Memoria liquida XXII

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1Anche senza l’autorizzazione scritta del Grande Capo, non mi fu difficile incontrare Paolo Tagliaferri. Avevo sempre intrattenuto rapporti cordiali e amichevoli con tutti i secondini, mi ricordavo di portare loro dei regalini a Natale e li chiamavo sempre per nome, dimostrando così un interesse che li lusingava. Sicché, tra una chiacchierata e l’altra, tra un accenno alle partite della domenica e uno sfottò, spalleggiato dai colleghi, al piantone in servizio, tifoso sfegatato di una squadra settentrionale che stava attraversando un periodo di forma a dir poco deficitario, ottenni alla chetichella la possibilità di scambiare quattro chiacchiere con Tagliaferri.
Quella mattina mi ero svegliato pervaso da un acuto senso di precarietà. Avevo sperato che uscendo dal bunker quell’antipatica sensazione passasse e invece eccola lì, ancora annidata nelle viscere.
Lui entrò giallastro e malaticcio, appariva essiccato. Sul suo collo da galletto si distingueva un pomo d’Adamo prominente e delle mezzelune di pelle sfilacciata e cadente.
Si sedette tremante.
“Sei messo male” dissi. “Mi sa che non hai ancora molto da campare, vero?”
“Fanculo, D’Altavilla…”
Tossì tanto forte che pensai finisse per sbottare sangue.
“Questa volta, viste le tue condizioni, ho pensato non fosse il caso di portarti da fumare…”
“Sei venuto qui per fare l’ironico?”
“Sono piccole soddisfazioni…”
Tagliaferri venne scosso da un’altra crisi. Quando si riprese, sollevò uno sguardo di cemento verso di me. In quegli occhi non c’era più nulla della iena che aveva circuito Francesca. La sua indole cattiva e sadica sembrava defluita da lui, svanita: al posto dell’uomo che mi aveva torturato psicologicamente per mesi, adesso non c’era altro che un verme agonizzante.
“A quanto pare, nonostante tutto, avrò il piacere di presenziare al tuo funerale…”
“Io invece ho avuto l’onore di partecipare a quello di Francesca… siamo pari…”

2Un barlume di lucidità resisteva ancora in quel cervello corroso dalla malattia.
“Gliel’avevi detto, vero? Sapeva quello a cui andava incontro…”
“Sì, gliel’avevo detto. Pensavo che non saresti mai più tornato… allora l’hai trovata… era sempre lì, nel portabagagli?”
“Sì. Custodita nel deposito della Comunità di Priori. Un nascondiglio perfetto, se consideri che gli stessi abitanti non osano avvicinarsi al magazzino. Troppe brutte cose là dentro.”
“È stato penoso, D’Altavilla? È stato angosciante?”
“All’inizio sì…”
Ecco l’improvvisa trasmigrazione, ecco il profluvio dei sensi dilagare gli argini, eccomi di nuovo pronto a rimestare nelle sacche più filamentose e abiette del mio spirito.
“Dimmi, com’è stato?”
“Volevo che la smettesse di cantare…”
“Cosa cantava?”
“Non lo so. Una filastrocca.”
“Hai riconosciuto subito la sua voce?”
“Ce l’avevo stampata nella testa, solo che non me lo ricordavo.”
“E cosa hai pensato?”
“Che fosse stato un errore cercare la sua Base Profonda. Dovevo lasciare la sofferenza sotto la cenere…”
“Hai sempre cercato di punirti. Non venivi apposta a farmi visita?”
“Sì. Ma è stato solo quando l’aberrazione ha raggiunto l’apice che ho trovato la forza di uccidere mia figlia. E ho trovato la pace.”
“L’hai cancellata?” chiese Tagliaferri.

