Memoria liquida XVII

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1“Volevi sapere come si è ammazzato il Vate, Pam? Te lo racconto. Mettiti comoda, spegni la televisione e apri quella bottiglia di Berlucchi. Ogni uomo ha il suo punto di rottura, sappilo. E quella sera il Vate era ormai oltre il campo minato delle sovrastrutture. Ricordi quando ricevetti la telefonata di mia madre? Io mi stavo dedicando ai tuoi calli. Eravamo un po’ fatti di solvente, tutto ci sembrava meraviglioso e quel bagno con le scolature di ruggine non ci sembrava più così squallido. Bella sensazione, vero? Eppure dopo nemmeno mezzora mi ritrovai accovacciato dietro una macchina dei carabinieri, oltre un cordone composto da sconosciuti che osservavano la scena con sguardi assonnati e le espressioni stravolte. Il maresciallo continuava a chiedermi cosa poteva aver provocato un tale caos. Come se avessi potuto saperlo. Il mio amico aveva mai sofferto di disturbi mentali? Assumeva antiepilettici? Non ne avevo la minima idea. Tu l’hai conosciuto il Vate, ti sembrava uno che stava fuori di melone? Eppure quello insisteva: ‘Lei lo conosce, avrà dato dei segni di squilibrio, non le pare? La gente non impazzisce da un giorno all’altro, ci sono sempre delle avvisaglie’. Avrei voluto ribattere: ‘Guardi che io col Vate mica ci scopo! È solo un vecchio amico che ultimamente incontravo una volta ogni tre mesi e col quale ci scambiavamo sms ironizzando sullo stato della politica italiana. Nelle sue giornate avrebbe anche potuto inchiappettarsi le capre’. La situazione generale era la seguente: qualcuno aveva chiamato il 113 dopo aver visto quel coglione del Vate completamente nudo in mezzo alla strada che urlava come un maiale scannato. ‘Diceva di essere il diavolo e che avrebbe ucciso il mondo’. ‘ Il mondo? ’ gli chiesi. ‘Eh, il mondo… questo hanno riferito i testimoni. Sopraggiunta una volante, il soggetto si rifugiava all’interno del civico 38 di via Prospero Alpino e si barricava nel locale caldaie’. ‘Mi faccia capire bene’ dissi. ‘Un mio amico ha dato di matto, e allora? Io che ci faccio qui, oltre la barricata? ’ Il militare aggiunse che il Vate aveva chiesto espressamente di me e del Santo Padre. Lo stabile era stato evacuato e i condomini, incazzati e mezzi addormentati, barcollavano abulici dietro di noi. Mi voltai e vidi donne in vestaglia e ragazzine in pigiama, vidi famiglie buttate sulle panchine del parco in attesa di tornare a letto. ‘E nello specifico io cosa dovrei fare? ’ chiesi. Il maresciallo parve spazientito: ‘Gli ricordi qualcosa di felice…’ ‘Felice in che senso? ’ ‘Gli parli dei bei tempi andati, delle donne, delle feste, delle risate, tutto quello che vuole. Non faccia lo sprovveduto! ’ Sprovveduto un paio di palle, Pam! Ti stai facendo una vaga idea della situazione? Calcola che dovevo pure pisciare. Avrei potuto simulare un infarto, una colica renale, uno svenimento. Poi scorsi un miraggio coi lineamenti del Santo Padre farsi largo tra la folla strepitando: ‘Sono un amico, lo conosco, ha chiesto di me…” Indossava un accappatoio verde macchiato di Pasta di Fissan, jeans luridi e Nike da basket andate di moda un decennio prima. ‘Dovrei attendere ordini dall’alto’ balbettò imbarazzato il maresciallo quando il Santo Padre propose di entrare e stanare il Vate dal locale caldaie. Dopo un paio di minuti di empasse il militare ci diede l’ok e, accompagnati dagli applausi e dai fischi della folla, imboccammo all’interno del civico 38. Mentre il mostro di cemento si chiudeva su di noi, pensavo: il Vate che inneggia al demonio? Irreale. Il Vate è una persona stabile. Il Vate è una persona equilibrata. Giunse in me la consapevolezza che quell’edificio sarebbe diventato la mia tomba. Alla luce grezza dello scantinato il volto del Santo Padre appariva livido, di plastica. Sentimmo uno scalpiccio oltre la porta metallica. Non voglio fare l’eroe, ero paralizzato dal panico e dall’inquietudine, ma dovevo capire, dovevo sopravvivere. Appena ci aprì mi resi conto che del mio amico era rimasto solo il carapace, lui se n’era andato chissà dove. Senza una parola, si scansò e ci fece cenno di entrare. All’interno c’era un caldo secco che faceva bruciare gli occhi. Odore di nafta e di plastica sciolta. Il pavimento era cosparso di cartacce, cicche, fogli di giornale, bottiglie di plastica. L’ambiente era rischiarato da un televisore portatile acceso col volume al minimo. Non ci voleva Sherlock Holmes per capire che il Vate non si era nascosto là sotto per caso: cos’era, la sua alcova? La sua casetta sull’albero? Il Santo Padre gli chiese cosa stesse combinando con lo stesso tono placido e rilassato che avrebbe usato al circolo del tennis per ordinare un bicchiere di minerale.

