Memoria liquida XIV

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1Il Gran Maestro non perdonò il tradimento di Gomez Addams, che venne cacciato e mai più riammesso nella villa.
Per molte notti ascoltammo il pianto disperato di quel bestione con la fronte ammaccata che implorava il Gran Maestro di concedergli una seconda possibilità.
Il vecchio fu irremovibile.
Dopo l’allontanamento di Gomez Addams la situazione divenne se possibile ancora più surreale.
Io e Nicla parlavamo spesso delle sue malformazioni, ma si trattava di discussioni cicliche, lei non aveva null’altro da confessarmi in aggiunta a ciò che mi aveva già riferito nella cisterna. Il bambino continuava ad apparire e a dileguarsi come un fantasma. Né io ebbi mai l’impulso di chiedere agli altri come si chiamasse. Ancora oggi non so se si sia trattato di uno spettro o di una persona vera e propria… ricordo di averlo sentito parlare con Nicla quando ero chiuso nella Toyota, ma vaneggiavo e avevo la febbre alta, posso affermarlo al di là di ogni dubbio?
Scoprii che il vecchio, consapevole di avere ancora poco da vivere, vedeva in me il suo erede, colui al quale avrebbe passato lo scettro del potere e che avrebbe avuto l’onore di condurre quella mandria di straccioni alla conquista di un riconoscimento sociale. La gamba era quasi guarita, anche se l’osso si era saldato storto. Da allora cammino claudicando. Attendevo solo il momento adatto per scappare. Al Gran Maestro facevo credere di avere definitivamente accettato la mia condizione e di aver sposato in pieno la sua causa.
Discutevamo spesso di politica. La rivoluzione, a suo giudizio, era inevitabile.
Diceva: “Mi sembra chiaro che sia l’unico mezzo per sovvertire una volta per tutte i giochi di potere e consentire al popolo di ergersi al ruolo di effettivo protagonista di quella politica che l’ha sempre mantenuto in disparte…”
Accadde in un giorno umido con l’aria così intrisa d’acqua che i vestiti prudevano addosso.
Me ne stavo sulla veranda a stringere i denti per il dolore e a guardare pensieroso gli svincoli autostradali all’orizzonte. Un gruppo di senzatetto raccoglieva la plastica che il vento accumulava innanzi alla villa. L’odore di alcol si sentiva a dieci metri.
Il Gran Maestro si fece spingere sotto il portico dal suo nuovo schiavo personale, un tipo basso con il viso schiacciato e i denti cariati che puzzava di stallatico. Be’, in realtà chiunque lì puzzava di stallatico…
“È deciso che sarà oggi, D’Altavilla…”
“Di cosa parla, Gran Maestro?”
“Ti aspetto tra una ventina di minuti…”
Nell’attesa proseguii la mia attenta e inutile osservazione degli ubriachi che mietevano pezzi di plastica colorata. Rientrai. Mi muovevo abbastanza agilmente con le stampelle, ormai. Raggiunsi la sala al piano superiore: si trattava della stanza dove il Gran Maestro mi aveva ricevuto per il nostro primo colloquio. C’era ancora lo scotch marrone appiccicato alle vetrate.
Il vecchio era immerso nella vasca da bagno, un elegante e anacronistico modello ovale con quattro zampe di leone. Qualcuno l’aveva trovata tra i cumuli di spazzatura della zona allagata e l’aveva portata al Gran Maestro. Nicla, completamente nuda, gli stava insaponando la schiena grinzosa.
Gli sfregi sul ventre e sui seni di Nicla erano meravigliosi. Esteticamente sublimi. Vederla in ginocchio sui talloni, i seni graffiati premuti contro il bordo della vasca, aveva un che di ammaliante, di seducente. Come sarebbe stato strofinare il proprio corpo contro quell’ammasso di pelle ricucita? E leccare quelle tette cicatrizzate?
Il vecchio si alzò. Aveva la carne mangiata e allentata dagli anni. Lo immaginai con in testa un cappello bianco e rosso da Babbo Natale. E una ferita nel costato.
“Da domani tutto questo sarà tuo” esclamò.
Tutto questo cosa?
Mi indicò la parete opposta. Su un tavolinetto rotondo di compensato c’era una pistola. Ignoravo come se la fosse procurata.
“Hai la forza e l’intelligenza per portare a termine il mio progetto…”
Nicla chinò il capo ossequiosa.
Il metallo dell’arma era bagnato.