3Un nuovo grumo di tosse gli recise il fiato.
“Era la sua Base Profonda. Non era Francesca…”
“Era la sua mente. È lo stesso…”
“Adesso c’è molto più silenzio.”
“Vuoi che ti dica quello che io ho sempre saputo, D’Altavilla?”
Sapevo dove voleva arrivare. Mi alzai, facendo raschiare volutamente e fastidiosamente le zampe della sedia contro l’impiantito.
“Me ne vado…” dissi, appoggiando le mani sul tavolaccio freddo. “Volevo solo accertarmi che fossi prossimo all’agonia…”
“No, non sei venuto qui per questo. Perché fai finta di niente?”
“Guardia!” urlai, sperando che un secondino arrivasse a portarmi fuori. Ancora una volta mi ero trascinato sino a quel maledetto carcere spinto da un impulso superiore, come se nel mio cranio vi fosse impiantato un chip programmato per spedirmi a intervalli regolari nell’albergo Regina.
“Non me l’hai perdonato. Non di averla uccisa, non di averla portata a morire. Di averti anticipato. Volevi liberarti di lei, ma volevi farlo tu!”
“No!” gli puntai l’indice a dieci centimetri dal muso. “Tu volevi farmi impazzire, invece distruggere la Base di Francesca è stato per me un gesto catartico. Mi sono gettato alle spalle il passato. E adesso i ruoli si sono invertiti. Ti ho sconfitto. Ho vinto io. Io ho trovato la pace, tu invece te ne andrai da perdente.”
“Ma non farmi ridere…”
“Vaffanculo, Tagliaferri!”
“Che volevi fare, punirla? Punirla perché non era cresciuta come avevi voluto? Oppure volevi toglierla di mezzo per tornare a dedicarti tutto il tempo alla tua splendida mogliettina?”
“Io amavo Francesca. Ma tu non puoi capire. Sei solo un pazzo. Sei sempre stato solo un povero pazzo. Adesso sei anche a un passo dalla morte e il terrore ti fa diventare rabbioso…”
“Ah-ah-ah-ah… le tue nevrosi ti uccideranno, coglione! Non hai capito che non puoi scappare? Non c’è luce in fondo al tunnel, D’Altavilla. È tutto buio e fa paura, è esattamente come quando l’hai imboccato. È tutto nero”
La porta si aprì e io sgusciai fuori come un geco tra le fessure di una tapparella.
“Crepa in pace, Tagliaferri.”
Le sue urla sconnesse e le sue risate forzate mi accompagnarono fino all’altra estremità del corridoio: “Ti uccideranno, coglione! È tutto buio e fa paura…”
Fuori, il lungotevere era paralizzato dal traffico.
Attorno a me Roma sbadigliava.

4“La testimonianza” (seconda parte).
All’inizio a Kim piaceva recarsi a fotografare i luoghi che la cultura popolare riteneva fossero infestati. Era una scusa per passare dei weekend fuori, per rimpinzarci in trattorie perse nella campagna e per fare l’amore in piccole stanze di alberghetti fuori mano. Kim sembrava addirittura felice.
Quando scoprii che continuava a frequentare il suo ex fidanzato lo accettai. Feci finta di niente, come spesso è opportuno fare nella vita. Perché sputarle in faccia rancori che comunque non provavo? Era giovane, trovava intellettualmente stimolante la mia compagnia, adorava quell’appartamento a Monte Verde e apprezzava il buon vino (e qualche lettura ben selezionata dal sottoscritto): alla mia età potevo facilmente sopportare un paio di corna.
Una sera, seduti sull’ampio balcone a prendere un po’ di Fontana e a fumare lei una Winston e io un Toscanello, le chiesi solamente di non essere troppo spudorata e di non lasciare indizi in giro. E soprattutto di non farlo nel mio letto.
Per ringraziarmi della libertà che le stavo concedendo, quella sera stessa mi regalò una pompino memorabile.
Da quella notte in poi, tuttavia, ogni volta che usciva o che si assentava per più di un’ora, un malessere cattivo e aguzzo si impadroniva di me. Dov’era? Stava fottendo proprio in quel preciso momento? In quale posizione? Godeva? A letto con quell’altro era più coinvolta, le piaceva di più? E con i clienti, negli anni passati, come era stato?
Evitavamo l’argomento.
Non si fa così anche nelle migliori famiglie?
Aprivo l’armadio e annusavo i suoi vestiti. Alcuni erano impregnati del suo odore, i più vecchi, quelli ai quali era maggiormente affezionata, altri invece profumavano di fragranze modaiole, ghirigori olfattivi da mal di testa.
Dopo qualche settimana passai alle sue scarpe.
Le cercavo ovunque: sotto il letto, nei bagni, vicino al divano. Gliene compravo un paio nuovo ogni sabato. Purtroppo, avendone così tante, il materiale non faceva in tempo ad assorbire il suo profumo.
I suoi vestiti, le sue calzature, i suoi trucchi e le sue fotografie, ecco, io abbracciavo tutto questo quando lei non c’era.
Le confessai che mi sarebbe piaciuto vivere per lei, solo per lei, ma si spaventò e mi chiuse la porta in faccia. Sparì per un mese. E furono giorni spaventosi. Singhiozzavo baciando e stringendo forte al petto i libri che lei aveva toccato, cercando di accendere i mozziconi che aveva lasciato nel posacenere, nella patetica speranza di inalare il suo fiato intrappolato nel filtro.

