Memoria liquida XIII

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1Idiota! Solo un idiota si sarebbe fatto coinvolgere in una tale puttanata!
Prima di chiudere la botola e di tumularmi nel serbatoio, Gomez Addams mi aveva lanciato una torcia dicendo: “Almeno vedrai il luogo dove morirai…” o qualcosa del genere.
Poi il clang dell’acciaio aveva smorzato ogni suono esterno. Ero tornato nell’utero.
Ero sceso all’interno della cisterna a cavalcioni sulle spalle di Gomez Addams.
Avevamo usato una scala d’acciaio arrugginito adoperata chissà quanti anni prima dai tecnici per controllare la tenuta stagna dei pannelli o per rimuovere le incrostazioni. Una volta dentro, Gomez Addams era tornato in superficie con una scusa e mi aveva sepolto vivo.
Si trattava di un ambiente alquanto grande, cinque metri per cinque e alto almeno il doppio. I miasmi di petrolio erano asfissianti, mi si conficcavano nel centro della fronte facendomi socchiudere gli occhi e serrare le mandibole.
Mossi il cerchio di luce della torcia seguendo il margine delle saldature alla ricerca di una fenditura, di un condotto, di un passaggio nascosto. Com’era presumibile, non individuai niente. Mi trovavo in un cilindro di metallo conficcato nella terra fradicia della zona allagata: zero possibilità di fuga.
Perché Gomez Addams voleva uccidermi? Era invidioso della considerazione non voluta di cui mi omaggiava il Gran Maestro?
Spensi la pila elettrica e mi precipitò addosso l’oscurità più fitta dell’inferno. Il buio era così totale e assoluto, così compatto, che mi stringeva la gola. Mi sentii schiacciare, come se la tenebra avesse un proprio peso specifico.
La cisterna era ricolma di un nero denso e gommoso: ce l’avevo tra i capelli come un pipistrello, tra le dita delle mani, si insinuava sotto i miei abiti. Tenni la bocca chiusa per non farmelo penetrare dentro.
Un rumore… accesi la torcia e diressi il cono luminoso verso il basso.
Nicla era lì, chiusa su se stessa come un mollusco, il mento posato sulle braccia conserte, lo sguardo languido e indolente.
“Cristo Santo, mi hai fatto prendere un colpo!” esclamai.
“Vedo cose strane” disse lei. “Forme brillanti sulle pareti. Uomini e donne dalla carnagione olivastra con lunghe tuniche in groppa ad animali simili a cammelli…”
“Che stai facendo?”
“Ti aspettavo… e intanto sognavo…”
“Sono le esalazioni tossiche. Hai le allucinazioni…”
Le parole si propagavano nella luce, ma appena il suono fuoriusciva dal fascio prodotto dalla torcia, esso si attutiva sino a dissolversi. Le tenebre erano così elastiche che inghiottivano anche le nostre voci. Si adagiavano su di noi, poi si ritraevano, e ancora si flettevano, cingendoci.
Nicla mi raccontò la sua storia.
Prima di chiamarsi Nicla aveva avuto innumerevoli nomi e altrettante professioni. Almeno per i suoi clienti più affezionati. Si era chiamata Fiorella quando aveva interpretato l’ingenua e sempliciotta ragazza di provincia alla ricerca di un mentore. Si era chiamata Anna quando aveva recitato la parte della ballerina caliente. Si era chiamata Marilù, o Marì, quando aveva finto di essere una cantante dark drogata e disinibita.
Aveva avuto amori di una notte, amori di poche ore, amori bruciati in macchina nel parcheggio di un ristorante. E tutti le avevano lasciato qualcosa: un palpito, un sentimento, un po’ di disprezzo per se stessa. Anche una gravidanza.
Poi le era capitato quello che a una donna che aveva deciso di fare il suo mestiere non sarebbe mai dovuto accadere.
Allora l’aveva cercato spasmodicamente. L’aveva atteso sotto un palazzo di specchi solo per godere della sua visione. Aveva attraversato crepuscoli piovosi e algidi, raschiando la corteccia di uno sconforto inesprimibile. L’aveva pedinato turbata essa stessa dalla propria fisima, sbigottita da quanto quell’uomo potesse mancarle.
Dimenticò i suoi nomi. Fiorella, Anna, Marilù.
La brillante accompagnatrice e amante di stimati professionisti e manager non esisteva più. C’era solo una bambola svogliata e accidiosa, fiacca e pigra, che oziava tutto il giorno, dormiva in orari improbabili lunghissimi sonni vuoti e parlava con le ombre. Smise anche di prepararsi da mangiare.
Senza scampo, finì nella zona allagata.