2Pesante, Dio se era pesante! Quanti anni erano trascorsi dall’ultima volta che avevo impugnato una pistola?
“Uccidimi, Manlio, uccidimi ora!” disse il Gran Maestro.
Aveva ancora le caviglie a mollo nell’acqua. Gli guardai lo scroto moscio e rattrappito.
Una sferzata di dolore mi strinse la gamba come se mi avessero cinto il polpaccio con del filo spinato.
“Uccidimi!” gridò. “Fallo! Fallo adesso!”
E se avessi sparato a Nicla? Il suo cranio sarebbe esploso e lei non se ne sarebbe nemmeno accorta. Sarebbe crepata in quel modo infame, nuda come un verme, il cervello disseminato per la stanza senza mai sapere perché…
Sollevai la pistola.
“Fermi tutti, polizia!” urlò qualcuno alla mia destra. I cardini della porta si sbriciolarono e tre volti familiari, ma che impiegai qualche secondo di troppo a identificare, irruppero nella sala.
Astreana, seducente come un pezzo degli Zeppelin.
De Crescenzo, ambiguo come una melodia dei Portishead.
Zhu, robusto come un riff dei Sabbath.
“Finiamola con questa buffonata!” fece De Crescenzo.
Nicla urlò e si coprì i seni, cercando riparo nell’angolo, come uno scarafaggio abbagliato dalla luce. Il Gran Maestro fissò i nuovi arrivati con sdegno.
I miei occhi incrociarono quelli di Astreana. I suoi scintillavano.
La sentii dire: “Non mi divertivo così dall’ultimo raduno dei Papa Boys!”

