Memoria liquida XVI

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1Una cosa che mi dava sui nervi era quando la Pam decideva di non parlare e comunicava solo attraverso i bigliettini che teneva nella borsetta. Non sono mai riuscito a capire come facesse a trovare sempre quello con la risposta adatta, ma chiederglielo avrebbe spezzato l’incantesimo.
Quel pomeriggio ci trovavamo a Ostia, sul lungomare rimodernato, dalla parte opposta rispetto ai cancelli.
Negozi, ristoranti, ragazzini in triciclo che si scagliavano contro i miei stinchi: la zona commerciale assomigliava a un enorme luna park privo dell’odore di zucchero filato e delle voci preregistrate della Casa degli Orrori.
Attorno a noi orbitavano coppiette di forzati della passeggiata domenicale che si scattavano foto in controluce.
In effetti anche io e la Pam eravamo lì per rivolgere la faccia al sole e lasciare che il calore asciugasse le nostre ossa ammuffite.
Non avendo voglia di camminare sino ai cantieri navali, appoggiai la mano sulla schiena della Pam e la indirizzai verso il tavolino all’aperto di un bar stile americano.
Lei estrasse un foglietto e me lo sventolò sotto il naso: Mi fai male al tatuaggio!
Tolsi immediatamente la mano dalle sue scapole come se la pelle le fosse diventata rovente.
“Scusa, non ci pensavo…”
Un altro bigliettino: Vedi di ricordartelo perché fa un dolore boia. Stasera mi devi spalmare la crema.
“Ok, sempre con molto piacere” le risposi. Avvertii un certo cambio di conformazione negli slip.
Gli aerei planavano verso Fiumicino, le carlinghe brillavano e il loro rombo faceva tremare i bicchieri.
Le barche beccheggiavano lente, si sfioravano, cozzavano l’una contro l’altra.
Restammo a guardarle.
I soldi degli altri.
Le chiazze di mucillagine si estendevano, sterminate, fino all’orizzonte.
La Pam tirò fuori un nuovo cartoncino. C’era scritto: Una birra.
Ordinai una chiara media per lei, un cuba libre per me.

2Puntuale, arrivò la nuova comunicazione: Sei sicuro? Gli alcolici possono influire negativamente sulle prestazioni sessuali…
“Voglio una Coca e rum!” dissi sbattendo il pugno sul tavolo, facendo ruotare le testoline degli altri clienti.
Mi racconti come si è ammazzato il Vate?
“Non ora, non qui. Piuttosto, sei ancora sicura di partire per il viaggio con la Vespa?”
Mettiti a dieta, sei gonfio come un’anatra!
Dopo, tornammo a casa, nel regno della Pam, un buco schiacciato sotto il livello stradale alla Garbatella, a due passi dal Palladium.
La Pam era scomparsa sotto una coltre di piume e io, camicia sulle spalle e maglione legato in vita, scrutavo la strada dal basso verso l’alto. Le finestre affacciavano su un vicolo male illuminato. Durante le mie ore di piantone, spiando attraverso gli spiragli delle serrande, avevo visto ogni genere di stranezza: ragazzine che scendevano da una macchina e salivano su un’altra, vendite sottobanco di carichi di carne guasta, pompini al volo, scopate in ginocchio contro la grondaia, tossici con la bava alla bocca.
Trascorsi un’ora a rigirarmi nella testa vaghi concetti che si accavallavano, scalciavano, si agitavano senza collocazione.
La chioma scura della Pam spuntò da sotto il piumino.
“Mi sono addormentata” disse. “Sembri un maniaco. Stai tutta la notte con il naso contro il vetro.”
“Mi piace. Vedo tutto e nessuno se ne accorge. Sembra di spiare dal buco della serratura. E parla piano che ci sentono.”
“Chi ci sente? Comunque l’ho sempre saputo che eri un guardone.”
Forse si riferiva a quella volta che… sì, probabile…
“Ho le mani e i piedi gelati” dissi.
“La tua circolazione periferica lascia molto a desiderare…”
“Non sarò mai un buon alpinista.”
Avevamo cenato seduti sul letto cibandoci avidamente di kebab stracarico di cipolla e salsa piccante annaffiato da Heineken tiepida. A un certo punto le avevo dato un colpo sulle palpebre come fanno i predicatori statunitensi per guarire gli ammalati, solo che lei non aveva perso i sensi, ma mi aveva rifilato un pugno sul fianco.
“Hanno spostato il cassonetto” dissi. “L’hanno portato davanti alla pizzeria.”
“Be’, ottimo!”
“Pensi sia grasso?”
“Non ancora. Vuoi venire a letto?”
“Forse dovrei andare in piscina, ma il cloro mi fa venire la nausea. E in palestra mi sento a disagio come in una gabbia di leoni col verme solitario.”

