Memoria liquida XIX

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1Per tutta la giornata successiva cercammo di metterci in contatto con Brundlefly senza riuscirci. Durante la mattinata il suo cellulare squillava a vuoto, poi risultò irraggiungibile. Passai al dipartimento e consegnai al Grande Capo una finta relazione. Il vecchio non sembrò molto persuaso, probabilmente aveva capito che lo stavo prendendo per il culo. Mi offrì un bicchiere di Ferrarelle, mi mostrò le sue nuovissime piante grasse e mi congedò.
Per lui dovevo essere una bella delusione! Mi aveva preso per la collottola dal tetro lido della performance art, mi aveva assegnato un lavoro e io mi permettevo di tergiversare, di sparire per settimane e di farmi i cazzi miei. Mi sentii un verme mentre uscivo dalla stanza 312, ma continuavo a covare la sensazione che il Grande Capo fosse in qualche modo implicato nell’affaire Amodio. Tempo al tempo, mi dissi.
Astreana era andata a correre.
Aveva bisogno di riflettere, mi aveva confidato sgranocchiando un biscotto Galbusera. Doveva liberare un po’ di endorfine, poi il mondo avrebbe assunto un’altra tonalità. Sorvolai riguardo il suo lessico da medico.
Senza tante circonvoluzioni, immaginai avesse solo bisogno di starsene un po’ da sola.
Ci ponevamo nei riguardi del nostro approccio notturno da due punti di vista differenti. Per quanto mi riguardava avevo calcato la mano con una ragazza che aveva più o meno l’età che avrebbe avuto Francesca, ma si trattava comunque di una donna, non di una bambina. Inoltre, non incontravo carnalmente una femmina da troppo tempo… ripensandoci, tendevo a giustificarmi.
Per lei era diverso. Per lei si trattava di un cedimento emotivo. Era il crollo delle mura di Babilonia, le sue certezze si inabissavano, all’interno della città abbandonata c’era ancora qualcuno che si permetteva di accendere un fuoco. Astreana era una suora, santo iddio!
Certo, era provocante, intelligente, era semplicemente una delle cose più belle che avessi mai visto, ma aveva anche delle convinzioni ferree. E io l’avevo tentata come il serpente dell’Eden, tanto per usare una metafora calzante.
Non era del tutto veritiero, non corrispondeva alla realtà. Astreana aveva avuto perlomeno il cinquanta percento delle colpe riguardo ciò che era accaduto nel mio letto.
Ma, in fondo, cos’era accaduto? Niente. Petting da adolescenti. A diciassette anni mi ero spinto ben più a fondo nella zona buia di quanto non avessi fatto la sera prima.
Il problema, e lo capivo perfettamente nonostante continuassi a mentire a me stesso, non era il sesso in sé, non era l’atto dell’accoppiamento il fulcro della questione. Ciò che aveva sconvolto Astreana era stata la facilità con cui si era sentita risucchiata nel vortice. Pensava di essersi innamorata? Chissà. Almeno aveva avuto la prova di non essersi tanto inaridita da non riuscire più a provare emozioni forti.
Dal canto mio non affrontavo niente di altrettanto coinvolgente dai primi anni di fidanzamento (e poi matrimonio) con la Pam.
Quella sera l’aria era tiepida e io e Astreana passeggiammo senza meta per un’oretta, godendoci la fragranza delle acacie di via Parma, dove avemmo modo di osservare un tipico esemplare di gattara, con tanto di vestaglia, capelli scarmigliati e piatto di plastica debordante di spaghetti al sugo.
“Perché lo fanno?”
“Me lo sono sempre chiesto anch’io…”