2“E conobbi chi mi ha fatto questo…” disse Nicla, sollevandosi la maglia.
Linee verticali di tessuto cicatriziale le incidevano il torace. I tagli dovevano essere stati molto estesi, l’inspessimento cutaneo era notevole.
“Mi fece credere di essere una regina, invece ero solo un altro esperimento…”
“Ma perché? Che senso ha?”
“Voleva trasformarmi… e mentre lo faceva le campane suonavano a morto…”
“Trasformarti in cosa?”
“In un animale. Per uno zoo…”
Uno zoo di carne e metallo! “Parlami, Nicla, parlami di lui…”
Dal buio sprigionò il primo rintocco.
“Era bello come un eroe. Alto… con uno strano taglio di capelli…”
Subcomandante?
“Era un medico? Un chirurgo? Un entomologo?”
“Perché sarebbe dovuto essere un entomologo?”
“Non lo so, così… un veterinario?”
“Non ho mai saputo di cosa si occupasse… però mi fece dimenticare il mio amore non corrisposto. Per me era sufficiente…”
Attorno a noi, nonostante il fondo nero della cisterna, assumevano consistenza le figure descritte un attimo prima da Nicla: personaggi intabarrati a cavalcioni su quadrupedi dalle zampe finissime e il muso di cavallo si accingevano ad affrontare il deserto. Percepivo le emanazioni roventi della sabbia surriscaldata. Oltre a quegli uomini e quelle donne provati dalla siccità scorgevo dell’altro nella baraonda, vedevo Nicla e il suo boia in una stanza con la carta da parati verde a fiori.
D’un tratto la gamba rotta iniziò a farmi malissimo.
Dal buio sprigionò il secondo rintocco.
“Tu, uomo, tu lo sai che cos’è il desiderio devastante, eh? Non riuscire a chiudere gli occhi, non riuscire a camminare, cercare di farsi del male, male fisico, pur di deviare l’attenzione della propria mente… ti rendi conto di cosa vuol dire? L’hai mai provato?”
Sì, avrei voluto risponderle. Sì. Ma in modo diverso. Ormai da anni sono incapace di esistere. Non è stato l’amore o la mancanza di amore che mi ha ucciso, è stata l’incapacità. Non la passione, l’aridità e l’egoismo.
“Non ero spaventata dalla sua proposta” disse Nicla. “Direi, piuttosto, divertita. So che oggi può suonare strano, eppure ti assicuro che in quei mesi ero talmente disperata che non mi importava nemmeno di me stessa, avevo smarrito anche il più ovvio istinto di sopravvivenza. La notte le correnti della sofferenza mi percorrevano, mi facevano vibrare, mi passavano sulla pelle come onde…”
Si interruppe per guardarsi intorno. “Li vedi?”
“Certo che li vedo…”
Decine di corpi si materializzavano e scomparivano. Le prospettive si dilatavano all’infinito, lo spazio si schiacciava e si allungava, l’orizzonte era una linea remota e distante.
“Sono fantasmi” disse Nicla.
“No, ti ho detto che sono le nostre allucinazioni.”