3Inspiegabilmente malinconico, mi sedetti sul bordo del lettone. L’aria era impregnata dell’odore selvaggio degli umori vaginali della Pam.
Lei mi fece la linguaccia e mi si gettò addosso.
Cadendo all’indietro mi trovai a osservare le sue tettine e il triangolino scuro del pube da un punto di vista differente. Riflettei su quanto potesse apparire strano un corpo nudo guardato da un’angolazione inusuale: non era altro che un ammasso di pelle e ossa, smarriva completamente la propria umanità.
Mi sollevai e le baciai l’interno della coscia. Lei si stese sulla schiena, si afferrò le ginocchia e iniziò a rotolarsi a destra e a sinistra, canticchiando una melodia famosa di uno di quei cantanti italiani che le piacevano tanto.
“Mi hai fatto male!” esclamai.
“Mica ti ho spinto io per terra. Sei un fantoccio che nemmeno si regge in piedi!”
“Ti stavo solo chiedendo se non sarebbe il caso…”
La Pam sollevò la mano: stop! Frugò nella borsetta sul comodino dalla sua parte del letto ed estrasse un foglietto con scritto: Non ricominciare, ti prego!
“Ti amo, lo sai?” dissi.
Altro biglietto: Ti amo anch’io!
La Pam sedeva sul bordo della vasca, i piedi dentro il bidet.
Io, a gambe incrociate sulle piastrelle blu, con una pietra pomice le raschiavo i calli dalla pianta e dalle dita.
Avevo comprato il necessario per la cura del piede alla Conad. Ci stavo mettendo tutto l’impegno possibile, non volevo essere disturbato, era un’operazione delicata, chirurgica. Lei nel frattempo leggeva Vanity Fair.
Dopo un po’ mi chiese: “Mi ami, Manlio? Mi ami che più non si può?”
“Ti amo che di più c’è solo l’infinito. Ma forse arrivo pure a quello” risposi io, pentendomi immediatamente di aver proferito una tale cazzata.
“Ecco,” disse lei, “allora ci siamo. Ho un disperato bisogno d’assoluto.”
Effettivamente pure lei non è che ci andasse leggera col nonsense.
Avevamo passato qualche ora a zonzo per i Granai, un nuovo centro commerciale in zona Roma 70. La Pam aveva insistito perché provassi delle magliette strettissime. In alcuni casi ero talmente e palesemente ridicolo che mi ero addirittura rifiutato di uscire dal camerino. Avevo cercato di farle comprendere che non avevo il fisico adatto per indossare indumenti elasticizzati, ma forse la sua soddisfazione nasceva proprio dal vedermi così goffo. Più ero grottesco, più mi sentivo stupido, più lei rideva e batteva le mani.
A un certo punto era intervenuta una commessa con tanto di chewing gum da stereotipo e aveva detto: “Più esercizio e meno birra”. Per darle manforte la Pam aveva rincarato la dose rimproverandomi di essere bianco e flaccido come una larva.