5Soffrii di uno sfogo cutaneo all’ano. Defecai piangendo per due settimane.
Mangiai fiori. I fiori disegnati sul suo prendisole preferito.
Camminai per casa calzando le sue infradito minuscole. Il suo spazzolino da denti divenne il mio.
Ogni giorno sperai che lei tornasse e quando effettivamente tornò, non la volli più. Adesso che l’avevo idealizzata, trovarmela davanti in carne e ossa con degli abiti che non avevo mai visto, truccata malamente e con le vesciche sui calcagni, allucinato dal pensiero che un altro l’avesse farcita col suo seme, mi diede l’impulso di cacciarla a pedate.
Invece la trattenni e le preparai pure un galletto Valle Spluga con patate. Lei accettò di rinchiudermi nella gabbia in modo che, in sua assenza, avrei gestito meglio le mie ossessioni compulsive.
Il mio lavoro stava andando in malora, lo studio perdeva clienti a raffica e giovani avvocati di talento si licenziavano.
Non me ne fregava un cazzo.
Me ne stavo lì, segregato nella gabbia, in attesa. Contavo le gocce che cadevano dalla grondaia sulle piastrelle giallo-uovo del balcone.
Uno, due… tic… tre, quattro… tic… cinque, sei… tic…
Lappavo dalla ciotola gli ultimi avanzi di riso bollito.
Mi faceva schifo, ma allo stesso tempo vivevo per poterla guardare mentre si faceva la doccia, mentre si tagliava da sola i capelli da punk, mentre cucinava, mente esisteva. Quando mi mostrava le sue fotografie di casali abbandonati e giardini lugubri ero felice.
“Qui appare un fantasma,” diceva, “qui si sentono scricchiolii inquietanti, qui è atterrato un ufo.”
Si occupava anche di avvistamenti extraterrestri!
E chiaramente la fune a un certo punto si spezzò e l’abisso ci inghiottì.
Kim mi disse che aveva conosciuto un ragazzo veramente bello e di buona famiglia e che voleva andarsene con lui.

6Io pensavo che lei fosse come un uccello migratore. Un po’ qua e un po’ là, senza radici, senza affetti, seguendo le correnti ascensionali e il magnetismo terreste.
Quando Quatermass mi parlò in gran segreto dei suoi amici e di quello che facevano, mi venne subito in mente che, se avessi proposto Kim per il trattamento e loro avessero accettato, avrei potuto appropriarmi della sua indole nomade e ammirarla per ciò che in realtà era: una stupenda rondine che si levava in alto, al di sopra delle miserie.
Pagai una cifra folle e loro la imbalsamarono e la modellarono a mio piacimento.
Cambiai casa.
Per accogliere quell’opera d’arte avevo bisogno di spazio.
Presi una villa.
Ora la contemplo quotidianamente e mi perdo nella sua bellezza.
Le ali sono posticce, è vero, ma l’artista ha compiuto un vero capolavoro.
È riuscito a sagomare il suo viso, tendendo l’epidermide e forzando le ossa, in modo da farlo assomigliare a un becco.
Questa è l’incarnazione della sua vera essenza.
Un monumento all’amore e all’abbandono. Mi fu abbastanza chiaro che qualcosa non stava andando per il verso giusto quando arrivai in quella giungla afosa che era la stanza 312 e trovai Astreana già lì. Sedeva dandomi le spalle e non si voltò a salutarmi. Strano. Aveva i ricci sciolti e le ciocche le cadevano sulle guance occultandole parzialmente il volto. Nell’espressione del Grande Capo indovinavo un dispiaciuto biasimo e una pietà senza fine. Avevo con me la registrazione della riunione nell’Hotel California, dal punto di vista legale mi sentivo più o meno in una botte di ferro. Anche se la mia frequentazione con Brundlefly fosse stata ritenuta degna di attenzione penale, ciò che era stato detto dagli adepti durante il raduno era sufficiente a discolparmi.