2Scendemmo a braccetto lungo via del Boschetto, sorpassammo la zona della Suburra e la bottega del Santo Padre, attraversammo via Cavour e ci trovammo nei pressi della facoltà d’ingegneria.
Cenammo in un’osteria tra stornelli romaneschi che conoscevo dalla nascita e il battere a ritmo degli stranieri arrostiti dal sole della Città Eterna.
Dopo un paio di bicchieri di vinello della casa, il nostro umore si fece più leggero e anche le lingue si sciolsero.
“Anche io ho provato a chiamarlo a intervalli di mezzora…”
Si riferiva a Brundlefly, naturalmente.
“Avrà avuto da fare in redazione. Oppure si trovava con la famiglia e non se la sentiva di rispondere. Sono sicuro che domani o al massimo dopodomani riapparirà come nulla fosse.”
“Non lo so…” disse Astreana, seguendo con l’indice il quadrettato della tovaglia di carta. “Ho un brutto presentimento.”
“Sarebbe?”
“È tutto il giorno che ci penso. Mi fa star male…”
Fece una pausa e io la guardai negli occhi. Lei sorrise appena. Un sorrisetto nervoso, teso, subito ritratto.
Durante la passeggiata di poco prima Astreana mi era sembrata irrequieta. Mi stringeva il braccio e poi allentava la presa. Accelerava e poi si fermava all’improvviso, sollevando il mento per guardare un balcone coperto di rampicanti o una finestra. L’idea che mi diede fu che mi stesse nascondendo qualcosa e cercasse di pensare ad altro.
Non potevo comunque escludere che fosse ancora turbata dal nostro approccio di ventiquattrore prima.
Se fosse accaduto qualcosa di brutto a Brundlefly avrei avuto una premonizione, pensai.
O no?
Probabilmente no.
“Cosa non riuscivi a toglierti dalla testa?”
“Te l’ho detto: un disagio inspiegabile. Mi duole la mascella. Ti pare normale?”
“Forse sei solo tesa.”
“Già.”

3Bevemmo un altro sorso. Astreana si concentrò per qualche secondo sulla conversazione dei nostri vicini di tavolo, poi tornò a considerarmi: “Tu ci credi a questa storia dei massoni?”
“Ancora non lo so. È strano. In questo momento, seduti qui fuori con la testa vuota per via del vino tutto mi sembra lontano, come se stesse accadendo a un altro. Se ripenso ai referti delle autopsie, però…”
“I cadaveri…” abbassò il tono. “I cadaveri esistono e sono un dato inconfutabile. Concentrati perché non è difficile. Quello che ti sto domandando è: tu credi ai collegamenti fatti da Brundlefly? Hai preso sul serio le parole della Beginner Girl?”
“La escort che aveva contatti con la ‘setta’ l’hanno trovata morta… mi sembra un elemento probatorio…”
“Fino a un certo punto, potrebbe essersi veramente suicidata… nemmeno ai tempi della caccia alle streghe l’avrebbero considerata una prova…”
“Dimentichi che sia Brundlefly che l’Ispettore hanno parlato di uno zoo. E i due certamente non si sono mai conosciuti… e come la mettiamo con le sostanze presenti nei cadaveri? Parlo dei composti chimici usati per l’imbalsamazione. Ammetterai anche tu che una certa correlazione tra le ragazze scomparse esiste…”
“Se ce lo vuoi vedere un legame si trova sempre. Ho controllato l’Ordine degli Avvocati. Ho l’indirizzo di residenza di Vanni.”
“Aspetterei Brundlefly per andarci a parlare.”
“Sono d’accordo. La tipologia corrisponde al moneyslave classico: economicamente indipendente, professionista affermato, sicuramente represso e con la testolina piena di strane fantasie.”
“La Beginner Girl ha detto che l’ha dovuto allontanare per comportamenti inopportuni.”
Arrivò la pappa: una gricia e una carbonara. Il profumo era eccellente.
“Ti sei chiesta perché ci ha segnalato proprio lui? Perché proprio Vanni?”
“Perché in passato deve averle raccontato qualcosa riguardo i tassidermisti, ammesso che siano veramente tassidermisti. Oppure Vanni ha accennato in qualche occasione ai contatti che aveva con questa setta. Non credo che la scelta sia casuale. Sicuramente non ci ha raccontato tutto quello che sa. Immagino abbia paura. È nel giro da troppo tempo, era amica di quella prostituta, Martina, non è così sprovveduta come ha voluto farci credere. Non si è voluta scoprire, ecco come la penso…”
“Concordo in toto.”
La pancetta della mia gricia era dorata e soffritta al punto giusto.
“Sai cosa mi inquieta?”
“Uhm…” fece Astreana, coprendosi la bocca da joker con il tovagliolo.
“Che questi imbalsamatori, più che essere un manipolo di psicotici emarginati, mi danno l’idea di essere membri del Rotary Club”.

