovere…”
“Sì, mi ha dato delle medicine, suppongo degli antibiotici. Ma la gamba mi fa ancora molto male, devo assolutamente recarmi in un ospedale…”
“Sappiamo tutto.”
“Ho avuto un incidente…”
“La stavamo osservando…”

3Quanto era ridicola la situazione? Quanto mi sentivo goffo su quella sedia a rotelle?
“E perché non siete intervenuti prima? Potevo morire…”
Avrei voluto prenderlo a sberle, afferrare quel suo collo viola da uccellino e spappolargli la testa contro la parete.
“Su, andiamo, non sia melodrammatico. Dovevamo prima capire con chi avevamo a che fare…”
“Senta, io non so chi siete… magari avete dei problemi con la legge, oppure siete semplicemente dei baraccati. Non sono fatti miei. Desidero solo avvertire i miei cari che sono vivo, farmi fare delle lastre e una gessatura come si deve…”
Lui schioccò la lingua. “Lei è ancora molto stanco. D’altronde ha avuto la febbre alta per molti giorni. Era disidratato. Mi hanno detto che delirava…”
Non so perché, ma mi sentii in dovere di fornire spiegazioni.
“Mi trovavo a pochi metri dalla civiltà, ma non potevo raggiungere la strada… mi sembrava di impazzire…”
“Ha toccato un tasto dolente…”
“Quale?”
“La civiltà, mio caro, la civiltà. Come avrà notato, qui cerchiamo di vivere all’antitesi…”
Il Gran Maestro era astuto e io mi stavo imbottigliando in un vicolo cieco: non dovevo farmi trascinare su argomenti insidiosi come campi minati.
“No, io non ho notato nulla. Sono sempre stato nella mia stanza, anche perché mi avete chiuso dentro. Non so nulla di voi, né mi interessa. Glielo ripeto, desidero solo tornare a casa…”
Troppo supplichevole?
“Ogni cosa accadrà al momento opportuno…” rispose il Gran Maestro. Mi aspettavo che aggiungesse anche una gustosa citazione biblica del tipo: C’è un tempo per vivere e un tempo per morire…
“Penso che lei abbia bisogno di riposare…”
“Non ho bisogno di riposare, ho bisogno di andare via di qui! Senza offesa, eh!”
“Si figuri! Vedrà che col tempo si abituerà e qui da noi si troverà benissimo…”
Arrischiai una patetica mossa legale che non avrebbe spaventato nemmeno un bambino di quinta elementare: “Si rende conto che questo è sequestro di persona?”
Il vecchietto per poco non scoppiò a ridere.
“Nessuno vuole rapirla! Noi l’abbiamo curata e abbiamo a cuore la sua salute. Vuole andare via? Prego, si accomodi. La città, il suo tanto agognato benessere, è a soli dieci chilometri. L’autostrada solo a due. Ma le assicuro che raggiungerla su una sedia a rotelle non sarà proprio come fare una passeggiata in un giardino pubblico…”
Il Gran Maestro batté le mani e subito il suo schiavo si materializzò nella sala.
“Gomez Addams, riaccompagna il nostro amico nel suo alloggio…”
Il mio alloggio? Ormai eravamo all’avanspettacolo!
“Non so cosa si sia messo in testa, ma lei e il suo gruppo di reietti rischiate grosso…”
“Riprenda le forze, vorrei affrontare ancora con lei l’argomento modernità e benessere. Gradirei conoscere il suo punto di vista…”