10“Siediti” disse il Grande Capo indicandomi la solita sedia.
Eseguii, cercando lo sguardo sfuggente di Astreana.
“Manlio…” iniziò il Grande Capo e il suo tono profondo era quello delle grandi occasioni. Si stava vestendo di importanza per dirmi una volta per tutte che razza di inconcludente fossi, che razza di fallito.
“Manlio, ti giuro che ci ho provato in tutti i modi. Prima ti ho affidato un compito importante…”
“Be’, importante…”
“Non interrompermi, perdio! Ti ho lasciato giocare a fare il detective, quando pensavi di scoprire chissà quale scandalo in modo da dare una bella lustrata alla tua carriera…”
Giocare a fare il detective? Ma allora…
“Ho fatto finta di niente. Pensi che sia così idiota da credere che ci vogliano tutte queste settimane per controllare qualche Base Profonda?”

7Forse Astreana si era già beccata la strigliata in mia assenza.
“Capo, ma allora sa tutto! Sa dell’Ispettore, delle indagini…”
“Sì…”
“Ma l’ha fatto apposta?”
“A darti la Base dell’Ispettore? No. È stato un caso. Te l’ho detto, il mio proposito era di affidarti un incarico per farti sentire di nuovo utile, invece hai voluto fare tutto di testa tua e adesso guarda a che punto siamo arrivati.”
Il Grande Capo sbuffò. Sembrava molto, molto dispiaciuto.
“Capo, con tutto il rispetto, ma cosa sta dicendo? Io e Astreana abbiamo fatto delle scoperte eccezionali! Abbiamo a che fare con…”
“Lo so già con cosa abbiamo a che fare!”
“Ma come…”
“Astreana ha provveduto ad aggiornarmi passo per passo. Sin da quando la Base Profonda codice #541429 ha preso coscienza e ha incominciato a informarvi riguardo alle sue scoperte…”
Mi voltai in direzione di Astreana.
“Tramavi alle mie spalle? Non posso crederci.”
Lei non si mosse di un millimetro.
Allora l’afferrai per una spalla e la feci voltare a forza. Lei ruotò la testa di scatto, gli occhi lucidi.
“Mi hai preso per il culo per tutto questo tempo?” dissi. “Era il Grande Capo che ti suggeriva di restare a dormire da me? In questo modo potevi studiare con più calma i referti delle autopsie, vero?” Il Grande Capo intervenne: “Solo fino a un certo punto. Dopo la vostra visita dalla Beginner Girl, Astreana non mi ha più fatto sapere niente…”

“Ecco perché ogni tanto sparivi per intere giornate. Altro che jogging nel parco! Altro che stare in pace con te stessa! Mi hai fatto credere di essere onorata di condividere un’esperienza importante come me e invece venivi qui a spifferare ogni cosa appena aggiungevamo una tessera al puzzle…”
Lei reagì: “Ho solo eseguito degli ordini…”

8“Sì, certo, come no… è stata la giustificazione più comune anche a Norimberga.”
“No, ascoltami…”
Astreana guardò il Grande Capo, poi me, poi ancora il Grande Capo.
“Come potevi pensare che un’agente della Santa Sede si lasciasse coinvolgere in un’indagine così scapestrata? All’inizio ti controllavo, è vero e il Grande Capo mi diceva di assecondarti, voleva vedere fino a che punto ci saremmo spinti. Fino a che punto ti saresti spinto. Le nostre scoperte erano le sue. Brundlefly l’ho contattato io, se ti ricordi. Questo ti dimostra che credevo nel nostro lavoro, semplicemente lo facevo seguendo le disposizioni dei miei superiori, com’è consuetudine…”
“E i tuoi superiori ti hanno anche ordinato di ficcarti nel mio letto?”
“Nel suo letto! Astreana!” esclamò indignato il Grande Capo. Ma stava recitando. Tutti stavamo recitando. Sembrava una commedia degli equivoci. Però non faceva ridere per niente.
“Non scherziamo! Stavo leggendo dei documenti…” si giustificò lei.
“Cos’è,” dissi ironico, “stavi testando la tua capacità d’infiltrazione?”
“Manlio, guarda che…”
“Mi avete messo in mezzo, bravi! E adesso? Volete prendervi il merito dell’indagine? Volete smascherarli voi, i tassidermisti?”
“Non ce ne sarà bisogno” disse il Grande Capo.
“Sarebbe a dire?”
“Devo ammettere che la vostra improvvisata nell’ambiente virtuale è stata un coup de théâtre degno di rispetto. Non ho ancora capito come ci siete riusciti. Chi vi ha aiutato a infiltrarvi, voglio dire. Ci voleva un professionista per rintracciare il collegamento…”
“Ci stavate sorvegliando?”
“Sì e no. Te l’ho detto, dopo l’omicidio del giornalista, Astreana non mi ha più fatto sapere niente e per due giorni è stato impossibile seguire le vostre mosse. Non potevo mica farvi pedinare. Anche perché, e mi scuserete se vi avevo sottovalutato, non pensavo che sareste riusciti ad arrivare fino all’Hotel California. Riguardo l’avvocato Vanni, ad esempio, cara Astreana, perché non mi hai detto nulla? Che è successo, passato di mente? Comunque, grazie alle vostre bravate, adesso la nostra posizione è più sicura…”