3Le tre settimane successive le passai a leggere e ad ascoltare dischi, immobilizzato come un pollo in gabbia. Non era male, almeno fino a quando non incominciavo a pensare alla Base Profonda di Francesca.
Ricevetti una telefonata dalla Pam, la quale mi assicurò che sarebbe passata a trovarmi, cosa che ovviamente non fece. Non le dissi niente delle mie scoperte. Tra noi ci sarebbe sempre stato un legame speciale e un profondo rispetto. Non mi andava che soffrisse ancora.
Astreana si preoccupò della mia salute, rimpinzandomi di frullati vegetali e di bistecche al sangue, attenta a non farmi mai mancare un buon bicchiere di Primitivo o di Salice Salentino.
I ricordi imputriditi che aleggiavano in quelle camere si dissolsero al riflesso di quelle mattine splendenti nelle quali Astreana spalancava le imposte e faceva cambiare l’aria, lavava le lenzuola, svuotava sul tavolo della cucina le buste della spesa. La sua giovinezza profumava l’appartamento di via Nazionale dell’aroma di ciliegia. I suoi abiti davano colore allo sfondo anonimo di quei mobili acquistati a buon mercato e senza amore. Il suo modo di ridere e di stirare le camicie, di legarsi i ricci in una coda, la sua stessa presenza risanava il mio morale scosso da troppe deformità, da troppe cicatrici e incubi.
Il Santo Padre si occupava di stimolare la mia immaginazione, di eccitare il mio cervello annoiato con film, romanzi, rare registrazioni di blues e vecchio rockabilly, perfino manga di robot anni settanta. I ragazzi del Bar Mocambo, compreso Giano, posero la loro firma sul mio gesso. Il Grande Capo gradì un caffè senza zucchero complimentandosi con Astreana per l’azione di salvataggio, per la costanza e la tenacia con cui aveva condotto le ricerche e infine anche per l’espresso. Zhu mi regalò un ibisco. De Crescenzo un vinile di David Sylvian, che mi conciliò il sonno in più di un’occasione.
Una volta sciolte le inquietudini del ritorno a casa, Astreana mi raccontò l’odissea del mio ritrovamento.
“Hai sfondato una transenna dei lavori in corso, non hai divelto il guardrail, quindi era impossibile capire se e dove ti fossi schiantato. Io stessa durante i primi giorni non avevo nemmeno considerato che ti potesse essere accaduto un incidente. E il tuo videofonino? Devono averlo bruciato dopo avertelo sottratto, la sua posizione era irrintracciabile nei tracciati GSM della tua compagnia. Pensavamo ti fossi imbarcato, che avessi mollato tutto, soprattutto dopo che abbiamo saputo della malattia di Tagliaferri. Immaginavamo che, senza il tuo esclusivo strumento di tortura, senza più la possibilità di stabilire un legame empatico con l’omicida di Francesca, tu avessi smarrito ogni stimolo… niente ti legava più a questi posti…”
“Insomma, per farla breve, pensavate che mi fossi ammazzato…”
“Ero seriamente convinta che prima o poi il tuo cadavere livido e gonfio sarebbe riemerso da qualche parte… temevo ti fossi suicidato, non lo nego. Anche perché l’ultima volta che ci eravamo sentiti mi eri sembrato particolarmente agitato…”
“Avevo ricevuto una notizia inaspettata…”
“Sarebbe?”
“Come sei riuscita a trovare l’auto?”
“Grazie all’ormai desueto metodo dell’indagine a tappeto… interrogatori e supposizioni… e una buona dose di fortuna, che non guasta mai. Il barista si ricordava di te. E anche un avventore. A quel punto avevamo un indizio: sapevamo che eri passato di là. Ma al dipartimento ancora non mi davano retta. Erano tutti assolutamente certi che ti fossi buttato in mare. O che avessi preso una coltellata nella zona allagata…”
“Che cari…”
“Non posso biasimarli…”
“Riconosco di essere apparso perlomeno instabile negli ultimi anni…”
“Io e il Santo Padre abbiamo setacciato la Roma-Fiumicino. Non risultava che la tua auto fosse stata imbarcata. Certo, l’avresti potuta parcheggiare ordinatamente tra le altre in una strada qualsiasi e addentrarti tra le baracche a piedi o salire su un traghetto, in quel caso non avremmo mai trovato né la Toyota né te. Ispezionare l’autostrada era solo una delle tante opzioni che ci si presentavano. In realtà, proprio mentre io e il Santo Padre controllavamo se ci fossero segni di urto sul guardrail, tu potevi essere lontano mille chilometri chiuso in una baita in Svizzera a ubriacarti. Il Santo Padre era convinto che ti fosse accaduta una disgrazia. Diceva che non saresti mai partito senza avvertirlo e se avessi deciso di far perdere le tue tracce, di dileguarti, gli avresti prima confessato che non volevi che ti cercassero. È il tuo migliore amico da sempre, speravo che le sue parole racchiudessero un fondo di verità: la sua sicurezza ci dava la forza di continuare a cercarti tra i vicoli puzzolenti del porto e di tormentare chiunque frequentasse il litorale…”
In un tramonto soffice, fermi sul bordo dell’autostrada a osservare le lamiere luccicanti e a respirare l’odore di catrame, Astreana e il Santo Padre avevano riconosciuto la mia Toyota, molti metri più in basso, che galleggiava nell’oceano d’erba.
“Il secondo indizio è stato la scritta che hai lasciato nella cappella del cimitero abbandonato…” fece Astreana. “Molto poetica… complimenti… Manlio D’Altavilla è nato qui…”
Lei e il Santo Padre avevano tenuto d’occhio la villa del Gran Maestro per qualche giorno e infine mi avevano visto, zoppicante ed emaciato, spostarmi dietro le alte finestre del primo piano o apparire per qualche minuto sulla veranda. Erano rimasti a osservarmi mentre Gomez Addams mi portava alla cisterna numero due. Non potevano intervenire da soli, dovevano prima mettersi in contatto col Grande Capo.
D’altra parte non davo l’idea di trovarmi in imminente pericolo di vita.