3Stavo per aggiungere: io ho il potere della preveggenza, sai? Me l’ha tramandato mio nonno. È un’esperienza unica! Dovresti provare.
“Ti vedo nella camera dell’albergo…” dissi.
“Sì… quando mi ha operato… ma quella è la fine… ho tanto da raccontare…”
“Ti ascolto… pensa che dal dentista cerco di non farmi fare l’anestesia se non è proprio necessario, immagina quanto sono abituato alla sofferenza…”
Due bambini con la gola squarciata, un maschio e una femmina, mi indicarono sghignazzando. Un fremito glaciale mi fece drizzare i capelli sulla nuca quando la bimba mi sfiorò la spalla con la mano fredda. Rideva e la sua ferita si apriva e si chiudeva, come una bocca. Mi aveva realmente toccato? No. O sì? Avevo percepito il contatto? In un certo senso me l’aspettavo… non si interagisce con le visioni. È male, oltre che impossibile.
Ma chi erano quei ragazzini? E i personaggi che cavalcavano quelle bestie ignote?
Nicla parlava: “Dopo esserci incontrati passammo non so quanti giorni a bighellonare per la kasba. Camminavamo a braccetto, come se non potessimo fare altro. Spesso ci facevamo trasportare dalla folla, come se la moltitudine delle persone fosse un unico essere vivente guidato da un’intelligenza superiore. Occupammo un appartamento vuoto in uno dei palazzi in rovina nei pressi di via di Malafede. Al posto delle finestre qualcuno aveva attaccato dei teli di plastica. Nella mia alcova c’era solo un materasso e pesanti tendaggi di velluto che oscuravano il sole rendendo l’ambiente impolverato e oppressivo. Che fosse giorno o notte non faceva alcuna differenza, dentro di me era perennemente notte. Ci volle molto poco perché diventassi una delle puttane più ambite della zona allagata. Ancora non avevo malattie e sembravo sufficientemente in forma. Puzzavo di sudore e umori, a volte perdevo sangue dal retto e dagli occhi, ma si trattava di inezie rispetto allo stato vergognoso in cui versavano le ragazzine che ingoiavano sul retro delle baracche tra le grida dei papponi e la babele frastornante dei megafoni. All’alba, quando anche l’ultimo degli ubriaconi se n’era tornato nel suo tugurio, lui mi disinfettava le croste causate dai lacci sulle caviglie e sui polsi. In effetti, mi guadagnavo da vivere sempre nello stesso modo. L’unica differenza era che almeno questi straccioni non facevano domande alle quali dovevo mentire, non cercavano di darsi un tono e non dovevano togliersi la fede prima di fare i loro comodi…”
La cisterna era un turbine di facce, abiti, effluvi, rimbombi: gli esseri si concretizzavano con velocità straordinaria e altrettanto in fretta tornavano nelle tenebre. Volteggiavano trasportati da una brezza che io e Nicla non avvertivamo, si attorcigliavano e si dimenavano come serpenti in una teca.
Dal buio sprigionò il terzo rintocco, il quarto, il quinto…
“Quando uno spacciatore ci informò che la polizia aveva intenzione di sgomberare i palazzi, noi recuperammo le nostre poche cose e ci trasferimmo in un alberghetto con le camere tappezzate a fiorellini… il denaro che aveva guadagnato facendomi prostituire gli era servito per acquistare disinfettanti, antibiotici, anticoagulanti, anestetici… tutto il necessario per l’imbalsamazione…”
“Quindi aveva intenzione di ucciderti…”
“Sì. Alla fine del trattamento sarei morta. Quando me lo disse ne fui felice. Non era un segreto. Mi spiegava nei dettagli cosa mi aspettava, dove avrebbe inciso, le sostanze che mi avrebbe iniettato, quale effetto avrebbero avuto su di me…”
“Affascinante… lo sai che l’aveva già fatto ad altre ragazze? Ne ho quasi la certezza…”
“Certo, lo so…”
“Del natron te ne ha parlato? E della formaldeide?” la incalzai.
“Mi sembra, ma non ne sono sicura… vuoi scopare?”
“Cosa?”
“Ti ho chiesto se vuoi scopare…”
“Qui? Adesso?”
“Sì.”
“Con tutta questa gente che guarda?”
“L’hai detto tu che sono solo le nostre allucinazioni…”
“Però prima ho avuto l’impressione che mi toccassero…”
Nel tumulto dei fantasmi che nascevano e morivano, avevo identificato la scena dell’operazione a cui si era sottoposta Nicla: il crepuscolo fuori dalla finestra, la schiena di Subcomandante, le ampolle contenenti i suoi intrugli, i bisturi, i divaricatori, le siringhe. Vedevo ogni cosa sulle pareti della cisterna, come i disegni preistorici stilizzati nelle grotte di Lascaux.