4La Pam e la commessa avevano incominciato a scambiarsi occhiate languide da film porno tedesco e battute a doppio senso. Con la scusa di voler osservare da vicino lo smalto, la Pam aveva preso la mano della ragazza e se l’era passata nell’incavo delle tette. La commessa aveva esibito un’espressione strana, più sorpresa che infastidita, e le aveva chiesto di raggiungerla nel retrobottega un momento, giusto il tempo di mostrarle degli accessori che non aveva ancora esposto in vetrina.
“Tu puoi aspettare fuori?” mi aveva detto la Pam, e io mi ero seduto sul bordo della scala mobile.
Un quarto d’ora dopo era riapparsa sfoggiando una cavigliera placcata d’argento.
“Me la stringeresti?” aveva pigolato sbattendo le palpebre a mo’ di cartoon e sollevandosi sulle punte come un cherubino.
Incurante degli sguardi dei passanti, mi ero inginocchiato ed era stato in quel momento che avevo fatto caso ai calli che le martoriavano i piedi.
“Dobbiamo toglierli!”
“Stasera. Ti va?”
Raschiando un occhio di pernice sul mignolo destro della Pam ebbi la certezza che quella donna un giorno sarebbe diventata mia moglie.
Passai la pietra pomice dall’alto in basso, prima lentamente poi con maggiore veemenza. Quindi risciacquai per eliminare i residui di pelle morta.
Avevo a disposizione anche uno smalto rinforzante trasparente.
Prima di cominciare ci eravamo sniffati un po’ di solvente. Lei sosteneva facesse lo stesso effetto del Popper. Io sapevo soltanto che mi sentivo la testa leggera, il cuore pompava più forte e specchiandomi mi ero accorto di avere le pupille dilatate come quelle di un gufo.
La Pam ciondolò la testa e per poco non precipitò all’indietro dentro la vasca.
“Cosa avete combinato te e quella stronza oggi pomeriggio?” chiesi.
“Non ti preoccupare, se mi fosse venuta voglia di metterle la faccia tra le cosce ti avrei chiamato.”
Squillò il mio cellulare.
Prima che potessi rispondere, la Pam estrasse un foglietto dalla borsetta che si era portata pure in bagno.
Mi racconti come si è ammazzato il Vate?
E mi svegliai, finalmente.
Al telefono era mia madre che mi comunicava che mi avevano cercato i Carabinieri.

5Quando lanciai il programma di interazione utente-Profonda del geek indiano, dagli speaker fuoriuscì una litania. Riconobbi senza indugio la voce di Francesca e in un istante ogni cosa dentro di me si disintegrò. L’involucro della mia pelle divenne un sarcofago: gli organi e le ossa, i nervi, i bronchi, il midollo si sciolsero. Non riuscivo a respirare perché avevo la gola (quel che ne restava perché io all’interno ero liquefatto) piena di fango.
All’inizio il canto era talmente flebile che più che una voce mi sembrava un lontanissimo arpeggio di chitarra.
Mi guardai intorno: la mia casa, le mie cose, i piccoli e inutili oggetti che avevo accumulato dopo che la Pam se n’era andata… niente di quello che vedevo aveva avuto un ruolo nella vita di Francesca: era tutto venuto dopo di lei, oltre i suoi giorni, dopo di lei, dopo di lei e quindi era inutile.
Quella era solo plastica. Lì c’era solo vetro. E appesa al muro c’era solo una tela con un po’ di colori incrostati.
Le mani di mia figlia non avevano sfiorato quella libreria, non avevano lasciato impressa la sua anima all’interno di quelle lastre di compensato. Perché cazzo avevo acquistato tutta quella merda? A cosa mi serviva quella paccottiglia morta?
Gli oggetti assorbono l’essenza di chi li possiede, è vero che ti possiedono, ma è vero anche che si impregnano di te, del tuo odore, del tuo grasso corporeo, del profumo dei tuoi capelli. E io in quella fogna di appartamento del centro di Roma non avevo niente che avesse assorbito un po’ di Francesca.
La Pam, lei, lei aveva tutto, tutti i giocattoli, il nécessaire da bagno, i suoi dischi, i suoi poster. Perfino i suoi vestiti. E con essi si era tenuta anche il fantasma di nostra figlia.
Però io adesso avevo la sua mente. Alla fine avevo vinto. Sarebbe stata con me per sempre, e non l’avrei divisa con nessuno.
Nemmeno con la madre.
Era mia.
Mia.
Io avevo la sua Base Profonda.
Avrei avuto anche la sua rabbia.
Avrei avuto anche il suo odio.
Eccola correre per i vialetti di ghiaia di villa Celimontana. In quei filmini, eccola camminare con le scarpette da mare, abbronzata col segno del costumino, i capelli ancora umidi.
Affittavamo sempre la stessa villetta a due piani davanti al mare a pochi chilometri da Gallipoli. Sul patio arrostivamo il pesce. Ci piaceva quella porzione di costa perché non esisteva la comodità della spiaggia e pochi erano i villeggianti che si arrischiavano tra gli scogli. Io e la Pam avevamo anche scoperto un tratto di litorale che in quel momento era tutto nostro, occultato da piante decennali di fichi d’india. Ci si arrivava attraversando un campo coltivato. Ci sdraiavamo sui grandi sassi color bianco sporco, arroventati dal sole e levigati dalle mareggiate, io leggevo l’ultimo Urania disponibile, lei una rivista o il suo amato “Dosto” (possedeva la capacità più unica che rara di passare dal gossip spicciolo all’alta letteratura).
Che solitudine in quei giorni di vacanza, oppressi dal silenzio e dal calore che si sprigionava dalle rocce e dal catrame della strada, senza un alito di vento, i nostri occhi imbevuti del cobalto dello Ionio.
Quando arrivava il Santo Padre, accompagnato dalla fidanzata di turno, Francesca lo tirava per un braccio, lo chiamava zio zio, e gli raccontava di aver trovato un granchio morto tra il sale rimasto in una piccola pozza mentre l’acqua era evaporata. E quel granchio faceva puzzissima! Gli raccontava che aveva visto una medusa essiccata. Gli raccontava che si era tuffata da un’altezza incredibile!