4È assodato: anche nell’indagine più stagnante, anche nel caso più impantanato e arrovellato del mondo, gli eventi a un certo punto assumono un’accelerata.
Per me e Astreana la spinta si materializzò sotto forma di pioggia di merda. Venne giù fitta a goccioloni carichi e saporiti che schiantandosi sui nostri testoni spruzzavano sterco sino all’orizzonte.
Venni svegliato alle ore nove del mattino dallo squillo del videofonino. Non avevo ancora scaricato su questo nuovo modello In the Court of the Crimson King (il precedente era andato distrutto nella zona allagata) e quindi fu una suoneria standard a strapparmi dal mio universo onirico, mettendomi immediatamente di cattivo umore.
Ma era niente in confronto a ciò che mi aspettava.
Convinto che Astreana avesse dormito un’altra volta da me, sussurrai con bocca impastata: “Scusa, di solito lo spengo…” poi mi accorsi che la parte del letto alla mia destra era desolatamente vuota. Al che realizzai che la sera prima la mia amica aveva preferito farsi riaccompagnare al dormitorio cristiano.
“Non mi sembra il caso” si era giustificata. Non facevamo mica coppia fissa, di cosa mi lamentavo? Abbassa la cresta, D’Altavilla, playboy da strapazzo.
La chiamata proveniva dal cellulare del Grande Capo, il che poteva significare soltanto un sacco di problemi in arrivo. Oltrepassai i confusi dedali del sonno e risposi.
“Pronto, Capo?”
“Manlio…”
La voce del Grande Capo proveniva da un pozzo tanto profondo da raggiungere il nucleo del pianeta.
“Sì. Buongiorno.”
“Buongiorno un cazzo!”
Benissimo. Come volevasi dimostrare. Quando il Grande Capo scadeva nel turpiloquio era meglio girargli alla larga.
“Che succede?”
“Devi raggiungermi alla velocità della luce… non provarci nemmeno ad accampare una scusa…”
“Giusto il tempo di svegliarmi, stavo…”
“Hai mezzora, non un secondo di più. Se non arrivi in tempo ti faccio venire a prendere da Zhu ed De Crescenzo. E poi ne riparliamo al distretto. Dal quale non ne uscirai prima di avermi dato delle spiegazioni…”

5Non risposi e non mi mossi. Le mie terga erano state inglobate nel materasso diventato di ghiaccio.
Schifo, pensai. E un’altra quantità di improperi irripetibili.
Quando mi diede l’indirizzo il mio cuore saltò diversi battiti.
Ero in un mare di guai.
Il cadavere di Brundlefly giaceva nella vasca da bagno della mansarda in un lago di sangue coagulato. Qualcuno si era accanito sul corpo con violenza cieca. Le ciocche di capelli strappate, i denti scheggiati e i segni violacei del pestaggio mi fecero pensare allo scimmione de Gli omicidi della rue Morgue.
C’era stata una violenta colluttazione. Il tavolo sul quale avevamo consumato il pasto cinese era rovesciato, il computer era ridotto in mille pezzi e molti libri erano stati strappati e scaraventati giù dalla libreria. Cercai con lo sguardo il dossier Amodio-Santini-Subcomandante, ma in mezzo ai fogli sparsi, i piatti frantumati e i cassetti aperti, non lo individuai.
Il Grande Capo si muoveva lento tra il disordine, sovrastando tutti i presenti con la sua altezza imponente, il collo ritorto come un pellicano. Appena Zhu mi introdusse nell’ambiente, il Grande Capo mi fece cenno di avvicinarmi. Il suo volto era una maschera di inquieta sopportazione. Mi spinse fino al bagno e, stringendomi troppo il colletto della camicia, mi obbligò a guardare Brundlefly morto nella vasca.
“Adesso mi dici cosa c’entri te con questa storia…”
“Quale storia?”
Zhu mi piazzò una mano sul petto e mi schiacciò contro lo stipite della porta: la forma angolare del telaio mi si conficcò nella schiena, mozzandomi il fiato e incrinandomi un paio di costole. Fottuto fascista!
Il Grande Capo per una volta non prese le mie difese. Mi piantò uno sguardo acuminato in mezzo alla fronte.
“Non fare lo stronzo, Manlio… sai ancora riconoscere un cadavere oppure ti sei definitivamente bevuto il cervello?”
“Come è morto?”
“L’hanno ammazzato di botte…” abbaiò Zhu. “Se non vuoi fare la stessa fine…”
“Gli hanno fracassato la testa con una padella. Sembra comico, ma non lo è” disse il Grande Capo.
“Poveraccio” balbettai. “E io che c’entro?”