4“Temevamo fossi impazzito” mi confessò Astreana. “O che ti fossi assuefatto a quell’esistenza ai margini. Potevi anche aver subito un forte trauma cranico durante l’incidente e aver perso la Profonda. Il fatto che avessi una tibia fratturata era una componente marginale di un quadro clinico presumibilmente molto più complesso”.
“Lo dici te…”
“Lo diceva anche il Santo Padre!”
“La sua esperienza nel settore dei nuovi fori ne fa un affermato diagnosta?”
“Non stare a lamentarti, alla fine ti abbiamo salvato!”
Dopo la mia scomparsa, Astreana e il Santo Padre, usando il mazzo di chiavi in possesso di quest’ultimo, erano entrati nel mio appartamento. Astreana aveva disconnesso l’Ispettore. Da quando ero tornato a casa non avevo avuto il coraggio di riaccendere il computer.
Io e la mia collega sembravamo eludere l’argomento. Com’era andato l’incontro con Brundlefly? Le avrei dovuto parlare di Francesca e della sua Base Profonda conservata in una Comunità di Priori? Tagliaferri mi aveva spiegato molto dettagliatamente dove trovare il portatile, le sue parole erano impresse a fuoco nella mia corteccia cerebrale: “Nel magazzino, dietro alle casse dove tengono gli oggetti del passato che hanno rifiutato, c’è il relitto di un’auto, una vecchia Alfa… controlla nel portabagagli…”
Come affrontare, poi, l’argomento Nicla?
La ragazza, arrestata assieme ai suoi compagni durante la retata che mi aveva liberato, poteva rivelarsi un testimone utile per rintracciare Subcomandante. Il suo racconto avrebbe avvalorato ciò che Amodio aveva sempre sostenuto: la presenza di un terzo uomo durante la tortura e lo smembramento della Santini.
Ci trovavamo a che fare, più che con una riabilitazione postuma di Alberto Amodio – della quale in tutta onestà non interessava più a nessuno – con una serie di elementi che concretizzavano l’esistenza di un sadico assassino ancora libero di uccidere.
Le sue vittime accertate a quel punto erano tre, anzi quattro, contando Cinzia Santini: Nicla, Nicoletta Mori, Vittoria Spada e, appunto, Cinzia.
Era vero che non possedevamo prove tangibili per attribuire i due rapimenti a Subcomandante e la sua identità era ancora sconosciuta (non avrei mai parlato delle mie visioni con nessuno, dovevamo limitarci alle teorie) ma il quadro incominciava a delinearsi. Il tratteggio del pittore sembrava riconoscibile, la sua pennellata sempre più distinta.
Lo stallo tra me e Astreana durò una manciata di giorni.
Inevitabilmente, montammo di nuovo in groppa a quel cavallo imbizzarrito.