6Il sale, quanto sale c’era in quel braccio di mare? Mi bruciava le afte. Mi vengono sempre le afte quando prendo troppo sole.
E quando sono stato male e ho avuto le placche in gola e la febbre a quaranta mentre fuori gli ulivi ardevano?
La Pam mi portava la limonata e l’anguria. Non ho mai mangiato tanta anguria come in quella settimana. Persi quattro o cinque chili. Mi risultava faticoso anche alzarmi dal letto.
E tu, Francesca, tu intanto giocavi con la figlia dell’infermiere (quella che giocava a fare la dark, suvvia!) che mi veniva a perforare le chiappe per farmi le punture di penicillina. Aveva una mano d’oro. Una piuma. Ovvio che me lo ricordo. Brava gente. Veramente. A volte, sai, amore mio, a volte una persona ha dei comportamenti che ti sembrano sbagliati solo a distanza di mesi, quando hai ritrovato la lucidità. Sul momento non ti rendi conto. Quando i pensieri irripetibili ti ottundono la mente e un velo ti cala sugli occhi, non hai possibilità di scelta. C’è il tuo egoismo. E basta.
Fai soffrire le persone a cui vuoi bene e di conseguenza fai male a te stesso.
Tu dicevi che le lezioni ti facevano venire sonno.
Intanto cercavi i tuoi paradisi artificiali alla stazione Termini, o nella zona allagata. Oppure dalle Anime del Patibolo, sapientemente guidata e ammaestrata da quel galantuomo di Tagliaferri.
“Pioggia, neve e vento…” canticchiava Francesca dalle remote profondità del suo mondo cibernetico. “Lampi e tuoni di furore…”
Con sforzo immane bloccai i recettori che, senza il controllo di un adeguato scudo psichico, consentivano ai ricordi devastanti di un passato irripetibile di fluire in me.
Muto e in balia degli eventi… diverrai come il resto del mondo, muto e in balia degli eventi…
Dovevo scuotermi da quella deriva irrefrenabile verso lo squilibrio. In uno scontro faccia a faccia con la dolcezza amorevole di quelle immagini avrei perso senza possibilità di espiazione.
Ed è proprio quando si arriva a un passo dal ciglio che il precipizio fa veramente impressione.
Le parole di mia figlia erano come una progressione di fendenti dolorosi scagliati contro le mie parti vitali.
“Nessuno sa di preciso quando siano nati.”
“Francesca…” gridai, ma lei non la smise.
“In un luogo oscuro e silenzioso…”
Mi mossi per la stanza, scagliando a terra quegli oggetti senz’anima.
Tramite quella piccola porzione di capacità razionale che mi era rimasta, riuscivo a comprendere che il mio definitivo cedimento emotivo mi avrebbe permesso di affrontare gli ultimi anni di vita con la sufficiente tranquillità per appassionarmi a cose inutili come il tempo, la politica, la temperatura dell’acqua nella vasca da bagno. Le mie uniche preoccupazioni, una volta risolutivamente zombizzato, sarebbero state mangiare, tagliarmi le unghie e i capelli ed evacuare, pensai. E il divertimento sarebbe consistito nel far partecipi gli altri dello stato fisico – liquido, solido e finanche gassoso – dei miei bisogni.
Sarei diventato un poeta escatologico!
“…Una cellula si moltiplicò…”
“Smettila, Francesca, smettila, ti prego!” la supplicai.