4Non ci volle molto a capire che la villa era il luogo di ritrovo di tutti i miserabili che orbitavano nei dintorni. Attendevano di essere ricevuti dal Gran Maestro allineandosi in una fila composta che faceva molto inglesi alla fermata dell’autobus. Si reggevano a malapena in piedi, annichiliti dalla denutrizione, eppure avevano la costanza incrollabile di portare dei regali al vecchio. I questuanti stringevano nelle mani giocattoli rotti, vestiti laceri trovati nella discarica, rottami di elettrodomestici. Due barboni trascinavano per le zampe anteriori una pecora morta.
Seduto su una sedia di plastica bianca sotto un ombrellone, il Maestro li accoglieva a braccia aperte in una grottesca parodia di benedizione papale.
Quegli individui mi ricordavano in maniera terrificante gli abitanti della Città delle Scatole.
La stessa gente che si era nutrita di mia figlia in un arcaico rituale antropofago. La stessa gente che l’aveva cannibalizzata.
Osservavo apatico la teoria di straccioni sotto la mia finestra e intanto ripensavo alla conversazione che avevo avuto con Nicla pochi minuti prima.
“Devi prendere le medicine” mi aveva detto lei tenendosi a una certa distanza dal letto, come se d’improvviso fossi diventato contagioso.
“Non voglio prendere le medicine… devi aiutarmi a scappare…”
“Ma il Maestro ha detto…”
“Siete tutti pazzi? Il Gran Maestro è andato…”
Nicla mi piantò addosso uno sguardo carico d’odio.
“Non devi permetterti. Tutti noi amiamo e proteggiamo il Gran Maestro. Tra poco vedrai quanti doni gli porteranno…”
“Doni per cosa?”
“Per la protezione che il Gran Maestro gli offre…”
“Io non ho visto nessuno. Ci sono delle guardie?”
La incitavo a parlare, ma lei se ne stava abbottonata.
“Non ancora ma ci Marianno” rispose Nicla gettando con sdegno delle pillole sul copriletto. “Arriveranno quando il Gran Maestro darà il via alla rivoluzione… vuoi che ti controlli la fasciatura?”
“Tu sei un’infermiera?”
“Forse abbiamo commesso un errore a salvarti… sei solo un ingrato… come tutti quelli che vengono da fuori…”
Più tardi, Gomez Addams mi caricò nuovamente sulla sedia a rotelle e mi portò fuori. Non provai nemmeno a chiedergli dove fossimo diretti, sapevo che non avrei avuto risposta.
Mentre ci allontanavamo, scorsi il solito bambino (del quale non ho mai saputo il nome) che mi scrutava da una finestra del secondo piano. Gli sorrisi e lo salutai. Si ritrasse.
Il tetto a spiovente della villa aveva ceduto in molti punti e la facciata era gravemente scrostata. Ciò che ancora una volta mi colpì di quel luogo fu l’atmosfera di malessere e di rovina che si respirava in quell’aria densa di esalazioni mefitiche.
Raggiungemmo il Gran Maestro all’estremità di una lingua d’asfalto sulla quale dei graffitari si erano sbizzarriti disegnando pupazzi a cinquanta denti, slogan, fiori, treni in fuga. Anche il vecchio sedeva su una sedia a rotelle, sembrava addormentato. Nicla riposava lasciando che il vento le schiaffeggiasse la faccia.
“Desolante il suo regno…” dissi appena fui a portata vocale.
“Non posso darle torto” rispose il Gran Maestro, destandosi. “Ma non sarà sempre così. Emergeremo dalle macerie. Abbiamo a disposizione decine di braccia dedite alla nostra causa.”
“L’ho notato il suo esercito di pezzenti… mi sembravano in grande forma…”
“Non si faccia ingannare dalle apparenze. Più di ogni altra cosa vogliono essere riammessi a far parte della società che un tempo li ha scartati. Auspicano una mia intercessione…”