5Nel mio studio, qui nella mia testa dove riecheggia la voce che ormai ho imparato a conoscere e che non mi spaventa più, i fogli sono sparsi apparentemente a caso, ma io so trovare una logica nella loro collocazione.
Ad esempio so dove si trovano le lettere spedite dalle anoressiche a Cinzia, so dove rintracciare i documenti che Astreana mi portò dal carcere.
Vicino al dizionario dei sinonimi e contrari, sotto la bottiglia di Egeria, si trovano gli appunti presi da me e dalla mia collega durante le chiacchierate con l’Ispettore. I botta e risposta sono scritti con calligrafia minuta e tondeggiante. Le “O” sembrano sbadigli, le “T” un contadino stanco. Sulla parete di fronte alla scrivania ho appeso degli articoli di giornale segnati con l’evidenziatore giallo, le stampe di alcuni testi interessanti scaricati da Internet, i brani più significativi del presunto diario segreto di Cinzia Santini e qualche fotografia di Amodio.
Fuori dalla finestra non c’è niente.
E non mi riferisco al buio della notte, il mondo non si è inabissato nelle tenebre, fuori dalla finestra non c’è proprio niente. Assolutamente nulla.
Brevi estratti da “Valutazioni sulle Scienze Informatiche”, di Albert Sinatra.
Dal terzo capitolo: La parola memoria non sta a significare una qualità mentale unica, ma piuttosto un processo integrato, composto da almeno tre importanti stadi: la ricezione immediata degli avvenimenti che stanno avendo luogo; l’immagazzinamento – più o meno rapido – delle nuove esperienze; la rievocazione del materiale conservato.
La ritenzione di ciò che è stato percepito è mantenuta da circuiti riverberanti nella corteccia cerebrale. È dimostrato che la conservazione di ciò che si è appreso richiede una sintesi proteica e almeno una parziale integrità del sistema limbico. L’immagazzinamento esige ore per essere completato e comporta cambiamenti chimici e strutturali nei neuroni.
(…)
Prima di eseguire la riconfigurazione avevamo cura di stabilire la presenza o meno di un deterioramento mentale.
Una persona che esprime correttamente idee generiche, ma che non è in grado di fornire notizie precise o cronologicamente coerenti circa il suo passato prossimo, è fortemente sospettata di essere affetta da un certo grado di decadimento cognitivo. In quel caso la Base Profonda non avrebbe avuto per noi il minimo interesse scientifico. Dovevamo tenere presente che a volte la scarsa attenzione, la preoccupazione e un rallentamento psicomotorio possono essere frutto di stati ansiosi o depressivi o di altri fattori psicogeni. Chi si rivolgeva a noi era quasi sempre un soggetto disperato, spesso un malato terminale, deciso a trasformarsi in una cavia per una tecnologia ancora sperimentale. Si sarebbe rivelato controproducente sottovalutare le alterazioni emotive che una tale situazione comportava nel soggetto. D’altro canto però un individuo indifferente, apatico, distratto, trascurato, una persona testarda, facile alla tristezza o all’ilarità, non doveva necessariamente riflettere uno stato di disagio o una malattia mentale.
Nella maggioranza dei casi la semplice osservazione delle reazioni del paziente durante l’esame neurologico preliminare era sufficiente per una valutazione del suo stato psicologico. A volte, tuttavia, era necessario ricorrere a test speciali come la scala di Wechsler, i cubi di Kohs, gli stampi di Arthur o dei test di Rorschach.
“Astreana, tesoro mio, a cosa si riferisce Sinatra quando parla del ‘Trabocchetto di Dio’? Non posso mica sorbirmi tutto questo polpettone autobiografico e autocelebrativo!”
“Mi sembra di avertene già parlato… i circuiti neuronali possono attivarsi per un tempo infinitesimale e successivamente scindersi. Questo accade in continuazione, potremmo dire all’infinito. Huang e Sinatra scannerizzavano il momento, quel preciso periodo mentale…”
“Cancellando il passato…”
“Direi meglio: commutando in byte il contenuto del pensiero recente. La capacità di ritenzione cambia da persona a persona…”
“Astreana, angelo mio, sai dirmi perché la Base Profonda dell’Ispettore per ciò che riguarda gli avvenimenti della sua vita è così lacunosa?”
“Noi sappiamo dall’Ispettore solo quello che della sua memoria è stato informatizzato! La rievocazione richiederebbe una nuova esperienza che riattualizzi un evento del passato. Ma non possiamo tirare a indovinare…”
“Astreana, anima mia, credi che il Grande Capo conosca l’identità dell’Ispettore?”
“Ne sono certa. Anzi, ti dirò di più, sono sicura che facendo qualche domanda in giro per il dipartimento qualcuno ci parlerà di un collega che, scoperto di essere ammalato, decise di sperimentare il metodo di Huang e Sinatra.”
“Astreana, luce dei miei occhi, cosa si intende per ‘contenuto del pensiero’?”
“Il contenuto del pensiero è costituito dall’esperienza della persona riconfigurata e dalla sua interpretazione delle cose. Parliamoci chiaro, l’Ispettore ha indirizzato le nostre ricerche, ci ha raccontato solo quello che lui ricordava, o solo quello che aveva scoperto. Probabilmente si è limitato ai particolari che riteneva importanti. L’Ispettore ha agito come un filtro, selezionando, consciamente o inconsciamente, solo gli elementi che per lui avevano un certo interesse.”
“O forse solo quelli di cui aveva ricordo…”
“È una possibilità…”
“Astreana, regina del mio cuore, come preferisci procedere?”
“Riguardo?”
“Riguardo le indagini, innanzitutto. E poi, come la mettiamo col Grande Capo?”
“Non ti ho ancora parlato del meeting con Brundlefly…”
“Astreana, bambina mia, mi stavo appunto chiedendo quando l’avresti fatto…”
“Dopo aver cancellato la Base Profonda codice #541429…”