7Ero così patetico. Cosa cercavo di ottenere?
“…per dare origine a tre nuovi esseri viventi.”
“Ti prego!”
E silenzio fu. Un silenzio palpitante, talmente improvviso che quasi mi dispiacque di aver insistito.
“Francesca, mi senti?”
“Sì, papà…”
Spaventato e disgustato da ciò che avevo letto in quella lettera delirante, indeciso se considerarlo uno scherzo di pessimo gusto o un elemento probatorio della pazzia umana, avevo sollevato il telone grigio che copriva l’auto (una GT color biancospino Alfa Romeo) e avevo premuto il pulsante cromato posto sul bagagliaio. Dal baule chiuso da anni si era sollevato un odore di vinile e gomma non sgradevole, che aveva riattivato i miei circuiti legati all’infanzia e a mio padre.
Il portatile nero per un attimo si era confuso con lo sfondo scuro. Si trattava di un modello vecchiotto, ma appariva intonso. Che le batterie fossero cariche o meno, avevo già deciso che avrei atteso di tornare a casa prima di accenderlo.
Richiuso il bagagliaio e risistemato il telo, ero sgattaiolato via con il computer sottobraccio. Non avevo alcuna voglia di parlare e quindi non ero passato nemmeno a salutare Dolcezza. Mi ero lasciato alle spalle la Comunità di Priori chiedendomi se la ragazza che aveva ricevuto quella terrificante missiva – la mamma di Serena – facesse parte di quel gruppetto di donne intente a ricamare che avevo incrociato sul piazzale prima di farmi accalappiare dalla parlantina di Dolcezza.
Durante il viaggio di ritorno avevo tentato invano di rilassarmi concentrando l’udito sul rumore pastoso degli pneumatici sull’asfalto.
“Francesca, amore mio… ma come hai fatto…?”
“A riconoscerti? Paolo me l’aveva detto che se avessi sofferto ancora sarebbe stato per colpa tua…”
Francesca non sembrava stupita da ciò che le stava accadendo. Sembrava fosse preparata alla riattivazione, anche se, dalla mia esperienza e dagli studi condotti in materia, una simile evenienza era praticamente impossibile. Anche se…
“Paolo non mi ha mai mentito… Paolo è stata l’unica persona vera che abbia incontrato…”
“Cosa stavi cantando?”
“Non lo so. È arrivata così, senza che potessi fermarla…”
Forse qualcosa che aveva letto nelle sue ossessive quanto inutili ricerche in Rete durante il soggiorno tra le Anime del Patibolo.
La particolare lucidità della Profonda con la quale stavo interagendo era data, presumevo, dalla sua purezza. La Base codice #60038 non era stata archiviata nel database di Huang e Sinatra, non era stata riversata nel web durante l’attacco degli hacker, non era stata scomposta in migliaia di copie e quindi non era ancora diventata una multi personalità schizofrenica fatta di byte.
Francesca era stata riconfigurata e archiviata. I circuiti di pensiero di mia figlia erano intatti.
Già a un primo contatto mi sembrava evidente che lo stato di conservazione della Base fosse (ed era incredibile, ma non improbabile vista l’attenzione con cui era stata custodita) superiore anche ai residui mentali dell’Ispettore.
“L’altra parte di me dove si trova, papà?”