Per tutta risposta il Vate iniziò a ridere, prima sommessamente, come un vecchio baule che si apre, poi il suo tono aumentò fino a far male. Istintivamente retrocedetti di un passo, una sferzata di orrore mi strinse le costole. ‘Non potete capire’ disse così piano che faticai a sentirlo. Pensai: tra dieci secondi scappo. Nove, otto, sette… il Vate aggiunse: ‘Sono saturo. Non posso andare avanti. Basta. È finita. Prima o poi Mimosa avrebbe scoperto tutto. Il castello di bugie è crollato. Ed è bastato un soffio di vento ’. ‘ Tutto cosa? ’ gli chiese il Santo Padre. ‘Di me e di Elisabetta’ fece il Vate. Fu allora che ci mostrò la ragazzetta spastica che teneva legata alla branda da campeggio. Lei si contorceva come un insetto intrappolato. Aveva i polsi e le caviglie legati con dei lacci di cuoio. Dalla sua gola uscivano solo versi animaleschi e gutturali. Hai presente quando uno stupidamente imita la parlata di una persona affetta da deficit mentali? Ecco, così. La poverina non aveva alcun controllo dei propri muscoli. Che pena provai per lei! Quasi quanta ne provavo per me e per i miei amici. Il Vate la baciò sulla bocca distorta. Lei cercò di ritrarsi, ma i lacci le lasciavano pochissimo gioco. Lui, come se nulla fosse, la accarezzò paternamente sulla fronte. Pam, la storia la sai. Dai che te la ricordi… e va bene: si erano conosciuti un anno prima, quando il Vate aveva incontrato tramite un annuncio su Porta Portese l’infermiera di Elisabetta. Lui la pagava per stare un po’ di tempo con la sua assistita. Inevitabilmente se ne innamorò. E il problema era che il Vate stava organizzando il matrimonio con Mimosa, un’insipida rampolla di ottima famiglia… che tu hai sempre detestato, lo so! Messo alle strette il Vate aveva perso la testa e aveva rapito Elisabetta. Scaricata l’adrenalina si era reso conto della cazzata che aveva fatto, ma non sapeva come tirarsene fuori. Sai, Pam, sai cosa mi addolorava in quel momento? Il fatto che la vita del mio amico, in un modo o nell’altro, sarebbe finita quella notte. Non avrebbe mai avuto un futuro, non avrebbe mai avuto dei figli o dei Natali di buoni sentimenti e pubblicità di panettoni. Anche se l’avessero preso vivo, di lui non sarebbe sopravvissuta che una proiezione, una specie di noce marcia. Stavo assistendo in diretta alla parabola discendente di un essere vivente. Gioco, partita e incontro, Vate, hai perso. E non c’è una seconda possibilità, magari ci fosse, amico mio. Da quel momento in poi le cose non sarebbero potute che andare peggio. ‘Tutto questo me lo immaginavo diverso, sapete? ’ disse il Vate. ‘L’ho sempre saputo che prima o poi la polizia mi avrebbe preso, anche senza questo rapimento. Li ho solo preceduti. Pensavo al nostro incontro, io contro di voi, e me l’ero sempre figurato in manicomio, in uno di quei posti dove i detenuti li chiamano pazienti, mentre me ne stavo piegato in due su una panca, sbavando per le medicine. Se fossi stato abbastanza lucido, cosa che dubito, avrei potuto finalmente parlarvi senza mezzi termini, senza far finta di volervi bene quando invece vi considero solo delle teste di cazzo. Attenzione, vi considero i miei migliori amici, questo non cambia niente. Ma siete due imbecilli, spero ve ne rendiate conto. Tu, Manlio, dopo tanti anni sei ancora un punto interrogativo…’ Era grottesco. Quel deficiente impazzito si permetteva di sparare giudizi su di noi! Be’, almeno io e il Santo Padre non eravamo stati tanto stupidi da rischiare l’ergastolo. Anche se il Vate non mi sembrava nella posizione adatta per psicanalizzarci, lo lasciai parlare. Perché discutere con un uomo già morto? ‘Manlio, ti sei sempre accalorato solo sulle questioni inutili, avresti potuto parlare per due giorni di un libro, di un film, mai che ti abbia sentito fare un discorso serio senza cercare di buttarla sul ridere. È questo che non ho mai sopportato di te: la tua superficialità, il tuo ritenerti, a torto, sempre un metro sopra le miserie quotidiane… perché siamo amici, ve lo siete mai chiesti? Se ci fossimo conosciuti oggi, cosa ci avrebbe spinto a frequentarci? Cosa ci saremmo detti se non avessimo avuto anni di esperienze trascorse assieme a fare da collante? ’ Allora il Santo Padre gli disse, sempre senza perdere il controllo: ‘Parliamone…’ E il Vate: ‘Ma di cosa vuoi parlare? Adesso non c’è più tempo, non c’è proprio più tempo…’ Dallo zainetto rosso della Eastpak estrasse una pistola. Io e il Santo Padre ci immobilizzammo. Aveva intenzione di ammazzarci come due cani? Ok, pensai, ero un superficiale e mi lasciavo andare troppo spesso a discussioni su argomenti futili, ma non mi sembrava giusto dover morire per questo. Infatti il Vate non voleva fare del male a noi, ma a se stesso. Si infilò l’arma in bocca. Il mio corpo era pieno d’acqua e quindi non mi sarei potuto muovere anche volendo. Le sue ultime parole uscirono smozzicate per via della canna tra i denti: ‘Mi basta questo’, mi parve che disse, prima che l’universo deflagrasse in un frastuono immenso. Mi sentii soffocare, cercai di pulirmi la faccia con la manica. Notai che il Santo Padre aveva l’accappatoio verde inzaccherato di materia cerebrale. Allora mi convinsi che il suicidio al quale avevo appena assistito non era realmente accaduto, non era vero niente, stavo dormendo e forse fuori era una giornata con un sole grande come l’orizzonte e uscito di lì sarei andato a fare due passi a villa Pamphili con te… e mi venne da pensare, in quell’attimo di lucidità che ho sempre immaginato anticipasse la morte: come glielo spiego questo ai miei genitori? Poi mi svegliai in un cesso di ospedale con un’infermiera orba che mi diceva: ‘Va tutto bene, signor D’Altavilla, va tutto e-c-c-e-z-i-o-n-a-l-m-e-n-t-e bene’. C’eri tu, c’erano mia madre e mio padre e mi sentivo il viso ancora appiccicoso di sangue. Ecco come si è ammazzato il Vate… mi sembra anche che tu indossassi un tailleur malva. Ma forse mi sbaglio…”