9Il Grande Capo fece una risata grassoccia.
Alle nostre spalle la porta si aprì.
Entrarono i due scagnozzi.
“Volevamo capire quanto fossimo riusciti a mimetizzarci” disse il Grande Capo. “Esistevano prove riconducibili all’organizzazione? Avevamo disseminato indizi? Quel giornalista aveva fatto un lavoro eccellente e noi non sapevamo nemmeno della sua esistenza prima che voi due ci serviste la sua testa su un vassoio d’argento. Insomma, vi abbiamo consentito di indagare su di noi cosicché potessimo conoscere di persona chi aveva la lingua troppo lunga o quali percorsi investigativi potessero portare sino alle nostre identità… mi dispiace, Manlio, non sapevo proprio cosa contenessero quelle Basi Profonde, non volevo usarti come cavia, almeno all’inizio. E se non aveste superato il limite intrufolandovi nel nostro sistema, probabilmente sarei anche riuscito mettere a tacere tutta la faccenda, in modo da uscirne puliti tutti e tre. Invece Astreana all’improvviso ha deciso che fosse più utile per lei tenermi all’oscuro degli ultimi sviluppi e a questo punto non ho materialmente alternative. Avete sollevato tanta di quella merda che il fetore si sente anche nelle segrete stanze… Zhu… De Crescenzo…”
I due cani da guardia scattarono come molle, immobilizzandoci i polsi e il collo con una mossa a tenaglia.
“I miei colleghi mi verranno a cercare…” boccheggiò Astreana.
“Lascia stare, piccola, questi sono affari più grandi di te. So bene a chi rivolgermi. Il tuo superiore in Vaticano, al quale sei andata a raccontare quello che invece volevi nascondere a me dopo la morte del giornalista, si sta già dando da fare per chiudere un po’ di bocche.”
“L’avevo capito che lei c’entrava qualcosa… non potevo più fidarmi…” disse Astreana.
“Pessima scelta…”
“Chi era?” chiesi al Grande Capo.
“Che vuoi dire?”
“Chi era degli adepti?”
“Orca, ti dice niente?”
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36 pensieri su “Memoria liquida XXII

    • Grazie per il “bellissimo”. Sì, mia signora, domenica sarà proprio l’ultimo.
      Come detto varie volte, perché allungare un brodo che, quando cotto, è pronto per essere consumato? Meglio consumarsi nella produzione che soccombere nel brodo,
      Grazie e ciao

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  1. Un capitolo che apre gli occhi e getta un po’ di luce.
    L’ho letto con calma, come merita.
    Astreana prendeva ordini per controllare Manlio? Mi ha scioccata, non me l’aspettavo.
    Sto friggendo per l’ultimo capitolo. Incredibile, sei riuscito a farmi amare la fantascienza
    😉

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  2. No, con c’è nulla di ordinario in queste parole che ho letto.
    Veramente bello. Mi piace il carattere che hai dato a Manlio e Astreana.
    Bello proprio.

    Buona serata dalla parternope Capitale

    Dudù

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    • Grazie Dudù. Manlio e Astreana, probabilmente sono (magari non del tutto rappresentato) il male e il bene di questa società. Malgrado sia ambientata nel futuro, questa storia, potrebbe essere adattata al presente… (Intervenendo sulle Basi che potrebbero essere sostituite da uno psichiatra o che altro …)

      Grazie e buona giornata

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    • Astreana è ambigua, credo.
      E’ un bravo agente segreto (non dimentichiamoci che presta il proprio servizio per l’Agenzia di spionaggio più potente del mondo: L’Entità) ma oltre ad essere specialmente preparata, credo si stia innamorando di Manlio.
      Lei è, però, una …

      Ciao

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    • Grazie per i “dialoghi”. Credo che, nella stesura di un dialogo, l’importante sia il “saper ascoltare”.
      Allora appuntamento a dopo mezzanotte per l’ultimo capitolo.
      Ciao, grazie e buona serata.

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