6Avvenne tutto in maniera molto informale.
Era così strano, talmente surreale riflettendoci, che un po’ mi vergognavo di provare pena per l’Ispettore e di sentirmi triste per la sua cancellazione. Era vita, la sua? Stavamo commettendo un omicidio? Al massimo si trattava di eutanasia, dal momento che era stato lui a chiederci di eliminare la sua Base.
Mi aveva raccontato delle pozze policrome e delle sghembe architetture che emergevano da quel mare arcobaleno, mi aveva commosso parlandomi delle umiliazioni sopportate dalla Santini e del rapporto di dipendenza che legava i due protagonisti di quella terribile vicenda di amore e morte, mi aveva affascinato con le sue storie di sottomissione e castigo, di violenza e possesso.
Io e l’Ispettore eravamo diventati amici? Qual è il più alto grado di intimità che è possibile raggiungere con un’identità che esiste solo in un circoscritto universo di silicio?
Prima di concedergli l’oblio, Astreana gli pose alcune domande di interesse puramente scientifico. Appuntò le risposte su un block notes e ci rimuginò sopra tutta la notte, sottolineando parole e frasi, seduta accanto a me su quella parte del letto matrimoniale sempre gelida. Socchiudeva gli occhi pensosa, martoriandosi i riccioli tra le dita.
Lanciando l’interfaccia, mi aveva detto: “Voglio condurre una rapida inchiesta per esaminare le sue funzioni mentali. Mi avvarrò di una serie di quesiti standard. Probabilmente non servirà a nulla, ma tanto vale spremere qualche informazione in più”.
L’Ispettore tornò alla coscienza con un sospiro che mi fece pensare allo sbuffo di una balena.
Astreana gli chiese se era in grado di provare preoccupazioni o timori. Come considerava il suo status? Esisteva un principio superiore che l’aveva condannato a quella prigione mentale? C’era stato qualche cambiamento nel suo umore da quando si era risvegliato nella limitata realtà di una Base Profonda?
“Cambiamento d’umore? Dottoressa, mi prende in giro? Perché non mi lascia tornare nel guscio e la facciamo finita?”
Intervenni: “Ispettore, non vuoi sapere le novità?”
Mi riferivo alle indagini sul caso Amodio, non alla mia segregazione nella zona allagata. Probabilmente l’Ispettore non avrebbe nemmeno capito cosa mi era accaduto.
“No” rispose reciso, stupendomi. Quindi: “Io sono il passato, e nel passato ho vissuto. Le mie scoperte non sono andate perdute, adesso deciderete voi cosa fare delle informazioni che vi ho trasmesso. Io sarei dovuto diventare un ricordo già molti anni fa. La morte non si lascia ingannare, ti trova ovunque, anche avanti e indietro nel tempo… datemi retta, più esisto in questo mondo di colori, più capisco, anche se può apparire un controsenso, che sono incapace di apprendere o sviluppare concetti che esulino dalle mie pregresse conoscenze. Non riuscire a memorizzare le nozioni è un conto. Essere consapevoli di non riuscirci è ben altra cosa. È umiliante. È avvilente. Vi prego… D’Altavilla… Dottoressa… ho svolto il mio compito, lasciatemi andare…”
Essere annullato era quello che aveva sempre voluto.
Anche Francesca mi avrebbe posto la stessa supplica?
“Non ho percezione di me, del mio corpo e delle mie sensazioni… è giusto? È umano?”
“Addio, Ispettore.”
Non disse altro, nemmeno un saluto o una parola di commiato.
Allora capii. Capii che eravamo entrati in empatia. Era lucidamente possibile, ora lo comprendevo. Io e Astreana eravamo impersonali per lui, quasi come un ricordo e lui lo era per noi.