2Eliminare per sempre la Base Profonda codice #60038 fu un’operazione appropriata, drastica ed efficace. Nella settimana seguente, inumato tra la camera da letto e il gabinetto in fondo al corridoio, mi accorsi di quanto fosse stata disgustosa la conversazione con Francesca. Furono giorni di fumi di scappamento, traffico, spazzatura per le strade, vestiti smessi e buttati sulle spalliere delle sedie, telegiornali notturni, bicchieri vuoti.
Il solo pensiero delle bassezze che ci eravamo vomitati addosso mi suscitava stomachevoli riflussi di nausea. La sua avversione immotivata, eccessiva e irrazionale, sul momento mi aveva ferito (anche se mi aspettavo qualcosa in tal senso), ma in un lasso di tempo incredibilmente breve il ricordo di una tale parossistica ostilità contribuì anche a lenire le lacerazioni che si erano schiuse nella mia anima.
Per la prima volta dopo essere stato abbandonato dalla Pam si fece spazio in me l’idea che verosimilmente ci fosse qualcosa che non andava in Francesca, qualcosa di sbagliato nella sua testa, invece che nel mio ruolo di padre e nell’educazione che, in un modo o nell’altro, mia moglie aveva cercato di darle.
Intrappolato nel mio mondo di ombre e fantasmi, per anni avevo considerato i confini tra il reale e il fantastico inattendibili e inaffidabili, troppo evanescenti per non smarrirsi. L’ordine si era sgretolato, ma se avessi smesso di trascinarmi dietro la croce della colpa, forse sarei riuscito ad affrontare il crepuscolo con una sufficiente stabilità interiore.
Certo, uscire da anni di prostrazione psichica non sarebbe stato uno scherzo. Probabilmente non mi sarei mai ripreso del tutto, i miei incubi sarebbero sempre rimasti in attesa, vigili e pazienti, pronti a balzare fuori da un angolo buio appena avessi abbassato la guardia, ma riconoscere di essere convalescente non era già un modo per circoscrivere il problema e affrontarlo a muso duro?
Per i miei ex colleghi e per il Grande Capo non ero altro che uno smidollato, ma, perdio! li avrei fatti ricredere, adesso avevo qualcosa su cui lavorare: avevo indizi, testimonianze, avevo una compagna di viaggio, avevo una pista. E, cosa più importante, avevo le motivazioni.
E se il Grande Capo fosse stato coinvolto nell’insabbiamento? Se fosse stato proprio lui a tessere le fila del depistaggio? Possibile che fosse completamente all’oscuro delle verità che l’Ispettore aveva estratto da quel mare di sterco?
Anche se non facevo più parte del corpo di polizia e in teoria non avrei avuto alcun diritto a proseguire le ricerche autonomamente, non volevo che quell’indagine mi fosse scippata, ne avevo bisogno…
Nessuno avrebbe capito che in quel periodo della mia vita la sola presenza di uno scopo mi avrebbe salvato. Non era stato proprio per darmi un obiettivo che il Grande Capo mi aveva affidato il controllo delle Basi sequestrate all’hacker?
Naturalmente lui non poteva sapere che tra i dati da esaminare ci fosse anche la riconfigurazione dell’Ispettore!
Per il Grande Capo si trattava di un lavoretto di routine, l’occasione adatta per acquietare il Vaticano che premeva per ottenere una collaborazione con il dipartimento e per recitare la parte del padre putativo con il sottoscritto.
Da quello che avevo intuito, anche Astreana non moriva dalla voglia di visitare la stanza 312, ma rischiare la nostra incolumità sarebbe stato da principianti.
Per il momento potevamo ancora giocare a fare i detective alle spalle del dipartimento.
E concederci una chiacchierata con un’esaltata mistress di periferia non mi sembrava potesse nuocere alla nostra salute.