6Il Grande Capo si voltò verso Zhu, il quale mi spinse con maggiore forza contro lo spigolo. “Continui a prenderci per idioti?” mi sputacchiò in faccia Zhu. Il suo alito sapeva di caffè.
Durante il tragitto avevo chiamato Astreana. Le avevo riferito della telefonata del Grande Capo e del fatto che mi avesse detto di raggiungerlo nella mansarda di Brundlefly. Era accaduto qualcosa di grave, il tono del Grande Capo non ammetteva repliche, non lasciava adito a dubbi. Qualsiasi cosa fosse accaduta, mi sarei preso io la responsabilità, lei non doveva preoccuparsi delle conseguenze. Ma pensavo semplicemente che al dipartimento avessero sgamato le nostre indagini parallele, non potevo supporre che ci fosse scappato il morto.
“Non sono stato io, non ci pensate nemmeno. Ho un alibi per ieri sera.”
“Che testa di cazzo!” fece tra sé Zhu.
“Lo voglio ben sperare che non sei stato tu,” disse il Grande Capo, “anche se al momento sei il principale sospettato. In questo preciso istante voglio sapere cosa ti legava a quest’uomo e perché lo frequentavi.”
“Non lo…” mi bloccai.
C’era odore di mattatoio là dentro. Provavo un senso di claustrofobia che aumentava il mio disagio. Perché non avevano coperto il cadavere? Cos’aspettavano, che lo aggredissero le mosche e ci deponessero le uova?
“Ecco, bravo… finiamola con le balle.”
Il Grande Capo si fece più vicino e più enorme. La mano di Zhu mi stava penetrando nel petto. Ero immobilizzato contro il muro, non riuscivo a muovermi di un millimetro.
C’era un uomo morto a nemmeno due metri da noi. Chi l’aveva aggredito con tanta furia da tramutargli la testa in una spugna? I tassidermisti? Impossibile. Eravamo lontanissimi dalla soluzione. Come avevano scoperto che…
Cazzo, in quel momento la stessa persona che aveva combinato quel macello avrebbe potuto essere in camera di Astreana a spappolarle la testa con una statuetta della Madonna.
“Non conosco il suo nome…” indicai il cadavere con un movimento del capo. “Conosco solo il nickname che utilizzava per collegarsi a un forum su Internet… non ha mai voluto rivelarmi la sua identità…”
“Ti aspetti che ci creda?”
“Dovete crederci, è la verità. Lo stavo aiutando a fare delle ricerche…”
“E la suora?”
“Lei non sa niente” dissi, sperando che non l’avessero ancora collegata a Brundlefly come avevano fatto con me.
Non era escluso che il Grande Capo stesse bluffando, ma non avevo alternative al gioco d’azzardo.
“Quali ricerche, pallette mosce?” fece Zhu.

7Se effettivamente il Grande Capo e buona parte del dipartimento fossero stati responsabili di aver tenuto nascoste le prove dell’innocenza di Amodio e di aver osteggiato il lavoro dell’avvocato difensore, ciò significava che potevano aver rivestito un ruolo consistente anche nel suicidio di Alberto e, perché no, anche nella scomparsa delle altre ragazze. Se mi fossi esposto gli avrei servito la mia testa su un piatto d’argento.
Non potevo fidarmi di nessuno, il massacro di Brundlefly ne era la dimostrazione. Il Grande Capo stava cercando di carpire quanto ne sapessi delle magagne del dipartimento.
“Un libro sugli omicidi irrisolti nella Roma post alluvione” dissi.
Esisteva un briciolo di verità nella mia risposta.
Brundlefly – qualunque fosse il suo vero nome – era un giornalista che si occupava di nera, io ero un ex poliziotto male in arnese al quale rifilavano solo compiti burocratici e inutili come il controllo delle Basi Profonde, non era irreale che avessimo associato le nostre conoscenze per dare uno schiaffo al destino e rimpinguare le nostre asfittiche finanze.
“Inventane un’altra…” fece Zhu.
Il Grande Capo tacque.
“È la verità. Brundle… il giornalista lavorava sulla cronaca, presumo sarà semplice per voi accertarlo, e io avrei potuto fare un po’ di domande in giro. Lo so, è una puttanata, mi sarei mosso alle vostre spalle, ma lo sapete che ho bisogno di soldi. E il pubblico è avido di storie morbose. Speravamo che il libro potesse vendere… io poi ho dei contatti con la realtà underground tramite il Santo Padre. C’era da scavare nel torbido e avevo la possibilità di muovermi con una certa conoscenza del settore…”
“Te e i tuoi squallidi tecnodrogati…” disse Zhu.
“Il Santo Padre è il tizio dei nuovi fori?” chiese il Grande Capo al suo scagnozzo.
Zhu annuì.
“Un altro pezzo da novanta… lascialo.”
Zhu mi rifilò un’ultima spinta e mollò la presa. Sollevò le braccia, mostrandosi esageratamente arrendevole: “Ai suoi ordini”.
L’aria rifluì nei miei polmoni.
“Che ti devo dire, Zhu, ognuno si arrangia come può, non siamo tutti integerrimi paladini della giustizia…”
“Capo, mi da il permesso di spezzargli le gambe?”
“Calmati. Prenditi una boccata d’aria, l’atmosfera qui dentro è malsana.”