4“Perché non ha portato a termine i suoi progetti?”
“Mi stava solo preparando. La mutazione vera e propria sarebbe avvenuta più in là. Attendeva la comunicazione dai suoi clienti…”
“Comunicazione di cosa?”
“Di quale animale avrebbero avuto bisogno… mentre aspettavo, mi contorcevo nel mio letto, convinta che la fine di ogni malessere sarebbe giunta presto. Lui usciva la mattina di buon’ora e non tornava fino alla sera. Mi lasciava da bere. Oh, uomo, affrontare la propria vita ogni maledetto giorno ed evocarla con una bottiglia di vinaccio! Rivivere ogni errore, ogni fottuto comportamento incomprensibile e capriccioso, ogni stupida presa di posizione, ogni amplesso non consumato. I miei odiosi sbagli mi azzannavano alla testa e mi rendevano vulnerabile…”
Eccola, era lì… Nicla, che forse non era ancora Nicla, si spostava tenendo una bottiglia per il collo attraverso una stanza in penombra, tra quattro pareti verdi a fiorellini popolate dagli spettri di un’ossessione.
“Una volta regalai un bonsai alla Pam, la mia ex moglie. Un ficus. Lo portò in un vivaio per una potatura e non lo andò mai più a ritirare… spesso le persone che ami ti fanno del male e nemmeno se ne accorgono…” dissi, osservando Nicla, che forse non era ancora Nicla, sbattere i pugni, urlare, singhiozzare, fissare il vuoto, percuotere la tenda di velluto.
“Dovevo impormi una disciplina mentale” fece lei. “Una rigida disciplina mentale per sopravvivere fino a quando lui avesse deciso di devastarmi…”
“Non accadde…”
“Una mattina come le altre uscì e non tornò più. A quel punto iniziai a pensare al modo più atroce per andarmene da questo mondo. Combattei una battaglia impari contro le armate dell’inconscio che mi urlavano di scendere in strada a cercarlo. E quando l’avessi trovato – ammesso che ci fossi riuscita – l’avrei in qualche modo obbligato a finire il lavoro. Mi doveva uccidere, me l’aveva promesso! Mi ferii e, ancora sanguinante, mi gettai nella schiuma del Tevere… speravo di essere mangiata dai ratti mutati e dai pesci pilota… invece, Gomez Addams mi vide impigliata come un pupazzo alle piante che crescevano sulla riva e mi trasse in salvo…”
Il poco ossigeno presente nella cisterna era ormai terminato, la concentrazione di monossido di carbonio nel nostro sangue aveva superato il limite.
Ci saremmo addormentati, una morte dolce.
“Ho sonno” disse Nicla, avvicinandosi e lasciando cadere la testa sulla mia spalla.
“Dormi, qualcuno verrà a salvarci…”
Anche a me si chiudevano le palpebre.
Le nostre allucinazioni ci fissavano immobili, silenti. Mentre scivolavo nel torpore le vidi accerchiarci. La camera tappezzata a fiori era vuota.