3“Sai cosa può veramente mandarti di traverso una giornata altrimenti normale? Incontrare accidentalmente una tua vecchia fiamma e sentirti dire che sei ingrassato o che sei invecchiato.”
Per tutto il tragitto Brundlefly non aveva fatto altro che parlare e parlare. Dopo una sola mezzora di frequentazione il suo umorismo stantio già mi urtava il sistema nervoso, la sua forfora mi provocava la tosse e i suoi vestiti da sessantottino mi rievocavano alla mente un passato che avevo cercato faticosamente di seppellire.
Astreana trovava sinceramente divertenti le sue freddure strasentite e i suoi modi di dire da liceale.
“Sei tremendo!”
“Sei tremendo? Me lo diceva anche la mia ex moglie… dopo che l’avevo strapazzata per bene!”
E giù a ridere come due rincretiniti.
“Ti deve essere capitato, immagino…” dissi.
“Cosa?”
“Di sentirti dire che sei invecchiato…”
“Un’altra delle frasi che non sopporto è: ‘Si vede che sei a dieta prima di una risatina’”
Per non soccombere al traffico del Muro Torto avevo provato ad alzare il volume della radio dell’auto a noleggio, ma in breve mi ero accorto che, anche surfando freneticamente tra una stazione e l’altra, non mi riconoscevo in nessuno dei brani trasmessi.
Le ciance insulse di Brundlefly erano stupide, ma almeno non erano artefatte.
Dal nostro primo incontro nel Bar Godzilla, Brundlefly si era rilassato parecchio. Evidentemente la chiacchierata che aveva avuto con Astreana mentre io me la vedevo col Gran Maestro e i suoi assurdi tirapiedi l’aveva ringalluzzito. Mi auguravo per lui che non celasse il recondito desiderio di portarsela a letto. Un pensierino ce l’avevo fatto anche io, non lo nego, e inoltre avevo la netta sensazione che Astreana fosse una che sotto le lenzuola sapeva il fatto suo, ma… scacciai quel pensiero come un insetto molesto: cosa mi passava per il cervello? Io e Astreana? Nemmeno sotto tortura.
L’avrei protetta dall’artiglio incappucciato. Avrei tenuto i vampiri lontani dalla sua porta.
Dovevo comportarmi più da padre coscienzioso che da amante allupato.