8Zhu spinse la fronte contro la mia. “Ringrazia il cielo che ho un grande rispetto per la scala gerarchica, altrimenti ti avrei già messo su una sedia a rotelle.” Detto questo, si allontanò. Lo sentii dire: “Stronzo!”
Il Grande Capo mi guardò dall’alto in basso e mi parve un po’ confuso.
Quel tanfo da macellaio dava fastidio anche a lui.
“Capo, possiamo andare a parlare da un’altra parte? La vista di quel corpo mi sconvolge…”
Ci spostammo sul terrazzo, mentre i tecnici della scientifica e diversi personaggi coinvolti a vario titolo sulla scena del crimine effettuavano i rilievi del caso. Il Grande Capo mi informò che il mio nome e il mio numero di utenza mobile erano appuntati sulla pagina dell’agendina rimasta aperta sulla scrivania (avevo lasciato il mio recapito al giornalista quando ero stato lì).
Brundlefly per l’anagrafe e i parenti si chiamava Ettore Filograna. Era un uomo vecchio stile, uno che amava i libri e si appuntava idee, scoperte e incipit di articoli e storie abortite su fogli di carta volante e su una sgualcita rubrica telefonica. Utilizzava al minimo il computer. In effetti, il grosso faldone nel quale teneva i documenti e le foto che aveva mostrato a me e a Astreana due sere prima, era un esempio di come la sua abituale catalogazione non si avvalesse delle memorie di silicio dei personal computer.
Gli incartamenti pertinenti alle autopsie del biennio 2013-2014 erano nel mio appartamento in via Nazionale, ma il resto del dossier dov’era finito?
Quando De Crescenzo, spedito all’alba nella mansarda dal Grande Capo per preservare il luogo del delitto (dal momento che: “Quei deficienti ogni volta inquinano le scene del crimine nemmeno fosse il cesso di un autogrill”) aveva letto il mio nome sull’agenda di Brundlefly, aveva avuto il colpo di genio di chiamare direttamente il suo superiore, il quale si era recato immediatamente in loco, cosa che avveniva assai di rado. E questo era uno dei motivi per cui al Grande Capo giravano le palle come eliche. Ogni volta che gli eventi lo spingevano fuori dal suo ufficio la giornata per lui era irrimediabilmente guastata.
Analizzando i tabulati telefonici gli investigatori avrebbero scoperto che sia io che Astreana avevamo subissato di telefonate Brundlefly il giorno precedente. E se io potevo avvalermi della giustificazione del libro da scrivere a quattro mani, il particolare era invece gravissimo per la posizione di Astreana (e a conti fatti anche della mia, visto che avevo giurato al boss del dipartimento che la suora non aveva avuto contatti con il morto).
Non avevano niente per trattenermi, né aveva senso farlo in quel momento, quindi il Grande Capo fece finta di credere alla balla del libro sui crimini irrisolti e mi consigliò di levarmi di torno.
“Non muoverti da Roma, Manlio” mi ingiunse prima di lasciarmi andare. “Se ti dovesse balenare in quella testa bacata la brillante idea di renderti irreperibile, sappi che tempo un quarto d’ora e ti sguinzaglio alle calcagna tutto il dipartimento…”
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26 pensieri su “Memoria liquida XIX

  1. Una drammaticità che non ti fa fare caso che è ambientato nel futuro, tanto è vero.
    Cosa può fare l’abbrutimento. Penso a Francesca e a manlio che si deve districare tra sconfitte e …sconfitte.
    Mi è piaciuto.