8Ero allibito. La Profonda codice #60038 dava per scontato di trovarsi in un limbo, era quindi del tutto cosciente della propria condizione, accettava le limitazioni derivanti e comprendeva di essere solamente l’informatizzazione di un essere umano che continuava a vivere e ad accumulare esperienze.
Nel caso specifico Francesca era morta. Ma la sua Base non poteva saperlo. Se mia figlia fosse sopravvissuta alla proscrizione nella Città delle Scatole, in quel momento avrebbe vissuto in una doppia realtà spazio-temporale.
Francesca D’Altavilla era deceduta nel 2016, la sua subcoscienza era riemersa nel 2018, ma la sua ritenzione del pensiero recente era connessa alle esperienze, alle sensazioni e ai ricordi del 2016.
In pratica, la scannerizzazione di Francesca non era la Francesca che era stata portata da Tagliaferri nella Città delle Scatole. Era la Francesca prima di diventare la Madonna della palude, prima di essere adorata come un feticcio da un manipolo di pazzi che, regrediti a indigeni cannibali, si erano cibati della loro dea.
Lei chiese ancora: “Cosa ne è stato di me?”
“Quello che è stato non ha più importanza, Francesca. Ora siamo di nuovo insieme ed è l’unica cosa che conta…”
“Sono morta, vero? È vero che sono morta, papà?”
“Ecco…”
“Non mentirmi, bastardo!” La sua voce divenne un coacervo di rancore. “Paolo mi ha portato nella Città delle Scatole e sono stata uccisa, vero? È andata così?”
“Sì…”
Francesca proruppe in una risata sprezzante. “Allora ce l’abbiamo fatta! Paolo mi ha fatto ammazzare! Bravo, Paolo! Bravo!” La risata divenne ancora più arrogante.
“Paolo Tagliaferri è solo un folle, ti ha plagiato…” dissi. Le mie parole avevano un suono strano. Avevo la bocca secca. Non capivo cosa stesse accadendo. O forse lo capivo fin troppo bene e faticavo ad accettarlo. Chiunque avrebbe faticato ad accettarlo.
“Lui mi ha plagiato? Tu e quella stronza di mia madre mi avete plagiata!”
Stavo crollando.
“Cosa si prova ad essere responsabili del suicidio della propria figlia, papà?”
“Io non sono responsabile…”
“Ah, no? Tu invece sei il principale responsabile, pezzo di merda! Sai, a me delle Anime del Patibolo non è mai fregato niente. Erano solo un branco di inutili pipparoli. Io volevo Tagliaferri, volevo diventare la sua prediletta e volevo che mi devastasse per far soffrire te e la mamma, ancora non l’hai capito, coglione? La dinamica, voglio sapere la dinamica…”
“Ti prego, non farmi ricordare…”
“Dimmi come sono morta!” gridò Francesca e le sue parole mi rimbombarono nella testa come se il mio cranio fosse vuoto. “Dimmelo!”
Tacqui. Poi pensai: va bene, ormai ho raschiato il fondo e non voglio nemmeno darmi la spinta per risalire in superficie. Non mi interessa. Vogliamo spingere il limite oltre l’umana sopportazione? Vogliamo diventare sempre più spietati? Perfetto.
Non avevo niente da perdere. Mi sarei prestato a quel machiavellico gioco al massacro. Sapevo che la Base di Francesca era stata istruita e informatizzata da Tagliaferri al culmine del loro rapporto di plagio e soggezione, quindi l’avversione nei miei confronti sarebbe stata assoluta.