Poi mi sembrò che l’aria rinfrescasse. E che oltre al vento del deserto delle mie visioni, nella cisterna penetrasse anche il frinire dei grilli, assordante e al contempo lontano come un ricordo increscioso.
Un’estate di fine anni ottanta emersa dal profondo, dagli strati germinali della coscienza…
…Nascosta la Vespa all’ombra degli eucalipti in modo che non si vedesse dalla strada, io e la Pam esplorammo il villaggio turistico abbandonato. Scegliemmo una stanza al primo piano, ombreggiata e sufficientemente fresca. Dalla grande finestra si ammirava il mare sfavillante. Un’enorme buganvillea fiancheggiava il vialetto che conduceva all’insenatura. Il selciato era rotto dall’erba e dalle piante selvatiche. I malridotti balconi erano mangiati dalla salsedine e dalla sabbia, che si accumulava in dune solide sotto le finestre del pianterreno.
Non ci accorgemmo della presenza degli altri fino al tramonto, quando li incrociammo tornando dalla spiaggia. Si trattava di due coppie, una italiana e l’altra francese, più grandi di noi di una decina d’anni. Ci scambiammo qualche convenevole. Sembravano infastiditi dalla nostra presenza come, francamente, noi lo eravamo dalla loro.
Dopo, in camera, sdraiati sul letto polveroso a goderci la brezza appena più temperata del vento bollente del primo pomeriggio, commentammo l’incontro.
“Devono essere persone rispettabili, probabilmente si occupano di economia o sono dei medici” sosteneva la Pam, esprimendo una visione decisamente limitata e parziale delle persone degne di rispetto.
“So soltanto che il maschio della coppia italiana continuava a guardarti le tette” le risposi, anche se non mi dispiaceva affatto quando qualcuno fissava con cupidigia la mia donna, soprattutto se si trattava di un uomo maturo.
“Anche il francese, se è per questo…”
Il giorno successivo, mentre ce ne stavamo nudi sugli scogli a goderci l’abbraccio del sole, sentimmo delle voci trasportate dal vento: si trattava naturalmente delle due coppie che alloggiavano come noi nel villaggio turistico abbandonato. Non avevo ancora visto quale fosse il loro mezzo di locomozione, e certamente non potevano essere arrivati sin lì a piedi.
Ero sicuro che ci stessero spiando. Non per timore che potessimo assumere degli atteggiamenti pericolosi, ma perché erano interessati a noi. Ci studiavano a distanza. Ci valutavano.
Intorno all’ora di pranzo sulla baia calò una canicola asfissiante e la Pam mise i piedi a mollo per rinfrescarsi. Io mi ero assopito e al mio risveglio mi sentivo gonfio e intontito come se mi avessero ficcato lo spinotto di una pompa in bocca, mi girava leggermente la testa e avevo la vista offuscata. La pineta, da laggiù, si confondeva con lo sfondo roccioso e i tronchi tremolavano e sfuocavano.