Base Profonda codice #541429 …
Dalle casse non un suono

Ctrl + Alt + Canc
non un lamento

Esc
solo un profondo e asettico silenzio elettronico
Forse è uguale a quando ti muore una persona cara …

Rimozione avvenuta con successo
Forse era lo stesso come con una persona cara
.

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20 pensieri su “Memoria liquida XIV

    • una porte, però, annunciata. Una morte che era prefigurata già in partenza.
      Un “defunto” vive, in quanto defunto, nel ricordo di chi resta.
      un ricordo che colpisce e onora chi li amò e li onora con l’evidenza delle loro opoere passate.
      Grazie

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  1. Preso dagli ultimi avvenimentoi politici, mi sono rinfrancato nella lettura di questo ultimo capitolo e devo dire che la bellezza e la drammaticità sono forti. Quel senso di ineluttabiità e di risposta alle domande di ogni uomo sul futuro e il destino.

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  2. “Non ho percezione di me, del mio corpo e delle mie sensazioni… è giusto? È umano?”

    Mi hai devastato il cuore milord. Come ci si può affezionare e avere compassione, con una profonda commozione per un computer? Chi siamo noi quando ci mettiamo a fare i creatori? A fare Dio?
    Buongiorno

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  3. Soffia un cielo pallido,
    corrisposto dall’immagine di nebbia
    che scivola nell’aria
    in assenza di fragilità.

    Oscilla disastroso l’inferno
    e qualcosa
    di nuovo;
    così come una lacrima,
    un ronzio …
    … al banchetto di un’Anima senza Anima.

    Sipario.
    ___
    Un incredibile lavoro Ninni,
    Profondo e mai fermo … mai uguale, un’evoluzione che ha tenuto incatenato lo sguardo e l’emozione.
    Fino alla Fine.

    I Miei Rispetti
    Ni’Ghail
    Slàn

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  4. Una riflessione, sull’Ispettore cancellato, di profondo carattere filosofico che trova in me una particolare risonanza, in quanto è, per me, fondamentale una volta superato lo sconcerto che può offrire visione logica fondata sul principio di identità di assoluta immutabilità di ogni essente,
    Bello
    Ciao

    Vale

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  5. E’ possibile provare compassione per una persona, che non è più, ma che si presenta come un fantasma dal passato?
    E’ possibile avere considerazione per questo passato e soffrire, stare male, mentre “quella cosa non umana”, ma umana, muore per nostra mano?
    Addio ispettore.
    Basta soffrire.

    Inutile dire, caro Nnni, le emozioni che hai suscitato.
    Buona giornata.

    Un saluto dalla partenope capitale.

    Dudù

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  6. I tema dell’analisi psicologica su base filosofica dell’argomento da lei posto, è veramente difficile e complicato. lei è partito da delle basi assurde, er approdare a delle basi solide. Perfettamente sostenibili sul piano umano e filsofico.
    inutile dirle che ho sofferto quando … ha cancellato l’idea, il pensiero, dell’Ispettore.
    Veramente bello e interessantissimo.
    Buona sera

    Furio

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