4Finiscila, D’Altavilla.
Fatti una bella doccia gelata e calma i tuoi bollenti spiriti. È finita l’epoca delle notti alla ricerca di sesso mercenario nella zona allagata. Adesso sei in lotta con te stesso e con il tuo passato. Non distrarti, resta a galla, aggrappati a quella boa, stringi i denti e sopravvivi un altro giorno. La zavorra, a questo punto, è già sul fondo. Le correnti se la porteranno via.
L’impenetrabile alcova, lo studio educativo della Beginner Girl nel quale uomini abituati a esercitare il potere si lasciavano ridurre a schiavi impotenti da umiliare, altro non era che un appartamentino vicino piazza Sempione, oltre il ponte della tangenziale, al quale si accedeva tramite la rampa di accesso di un meccanico autorizzato Lancia.
Avevo trascorso i dieci mesi di naia da quelle parti: la mia caserma, come molte altre, era diventata luogo di ricovero per gli sfollati dell’alluvione del 2012. Anni dopo l’avevano convertita in un hotel a cinque stelle, attualmente chiuso a causa di infiltrazioni mafiose nella gara d’appalto.
Un cinquantenne con una prominente pancia alcolica vestito da maggiordomo ci introdusse in una grande camera vuota e ci informò che la signora ci avrebbe ricevuto appena possibile. Prima di uscire si produsse in un ossequioso inchino.
Su tre pareti era disegnato un nastro rosa e sulla quarta un fiocco, come se la stanza fosse stata un enorme pacco dono. L’atmosfera era opprimente e pesantemente profumata. Gli avvolgibili abbassati. Non un filo di luce penetrava in quell’antro all’odor di rosa. Ma era un odore artefatto, chimico. Mi faceva pizzicare la gola.
Brundlefly sembrava divertito e sorrideva sotto i baffi. Mi accorsi solo allora che indossava logori mocassini senza calze, un particolare che aveva sui miei nervi il medesimo effetto di un gatto aggrappato con le unghie su una lavagna. Astreana vestiva una giacca color bianco sporco e un paio di pantaloni blu chiaro. La tonalità di rosso sulle sue labbra da clown era più decisa del solito.
“Questa Beginner Girl, la signora, era amica della escort trovata morta nella vasca da bagno, giusto?”
“Esattamente” rispose Brundlefly.
“Ma perché hai aspettato tutto questo tempo per venire a interrogarla? Se nel frattempo fosse sparita dalla circolazione?”