5“Non ti sembra che tutto sia irreale?” chiesi.
“Fa così caldo” rispose la Pam fissando quasi ipnotizzata il luccichio dell’acqua.
Gli angoli delle sue caviglie si deformavano sotto la superficie, allargandosi a tenaglia.
Si udì una risata che percorse l’aria immobile come la vibrazione di una sciabolata.
Le due donne del quartetto stavano correndo verso il mare completamente nude, ridendo e battendo i piedi sull’arenile.
Percorsero alcuni metri sul bagnasciuga, sollevando schizzi bianchi, quindi si tuffarono contemporaneamente. Imperlate di gocce d’oro e unte di crema abbronzante, sembravano due statue marine. Si baciarono. Un bacio lungo e molto intimo.
“E brave…” disse la Pam.
I maschi, rimasti a crogiolarsi al sole e a fare la claque, ci guardavano.
La sensazione era quella di un teatrino, di una recita pianificata per attrarre la nostra attenzione. Isolati dal mondo, soffocati dall’afa e immersi in quella curiosa atmosfera fuori dal tempo, ci trovavamo in sei, ognuno ben consapevole dei propri appetiti sessuali, senza un vestito addosso, a scambiarci sguardi ammiccanti, a provocarci, quasi a sfidarci su chi avrebbe avuto il coraggio di muovere il primo passo. Sembrava una danza… o una partita a scacchi…
Fu il francese a dare il via al corteggiamento.
Si sollevò dal suo asciugamano di Yves Saint Laurent e si avvicinò agli scogli, gli occhi dei suoi compagni piantati nella schiena come pugnali. Aveva una prominente pancetta da alcol e i lunghi capelli biondi non nascondevano un’incipiente alopecia androgenetica: eppure l’uomo – tra i trentacinque e i quarant’anni – non era privo di un certo fascino scanzonato e insolente. Si posizionò a una decina di metri da noi fingendo di interessarsi all’orizzonte. La Pam lo raggiunse camminando sulla punta dei piedi. Notai che il sole le aveva irritato il décolleté. Nello zaino avevo un tubetto di Lichtena per gli eritemi.
Parlarono per qualche minuto, poi la mia fidanzata tornò sugli scogli e il francese dai suoi amici.
“Be’?” le chiesi, “Che vi siete detti?”
“Ma niente,” rispose lei con indifferenza, “ci ha invitati a un ballo stasera…”
Adoravo restare sdraiato nella penombra e fare finta di dormire mentre la Pam si aggirava per la stanza. Dai rumori cercavo di capire cosa stesse facendo. L’apertura della zip del borsone significava che stava scegliendo il vestito da indossare. Dai suoi passi avanti e indietro lungo il corridoio vuoto supponevo che fosse andata a cercare delle bottiglie d’acqua.
Me ne stavo bocconi, la guancia contro il cuscino sporco e aprivo e chiudevo gli occhi, non del tutto addormentato e nemmeno completamente sveglio. Il sole affondava nel mare e la luminosità nella stanza aveva assunto una tonalità porpora. Una volta tornata, la Pam iniziò a truccarsi: lo capii dal rumore dei tubetti delle creme appoggiati sulla mensola, di fronte a ciò che rimaneva di uno specchio.
“Alzati. Tanto lo so che sei sveglio. Non dormi mai in quella posizione” fece lei, le parole un po’ alterate dalla strana piega della bocca mentre si passava il lucidalabbra.
“Stavo pensando che tutto questo sole potrebbe farci venire un cancro alla pelle…”
“Speriamo di no. Perlomeno non subito. Vorrei prima avere dei figli.”
“Con me?”
Rispose dopo un’infinità di tempo: “Perché no?”
“Non ti pare un po’ tetro questo posto?” chiesi.
“Sì. Per questo mi piace.”
“Chissà perché l’hanno lasciato qui a sgretolarsi…”
“Questione di permessi, secondo me. Speculazione edilizia, roba del genere. Ci sono un sacco di edifici in stato d’abbandono lungo la costa italiana. La maggior parte attende di essere abbattuto, ma tra rinvii e ritardi giudiziari passano secoli…”
Mi voltai, rotolando su un fianco. Lei mi dava le spalle. Il suo enorme drago tatuato tra le scapole era arrossato. La coda della bestia le avvolgeva la vita come una cinta, la fiammata le leccava la nuca.