9Gettiamoci nella mischia, facciamo il nostro show, D’Altavilla! Hai passato anche troppo tempo a macerare nel tuo rancore, forse dopo un confronto con il drago questo appartamento ti sembrerà meno vuoto e gli scricchiolii notturni ti metteranno meno paura.
“Te lo dirò, certo che te lo dirò. Ma voglio prima che tu risponda a un paio di domande…”
Una doccia di luce gialla penetrò dalla finestra del salone, anche se mi trovavo al quarto piano. Era il camioncino della Nettezza Urbana, del quale captavo anche il solito sferragliare. Lo stridente contrasto tra la mia tragedia e la quotidianità della città mi parve comico.
“Cosa vuoi?”
“Tagliaferri ti aveva parlato della Città delle Scatole?”
“Sì…”
“E cosa ti aveva detto?”
“A voi cosa ha fatto credere? Dopo che sono morta, quali fandonie ha raccontato? Credi seriamente che io pensassi di essere diventata una dea? L’avevamo concordato, idioti! Non posso sapere come siano andate le cose nella Città delle Scatole, ma ho sempre avuto la speranza che tra quella gente avrei trovato la morte. Non ho mai creduto di essere speciale, papà, ma volevo che lui ve lo facesse credere. L’ho assecondato. Volevo che il dolore vi distruggesse. Come voi avevate distrutto me. Adesso raccontami…”
“Ma perché ti interessa tanto?”
Ancora quella risata superba. “Ricordandolo soffrirai, papà, soffrirai molto…”
“Non vuoi sapere dov’è tua madre?”
“No. Ora ci sei tu e devi dirmelo. Ho risposto alle tue stupidaggini” ringhiò Francesca.
“Ho un’altra domanda…”
“Ancora?”
“Cosa ti abbiamo fatto, io e tua madre, per farci odiare fino a questo punto?”
Lei rispose immediatamente. Doveva aver meditato quella risposta mentre era ancora in vita, tra una dipendenza da un sito sensoriale all’altro, nel suo deliquio astratto, mentre il suo cervello friggeva: “Mi avete educata secondo i vostri parametri. E questa è la colpa più grande, papà. Non ho mai avuto la possibilità di scegliere tra cosa fosse giusto e cosa sbagliato. C’eravate sempre voi a impormi cosa dire e come dirlo, cosa fare e come comportarmi. Adesso non mi avete più e ve lo meritate. La vostra bambola è ormai spazzatura della Rete, è una Base Profonda… abbiamo superato un lungo corridoio e un vecchio con un camice lurido mi ha fatto spogliare e mi ha collegato a delle apparecchiature arrugginite. C’erano polvere e ragnatele ovunque. Paolo mi teneva la mano mentre il contenuto della mia testa si trasformava in impulsi elettrici e veniva riversato dentro quei macchinari in rovina!”
“Sei stata mangiata, Francesca…”
“Sì…”
“Stando alle ricostruzioni della polizia sei stata portata nella Città delle Scatole nei primi giorni di febbraio. Tagliaferri non deve aver avuto grandi problemi a far credere a quei miserabili che tu fossi la loro dea della salvazione…”
“Sì… sì…”
“Ti hanno spogliata e portata in trionfo tra la spazzatura. Poi ti hanno vestita di stracci e adornata di chincaglieria racimolata tra la muffa… un numero incalcolabile di malati mentali si è recato al tuo cospetto offrendoti stupidi servigi e anelando alla tua grazia, bramando un miracolo, un evento prodigioso…”
“Sì… sì… sì…”
“Ti controllavano giorno e notte. Alcuni ti violentarono ripetutamente sotto lo sguardo di Tagliaferri che li incitava a far loro la dea, a possedere la dea…”
“Sì… sì… sì… sì…”
“Fino a quando arrivò il momento del banchetto…”
“Parlamene…”
“Solo una minima parte del tuo corpo è stata ritrovata. E quello che la polizia ha scovato nella Città delle Scatole dopo l’irruzione erano solo ossa seppellite alla meno peggio. Tagliaferri ha confessato di averti uccisa con un colpo alla nuca, ed effettivamente il tuo cranio presentava un’ammaccatura sulla parte posteriore. Ma Tagliaferri ha anche tenuto a precisare che non eri assolutamente cosciente di quello che accadeva attorno a te e che ormai da molto tempo deliravi senza soluzione di continuità. Avrebbero potuto farti qualsiasi cosa, non te ne saresti nemmeno accorta. Sognavi, forse. Voglio sperare che tu sognassi, che fossi molto lontana da quella fogna…”
“Ero già morta, papà. Non sai da quanto tempo ero morta…”
“E ora, Francesca?”
“E ora cosa? Hai anche il coraggio di chiedermelo, figlio di puttana? Vuoi lasciarmi intrappolata in questo mondo di colori?”