5Volevo stuzzicarlo, sapevo benissimo la risposta.
Brundlefly mi fissò con un certo disprezzo, non c’era più Base di ironia sul suo volto: “Non sono andato volutamente oltre nelle indagini. Mi sembrava di avertelo già detto. A un certo punto ho deciso che certi segreti era meglio che restassero tali. Diciamo che mi sono fatto un’idea abbastanza chiara della situazione, ma poi mi sono accorto che non era il caso di rischiare in prima persona”.
“Ne avresti ricavato un bell’articolo…”
“È quello che voglio fare, altrimenti perché sarei qui? Ma se giochiamo in tre la faccenda assume un altro significato. E non ditemi che voi invece volete solo assicurare alle patrie galere dei malviventi. Non venitemi a raccontare che lo fate per un senso innato di giustizia… avrete anche voi i vostri segreti e le vostre motivazioni. Tutti bramiamo un tornaconto, perché vergognarsene? Anche la nostra brava suora, qui, ha i suoi scheletri nell’armadio…”
Astreana parve infastidita dalle parole di Brundlefly: non le andava di fare la parte dell’arrivista. Eppure… non voleva fare carriera?
“Pensate che non mi sia accorto che agite al limite della legalità e che il dipartimento non sa niente dei vostri movimenti? Se volete il mio giudizio, avete fatto bene a non aprire bocca con nessuno. Come ho avuto modo di dire a Astreana, sono più che convinto che negli uffici dell’ex Biblioteca Nazionale si sappia su questa storia molto più di quello che si è fatto credere ai media…”
L’obeso maggiordomo tornò e ci disse con tono deferente che la padrona era adesso pronta a omaggiarci della sua presenza.
Commisi l’errore di aspettarmi una donna dalla bellezza stravolgente, invece ci trovammo al cospetto di un ragnetto vestito in uniforme sadomaso.
Devo confessare che rividi in quella figura mingherlina, in quelle braccia esili dai movimenti bradipi i particolari dell’eccitante corpicino della Pam. La quale, comunque, non aveva nulla a che vedere con il pupazzo grottesco che mi si parava innanzi.
La Beginner Girl era seduta su un assurdo trono imbottito e decorato con teschi di plastica. Nella sala aleggiava una caligine dolciastra. Si trattava del fumo artificiale usato nelle discoteche di campagna e nei concertini dei gruppi rock nei pub, riconoscevo distintamente quel sentore di mela caramellata e gommapiuma. Il soffitto e i muri erano tappezzati da calzature incollate l’una sull’altra a formare un collage di modelli, colori, tendenze. Stivali, sandali dalle zeppe improbabili, décolleté, Adidas da tennis, perfino un paio di orrende espadrillas.
Alle nostre spalle giunse la voce del servo grassoccio in abiti da pinguino: “Siete pregati di rivolgervi alla maestra dandole rispettosamente del lei. Ho il dovere di informarvi che la sua pazienza è molto precaria. Buon proseguimento, signori…”
Sentii Astreana rispondere piano: “Grazie…”
Vista la sua palese predilezione per le scarpe, chissà cosa ne pensava la Beginner Girl dei mocassini senza calze di Brundlefly.
Il ragnetto indossava una maschera modello Cat Woman e nello spazio libero dal latex intravedevo una pelle bianca e raggrinzita come il ventre di una capra. Aveva lo sguardo spossato e vacuo. Mi dava l’impressione di essere stanca di recitare una parte, come un comico esausto di ripetere il tormentone che l’ha reso famoso.

“Siete qui per parlare con la Beginner Girl…”
Parlava di sé in terza persona come un imperatore romano, come Giulio Cesare. Il particolare mi piaceva. Sul serio.
“E la Beginner Girl vi ha concesso udienza, cosa avete da dire?”
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15 pensieri su “Memoria liquida XVII

  1. Mi sono preso un quarto d’ora di tempo proprio per leggere questo nuovo capitolo. Interessante.
    Che dire milord, una intelligenza che non fa sentire il fatto che si tratta di fantasienza.
    Anzi, riesco a calarmi nella parte, facendomi coinvolgere.
    Ciao dalla partenope Capitale

    Dudù

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    • Grazie valerio.
      Complicato, sì è vero, anche se, vedrai (o avrai la bontà di seguirmi) che è già iniziata la semplificazione, in vista del finale.
      O meglio, non dovrebbero esserci ulteriori complicazioni.
      Ciao e grazie.

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  2. Una sensazione di disagio che mi ha presa, quasi, alla gola.
    Il meretricio dei sentimenti.
    Non lo accetto ne posso accettarlo.
    Sei bravo a suscitare quello che vuoi. Mi hai fatto vivere le sensazioni che volevi.
    Bravo

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