6Ebbi il desiderio improvviso di penetrarla. E infatti lo feci, piegandola a novanta gradi contro il muro. Lei si issò sulle punte per agevolare il movimento. Gemette quando la riempii con il mio esercito bianco e mi parve di sentirle mormorare: “Mai più…”
Un giradischi, alimentato da una fonte di energia sconosciuta, mandava musicaccia francese sullo stile de La vie en rose. La puntina saltava ripetutamente e nella sala rivolta a est, nonostante la doppia portafinestra spalancata, indugiava un persistente puzzo di carogna. Non osavo immaginare la quantità di piccoli animali, uccelli e lucertole che avevano trovato prima rifugio e poi la morte in quella struttura cadente.
Le due coppie sorseggiavano champagne a temperatura ambiente, ci dissero che ne avevano scovato una cassa nelle cucine. Ci offrirono calici opachi colmi di liquido giallo paglierino.
Le donne vestivano abiti di un’eleganza sontuosa, decisamente fuori lungo. Tutti noi emanavamo un sentore di sudore, dal momento che non ci lavavamo come si deve da una quantità di giorni incalcolabile.
La Pam indossava una gonnellina a pieghe bianca e un top azzurro. Si complimentarono con lei per il tatuaggio, come se l’avesse disegnato di suo pugno. Ipocriti!
Le bollicine calde mi diedero subito alla testa e il malessere ansioso di quel pomeriggio si sciolse come un sottile strato di brina ai primi raggi dell’alba.
Venni a sapere che i due francesi erano una coppia di paleontologi impegnati a lavorare in un sito non lontano. Erano stati mandati lì in avanscoperta dal governo della loro nazione, ma si stavano trattenendo più del previsto dopo il felice incontro con gli italiani, marito e moglie, imprenditori nel ramo assicurativo.
“Stiamo facendo un giro dell’isola in Vespa” dissi.
“Che bello! Che esperienza affascinante!” cinguettò la donna francese sfiorando la spalla della Pam. Il corteggiamento continuava, e io mi sarei goduto lo spettacolo.
“Tornati a Roma ci sposeremo” disse la Pam, spingendo la nuca della straniera verso di sé e ficcandole la lingua in bocca.
“Ma prendiamo dell’altro champagne” fece il marito della coppia di imprenditori con tono volgare. “Beviamo a volontà, ce n’è per tutti!”
“Penso sempre alla mia ex moglie” mi confidò il francese biondo e pasciuto poco dopo, mentre osservavamo gli altri danzare, o far finta di danzare, seguendo il ritmo lento della canzone. “Ma guardala,” proseguì, “guarda la mia nuova fidanzata e dimmi se anche tu non ti innamoreresti di lei! Da quando l’ho incontrata non sono più un noioso professore sepolto nel proprio studio tra i libri ammuffiti e la polvere delle ossa…”
Anche io, come il francese, marcivo nel mio brodo fatto di illusioni e ricordi decrepiti, titubante sulla soglia di una vita che non era più la giovinezza, ma non era nemmeno l’età adulta. Ci pensavo mentre guidavo la Vespa con la Pam stretta ai fianchi. Ci pensavo mentre il mare mi illanguidiva al crepuscolo. Ci pensavo mentre quella musica d’oltralpe mi rintronava nelle orecchie e io mi sentivo lurido di sale e umori, ubriaco di champagne e in fondo tristissimo, in compagnia di perfetti sconosciuti.
Nei giorni successivi dormii molto. Mi svegliavo la mattina tardi, facevo una passeggiata sino agli scavi, pranzavo sbocconcellando il contenuto di una scatoletta e poi schiacciavo un altro pisolino, il quale molto spesso si prolungava sino all’ora di cena.
Andò avanti così per una settimana.
Persi le Basi della Pam.
Tornava in camera solo per dormire e per cambiarsi il costume da bagno. Il resto del tempo lo trascorreva con la coppia di imprenditori. Facevano lunghe nuotate, passeggiavano per la pineta, raccoglievano oggetti dalle stanze vuote.
C’era molto feeling tra loro, molta complicità. La notte lei mi raccontava dei suoi orgasmi.
Io mi godevo i privilegi di una solitudine ambita e finalmente ottenuta.
Dalla mia postazione sopraelevata su una collinetta, accerchiato dalle conifere nane, vedevo l’oceano di ossa tornare alla luce dopo milioni di anni.
I due paleontologi non mi rivolsero mai la parola, limitandosi ogni tanto ad agitare il braccio a mo’ di saluto. Saluti che io ricambiavo, nascosto dietro gli occhiali fumé.
Il sole basso che riverberava sui fossili evocava in me ricordi che non appartenevano al mio passato, ma alla memoria genetica della mia specie. Il disegno in cui venivano rinvenuti i dinosauri aveva una bizzarra regolarità geometrica. Avevo gli occhi sempre più affaticati.
Il cibo scarseggiava: di quel passo mi sarei ridotto a succhiare il sellino di cuoio della Vespa per darmi un po’ di nutrimento.
Poi una mattina ci ritrovammo soli.
La coppia di italiani se n’era andata a bordo della loro Ducati. Lo stesso avevano fatto i francesi, lasciando il loro inestimabile lavoro a metà.
Provai a mostrare alla Pam gli splendidi affreschi che le concatenazioni e gli intrecci tra quei femori e quei crani stavano dipingendo nella mia testa, ma lei appariva distratta e sovrappensiero. Non capiva. Non poteva capire.
Montammo sulle nostre due ruote e proseguimmo il viaggio.
Nove mesi dopo nacque Francesca.
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26 pensieri su “Memoria liquida XIII