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    • Molto drammatico.
      Considera che l’arco emozionale sfreccia, dentro le nostre coscienze, velocissimamente, dentro le anime dei protagonisti.
      I morti, alcune volte, ritornano … se abbiamo una coscienza.
      Ciao buona giornata

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  2. Avevo iniziato a leggere come un racconto, poi, come un romanzo.
    Poi mi sono trovata a vivere quella situazione.
    Mi sono immedesimata in Astranea e il mondo ha avuto un senso.
    Non scrivo spesso perché nopn sono all’altezza a e non saprei cosa scrivere. Scrivo ora perché io ho visto le parole.
    Ciao

    Silvy

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    • Lady Circe,
      il silenzio, a volte, è foriero di lunghissimi discorsi che celebrano. autocelebrandosi, la pochezza umana. Non è, però, questa mia affermazione, una espressione nichilista. I silenzi, per quello che riguarda la mia esperienza, sono sempre veritieri.
      Nel silenzio si racconta tutta la propria disperazione e tristezza. Anche la gioia, quando silenziata, è immane.
      Nello specifico, il silenzio delle parole viene esaltato dall’introspezione e dalle motivazioni di quelle azioni che ciinnalzano o distruggono.
      Potrei scrivere per ore su questo argomento.
      Ciao e buona giornata

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    • Ti ringrazio per la gentilezza. Certo che, dalla stampa, parti con una posizione privilegiata. Almeno io la vedo così.
      Il romanzo è terminato (credo già dalla pubblicazione del secondo capitolo e lo scrissi in, circa, otto ore filate. Più un tre o quattro orette per la correzione ed altre tre (circa) per qualche rimaneggiamento.
      Questo è il quinto che scrivemmo in sette mesi.
      L’ampiezza, standard, varia dalle ottantamilacinquecento parole, alle novantamila, in media per tutti e cinque.
      Ogni post pubblicato rappresenta un capitolo dove, nei suoi capoversi (dominati da un corredo fotografico sindolo e laterale) è editata la singola pagina del capitolo stesso.
      Esempio: In questo capitolo, il 19°, le pagine (alla presunta stampa reale) sono otto e così via.
      Il totale delle pagine, presunte, per ogni romanzo varia da 350 a 420/30 pagine, per il doppio di facciate.
      (Quindi una pubblicazione, in piena regola, editoriale standard, di fascia medio/alta).

      Hai stampato tutto?
      Hai iniziato di nuovo?
      Oddio, Suzie, in bocca al lupo!
      Ciao e buona giornata.

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    • Ed ecco la nostra scrittrice preferita che ci dona un commento ermetico, ma significativo.
      Analisi linguistica, di leggibilità e definita l’hai fatta (il tuo commento lo urla).
      Non mi resta che ringraziarti per gli applausi e alla moda russa (moscovita) ricambiarti con un applauso.

      Ciao e buon fine settimana.

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  3. DISCORSETTO FACILE FACILE.

    Come tutti sapete provengo (come moltissimi altri) dalla piattaforma Splinder. Nota, ai più, comeSplendor. Era una piattaforma semplicissima e scalaboilissima (il codice html entrava, tranquillamente, senza alcuna limitazione. Una caratteristica di quella piattaforma era, oltre l’estrema semplicità (e quindi, la massima disponibilità creativa dei singoli), l’immediatezza, la pulizia – raffinatezza ed eleganza, dunque, il fatto che mancassero i famigerati Like.
    Che bella cosa.
    Non si era schiavi del consumismo da <b<visita per cui, chi passava ed era realmente interessato scriveva.
    L’ampio margine di visite, oltre ad incrementare numericamente, i commenti, portava inevitabilmente alla discussione del tema proposto.
    Non per vantarmi (chi mi conosce sa perfettamente che non ne sono il tipo) ma ricordo, nel mio caso, un massimo di oltre quattrocento commenti, risposte, battute, analisi e varie.

    Ultimamente si è tenuto un discorsetto simile e similare, presso altri blog (giusto per citarne due: Alessandra Bianchi, Lady Nadia) dai quali, anche con apporto di terzi, si è rilevato proprio quanto sto asserendo.
    Ovviamente, la breve discussione, era a carattere nostalgico. Si parlava del blog perduto e del perduto tempo.

    Vi chiedo: se disattivassi i Like (cosa che, personalmente mi farebbe piacere) evitando, dunque, la fretta del “click” e il voto di scambio, cosa ne pensate?

    Grazie per l’attenzione e buona giornata

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