10Il caos si sarebbe amplificato, ma non c’erano alternative.
Vieni a fare un bagno quaggiù, D’Altavilla. Oggi l’acqua è splendida. Ormai dovresti aver digerito!
D’altronde, anche io non sarei vissuto a lungo.
Brevi estratti da “Valutazioni sulle Scienze Informatiche”, di Albert Sinatra.
Dal quarto e ultimo capitolo: È risaputo che ogni minimo evento esercita una miriade di ripercussioni sull’ambiente nel quale avviene. L’importanza di tali eventi dipende dal punto di vista e dagli interessi dell’osservatore.
Duplicando una persona, io e Huang avevamo creato la vita: vita intelligente, intendo. Le applicazioni di una simile scoperta sarebbero state pressoché infinite. Ma, come sempre accade quando ci si trova al cospetto di un’invenzione epocale, se le nostre intuizioni avrebbero contribuito o meno a migliorare la vita dell’umanità, sarebbe dipeso in buona parte dall’angolazione dalla quale si sarebbe affrontata la questione.
(…)
Mi allontanai dal progetto in totale disaccordo con Huang quando ebbi la consapevolezza che l’informatizzazione recava con sé problemi etici di portata spaventosa.
Avevamo sempre dato per scontato che la persona da riconfigurare fosse un paziente con un’aspettativa di vita limitata, ma cosa sarebbe successo se la nostra tecnica fosse finita in mani sbagliate (possibilità tutt’altro che remota) e qualche arrivista senza scrupoli avesse deliberatamente scannerizzato le connessioni neurali di individui sani e, magari, inconsapevoli?
Le doppie identità avrebbero vissuto in due differenti piani temporali in una condizione pericolosamente contro natura. Inoltre, quale delle due esistenze avrebbe avuto il diritto di esistere e quale invece doveva finire nell’oblio?
(…)
Potevamo noi, miseri scienziati soggetti senza via di scampo al “Trabocchetto di Dio” e quindi creatori di una coscienza limitata, decidere arbitrariamente di moltiplicare la vita sulla Terra?
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23 pensieri su “Memoria liquida XVI

  1. Questo capitolo è forte proprio. Ma non per scabrisità o altro. ma perché fa star male.
    E’ tremendo. fai un’analisi del cervello delle persone … è tremendo!
    Non ci sono filtri fisici e la testa, la volontà e l’anima, parlano a ruota libera.
    M’hai fatta stare male …

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  2. Una terra desolata ed è la mia. Miei i ricordi, la disperazione e l’ultimo urlo.
    Mia la rabbia di una esistenza ingrata.
    Mi hai fatto tremare dentro.
    Sicuramente una bella prosa, asciutta, forte e diretta.
    L’opera di un cronista che si è lanciato nell’avventura di raccontare la propria esistenza.
    Mi ricorda, molto, Sin City.
    Splendido, come capitolo, nei suoi chiaro/scuri.
    Semplicemente perfetto.
    Ciao

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  3. E’ bello di pensare di pensarti…
    Queste sono le parole che mi vengono in mente leggendo di Manlio mentre si accinge a parlare con sua figlia morta, ma … viva. pensante e piena di rabbia.
    Forse le manca una carezza?
    Un passo terribile, caro Ninni.
    Terribile.

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  4. Bello come sistema intimo di racconto.
    Molto abissale, profondo e dire i critico.
    Un universo parallelo oscuro e terribile.
    Sei bravissimo a sottolineare il malessere e la decomposizione di questa società in decomposizione.
    Bacio

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    • Elena Simonin

      Amica mia,
      gli aspetti del mondo che colpiscono l’esistenza umana, sono e rimangono necessari. ma questa mia affermazione è, semplicemente, una considerazione.
      Ciao, in bocca al lupo e grazie

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  5. Cosa conosciamo, noi, dei malesseri dell’esistenza? Agiamo, quasi d’impulso e non capiamo quello che ci gira intorno. il nostro sguardo si adegua a quello che la vita ci ha regalato e poi, ti cade in testa, una tegola così dura.
    Francesca che torna dal passato e l’amore di padre.
    Quell’amore egoista che fa fare tutto, ma non porta a nulla.
    Molto spesso sono proprio loro i nostri figli, a decidere cosa è meglio o peggio per loro e alcune volte, anche per noi.
    un pezzo bello e drammatico.
    Forte e delicato al tempo stesso.
    Ciao Ninni

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