  1. Sarò sincera,
    per un attimo durato non so quanto, leggendo questo capitolo, le pareti di questa stanza si sono assottigliate fino a sparire e mi sono ritrovata nella vicenda come se stessi ascoltando … chiusa anch’io in quella cisterna buia, fra le miriadi di volti e fantasmi … una sensazione stranissima come se mi la mente fosse stata sostituita da un’altra me stessa. Non avevo paura ed ero attenta ad ogni parola, più che altro provavo come un leggero disagio; quasi fossi di troppo in quell’alluvione di ricordi.
    Sai Ninni, una di quelle sensazioni difficili da descrivere … merito di questo capitolo, scritto con una forza ipnotica che trovo davvero notevole.
    Mi ha legato i pensieri … un termine poco chiaro forse, ma non saprei come altro definire ciò che mi ha trasmesso.

    I Miei Rispetti
    Ni’Ghail
    Slàn

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    • Ciao Nighail, che bello leggerti.
      Nella cisterna, non so se hai notato, scendono tutti i curiosi che … si sono arresi. Affrontano una moltitudine di disagi, pur sapendolo di fare, per dare la palla o la parola ad altri.
      Rifiutano la vita nell’interezza della gnosi.
      Si abbandonano agli altri, fingendo curiosità,pur di non rimanere ancora delusi.
      Ciao e buona giornata

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    • Ciao.
      Se non vado errato, Anacleto Vergani non è il tuo protagonista nel racconto Mille anni dopo?
      Di Vergani conosco, soltanto, Orio Vergani il fondatore del premio Bagutta. Ho letto anche un suo splendido libro: 45 gradi all’ombra.

      Per il resto, Anacleto, oltre a farmi ricordare il gufo di Mago Merlino ne “La spada nella roccia” di Walt Disney, l’altro, a braccio, dovrebbe essere quello che ti ho detto.
      Credo

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    • Letto, divorato, come un lupo divora l’agnello
      Oddio e con la carne come la mettiamo, adesso?
      E’ pericolosissima: fa venire le verruche sul naso, crescere i baffi e barba e se mangiate le carni rosse, fa cambiare il linguaccio parlato, invariabilmente, in latino.
      Tanto bergoglio non lo conosce nemmeno il latino, per cui …
      Grazie, sempre gentile.

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  2. E’ importante leggere l’analisi dei turbini che pervadono una mente complessa.
    Sei stato molto bravo, caro Ninni, a volertene fare carico, dove in un ambiente di disagio sociale, ci hai descritto con competenza i chiaro/scuri sull’argomento.
    Quelle sfumature di bianchi e di neri che offuscano e incupiscono la vita del protagonista.
    Manlio potrebbe essere chiunque di noi.
    Grazie.
    Un bacio e buonanotte.

    Giovanna

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  3. occheee’ per bacco!!!!!!!!!!!!! ci sono riuscita finalmente! Dopo numerosi messaggi di errori di riga… finalmente la possibilità di commentare. Ecco. Che dire? Fantastiche descrizioni e dialoghi, ma soprattutto un elogio particolare nuovamente alla fantasia che nella tua testa anima davvero parole scritte e personaggi rendendoli tangibilissimi in questo contesto fantasy\fantascientifico. O forse no? Mi riesci persino a far venire il dubbio! Buona settimana. Ci sono! 🙂 🙂

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