5C’era da sbellicarsi. “Lei vaneggia” dissi.
“Avrà un posto in prima fila quando succederà…”
“Grazie, ma non ci tengo…”
Gomez Addams e Nicla ci spinsero verso una costruzione bassa. La strada finiva lì. E non aveva mai portato in nessun posto.
“Dove stiamo andando?” chiesi.
“Voglio mostrarle il nostro centro di comando!”
Si trattava di un ex stabilimento per la raffinazione del greggio. Due silos arrugginiti, un capannone, uffici dimenticati, sporcizia. Probabilmente qualche randagio morto stecchito.
“Che ne pensa?”
“Che quest’area andrebbe bonificata…”
“Non faccia lo spiritoso… da qui dirigeremo le operazioni” disse il Gran Maestro, gesticolando in direzione dei muri divelti. “Stiamo accumulando cibo e bevande, le armi arriveranno… quando sarà il momento potremmo facilmente collegarci alla rete elettrica… guardi la posizione privilegiata, possiamo tenere sotto controllo buona parte della zona allagata… il nostro dominio nascerà dal fango per arrivare fino in cielo… andiamo, Nicla…”
La ragazza e il vecchio pazzo sparirono dietro una costruzione in frantumi.
Rimasi a rimuginare sulle parole dell’uomo: in quella testolina imperava il caos, una schizofrenia fanfarona che mi ricordava Tagliaferri e le sue Anime del Patibolo. Nonché i folli statisti del secolo precedente.
Gomez Addams si chinò sulla mia spalla e mi sussurrò nell’orecchio: “Lo sai che nella cisterna numero due c’è Dio?”
Per via della sua malformazione facciale sputacchiava quando parlava.
“Dio?”
“Il Gran Maestro non ci crede, ma io e Nicla l’abbiamo visto. E tu, vuoi vedere Dio?”
“Be’, se potessi incontrarlo di persona avrei un paio di domande da fargli…”
“Non capisco…”
“Lascia perdere. Sì, mi piacerebbe…”
Non so perché gli stessi dando corda. Forse avevo bisogno di giocare. Il mio cervello era stato sotto sforzo per un lungo periodo e, come un muscolo, di quando in quando aveva la necessità di rilassarsi.
“Stanotte ti ci porto…” fece Gomez Addams.
Più che una proposta, mi sembrò una minaccia.
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18 pensieri su “Mamoria liquida XII

  1. Letteratura e descrizione.
    C’é l’impegno.
    Adesso dal mio punto di vista. Ho sempre avuto qualche problema a leggere un romanzo e riprenderlo, Dopo un po’ di tempo. Mi perdo l’aria e la continuazione, così come viene descritta. Un po’ quando ti sbattono la pubblicità mentre vedi un buon film.
    Ecco, non ho sentito quella mancanza, stavolta.
    Leggo e rimane impresso, perfettamente, quello che leggo.
    La tua penna, caro Ninni.
    Ciao e buongiorno

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    • caro Valerio,
      come sai l’impegno è tanto.
      Come ben sai la mia scrittura va al di là della normale scrittura professionale, giornalistica, accademica e tecnica. Infatti, a random, include romanzi, racconti, poesie e poemi e tutto quello che ci si ptrebbe aspettare dalla “penna”.
      Uno scritto che propone e sviluppa un avvenimento o una serie di avvenimenti a me cari o di fantasia, comunque, a me cara.
      Grazie e ciao

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    • Milady,
      i luoghi che non conosciamo, molto spesso, sono quelli dell’ID profondo. Quelli dove, fortunatamente, la natura non ci permette di transitare e che rimangono nascosti quasi per sempre.
      In alcuni casi, però, vengono fuori per farsi riconoscere dal legittimo detentore.
      Accade, però, che proprio il detentore abbia da scegliere su due strade:
      La prima è al di fuori del controllo, ma postiva. Precedenti illustri il pittore Goya, che andò “fuori squadra”, ma dipinse le più belle opere (Come del resto Van Gogh, Munch, ecc.).


      Bello vero?

      La seconda strada è, decisamente, negativa.
      E’ quella che porta alla schizofrenia con sindrome paranoide (la peggiore aberrazione mentale riconosciuta dalla scienza medica), ovvero il nostro caso specifico (con una forte componente, aggiuntiva, di bipolarità acuta).

      Grazie e cordialità

      🙂

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